Gian Paolo Guarnieri Tutor: Prof. Massimo Proto Titolo tesi



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28.03.2019
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Gian Paolo Guarnieri
Tutor: Prof. Massimo Proto
Titolo tesi: “Gruppi di società e insolvenza transfrontaliera: nuovo assetto normativo e nuove prospettive applicative alla luce del regolamento UE 2015/848”
XXXI Ciclo
I anno di corso
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Reaction Paper

Le Regole della Fiducia” di Eligio Resta


Eligio Resta, nella monografia “Le Regole della Fiducia”, approfondisce i percorsi evolutivi del concetto di “fiducia” nelle scienze del diritto, dell’economia e della filosofia, mostrando come le oscillazioni del contenuto valoriale insito nella medesima – destinata secondo l’Autore a “depauperarsi, altre volte ad arricchirsi, persino a cambiar forma o a veder trasformarsi i contenuti” – possano essere “una valida sonda per l’osservazione del diritto”.

La dicotomia tra fiducia e regole – la prima intesa quale valore morale che, in quanto tale, non dovrebbe essere intaccato da prescrizioni comportamentali – viene, così, posta al centro di un dibattito che si propone di vagliare l’attuale interdipendenza di questi due concetti.

Sulla base di tali premesse, particolarmente interessante è la digressione – guidata dagli scritti di Benventiste – sull’incorporazione della fiducia nel diritto.

L’Autore equipara il carattere relazionale proprio della fiducia a quello tipicamente giuridico dello schema contrattuale, riconoscendovi una sostanziale sovrapposizione sulla base di due ordini di idee: in primo luogo perché “agisce un inconsapevole giuri-centrismo che assorbe il linguaggio delle pratiche sociali”, in secondo luogo perché “la giuridificazione della fiducia incorpora il contenuto dell’investimento fiduciario riproponendo uno schema indifferenziato di pratiche e relazioni sociali che vengono piegate e tradotte nel linguaggio dei codici”.

Ed allora, la fiducia intesa non più come reciproco affidamento valoriale, si converte in scambio di controprestazioni, in creazione di quote di garanzia, ovvero potere, che un individuo può vantare nei confronti del suo interlocutore.

La fiducia – ormai svuotata del suo intrinseco e naturale contenuto – viene, quindi, attratta all’interno di rapporti contrattuali sinallagmatici generando la necessità di una sua regolazione in termini giuridici e non più etici in quanto, ormai, depauperata della sua forza morale.


Richiamando gli insegnamenti aristotelici dell’Etica Nicomachea, l’Autore mostra come il subingresso di diritto e giustizia sia, persino, ravvisabile all’interno di paradigmi prettamente sociali come nell’amicizia, ove la giuridificazione della fiducia risulta, ormai, averne pervaso gli schemi.

La fiducia viene, così, elevata a metro valutativo di categorie quali la buona o la cattiva fede ovvero eretta a mezzo repressivo o sanzionatorio della “delusione” – quest’ultima intesa come discostamento dall’astratto schema di scambio leale.

Il rispetto del vincolo morale – secondo l’Autore – non può più essere garantito dalla natura fiduciaria del medesimo, ma solo dal rischio della sanzione: solo il diritto può essere un vettore idoneo a stabilizzare fiducia e cooperazione. Ed allora, la fiducia, come elemento connaturato alla natura umana, non appare più essere idoneo ad adempiere alla regolazione delle relazioni insistenti tra gli individui, ed è così necessario trovare un suo surrogato: quello mediato dal diritto.

L’Autore, così, afferma “quando la fiducia viene tradotta nel linguaggio giuridico, che è quello della calcolabilità e della prevedibilità dei rischi essa smette di essere fiducia. La buona fede che avrebbe dovuto rappresentarla, scivola su terreni più sicuri dove contano garanzie, sostegni per i legittimi affidamenti e sanzioni simmetriche per la mala fede dei contraenti, appunto malfidati”.

Tale assunto sembra ricordare il pensiero hobbesiano che ne Il Leviatano così è stigmatizzato: “gli uomini necessitano di qualcos’altro per rendere il loro accordo costante e durevole; e questo qualcosa è un potere comune che li tenga in soggezione e che ne diriga le azioni verso il bene comune”. Seppur simile nelle argomentazioni, il pensiero hobbesiano pare divergere rispetto a quello dell’Autore nelle ragioni alla base di tale mutamento contenutistico. Ed invero, mentre da un lato si riconosce come inesorabile e connaturato alla natura umana il decadimento valoriale descritto nell’iter evolutivo della fiducia, l’Autore pare essere imputarlo ad un progresso incontrollato del sistema economico che ne ha determinato lo svuotamento di valore.

La giuridificazione della fiducia viene, peraltro, affrontata nel VII capitolo. In tale sede l’Autore in un critico parallelismo tra fiducia e buona fede afferma che “una volta che la fiducia è giuridificata tutto si replicherà intorno ad essa ed è a partire da questa lunga e importante operazione che la semantica giuridica userà la buona fede come criterio «elastico» per dare orientamento al rapporto obbligatorio”. Tale alterazione contenutistica della fiducia determina, pertanto, la sua conversione in “criterio di orientamento interpretativo, principio generale del rapporto obbligatorio”. In quanto tale, la fiducia smette, così, di essere valore di lealtà cedendo il passo ad una mera strumentalità nella definizione del rapporto obbligatorio attraverso la coercizione e la sanzione, divenendo, al più, criterio di interpretazione od orientamento.

Il pensiero dell’Autore circa il rinnovato contenuto della fiducia sembra, pertanto, essere riassunto nelle parole di Arnold Gehlen secondo il quale norme e istituzioni funzionano come “semafori che aiutano […]il traffico intenso dei possibili comportamenti degli individui […] e dei comportamenti economici”; la fiducia, dunque, è stata soppiantata dal contratto, il quale artificialmente diviene il mezzo per evitare la sua delusione.

Questa diminuzione della fiducia nelle relazioni individuali ha, pertanto, determinato una devoluzione dell’originario compito della fiducia – “coercizione morale” basata su valori quali lealtà e correttezza – alle istituzioni e agli agenti della vita pubblica, spostando l’attenzione dalla spontaneità della fiducia alla “necessità di affidarsi” ad un ente superiore che ne possa garantire il rispetto.



L’Autore sembra, sembra concludere riconoscendo la difficoltà – o addirittura l’impossibilità – del recupero dell’originario contenuto valoriale della fiducia, proponendone, piuttosto, una rinnovata lettura che possa conciliarsi con l’attuale assorbimento della medesima nel bene pubblico in un sistema ove l’aspra dialettica tra il “furbo” ed il “pollo” ne contraddistingue la fisionomia.


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