Gian Mario Veneziano



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Gian Mario Veneziano


CLEMENTE REBORA

Clemente Rebora (Milano 1885, Stresa 1957) nasce in una famiglia di cultura illuminista e simpatie massoniche. La sua formazione non si può proprio dire cattolica, tanto che al momento della sua conversione l'unico sacramento ricevuto era il battesimo. Eppure tutta la sua vita e la sua poesia sono sotto il segno di una tensione morale portata ai limiti estremi di una tensione religiosa. Il modo delle sue amicizie ( in particolare quelle con Banfi e Monteverdi), la forma del suo impegno intellettuale ne "La Voce", l'insegnamento serale in scuole tecniche femminili, tutto in lui è testimonianza di un desiderio di verità assoluta, di scoperta del segreto disegno e senso della realtà. E questa tensione in lui si è costantemente misurata, con impegno onesto e serio, nel confronto con la realtà. Da questo punto di vista particolarmente devastante, per la sua concezione della realtà e anche per il suo equilibrio psicologico, fu l'esperienza, come sottotenente di fanteria, della partecipazione alla prima guerra mondiale. In preda a un serio esaurimento, gli venne dai medici risparmiata la prosecuzione della guerra con una singolare diagnosi: "mania dell'eterno". E' di questi stessi anni l'esperienza sentimentale, l'unica importante della sua vita, con la pianista russa Lidia Natus. Dopo la guerra traduce Tolstoj e Gogol, restandone fortemente impressionato, e accosta la religione buddista attraverso la lettura di Tagore. Alla fine del 1928 accetta di tenere un ciclo di conferenze sulla religione di Roma e la donna. Terminata la serie gliene viene chiesta un'altra, non prevista, sulla religione cristiana e la donna. Clemente sceglie di commentare il verbale dei Martiri Scillitani, ma, a un certo punto la commozione gli impedisce di parlare; in lacrime Rebora abbandona lo stupefatto uditorio: è la conversione. Nel giro di pochi anni Rebora, aiutato dalla sollecitudine del Cardinale Schuster, riceve tutti i sacramenti, compreso quello dell'ordine. E' del 1936 la sua entrata nell'ordine rosminiano, della cui regola, nel Curriculum vitae ,ricorderà gli effetti rigeneranti. Ecco, la sua produzione poetica ci permette di seguire lo svolgimento di questo straordinario cammino umano, di cui le liriche costituiscono una sorta di profonda e limpida testimonianza. Nelle pagine seguenti si analizzeranno le principali tappe poetiche di questa affascinante avventura della vita e della poesia di Clemente Rebora.



I FRAMMENTI LIRICI
Un tratto peculiare, insieme dinamico e positivo, emerge con forza, fin dall'inizio, nella poesia di Clemente Rebora: l'essere aperta, in assenza di precondizioni ideologiche, di fronte al fluire della realtà. Ciò è già testimoniato nei versi d'apertura dei suoi Frammenti Lirici :

" L'egual vita diversa urge intorno;/ cerco e non trovo e m'avvio/ nell'incessante suo moto"1. L'idea dinamica è confermata poi qualche verso dopo, quando il poeta dichiara come il trascorrere del tempo non permetta " né i melliflui abbandoni/ né l'oblioso incanto"

. Nel frammento I c'è, poi, subito dopo, una figura topica, quella della sirena. Si ha qui una prima evidente testimonianza del carattere dinamico della poesia di Rebora:

"E quando per cingerti io balzo/- sirena del tempo-/ un morso appena e una ciocca ho di te:/ o non ghermita fuggi, e senza grido/ nel pensiero ti uccido/ e nell'atto mi annego."



E' interessante, a questo riguardo, paragonare l'uso semantico che di tale figura fa Rebora rispetto a quanto avviene della medesima nella poesia di D'Annunzio e Sbarbaro. Intanto è già interessante notare lo scarto lessicale: in D'Annunzio e Sbarbaro la sirena è sirena del mondo; da suggere in tutte le sue ricchezze nel poeta di Pescara; da guardare con impassibile impermeabilità rispetto alle sue lusinghe in Sbarbaro. In ogni caso si tratta comunque di un'utilizzazione che privilegia un atteggiamento di sguardo verso una realtà e un oggetto in qualche modo fissati, stabiliti. In Rebora la sottolineatura( la sirena è del tempo) è protesa, invece, a indicare il termine di una realtà dinamica, un ritmo, che è poi quello dell'umano destino, come detto, non senza una certa enfasi iperbolica, nella stessa lirica proemiale. Insomma la pars construens di questo primo manifesto programmatico, allo stesso tempo esistenziale e poetico, parrebbe essere proprio la decisione di non cristallizzarsi in pensiero ovvero in contemplazione, o, ancora, in sapere teorico; è dunque una sorta di elogio della prassi, in cui l'unico atto a essere condannato è esclusivamente quello del pensiero, ma di un pensiero, si badi bene, che ambisce a costituirsi come definitorio, conclusivo, insomma contro un certo intellettualismo astratto e schematizzante e tutte le sue versioni estetizzanti. D'altra parte questo era anche il clima culturale de La Voce, che, all'incirca in quegli anni, secondo Del Noce, " scopre che Gentile non è l'ombra di Croce...E' un filosofo 'lievitante' in quella ricerca dell'"essere uomo" che la rivista fiorentina si è proposta a programma"2. A questa temperie, Rebora indubbiamente aderisce, ma con un tratto peculiare, che si potrebbe definire nei termini di passione, entusiasmo nella ricerca, e intuizione di una realtà segreta, all'interno, nei Frammenti Lirici, di un registro di priorità dell'io, e di un io, come ha giustamente fatto rilevare Guglielminetti, impegnato nel presente3, colto nel suo valore di richiamo all'azione e all'impegno. La poesia dei Frammenti Lirici ha talvolta, in questa tensione espressiva dell'io, una sorta di palpitazione prometeica. Così, ad esempio, ancora nel frammento I, si dichiara: "vorrei palesasse il mio cuore/ nel suo ritmo l'umano destino". Ma d'altra parte, e per la sua educazione laico positivista, e, soprattutto, per il livello delle ambizioni teoretiche delle filosofie del suo tempo( si ricordi almeno come appena circa cinquant'anni prima Marx, nell'undicesima tesi su Feuerbach, avesse rilevato come il carattere della nuova filosofia non dovesse più essere l'interpretazione del mondo, bensì la creazione di esso; e come anche l'attualismo gentiliano in qualche modo prenda le mosse da qui), il desiderio di un poetare che contribuisse a una sorta di rispecchiamento dell'andamento profondo della realtà, in qualche modo contribuendo a farla, è perfettamente comprensibile, anche se in Rebora, molto più che in altri poeti coevi, tale tensione espressiva si pone proprio come ideale contesto di realizzazione dell'attività poetica, tentando quindi di realizzarsi in maniera compiuta.

Sono dunque perfettamente comprensibili, ne I Frammenti Lirici, quelle ricorrenti presenze lessicali, quali 'atto' e 'storia'; presenze che si collocano in una sorta di ideale linea di sviluppo, così descrivibile: 'Io'- 'atto'- 'storia', dove, però, ed è opportuno farlo notare, l'io non si dissolve mai completamente, nell'accettare orizzonti storici sacrificatori dell'originalità e coscienza dell'io stesso. Rispetto a questa linea di sviluppo, non completamente dialettica perché, invece, sempre in qualche modo dialogica, vi sono momenti di caduta, come quello descritto nel frammento VI, dove questa tensione di sviluppo conosce la tentazione della noia e della insensatezza; e l'immagine è di straordinario nitore espressivo: "

Sciorinati giorni dispersi,/ cenci all'aria insaziabile:/ prementi ore senza uscita,/ fanghiglia d'acqua sorgiva:/ torpor d'àttimi lascivi/ fra lo spirito e il senso;/ forsennato voler che a libertà/ si lancia e ricade,/ inseguita locusta tra sterpi;/ e superbo disprezzo/ e fatica e rimorso e vano intendere:/ e rigirio sul sul luogo come cane,/ per invilire poi, fuggendo il lezzo,/ la verità lontano in pigro scorno...".

L'immagine è riuscitissima, efficace soprattutto nell'indicazione della diuturna consumazione esistenziale, affidata a quei "sciorinati giorni dispersi', ed è la testimonianza del livello di onestà intellettuale e umana su cui sempre la poesia reboriana si attesta, in quanto quel che si esprime nei versi citati altro non è che l'accusa di una pesantezza del vivere, che fa la sua comparsa nel mezzo di un atteggiamento di positività nel rapporto col mondo e con la realtà. Tuttavia da questa quasi crepuscolare accusa di pesantezza e monotonia non nasce alcun sentimentale o estetizzante o sensuale ripìegamento su di sè e sulle cose. Infatti, addirittura nel medesimo VI frammento, la conclusione riporta l'attenzione del lettore sui termini consueti:

" -Oh per l'umano divenir possente/ certezza ineluttabile del vero, ordisci, ordisci de' tuoi fili il panno/ che saldamente nel tessuto è storia/ e nel disegno eternamente è Dio..."

La storia è dunque fatta da chi ha questa ineluttabile certezza del vero, anche se può non essere chiaro il disegno complessivo, la cui intelligenza ultima è di Dio. Nei Frammenti Lirici, però, Dio non è ancora quello, poi abbracciato con la conversione e l'adesione alla chiesa cattolica per la via dell'ordine rosminiano, della tradizione cristiana, quanto piuttosto il concretarsi, personale, dell'aspirazione a un significato sperato e affermato, e la maiuscola, in questo orizzonte, tende a segnarne l'atteggiamento di rispetto religioso, per indicare una realtà la cui natura è misteriosa. Mistero che sembra essere l'ultimo termine della già delineata linea di sviluppo della prima raccolta poetica di Rebora, cosicché potrebbe essere riscritta nei seguenti termini: io-atto-storia-Mistero

E questa costante presenza del mistero, che sia o no chiamata Dio, si rinviene con costante puntualità lungo tutto i Frammenti. Si tratta di caratterizzazioni sempre un po' diverse, così da disegnare una configurazione complessiva ricchissima. Nel frammento XI, ad esempio, il mistero si configura come una sorta di punto di fuga, appoggiandosi sulla identificazione del cielo, inteso nella sua accezione di natura, come simbolo. Dopo un' implicita e ardita similitudine tra il carro vuoto sul binario morto e l'uomo, dove l'accento identificativo è posto su un certo senso di violenta costrizione entro percorsi che finiscono con l'essere fortemente gravati dal sospetto di meccanismi deterministici, il poeta così si esprime:

"e trascinato tramandi/ e irrigidito rattieni: le chiuse forze inespresse/ su ruote vicine e rotaie/ incongiungibili e oppresse,/ sotto il ciel che balzàno/ nel labirinto dei giorni/ nel bivio delle stagioni/ contro la noia sguinzaglia l'eterno,/ verso l'amore pertugia l'esteso 4, e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,/ mentre la terra gli chiede il suo verbo/ e appassionata nel volere acerbo/ paga col sangue, sola, la sua fede."

All'immagine di un'esperienza trattenuta, e quindi non completamente espressa nella forza di una azione secondo un'ampiezza di dimensioni più confacente al respiro dell'uomo, ben evidenziata dai termini 'rattieni' e 'inespresse', si contrappone l'eterno, come punto di fuga verso l'esteso, ovvero la libertà, e parrebbe essere questo il 'verbo' che la terra domanda. Una volta ancora, però, nei Frammenti Lirici è l'azione che domina, ed è l'azione sublime, quella cioè disponibile a pagare col sangue la propria fede. Sembrerebbe quasi una significativa anticipazione di quella tensione alla corresponsabilità con Cristo nella redenzione, che emerge, prima di tutto, nella vita consacrata di Rebora, e poi nelle sue più belle liriche cristiane.

Alle volte, poi, questa apertura a un mistero che sembra trascendere la realtà, pur essendone la possibile risolutiva chiave di volta, assume accenti in apparenza irrazionalistici, come nel caso del frammento XIV. E' questa una lirica molto significativa. Anche in questo caso l'apertura è su un paesaggio lacerato ( "O pioggia dei cieli distrutti"), descritto con dovizia di particolari impressionistici, sul quale, poi, a un certo punto, si staglia, con movimento consueto, l'affermazione dall'apparenza tra fideistica e gnomica: " Ma tu, ragione, avanzi: onnipossente a scaltrire il destino, nell'inflessibile mistero/ a boccheggiare ci lasci", dove è singolarmente ribadito quel nesso così pregnante nei Frammenti reboriani tra ragione e mistero, nel senso almeno che quest'ultimo sembra essere l'oggetto più attraente per la ragione. E questo nesso altro non è che una ennesima versione di quello, costitutivo di tutta la prima poesia di Rebora: io- atto- storia, da una parte, e mistero dall'altro. Davanti all'apparente negatività della realtà, Rebora delinea due strade. La prima è caratterizzata secondo i termini della sensibilità dannunziana, ma per essere sarcasticamente rifiutata: sono i rapimenti apollinei e le sublimi quieti, che per realizzarsi hanno però bisogno di chiudere " al marcio del tempo le nari". L' altra, di ben più problematica definizione, ma di indubbia maggiore verità umana, che assume la 'rovina' come destino da vivere; affinché se bellezza e salvezza avrà da manifestarsi, nasca proprio da essa: "Un'eletta dottrina,/ un'immortale bellezza/ uscirà dalla nostra rovina".

Questo emergere del mistero, come sentore problematico ma reale di un fattore decisivo che potrebbe essere risolutivo della vicenda umana e quindi storica, è rinvenibile pure all'interno della rappresentazione della natura nei Frammenti Lirici . In particolare questo presentimento fa capolino nell'ambito del contrasto fra natura e città. Getto, che ha insistito su questa contrapposizione, ha segnalato in essa, come tratto peculiare, il tono di un'inquietudine metafisica5. Nella rappresentazione della natura emerge una concezione di essa come perfezione di circolo dalla quale è esclusa la mano dell'uomo.

Nei confronti della natura l'atteggiamento è ambivalente: da un lato essa è contemplata nel suo carattere di pienezza, e si presta a suscitare intuizioni di carattere metafisico, come, ad esempio, nel frammento XVIII. In altri casi, come nel frammento XXV, si palesa come una occasione di contraddizione rispetto alla tensione creativa dell'idea umana:

" Tragica viene a contrasto l'idea/ che dove spazia tutto in sé contiene,/ e la natura che senza me crea"

Sembrerebbero, questi versi, una constatazione del dramma di tutti gli idealismi e intellettualismi: da un lato l'idea, capace di tutto contenere, ma dall'altro la natura nel suo ben più potente mistero di perenne creazione, dove è da notare quell'intuizione della natura come arcano della creazione continua. L'idea di cui qui si parla è la capacità umana di rappresentare e comprendere il reale: essa può, in qualche modo, spiegare tutto, ma raramente è isagogica a quel mistero creatore, più facilmente intuibile nello svolgimento della vita naturale. E', questa, una lirica molto importante. I versi che seguono svolgono ancora lo stesso motivo, spostando il piano della rappresentazione sulle conseguenze di quanto detto prima sul piano della personalità: "Perché il soffrire è sicuro/ e il comprendere oscuro,/ Perché la voglia palese e gioconda/ miserabilmente giù sprofonda?/ Non così promettesti, fanciullezza!" Le interrogazioni che definiscono la drammatica condizione umana segnano la reazione allo scacco ovvero umiliazione che ogni approccio intellettualistico alla realtà deve subire, quello appunto di essere escluso dal mistero della creazione, e costituiscono al tempo stesso il carattere universale della poesia reboriana, nella quale qualunque lettore attento si può ritrovare, proprio in quanto costituiscono il segno di una tensione conoscitiva, che arriva fino a soglia del mistero, non facendosi frenare dal timore di patire lo smarrimento dell'oscurità del comprendere. Il verso che chiude il periodo risente di suggestioni leopardiane, e proprio per questo è meno genuinamente reboriano, nulla essendo più lontano dal poeta lombardo di atteggiamenti in qualche modo recriminatori. Il rapporto di Rebora con la realtà è, invece, rappresentato con forza nei versi successivi, attraverso la felice similitudine del sangue che ci scorre nelle vene: " Or, come il sangue qui in me,/ necessario e tortuoso/ son dentro nella vita". L'addentrarsi nella vita ha dunque un carattere di necessità, il cui analogo più efficace è quello del sangue che ci scorre nelle vene. E ancora dopo, sempre nello stesso frammento, Rebora scrive:

"Incertamente la memoria grava/ il mucchio del passato,/ e preciso al suo luogo spietato/ con paura e dolore il presente s'incastra."

Qui è riaffermata l'urgenza della vita nella concretezza, ben espressa dall'uso di quel verbo, dall'apparenza così impoetica, proprio perché verbo pratico, quotidiano, che è incastrarsi. Ma non si impone solo il presente, anche il futuro, " dove l'ansia e l'avvenire/ ...chiedan risposte senza tregua", che si manifesta caratterizzato da un assoluto bisogno di risposte. Di fronte a questa così complessa caratterizzazione dell'esperienza, il desiderio del poeta viene riformulato in termini ancora una volta netti e perentori: " O realtà essere in te vorrei", ma d'altra parte altrettanto esplicita è, almeno per ora, la dichiarazione d'inesaudibilità: " ma in un concreto e alterno/ svariar perdo il senso/ del tuo vortice eterno". E questa immanenza alla realtà, questa familiarità oggettiva al tutto non possono essere surrogate da niente, e men che meno da risposte teoriche, quand'anche fossero complete, quelle risposte date normalmente dagli intellettuali: "e non voglio che voi, o pochi saggi/ dell'immortal vicenda,/ siate più vivi della mia carne sciocca". La supposizione del poeta, " io credeva morir per natura/ chi senza speranza dolorasse", viene smentita dalla realtà: " e matura la polpa sull'anima secca/ mi cresce a dispetto più bella". Il frammento termina con dei versi a metà fra il desiderio e la sentenza: " labile cosa del tempo/ fra labili cose, io sia:/ ma nell'urto del piccolo piede/ il passo divino ascoltare,/ tacita guida a chi crede." Si è seguito il testo in tutto il suo svolgersi, perché è uno dei luoghi della poesia reboriana da cui meglio si comprende cosa sia la natura per il primo Rebora: essa si pone come alterità rispetto all'uomo, anche rispetto alla sua capacità speculativa; e però dalla contemplazione della natura può scaturire l'intuizione, felice anche se ancora non chiara, perché non oggettivata, del mistero creatore, e dunque del significato della realtà, in tutta la sua complessità di forme.

Ecco, il valore poetico esistenziale della natura, nella poesia dei Frammenti Lirici, è nel vagheggiamento di una condizione ideale, che è perfezione, unità nel molteplice, capace soprattutto di evocare l'esistenza di un mistero giustificativo del tutto. Sono caratteri, questi, riscontrabili, nella prima raccolta di Rebora, anche in relazione alla rappresentazione della figura materna. Opposto al topos naturale è quello della città. Nel frammento V Rebora identifica la città come il luogo nel quale ciascuno " per l'imminente pungolo/ del travaglio si sfa", in cui, cioè, "nell'ostia insapora del còmpito uguale" gli uomini smarriscono il senso profondo del loro agire nel mondo, quell'agire di cui pure nel frammento X era detta la necessità che fosse forte, vale a dire denso, responsabile e portatore, quindi, di tutta la tensione alla realizzazione profonda dell'uomo. Nel frammento V la città viene rappresentata in termini negativi e polemici; di essa si sottolineano gli aspetti di alienazione, di perdita di volto umano. Efficacissima è la definizione di "ostia insapora", per caratterizzare il lavoro dell'uomo nel mondo cittadino. E ancora più forte è quel che segue: la proposizione di quelli che per Rebora sono gli interrogativi fondamentali in rapporto alla ricerca di una definizione del valore della città, e, quindi, per estensione, della storia:

"- Sortilegio del tempo/ al nuovo altar delle genti, o città/ che mescoli un mondo/ tra Penelope e i Proci,/ dall'irrequieta parvenza/ dall'incessante partenza/ chi può giungere in te?/ Chi può la voce ascoltare/ del prodigioso essere/ e propiziare le cose?"

E' chiaro, anche da questi pochi versi, come la rappresentazione della città non sia in alcun modo costruita su di un pregiudizio tardoarcadico, ma sia invece, anche laddove appare negativo, l'espressione di una tensione morale: il senso della città, e quindi della storia, dovrebbe essere proprio quello di svelare nel turbinio della vita che in essa si compie il segno del "prodigioso essere". E' detto, con felicissima espressione poetica, in altri versi della medesima lirica:

"Umana industria sacra, nel vortice m'esalto della lotta/ che lusinga e s'indraca/ e concrea e distrugge;/ ma come dal fermaglio della scotta/ più veemente vela al vento fugge,/ vorrei così che l'anima spaziasse/ dall'urto incatenato del cimento./ Se l'uom tra bara e culla/ si perpetua, e le sue croci/ son legno di un tronco immortale/ e le sue tende frale germoglio/ d'inesausto rigoglio,/ questo è cieco destin che si trastulla?/ Se van dall'universo eterne voci/ e dagli àtomi ai soli si marita/ fra glorie ardenti e tenebrosi falli/ una grandezza infinita/ che lo spirito intende,/ questo è per nulla?"

Il lavoro dell'uomo, nell'accezione più ampia possibile del termine, è ben rappresentato in quella serie di quattro efficacissimi verbi: è una lotta, il significato della quale è, nel suo scopo più alto, affidato, come definizione, agli incalzanti ed essenzialissimi interrogativi finali. Il grande sforzo dell'uomo, che nella confusa attività della città potrebbe palesarsi come assurdo, si caratterizza invece come fecondo al porsi degli interrogativi fondamentali sul senso del suo destino. Qui, allora, tra città e natura, si delinea una possibilità di strettissima parentela, per ciò a cui tutte e due sono isagogiche: vale a dire le domande fondamentali sul significato ultimo di tutto ciò che esiste. E se è vero che la città, col suo fervore di vita, con la sua frenesia di movimento, potrebbe talvolta essere occasione di oscuramento del vero valore dell'essere, è altresì vero che, proprio perché in essa si muove l'uomo, è maggiormente luogo di un'urgenza di significato, essendo nell'identificazione di esso il passaggio alla dimensione propriamente umana della storia. Nei versi citati, poi, a essere chiamato in causa è proprio l'autentico significato dell' "Umana industria sacra", laddove essa sarebbe caotico movimento se fosse solo "cieco destin che si trastulla". Interessante è soprattutto l'aggettivo "sacra", dove il valore dell'agire umano viene affermato con assoluto rispetto, e dove, sia detto di passaggio, si coglie un qualche debito con quel socialismo umanitario che era stato anche di un'autrice per certi aspetti vicina a Rebora, come Ada Negri. In Rebora, come nella Negri, c'è una dignità del lavoro che nasce proprio dalla sua potenziale facoltà di urgere risposte intorno al vero valore e significato della stessa azione del lavoro. Insomma, è l'io che nell'atto del lavoro domanda il significato della storia, ultimamente lo stesso di quello della natura.

La poesia di Rebora è dunque caratterizzata dalla testimonianza del carattere di urgenza della vita, e della vita reale, quella che si fa tutti i giorni, non quella resa un poco astratta dalle elucubrazioni dei filosofi. E' un'urgenza di senso, di significato, di disegno, senza dei quali la vita stessa si ridurrebbe a una presenza dotata di corpulento torpore, come asseverato nei versi bellissimi del frammento LXVII. Il testo inizia subito con una immagine di grandissima intensità espressiva: "Tutto in grave volume è corpulenza", per continuare poi con una serie di altri versi tutti ugualmente tesi a delineare questo spazio di una massa immobile, pesante, sorda e inespressiva:

"la carne floscia sul cuore lordato,/ lo spazio cionno nel sole velato;/ e sonno terribile abbioscia./ Dovunque è specchio senza/ immagine, fondiglio non deposto,/ un che di non nato e già vecchio,/ e un fortor di carname riverso,/ un guardare senz'occhi,/ un traudir di respiro/ che s'empie nel fischio e si allenta:/ e in saliva d'ebbrezza spenta,/ in gocce quasi di acre mosto,/ rigurgitano dagli sbocchi/ l'aria e lo spirito."

E' un esempio, questo, dell’ impressionismo reboriano. Pochi tocchi che danno il senso di quell'impressione di sfilacciamento pesante a cui si può ridurre la realtà in assenza del palesarsi del senso di essa. La realtà come specchio senza immagine, quindi come puro esserci senza disegno, trama, e dunque senso. Dirà qualche verso dopo:

" se nel varco del tempo,/ quanto un chinare di pàlpebre/ il cuore non tenga su in alto,/ oh, cieca sostanza, tu giaci/ come non fosse stata mai luce;/ come non fosse mai stata la fede,/ oh, pura baldanza eretta con forza,/ tu sgretoli giù morta:/ e fu l'olocausto invano."

Senza la luce la realtà è come una 'cieca sostanza', e non solo riguardo all'istante presente, in quanto l'assenza di luce si proietta anche sul passato, così da configurare un assurdo esserci, terribile, mi si passi l'ossimoro, nella sua debole solidità. Fede, qualunque essa sia, arsi del cuore e tensione della speranza vengono meno nell'ipotesi dell'affermazione di una tale arida percezione della realtà.

Proprio per questo, allora, dirà nel frammento X, che "Chiedono i tempi agir forte nel mondo" , iniziando una descrizione terribile della vita contemporanea. L'atteggiamento di Rebora di fronte allo spettacolo della terribilità della contemporaneità è affatto diverso da quello, ad esempio del D'Annunzio della Laus Vitae6. In Rebora, infatti, non c'è traccia alcuna di fiducia in un onnipotente futuro superuomo. Ciò che nasce da questo desolato sguardo portato sulla realtà cittadina, e quindi sul momento storico, è un'invocazione, accorata, alla luce:
" Ohimé, luce, ove sei?/ S'avvien che forma in noi rimanga al corpo/ mentre lo tesse e muta il sangue nuovo,/ dove sarà nel tramutar crudele/ L'interno paragon della certezza?/ Dove la sana limpida dolcezza/ che accomuni a un suo fedele/ senso l'anima infranta/ degli uomini accigliati?/ Dove la fraterna visione/ che il pàlpito sorprende delle fuggevoli cose,/ e fa divina l'ora che si vive?"

Sono versi fondamentali per capire il Rebora poeta e uomo. Non c'è, nella sua poesia, alcuna condanna del divenire storico, che, anzi, è accettato nella sua irrevocabilità. Il punto è un altro: che non vada perso nell'incessante svolgersi del tempo e della storia, nella sequela lunga degli atti, quello che Rebora chiama " l'interno paragon della certezza", vale a dire il paradigma che solo rende intelligente e quindi vivibile il corso degli eventi, personali e storici. Solo questo interno paragone può costruire la storia, generare degli atti e vivificare un io cosciente di sé e del valore degli eventi.

Nei Frammenti, allora, si delinea sempre più uno spazio di ricerca e di tensione conoscitiva, senza però che vi siano mai cedimenti a facili atteggiamenti estetizzanti o a strutture gnoseologiche cristallizzate in ideologie di qualsivoglia genere. E proprio per questo il linguaggio poetico di Rebora assume quel tono di "ricerca meditativa", segnalato da Bàrberi Squarotti7. E, oggetto della ricerca è quel quid che permetta un rapporto con la realtà più in profondità: non dunque una fuga da essa, nulla essendo più lontano dalla poesia di Rebora del documentare un siffatto atteggiamento. Anzi, ciò che la lirica reboriana testimonia è semmai il senso e il valore di una lotta per il raggiungimento di un significato globale dell'esistenza dell'uomo, e quindi, della storia tutta. E il tema della lotta, nella poesia di Rebora, acquista il suo senso più vero quando si capisce come la percezione dominante nelle sue liriche sia quella di un destino misteriosamente positivo: certo nei Frammenti Lirici tale affermazione ha, a volte, la gratuità delle affermazioni di principio, e si presenta ogni tanto in forma eccessivamente gnomica. Questo è anche il motivo per cui nella poesia di Rebora, in quella dei Frammenti Lirici , ma anche in quella delle opere posteriori, comprese quelle successive alla conversione e all'ordinazione sacerdotale, sono del tutto assenti accenti intimistici, sia nella versione sentimentale, sia sottoposti a filtri ironici. Insomma, la poesia dei Frammenti è la testimonianza di una grande apertura nei confronti della realtà, ma un'apertura, si badi bene, critica, nel senso alto della parola, di domanda, di attesa, di percezione di incompiutezza, senza che però mai l'intuizione della ultima positività del reale venga meno. Il tema della lotta è dunque dominante nella poesia dei Frammenti, sia nel senso di un desiderio di collaborazione nella orditura dei destini del mondo e sia nel senso più nascosto, ma non meno vero, di un atteggiamento morale: quello di chi è chiamato a riconoscere la alterità profonda e significativa del reale rispetto all'io che vorrebbe su di esso distendere la sua signoria. Questo è il senso dei versi del frammento LXII:

"Dite dite l'arcana maniera/ Dell'invisibile amore/ A noi, che meschini/ Coniamo dei nostri suggelli/ Il lavoro di Dio/ Gridando: Io, io, io!"

E' questa la lotta più grande, nella quale ne va dell'orgoglio dell'uomo, l'uomo dell'epoca degli idealismi e degli umanesimi trionfanti, chiamato, qui, in questi intensi versi, a riconoscere come spesso diventi usurpatore, avocando a sé ciò che invece è di Dio, vale a dire, qui nei Frammenti, di quel potente mistero creatore, che, per dirla con le parole già citate dello stesso Rebora, " senza me crea"




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