Gesù di nazaret, storia di dio, dio della storia



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Gesù di Nazaret, Storia di Dio, Dio della storia
di
+ Bruno Forte

Arcivescovo di Chieti-Vasto

Fra il 6-7 a.C. e il 30 d.C. si svolge la storia di Gesù di Nazaret: la nascita avvenne certamente prima della morte di Erode il Grande, databile al 4 a.C. secondo quanto attesta Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae, 17,8,1; 17, 9, 3). È questo infatti il Re che aveva voluto la strage degli innocenti per il timore suscitato in lui dalle informazioni dei Magi circa la nascita dell’atteso “re dei Giudei” (Mt 2,1ss; Lc 1,5). Fu il monaco Dionigi il Piccolo a commettere l’errore di datazione, ponendo al 754 di Roma la nascita di Gesù, quando nel 525 per incarico del papa Giovanni I la calcolò per sostituire con l’era dell’Incarnazione quella di Diocleziano o dei martiri, usata fino ad allora nella Chiesa. Gesù nacque durante l’impero di Augusto (63 a.C. - 14 d.C.: cf. Lc 2,1): la città di provenienza era Nazaret, nel territorio della Galilea. Si trattava in realtà di un piccolo villaggio di 100-150 abitanti, il cui nome è menzionato in una iscrizione ebraica del III-IV secolo d.C. trovata nel 1962 a Cesarea Marittima, che ha consentito di fissarne definitivamente la grafia ebraica con la lettera “z” (zade), per cui la parola risale chiaramente a “nezer”, germoglio, ed evoca così l’attesa messianica del germoglio davidico (cf. Is 11,1). Ripopolato verso la fine del II secolo a.C.al tempo dell’asmoneo Ircano (134-104 a.C.), che impose il ritorno all’ebraismo nella zona, il villaggio fu probabilmente abitato da un clan davidico, detto dei Nazorei, animato da un vivo fervore messianico. Forse anche per il contrasto fra questo ardore dei suoi abitanti e la terra semipagana in cui erano andati ad abitare, Nazaret era disprezzata dai pii israeliti: “Da Nazaret - chiede Natanaele - può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1,46).

La famiglia di Gesù era ebraica, proveniva dalla Giudea, da Betlemme, dove si recò per il censimento, ed era di ascendenze davidiche. In essa si conosceva certamente l’ebraico, per la frequenza alla lettura delle Scritture, ma si parlava normalmente l’aramaico galileo, il dialetto che farà riconoscere Pietro nel cortile del Sommo sacerdote (cf. Mt 26,73). Dai contatti di cui parla il vangelo si può supporre che Gesù capisse il greco e il latino, lingue comuni dell’Impero romano. La Madre Maria era sposa di un uomo, Giuseppe, falegname: questo fu probabilmente il mestiere del giovane galileo, esercitato forse anche nella vicina Sefforis, dove al tempo della sua giovinezza si costruivano importanti edifici, di cui restano le rovine portate di recente alla luce a pochissima distanza in linea d’aria da Nazaret. Il Nazareno apparteneva a un clan di parenti stretti - detti a volte anche “fratelli” nel senso di cugini - che all’inizio della sua vita pubblica si mostrarono scandalizzati da lui: “I suoi uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: ‘È fuori di sé’ “ (Mc 3,21). Dopo un tempo nel deserto e il battesimo ricevuto da Giovanni, diede inizio alla sua vita pubblica, dapprima in Galilea, intorno al lago di Tiberiade, poi in Giudea, a Gerusalemme. Aveva circa trent’anni (cf. Lc 3,23): la sua vita pubblica si svolge in tre anni (Giovanni parla di tre Pasque: 2,13; 6,4; 11,55), anche se in base ai Sinottici si potrebbe supporre che tutto si sia concentrato in un anno, sotto l’impero di Tiberio (14-37), quando era tetrarca della Galilea Erode (4 a.C. - 39 d.C.: Lc 3,1). Cinque tappe si lasciano riconoscere fino alla morte di Croce: il silenzio di Nazaret; la primavera di Galilea, tempo dei primi entusiasmi; la crisi galilaica, che porta Gesù alla decisione sofferta di andare a Gerusalemme, dove muoiono i profeti (cf. Lc 9,51 e 13,33); il viaggio a Gerusalemme e la storia della passione. Gesù fu crocifisso sotto il procuratore romano Ponzio Pilato, con l’accusa di essere un agitatore politico (il “titulus crucis” - la tavoletta col motivo della condanna, parla del Nazareno re dei Giudei). La sua morte fu un assassinio politico-religioso, che vide coinvolti in varia misura i capi ebraici e Pilato.


1. UNA STORIA DI LIBERTA'


A questa vita “esteriore” corrispose evidentemente una storia interiore: fu la vicenda di Gesù di Nazaret una storia di libertà? o - in forza del mistero della sua condizione, rivelato pienamente a Pasqua - tutto risultò per lui predeterminato e si svolse quale fedele riflesso di un eterno consiglio divino? E, se questo avvenne, fino a che punto poté dirsi umana la sua vicenda? c'è forse umanità dove non c'è, fino in fondo, il rischio della libertà, dove non si dà la situazione limite di poter scegliere o subire la vita, dominarla o esserne dominati, a seconda delle condizioni in cui si è posti e delle scelte che si fanno?
a) Un cammino di libertà
A queste domande, che investono profondamente l'immagine che ci facciamo del Profeta galileo, e pertanto la nostra sequela di lui, la fede della Chiesa ha dato una risposta decisiva: la condanna dei «monoteliti» - assertori dell'esistenza di un'unica volontà in Cristo - al III Concilio di Costantinopoli nel 681, ha evidenziato come Gesù sia dotato di volontà e di libertà umane, sia cioè un uomo libero. Il Nazareno ha scelto liberamente il suo futuro, si è posto e proposto nel rischio della libertà, con tutto il peso della sua umanità, vera e piena. Ha comportato questo rischio la possibilità di un conflitto fra la condizione filiale di Gesù davanti al Padre e la sua condizione di uomo tra gli uomini? Avrebbe potuto il Profeta galileo rifiutarsi al disegno divino per seguire un proprio disegno, e quindi peccare?

A queste domande è possibile dare subito una risposta a partire dalla fede pasquale: «Egli non commise peccato» (1Pt 2,22); fu «provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). Così egli ha spezzato la legge di peccato della nostra storia e ha fatto irrompere in essa la nuova storia di Dio. Il fatto che Gesù non abbia conosciuto peccato, non significa tuttavia che siano mancati alla sua condizione d'uomo il rischio e la fatica della libertà. Egli non è stato esposto meno di noi alla fatica di vivere, e dunque alla gravità di scelte radicali, spesso costose e difficili: l'assenza di peccato in lui non è un'astratta impeccabilità, un'incapacità a compiere il male, connessa in modo naturale al suo essere uomo, ma risulta dalla totalità del suo processo di vita. In altri termini, se il Figlio è stato mandato in una carne di peccato per condannare il peccato della carne (cf. Rm 8,3), egli ha scelto fra le tribolazioni e le prove della sua carne «simile a quella del peccato» (cf. ib.) la via dell'incondizionata fedeltà al Padre.

Si può dunque parlare di una storia della libertà di Gesù, di un suo cammino, di scelta in scelta, sulla via stretta dell'obbedienza a Dio, di una sua vocazione, riconosciuta ed accolta. Come si configura questo cammino? Come esso si va definendo nel concreto della vicenda umana del Nazareno? La risposta a queste domande esige la narrazione della storia di Gesù come storia di libertà, in cui si manifesta la scelta operata nel più profondo della sua coscienza, che ha orientato in maniera radicale ogni decisione successiva. Questa scelta - che corrisponde a ciò che viene chiamato «opzione fondamentale» - è quella che dà senso e unità alle molteplici prese di posizione settoriali. In essa si esprime il «cuore» del Nazareno e si gioca la sua vocazione. Qual è stata l'opzione fondamentale di Gesù? come ha vissuto il Nazareno la scelta della sua vocazione?

Due racconti - posti rispettivamente all'inizio e alla fine della vita pubblica di Gesù - lo mostrano impegnato nel fare la scelta decisiva di fronte alla sua vita e alla sua morte, e consentono perciò di comprendere quale fu la sua «opzione fondamentale». Si tratta del «mistero» delle tentazioni nel deserto e di quello dell'agonia del Getsemani. Non si può negare che questi racconti contengano un nucleo storico, perché è del tutto inverosimile che la comunità delle origini abbia inventato scene a prima vista così contrastanti con la Signoria del Risorto, proclamata a Pasqua.


b) Gesù davanti alla sua vita: la tentazione nel deserto
L'interpretazione delle tentazioni, predominante nella tradizione cristiana, è stata quella esemplare-pedagogica: il Signore ha dato agli uomini l'esempio di come superare la prova, senza però esserne lui stesso veramente toccato. In tal modo si pensava di scongiurare ogni pericolo di diminuzione della perfezione di Gesù. Tuttavia, «una insistenza unilaterale sull'aspetto pedagogico della tentazione di Cristo rischia di toglierle ogni serietà» (C. Duquoc): egli avrebbe in fondo recitato una parte, anche se per il fine buono di istruirci. Il valore pedagogico non deve certo essere escluso: tuttavia esso regge solo se la tentazione è reale.

Diverse testimonianze del Nuovo Testamento sembrano comprovare la verità della tentazione del Cristo: Gesù stesso parla delle sue «prove» (Lc 22,28: il termine è quello proprio delle tentazioni «peirasmòs»). «Proprio per essere stato messo alla prova ed aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18). Nelle prove egli ha «imparato l'obbedienza»: «(Cristo) nei giorni della sua carne, avendo elevato preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte, ed essendo stato esaudito per la sua pietà, imparò, quantunque Figlio, per le cose patite l'obbedienza...» (Eb 5,7).

Lo stesso lavoro redazionale di Matteo e Luca, che sostituiscono alla scarna nudità del racconto di Marco (1,12-13) l'elaborata presentazione delle tre tentazioni (Mt 4,1-11; Lc 4,1-13), parallele a quelle d'Israele nel deserto, mostra come per la comunità primitiva in questo episodio ha avuto luogo una scelta reale, svolta decisiva, ricapitolatrice di tutta la storia della salvezza: è l'ora della pienezza dei tempi!

Come Israele fu veramente provato, così Gesù viene veramente tentato: lo stesso è l'ambiente, il deserto della tremenda solitudine con Dio; parimenti carico di senso teologico è il tempo, i 40 giorni, che richiamano i 40 anni dell'Esodo e la durata della permanenza di Mosé sul monte (cf. Es 24,18 e 34,28); tre sono le prove, corrispondenti al quelle del popolo eletto. Il Nazareno rivive nel deserto le tentazioni d'Israele: mentre però quest'ultimo aveva ceduto, Gesù riporta vittoria.

Il confronto fra l'elaborato racconto di Matteo e Luca e la semplice notizia di Marco fa supporre che, in radice, la tentazione sia stata una sola. Si può pensare alla suggestione suprema, la stessa che sedusse il primo Adamo: la fiducia in sé e nella potenza del mondo, invece che la fiducia in Dio e nella sua «debolezza». È l'alternativa radicale, «l'amore di sé fino alla dimenticanza di Dio, o l'amore di Dio fino alla dimenticanza di sé» (S. Agostino). Gesù avverte la seduzione dell'altra sponda, l'apparente maggiore incisività di essa. La soglia lo sfiora: da una parte, egli sente il fascino del messianismo politico e terrestre del suo tempo, che aveva respirato in mezzo alla sua gente condividendone il dolore di popolo oppresso; dall'altra, gli si affaccia il messianismo dell'obbedienza profetica, che egli aveva imparato a conoscere nel suo colloquio col Padre, soprattutto attraverso la lettura delle Scritture relative al Servo sofferente e ai profeti.

Le tre tentazioni potrebbero allora essere interpretate come tre forme dell'unica tentazione messianica, eco dei diversi modelli di messianismo, presenti nel mondo di Gesù: il messianismo dei beni temporali, connesso alla fame di giustizia dei poveri, il messianismo apocalittico, espressione dei movimenti profetico-penitenziali, e il messianismo politico, proprio dei gruppi rivoluzionari. Il Nazareno dice «no» alle suggestioni del suo tempo: egli non cerca il consenso facile, non accontenta le attese degli uomini, ma le sovverte. Gesù sceglie il Padre: con atto di sovrana libertà preferisce l'obbedienza a Dio e l'abnegazione di sé, all'obbedienza a sé, implicante la negazione di Dio. Egli non cede alla forza dell'evidenza, all'attrattiva dell'efficacia immediata: egli crede nel Padre con incrollabile certezza e intende compierne il disegno, per quanto oscuro e doloroso esso gli appaia. Nell'ora della tentazione radicale Gesù si afferma libero da sé, libero per il Padre e per gli altri, libero della libertà dell'amore: in lui, Servo incondizionatamente obbediente, la scala dell'ubbidienza profetica tocca il suo vertice. Gesù testimonia come la sua vocazione sia il Padre, il Dio vivente, al quale perdutamente sottomette ed affida la sua vita.


c) Gesù davanti alla sua morte: l'agonia del Getsemani
«Il diavolo», scrive Luca (4,12), «si allontanò da lui per tornare al tempo fissato»: indizio chiaro che la «scena della tentazione viene continuamente ripetuta nella vita di Gesù: la lotta contro il diavolo percorre tutta la sua vita, passo dopo passo egli si conquista il campo di Satana, respinge il suo potere... Davvero la vita di Gesù è un continuo tagliente discernimento degli spiriti» (H. Urs von Balthasar). L'offerta al Padre si compie in una perenne «liturgia» d'offerta e di lode, fatta delle opere e dei giorni dell'intera esistenza del Nazareno: fino all'ora suprema, a Gerusalemme...

Gesù è nel Getsemani, alla fine del suo cammino, nel momento in cui gli si pone dinanzi l'estrema conseguenza della sua scelta di amore. Egli risente, fino al sudore di sangue (cf. Lc 22,44), la tentazione dell'altra sponda. Gli evangelisti parlano della sua angoscia (cf. Mc 14,33 e Mt 26,37), della sua tristezza (cf. Mc 14,34 e Mt 26,38), della sua paura (Mc 14,33). Egli avverte un immenso bisogno di vicinanza amicale: «Restate qui e vegliate con me» (Mt 26,38). Ma è lasciato solo, tremendamente solo davanti al suo futuro, come è nelle scelte fondamentali di ogni uomo: «Non siete capaci di vegliare un'ora sola con me!» (Mt 26,40). Gli si pone ancora una volta dinanzi, nel modo più violento, l'alternativa radicale: salvare la propria vita o perderla, scegliere fra la propria volontà e la volontà del Padre: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36 e par.). Nel momento in cui conferma il «sì» della sua libertà radicale, si aggrappa totalmente al Padre e lo chiama col nome della confidenza e della tenerezza: «Abbà!... Non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu» (ib.). Non a caso è questa l'unica volta nei Vangeli in cui è conservata la forma aramaica confidenziale Abbà dell'invocazione al Padre! Il «Sì» di Gesù nasce dall'amore senza riserve: la sua è la libertà dell'amore! Nell'ora suprema egli sceglie ancora il dono di sé, si rimette nelle mani del Padre suo con una confidenza infinita, e vive la sua libertà come liberazione, libertà da sé per il Padre e per gli altri. È la libertà di chi trova la propria vita perdendola (cf. Mc 8,35), la capacità di rischiare tutto per amore, l'audacia di chi dona tutto.

In questi misteri della vita di Gesù traspare la sua opzione fondamentale, la scelta su cui egli gioca tutto, la vocazione della sua vita: quella che l'autore della lettera agli Ebrei ha interpretato fedelmente con le parole del Salmo 40,9: «Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,99). «Mio cibo - dice il Cristo giovanneo - è fare la volontà di colui che mi ha mandato e di compiere la sua opera» (Gv 4,34; cf. 8,29; 15,10). Sul piano più profondo della libertà, Gesù si pone come l'uomo totalmente libero per amore, totalmente finalizzato al Padre e agli altri. Egli testimonia come nessuno sia così libero, quanto chi è libero dalla propria libertà a motivo di un più grande amore. Libero da sé, egli esiste per il Padre e per gli altri: questa è la sua opzione fondamentale, che fa di lui veramente «l'uomo libero». Esistere per il Regno, che viene, è la causa della sua vita: la sua vocazione, che fa dell'intera sua esistenza una liturgia a Dio.
2. IL VANGELO DELLE SOFFERENZE
Quale prezzo Gesù ha pagato per portare a compimento la libera risposta d'amore alla sua vocazione? quale esperienza del dolore umano ha egli avuto? Si sono presentati nella storia di Gesù di Nazaret l'oscurità dell'avvenire e il dolore del negativo, in cui incombe la minaccia del nulla su tutta la vita? o, in forza della condizione divina, il Nazareno non ha sperimentato la fatica di vivere, il peso dell'ostilità delle cose e degli uomini, la resistenza interiore di fronte alla tenebra e alla prova?
a) Verso la Croce
La vita di Gesù è tutta orientata alla croce: le narrazioni evangeliche non sono che «storie della passione, con un'introduzione particolareggiata» (M. Kähler). L'intera vicenda del Nazareno sta sotto il segno grave e doloroso dell'ultimo abbandono: «Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio» (Imitazione di Cristo, l. II, cap. 12). Da quando l'annuncio cristiano risuona nel tempo, il racconto della storia di Dio fra gli uomini è indissolubilmente unito a «quella storia ossia quella passione, che è la storia della sua vita» (Kierkegaard): il Vangelo delle sue sofferenze. Non si capirà la vita e la vocazione di Gesù senza la croce, come peraltro non si capirà la croce senza il cammino verso di essa. È perciò che la comunità delle origini ha potuto riconoscere nel Nazareno «l'uomo dei dolori» di cui parla il profeta (cf. Is 53,3): «Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non aprì la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato...» (At 8,32-33). Gesù di Nazaret è il Servo, l'Innocente che soffre per puro amore sotto il peso dell'ingiustizia del mondo!

Gesù ha sentito la soglia imponderabile e amara della morte: la storia della sua fede e della sua speranza, la sua vita di preghiera, il cammino cosparso di prove della sua libertà ne sono la conferma costante. Oscurità e tentazione si sono scontrate nel profondo del suo spirito con l'incondizionata dedizione al Padre, che ne è stata come sigillata, fino al «sì» che lo ha portato alla morte: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu!» (Mc 14,36). Questa interiore esperienza di finitudine, questa fatica di vivere assunta nella forza di un più grande amore e della speranza credente, apre Gesù alla comprensione reale del patire umano: la sua compassione per la folla (cf. ad esempio Mt 9,36; 15,32), il suo commuoversi davanti agli infelici e ai sofferenti (cf. Mc 1,41; Mt 20,34; Lc 7,13; ecc.), rivelano una sensibilità all'altrui dolore, che solo chi del dolore ha fatto esperienza riesce ad avere. Il Sofferente, che comprende e ama, dà ristoro e forza a chi è oppresso dal patire: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero» (Mt 11,28-30).



All'esperienza dell'interiore finitudine e alla compassione che ne deriva per l'altrui soffrire, si aggiunge nella vita del Nazareno l'impatto durissimo col dolore provocatogli dagli uomini: considerato un esaltato dai suoi («È fuori di sé»: Mc 3,21), accusato di essere un indemoniato dagli scribi (cf. Mc 3,22 e par.), definito un impostore dai potenti (cf. Mt 27,63), egli sente tutto il peso dell'ostilità che si accumula nei suoi confronti. Non è rattristato per le accuse, ma per la durezza dei cuori, da cui esse provengono (cf. Mc 3,5). Gli avversari non si stancheranno di attaccarlo in tutti i modi: lo accusano per il comportamento dei suoi discepoli, che non digiunano (cf. Mc 2,18) e non osservano la Legge (cf. 2,24; 7,5; ecc.); cercano di screditarlo agli occhi del popolo, con ogni sorta di calunnia (cf. Mc 3,22), giungendo fino ad espellere dalla Sinagoga chi gli presta fede (cf. Gv 9,22; 12,42); tentano di metterlo in difficoltà su questioni controverse (cf. Mc 10,2; 12,18-23) o compromettenti (cf. Mc 12,13-17). Varie volte si prova ad arrestarlo (cf. Mc 12,12; Gv 7,30.32.44; 10,39) e si cerca di ucciderlo (cf. Lc 4,29; Gv 8,59; 10,31); con cura viene intessuta la trama iniqua della congiura per farlo morire (cf. Mc 3,6; 14,1-2.55-59). Perché tutto questo? I motivi dell'ostilità al Nazareno da parte dei gruppi influenti sono facili a comprendersi: la sua inaudita pretesa li irrita (cf. Mc 6,2-3; 11,27-28; Gv 7,15; ecc.), la sua popolarità li spaventa (cf. Mc 11,18; Gv 11,48; ecc.). Gesù mette in discussione con la parola e con la vita le loro certezze, e, col suo successo fra il popolo, rischia di scuotere dalle fondamenta il precario ordine esistente. Ma egli è troppo libero per fermarsi sotto il condizionamento della paura: continua perciò per la sua strada, nella fedeltà al «sì» radicale detto al Padre. Si fa, è vero, accorto: riesce a sfuggire ai tentativi di lapidazione e di arresto (cf. Lc 4,30; Gv 8,59; 10,39); evita occasioni di scontro (cf. Mc 7,24; 8,13; ecc.). Ma mette a fuoco anche, nel crogiuolo di questa sofferenza, la scelta, che segnerà una svolta nella sua azione: il viaggio decisivo a Gerusalemme, compimento della sua vocazione. «La città del gran Re» (Mt 5,35) è il luogo dove i destini d'Israele e dei suoi profeti devono compiersi (cf. Lc 13,33). Gesù prevede ciò che l'aspetta a Gerusalemme come conseguenza delle scelte della sua vita e del suo messaggio (cf. Mc 8,31; 9,31; 10,33-34; e par.): il rifiuto incontrato in Galilea, ben più profondo dei facili entusiasmi della folla, gli ha consentito di tematizzare senza più ombre che egli dovrà bere fino in fondo il calice del destino del giusto, compiendo la suprema liturgia del Figlio dell'uomo. In questo senso, è la «crisi» che attraversa tutta la «primavera galilaica» a portarlo a Gerusalemme: essa è una dolorosa esperienza di finitudine, assunta però in un più chiaro slancio di donazione al Padre e di fede nella finale vittoria della giustizia e dell'amore. Sarà questa opzione di obbedienza totale, più forte di ogni sconfitta, che lo porterà infine incontro alla morte di croce.
b) Le consegne divine: il crocifisso amore
Con l'andata a Gerusalemme si entra in pieno nella storia della passione. Gesù vi si dirige «decisamente» (Lc 9,51: letteralmente: «indurì la faccia per andarvi»), camminando avanti ai suoi, che lo seguono sconcertati (cf. Mc 10,32). Nella città di Davide lo scontro raggiunge il suo apice: sono ormai coinvolti da vicino il Sinedrio e la nobiltà laica e sacerdotale che esso rappresenta. Il Nazareno è consapevole dell'iniquità che sta per consumarsi riguardo a lui, ma l'affronta con la ricchezza di senso di chi vede la morte ingiustamente subita come una volontaria donazione, vissuta in obbedienza al Padre e feconda di vita: ne sono prova i racconti dell'Ultima Cena, nei quali il Servo confida ai suoi il memoriale dell'alleanza nuova nel suo sangue. In questo quadro di finitudine, fonte di sofferenza liberamente accolta, viene a situarsi anche la vicenda del processo di Gesù: è l'ora degli avversari, «l'impero delle tenebre» (Lc 22,53). Per quali motivi è stato condannato il Nazareno? Agli occhi del Sinedrio egli è il bestemmiatore (cf. Mc 14,53-65 par.), che con la sua pretesa e la sua azione (soprattutto la «scandalosa» purificazione del tempio: cf. Mc 11,15-18 e par.) ha meritato la morte secondo la Legge (cf. Dt 17,12). E tuttavia Gesù non ha subito la pena riservata ai bestemmiatori, la lapidazione (cf. Lv 24,14): egli è stato giustiziato dagli occupanti romani, subendo la pena inflitta agli schiavi disertori e ai sobillatori contro l'impero, la ignominiosa morte di croce. La sua condanna è stata, alla fine, politica, come attesta il «titulus crucis», la scritta con la motivazione della condanna posta sul palo della vergogna: «Gesù Nazareno Re dei Giudei» (Gv 19,19). La sua morte, allora, può definirsi un assassinio giudiziario, di significato politico-religioso: il Venerdì Santo (7 aprile dell'anno 30?) è per la Legge il giorno in cui muore il bestemmiatore e per il potere il giorno in cui muore il sovversivo. Ma la comunità nascente - segnata dall'esperienza pasquale - sa che non è così: per questo essa ci parla di tre misteriose consegne.

La prima è quella che il Figlio fa di se stesso: l'ha espressa con evidenza Paolo: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Si sente in queste espressioni la corrispondenza con la testimonianza evangelica: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito!» (Lc 23,46: citazione del Sal 31,6). «Chinato il capo consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). Il Figlio si consegna al Dio e Padre suo per amore nostro e al nostro posto: e la consegna ha tutto lo spessore della dolorosa offerta. Attraverso questa consegna il Crocefisso prende su di sé il carico del dolore e del peccato passato, presente e futuro del mondo, entra fino in fondo nell'esilio da Dio per assumere quest'esilio dei peccatori nell'offerta e nella riconciliazione pasquale: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede» (Gal 3,13s). Non è il grido di Gesù morente il segno dell'abisso di dolore e di esilio che il Figlio ha voluto assumere per entrare nel più profondo della sofferenza del mondo e portarlo alla riconciliazione col Padre? «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; cf. Mt 27,46).



Alla consegna che il Figlio fa di sé, corrisponde la consegna del Padre: essa è già indicata dalle formule del cosiddetto «passivo divino»: «Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno» (Mc 9,31 e par.; cf. 10,33.45 e par.; Mc 14,41s. = Mt 26,45b-46). A consegnarlo non saranno gli uomini, nelle cui mani sarà consegnato, né sarà soltanto lui stesso a consegnarsi, perché il verbo è al passivo. Chi lo consegnerà sarà Dio, suo Padre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32). È in questa consegna che il Padre fa del proprio Figlio per noi, che si rivela la profondità del suo amore per gli uomini: «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10; cf. Rm 5,6-11). Anche il Padre fa storia nell'ora della croce: egli, sacrificando il proprio Figlio, giudica la gravità del peccato del mondo, ma mostra anche la grandezza del suo amore misericordioso per noi. Alla consegna dell'ira - «Dio li ha consegnati all'impurità» (Rm 1,18ss.) - succede la consegna dell'amore! L'offerta della croce indica nel Padre sofferente la sorgente del dono più grande, nel tempo e nell'eternità: la croce rivela che «Dio (il Padre) è amore» (1Gv 4,8-16)! La sofferenza del Padre - che corrisponde a quella del Figlio crocifisso come dono e offerta sacrificale di lui, e che è evocata da quella di Abramo nell'offerta di Isacco suo figlio «unigenito» (cf. Gen 22, 12, Gv 3,16 e 1Gv 4,9) - non è che l'altro nome del suo amore infinito: «Il Padre, Dio dell'universo, paziente e misericordioso, sente egli stesso in certo modo il dolore... Il Padre stesso non è senza dolore! Se qualcuno lo implora egli è preso da pietà e compassione; soffre attraverso l'amore; ha sentimenti che non potrebbe avere secondo la sua natura sublime. Riguardo a noi egli sente il dolore umano» (Origene, Hom. in Ezech. 6,6). La suprema, dolorosa consegna è, nel Figlio, come nel Padre, il segno del supremo amore che cambia la storia: «Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Alla sofferenza del Figlio fa dunque riscontro una sofferenza del Padre: Dio soffre sulla croce come Padre, che offre, come Figlio, che si offre, come Spirito, che è l'amore promanante dal loro amore sofferente. Il Dio cristiano non è fuori della sofferenza del mondo, spettatore impassibile di essa dall'alto della sua immutabile perfezione: egli la assume e la vive nel modo più intenso, come sofferenza attiva, come dono e offerta da cui sgorga la vita nuova del mondo. Da quel Venerdì Santo noi sappiamo che la storia delle sofferenze umane è anche storia del Dio cristiano: Egli è presente in essa, a soffrire con l'uomo e a contagiargli il valore immenso della sofferenza offerta per amore. Egli non è «l'occulta controparte» verso la quale si leva il grido del sofferente e del desolato, ma è «in un senso più profondo il Dio umano, che grida in lui e con lui e che interviene a suo favore con la sua croce quando egli nei suoi tormenti ammutolisce» (J. Moltmann). È il Dio che dà senso alla sofferenza del mondo, perché l'ha assunta a tal punto da farne la propria sofferenza: questo senso è l'amore.

Storia del Figlio, storia del Padre, la croce è parimenti storia dello Spirito: l'atto supremo della consegna è l'offerta sacrificale dello Spirito, come ha colto l'evangelista Giovanni: «Chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Gv 19,30). È «con uno Spirito eterno» che il Cristo «offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9,14). Il Crocifisso consegna al Padre nell'ora della croce lo Spirito che il Padre gli aveva donato, e che gli sarà dato in pienezza nel giorno della resurrezione: il Venerdì Santo, giorno della consegna che il Figlio fa di sé al Padre e che il Padre fa del Figlio alla morte per i peccatori, è il giorno in cui lo Spirito è consegnato dal Figlio al Padre suo, perché il Crocifisso resti abbandonato, nella lontananza da Dio, nella compagnia con i peccatori. È l'ora della morte in Dio, dell'avvenimento dell'abbandono del Figlio da parte del Padre nella loro pur sempre più grande comunione, evento che si consuma nella consegna dello Spirito Santo al Padre, e che rende possibile il supremo esilio del Figlio nell'alterità del mondo, il suo divenire «maledizione» nella terra dei maledetti da Dio, perché questi insieme con lui possano entrare nella gioia della riconciliazione pasquale. Senza la consegna dello Spirito la croce non apparirebbe in tutta la sua radicalità di evento trinitario e salvifico: se lo Spirito non si lasciasse consegnare nel silenzio della morte, con tutto l'abbandono che essa porta con sé, l'ora delle tenebre potrebbe essere equivocata come quella di una oscura morte di Dio, dell'incomprensibile spegnersi dell'Assoluto, e non verrebbe intesa, come è, come l'atto che si svolge in Dio, l'evento della storia dell'amore del Dio immortale, per il quale il Figlio entra nel più profondo dell'alterità dal Padre in obbedienza a Lui, lì dove incontra i peccatori. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21; cf. Rm 8,3).


c) La storia trinitaria di Dio
Storia del Figlio, del Padre e dello Spirito, la croce è storia trinitaria di Dio: la Trinità fa suo l'esilio del mondo sottoposto al peccato, perché questo esilio entri a Pasqua nella patria della comunione trinitaria. La croce è storia nostra perché è storia trinitaria di Dio: essa non proclama la bestemmia di una morte di Dio, che faccia spazio alla vita dell'uomo prigioniero della sua autosufficienza, ma la buona novella della morte in Dio, perché l'uomo viva della vita del Dio immortale, nella partecipazione alla comunione trinitaria, resa possibile grazie a quella morte. Sulla croce la «patria» entra nell'esilio, perché l'esilio entri nella «patria»: in essa è offerta la chiave della storia! La croce rinvia così alla Pasqua: l'ora dello iato rimanda a quella della riconciliazione, l'impero della morte al trionfo della vita! L'alterità del Figlio dal Padre nel Venerdì Santo, che si consuma nella dolorosa consegna dello Spirito, il suo «discendere agli inferi» nella solidarietà con tutti quelli che furono, sono e saranno prigionieri del peccato e della morte, è orientata, nell'unità del mistero pasquale, alla riconciliazione del Figlio col Padre, compiutasi al «terzo giorno», mediante il dono che il Padre fa dello Spirito al Figlio e in lui e per lui agli uomini lontani, così riconciliati: «In Cristo Gesù voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al suo sangue. Egli è la nostra pace... Per mezzo di lui possiamo presentarci al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,13s.18). Alla lontananza della croce segue la comunione della resurrezione: la morte in Dio per il mondo del Venerdì Santo passa a Pasqua nella vita in Dio del mondo: proprio perché essa non è la morte del peccato, ma la morte nell'amore, essa è la morte della morte, che non lacera, ma riconcilia, non nega l'unità divina, ma sommamente l'afferma in sé e per il mondo. Così il mistero pasquale realizza e porta a supremo compimento la verità della nuova alleanza.

3. IN PRINCIPIO L'ESPERIENZA DI UN INCONTRO


Con la resurrezione e l'effusione dello Spirito la vocazione di Cristo diventa la vocazione del cristiano. All'inizio vi fu l'esperienza di un incontro: ai pavidi fuggiaschi del Venerdì Santo Gesù si mostrò vivente (cf. At 1,3). Quest'incontro fu talmente decisivo per loro, che la loro esistenza ne venne totalmente trasformata: alla paura fece seguito il coraggio; all'abbandono l'invio; i fuggitivi divennero i testimoni, per esserlo ormai fino alla morte, in una vita donata senza riserve a Colui, che pure avevano tradito nell'«ora delle tenebre». Che cosa era avvenuto?
a) Il nuovo inizio di Pasqua
Uno iato sta fra il tramonto del Venerdì Santo e l'alba di Pasqua: uno spazio vuoto, in cui è accaduto qualcosa di talmente importante, da dare origine di fatto al movimento cristiano nella storia. Dove lo storico profano non può che constatare questo «nuovo inizio», l'annuncio cristiano, registrato nei testi del Nuovo Testamento, confessa l'incontro col Risorto come esperienza di grazia: e a questa esperienza ci dà accesso specialmente attraverso i racconti delle apparizioni. I cinque gruppi di racconti (la tradizione paolina: 1Cor 15,5-8; quella di Marco: Mc 16,9-20; quella di Matteo: Mt 28,9-10.16-20; quella lucana: Lc 24,13-53; e quella giovannea: Gv 20.14-29 e 21) non si lasciano fra loro armonizzare nei dati cronologici e geografici: essi, tuttavia, sono costruiti tutti su una medesima struttura, che lascia trasparire le caratteristiche fondamentali dell'esperienza di cui parlano. Vi si ritrova sempre l'iniziativa del Risorto, il processo di riconoscimento da parte dei discepoli, la missione, che fa di essi i testimoni di ciò che hanno «udito e visto con i loro occhi e contemplato e toccato con le loro mani» (cf. 1Gv 1,1). È l'esperienza della vocazione del cristiano, riconosciuta ed accolta nella vocazione del Signore Gesù.

L'iniziativa del Risorto, il fatto che sia Lui a mostrarsi vivente (cf. At 1,3), ad «apparire» (cf. il verbo «ofte», usato in 1Cor 15,3-8 e Lc 24,34, che nell'Antico Testamento in greco è adoperato per descrivere le teofanie: cf. Gen 12,7; 17,1; 18,1; 26,2), dice che l'esperienza degli uomini delle origini cristiane ebbe un carattere di «oggettività»: fu qualcosa che capitò a loro, qualcosa che «venne» a loro, non qualcosa che «divenne» in loro. Non fu la commozione della fede e dell'amore a creare il suo oggetto, ma fu il Vivente a suscitare in modo nuovo la fede e l'amore. La vocazione viene «dal di fuori»...

Ciò non esclude, tuttavia, il processo spirituale, che è stato necessario ai primi credenti per «credere ai loro occhi», per aprirsi interiormente a quanto è avvenuto in Gesù Signore: è quanto assicura l'itinerario progressivo, che porta dallo stupore e dal dubbio al riconoscimento del Risorto: «Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). Questo processo dice la dimensione soggettiva e spirituale dell'esperienza fontale della fede cristiana, e garantisce lo spazio della libertà e della gratuità dell'assenso credente in ogni storia di vocazione.

Si compie così l'esperienza dell'incontro: in un rapporto di conoscenza diretta e rischiosa, il Vivente si offre ai suoi e li rende viventi di vita nuova, la Sua, testimoni di Lui, di quell'incontro con Lui che ha segnato per sempre la loro esistenza: «Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). L'esperienza pasquale - oggettiva e soggettiva insieme - per la forza dell'incontro fra il Vivente e i suoi, si presenta come esperienza trasformante: da essa ha origine la missione, in essa trae impulso il movimento che si dilaterà fino agli estremi confini della terra.


b) La doppia «identità nella contraddizione»
L'incontro da cui nasce la fede cristiana si offre allora come esperienza di una duplice identità nella contraddizione: la prima, fra il Cristo risuscitato e l'umiliato della Croce; la seconda, fra i fuggiaschi del Venerdì Santo e i testimoni di Pasqua. Nel Risorto viene riconosciuto il Crocifisso: e questo riconoscimento, che lega la suprema esaltazione alla suprema vergogna, fa sì che la paura dei discepoli si trasformi in coraggio ed essi divengano uomini nuovi, capaci di amare la dignità della vita ricevuta in dono più della vita stessa, pronti al martirio.

Perché l'esperienza dell'incontro col Risorto cambia così profondamente l'esistenza dei discepoli? La risposta è possibile solo se ci si apre, con essi, all'approfondimento trinitario degli eventi pasquali: la resurrezione e la croce, momenti della storia del profeta galileo, sono colti come atti in cui è intervenuto su di lui e per lui il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri» (At 3,13), che ha agito «con potenza secondo lo Spirito di santificazione» (Rm 1,4). Quello stesso Dio ci ha dimostrato in tutto questo il suo amore (cf. Rm 7,8), benedicendoci «con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo», riversando su di noi «la ricchezza della sua grazia», suggellandoci in Cristo con lo Spirito Santo (cf. l'inno di Ef 1,3-14). La presenza del Padre, la sua iniziativa nello Spirito, si offrono come il fondamento e l'origine ultima tanto dell'identità nella contraddizione fra il Crocefisso e il Risorto, quanto dell'identità nella contraddizione da questa scaturente fra gli uomini vecchi della paura e del rinnegamento e gli uomini nuovi della testimonianza fino al dono della vita. Secondo la fede delle origini, Pasqua diventa storia nostra, perché è storia trinitaria di Dio: storia dell'amore divino, storia della nostra libertà nella sequela di Gesù...


c) La «sequela libertatis», vocazione del cristiano
Quanto più i cristiani saranno come il loro Signore liberi da sé, liberi per il Padre e per gli altri, tanto più realizzeranno la loro vocazione in Cristo e nella Chiesa e provocheranno gli uomini alla libertà, aprendone le vie. Discepoli dell'uomo libero, che, per la sua libertà di amore incondizionato al Padre e agli uomini, è morto nella vergogna della croce, i cristiani si sforzeranno di far crescere con la preghiera e con la vita l'esperienza della libertà nel mondo in cui vivono, senza cercare l'efficacia immediata o il consenso esteriore. Chi è veramente libero per il Padre e per gli altri, vive la propria vocazione sapendo calcolare con l'ignoto, credendo cioè, al di là di ogni possibilità, alla possibilità impossibile, quella che la libertà di Dio, rivelata in Gesù Cristo, ha promesso alla storia. Chi è veramente libero testimonia che la libertà, anche quando è sconfitta, merita di essere vissuta, ed è contagiosa e liberante, perché, come la libertà del Nazareno, è rivelazione e dono di un mistero più grande. Non è con le sole mani operose dell'uomo che si libererà il mondo dal male che l'opprime: non si dà liberazione profonda e duratura, senza che quelle stesse mani si aprano anche nella lode e nell'invocazione ad accogliere il dono, che viene dall'alto. L'emancipazione dell'uomo moderno - come processo di liberazione prodotto dalle sole forze intramondane - non ha cessato di produrre totalitarismi e manipolazioni di ogni sorta, dove non ha saputo aprirsi alla liberazione, che in Gesù Cristo è stata offerta alla storia: la liberazione da sé, per esistere, nell'amore e nella speranza, per il Padre e per gli altri e fare dell'intera nostra vita una liturgia di lode e di amore al Padre e di servizio agli uomini. Gesù, uomo libero, non cessa di provocare gli uomini alla libertà!









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