Gianfranco Pala



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gfp.229 - Angeli, Milano 2000
ZIBALDONE DEL TEMPO DI LAVORO

contraddizione della merce forza-lavoro e salario sociale reale

______________________________________­­­­­________________



Franco Angeli editore
Voi riderete di tanta quantità di titoli;

e ancor io ne rido, e veggo che due vite

non basterebbero a colorire tanti disegni.

E questi non sono anche una quinta parte degli altri,

ch’io lascio stare per non seccarvi più,

e perché in quelli non potrei darvi ad intendere

il mio pensiero senza molte parole.

(Giacomo Leopardi, Lettera sullo Zibaldone,

a Pietro Colletta, marzo 1829)
Indice

1. Della natura del tempo e del lavoro

Metafisica del tempo – Metafisica del lavoro – Metafisica del non-lavoro – Regno della necessità (Marx) – Centralità del lavoro (duplicità) – Divisione sociale del lavoro (proprietà) – Uguaglianza formale borghese – Disuguaglianza del rapporto di capitale


2. Del rapporto di capitale e la forma di merce

Condizioni della produzione (Marx) – Condizioni di produzione (separazione, inseparabilità) – Separazione tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro – Eccezione del consumo (sovraproduzione) – Merce (Marx) – Forma di merce


3. Teoria della forza-lavoro

Lavoro libero – Forza-lavoro come merce (Marx) – Forza-lavoro (uso) (Marx) – Ignoranza della merce – Lavoro e opera – Casa e lavoro – Contraddizione tra lavoro e non-lavoro – Negazione della negazione


4. Dell’infelicità del lavoro e le macchine

Tormento del lavoro (Marx) – Lavorare stanca, lavorare uccide (karoshi) – Vizio del lavoro (Lafargue) – Fuga dalla peste del lavoro – Rifiuto del lavoro – Macchine – Massimo lavoro, minima occupazione – Riproduzione del rapporto di capitale – Ristrutturazione organizzativa


5. Memorie del tempo di lavoro

Ineffabilità della riduzione dell’orario – Tempo e còmpito – Forme delle variazioni d’orario – Tempi morti – Preparazione materiale – Otto ore – Neocorporativismo (sottomissione reale) – Mistificazione della partecipazione – Nuove mistificazioni del lavoro (capitale umano) – Vecchie mistificazioni del lavoro (servizio) – Volgarità del proudhonismo – Ideologia del “cittadino” – “Metamorfosi del lavoro”


6. Teoria del salario sociale

Salario del lavoro – Salario sociale reale – Tempo di casa, tempo di cura – Ferri di legno (confusione sul salario sociale) – Metafora dello stato sociale – Lotte per il salario (limiti) – Salario minimo (equivoci) – Reddito garantito – Assistenza e povertà


7. Trattato delle qualità e delle passioni umane

Tempo di vita – Dominio della merce – Dialettica di lavoro e non-lavoro – Lavoro sociale combinato (quantità e qualità del tempo) – Lavoro mentale – Intelligenza generale (Marx) – Bisogni culturali – Condizioni di vita


8. Delle forme antitetiche dell’unità sociale

Pluslavoro altrui – Crisi di lavoro – Leggi di movimento del capitale – Popolazione e lavoro – Conflittualità intercapitalistica – Poli opposti (lavoro e capitale) – Divisione internazionale del lavoro – Proletarizzazione – Antagonismo di classe – Soggetto storico


9. Teorica del non-lavoro e della libertà

Lavorare meno per lavorare tutti – Lavoro socialmente necessario (sussistenza media) – Inscindibilità del tempo sociale (tempo libero) – Fondamento della riduzione del tempo di lavoro – Produttori associati – Contraddizione della merce – Transizione di lavoro e non-lavoro – Regno della libertà (Marx) – Forma sociale superiore – Tempo della tartaruga (Leopardi)


Presentazione poscritta
Riferimenti bibliografici


1. Della natura del tempo e del lavoro


Metafisica del tempo
La nozione di tempo dal punto di vista della meccanica, per la sua inseparabilità dai fenomeni del moto, permette di distinguere, in una succes­sione di eventi, l’ordine o la contemporaneità del loro verificarsi. Qualora si considerasse il tempo in tale stregua, si rimarrebbe ancorati ai concetti fondamentali e assoluti della fisica classica. Ma nella misura in cui quel moto dei fenomeni considerati fosse relativamente diverso riguardo alla loro pro­pagazione, per la loro distanza, il tempo stesso subirebbe una dilatazione, in un’unità spazio-temporale. Non occorre, dunque, scivolare nelle espe­rienze qualitative, interiori e vissute nell’“esta­si”, del tempo come “durata”, esistenzialmente irriducibile a misure esterne. Si lasci simile compito a quanti presumano di andare alla ricerca improbabile di una verità del “destino”, pel tramite di una “presenza” soggettivistica fondata sul nihilismo anti­scientifico. Conviene così lasciare l’arduo terreno della speculazione che si articola da millenni intorno al concetto di tempo, invitando a meditare sul suggerimento di Hegel: «Il tempo è l’essere che mentre è, non è, mentre non è, è» [Enciclopedia, par. 258]. Da Hegel a Marx: «Il tempo reso assolu­to non è più temporale. Il tempo come tale è “rumore e fumo”» [Differenza tra Democrito ed Epicuro]. La circolazione del capitale senza tempo di circo­lazione – compiuta in tempo nullo, e dunque senza denaro – è la tendenza del capitale stesso. Essa, tuttavia, è una tendenza contraddittoria, in quanto irrealizzabile, ma significativa perché mostra come il tempo del capitale sia il tempo reale della produzione e della sottomissione a sé del lavoro altrui. Questo è il tempo di lavoro, da non perdere. Fuori della produzione, fuori del lavoro, il tempo del capitale è pura perdita. «Questa perdita da parte del capitale non significa altro che esso perde un tempo inutilizzato durante il quale, scambiando con il lavoro vivo, potrebbe appropriarsi di tempo di lavoro supplementare, di lavoro altrui» [Marx, Lineamenti, q.V, f.30]. Quanti credono di poter astrarre categorialmente il tempo dalla sua specificità sociale contemporanea non colgono che, nelle forme di società in cui predo­mina il modo di produzione capitalistico, il tempo stesso conta nella misura in cui si trasmuti in pluslavoro. Codesta è l’efficienza capitalistica che si rap­presenta nel motto: “il tempo è denaro”. Il tempo non è una “risorsa”, un che di naturale ed eterno, una ricchezza in quanto tale: se è questo il “tem­po reale e concreto” che si intende, si compie una falsa astrazione. Il tem­po, come categoria economica semplice, diviene concreta unità del molte­plice, che esso presuppone, solo allorché il pensiero critico lo concepisca quale precondizione reale della produzione materiale. La determinazione storica capitalistica di tale unità si rappresenta nell’appropriazione di tempo di lavoro e pluslavoro altrui come valore e plusvalore. «Gli americani dicono che il tempo è denaro. Io dico che il tempo è vita. Sprecare senza motivo il tempo del prossimo equivale a rubargli la vita» (Lu Hsün).

Metafisica del lavoro
«Sembra corretto cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto. Ma, a un più attento esame, ciò si rivela falso. La popolazione è un’astrazione, se tralascio, a es., le classi di cui si compone. E le classi a loro volta sono una parola priva di senso, se non conosco gli elementi su cui esse si fondano, per es., lavoro salariato e capitale. Se cominciassi quindi con la popolazione avrei una rappresentazione caotica dell’insieme» [Marx, Lineamenti, q.M, f.14]. Se si cominciasse quindi a considerare il “lavoro” sans phrase, nella sua astratta genericità, in quanto attività “umana” naturale ed eterna, si rappresenterebbe il caos, facendo una pessima meta­fisica del lavoro. Non si riuscirebbe a comprendere e a spiegare nulla del reale processo di lavoro determinato storicamente nelle diverse epoche e nei differenti modi di produzione – e, segnatamente, di quello capitalistico. Ciò è quanto fanno i romantici di sinistra, sentimentalisti a buon mer­cato, quando sognano di un lavoro fin da ora reso “umano” e capace di realizzare la “dignità” della specie. L’invarianza lavorativa del processo materiale di produzione, che sta alla base dell’effettiva ricchezza di o­gni società, non basta da sola, se separata dalla sua forma sociale, a individuare corretta­mente la determinazione di lavoro. Essa riacquista la sua significatività an­che per il processo capitalistico, ma allora solo entro la contraddittoria duplicità di lavoro concreto e astratto. E questa contraddizione è raddoppiata nell’altra duplicità di valore d’uso e valore di scambio della forza-lavoro alienata, venduta ad altri e usata da altri. Tale doppia contraddizione mostra, con tutta evidenza, come il lavoro salariato nella società odierna sia concre­tamente ben altra e deplorevole cosa rispetto a un metafisico “lavoro umano”. «Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile» [Marx, Lineamenti, q.VII, f.3].

Metafisica del non-lavoro
L’osservazione del fenomeno del tempo di non-lavoro in sé conduce inevitabilmente a compiere un’arbi­traria astrazione mentale. Tale astrazione è resa ancor più vuota per la grande varietà di forme contraddittorie in cui il non-lavoro può apparire nelle società la cui produzione è organizzata capi­talisticamente. Mediante un siffatto isolamento del fenomeno, si prescinde­rebbe dall’individuazione delle cause che portano all’e­strinsecazione di una presunta “liberazione” dalla necessità del lavoro come fatto sociale dalle caratteristiche mutevoli. La surrogazione di tale mancata individuazione causale, con l’introduzione di una scolastica dstinzione tra liberazione dal lavoro e liberazione del lavoro, approda alla sclerotizzazione di un dibattito ormai stanco e rituale, senza migliorare affatto le cose. Dunque, una simile astrazione implica una separazione e giustapposizione forzata dei termini, senza storia e senza dialettica. Su di essa non si costruirebbe nient’altro che una metafisica del tempo di non-lavoro. In effetti, è ciò che vanno fa­cendo da anni cospicui personaggi, intellettuali, parvenus della politica e sindacalisti, an­che sedicenti di “sinistra” (per quel che oggi, appunto, può voler dire una tal parola).

Regno della necessità (Marx)
«L’effettiva ricchezza della società e la possibilità di un continuo allar­gamento del suo processo di riproduzione non dipende dalla durata del pluslavoro, ma dalla sua produttività e dalle condizioni di produzione più o meno ampie nelle quali è eseguito. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bi­sogni, per conservare e per riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfa­no questi bisogni» [Il Capitale, III,48(iii)].

Centralità del lavoro (duplicità)
Nella produzione materiale in generale, il lavoro concreto – in quanto attività umana, prassi – è l’unico elemento attivo per la creazione della ricchezza, di qualsiasi valore d’uso. Quella produzione ma­teriale, entro il “regno della necessità”, è comune a tutte le forme sociali storicamente sviluppatesi (modo di produzione socialista incluso). E sia chiaro che in ogni epoca sempre si è trattato di lavoro in senso proprio, e non di qualcos’altro di anodino, come vorrebbero svariati “nuovisti” post-marxisti, in odore di strutturalismo. Epperò tale lavoro è duplice, essendo proprio la sua socialità a conferire significato storico determinato alla sua invariante materialità. Solo così non si relega quest’ultima nel limbo di un’indeterminatezza tanto “uma­na” quanto priva di senso. La differenza specifi­ca che il modo capitalistico impone al lavoro in quanto elemento generale sta nella forma storica antitetica di esso come lavoro alienato. Si tratta di alienazione in senso proprio, processo oggettivo di vendita della capacità di lavoro ad altri. Il lavoro salariato alienato è la manifestazione socialmente determinata del lavoro astratto per altri. Esso non solo è vòlto, come quest’ul­timo, alla creazione del valore in quanto rappresentazione astratta della ricchezza, ma è altresì preposto – per dirla col traduttor di Marx – alla “fattura del plusvalore”, forma economica del dominio sociale borghese capitalistico. In questo senso, la forma privata della proprietà – e la sua antitesi, la non-proprietà – si manifesta come appropriazione privata di lavoro altrui. La for­ma antitetica di ciò è appunto l’alienazione del lavoro proprio, e della pro­pria volontà stessa, da parte del produttore-non-proprietario al proprietario-non-produttore.

Divisione sociale del lavoro (proprietà)
L’attività dei proprietari-non-produttori si sviluppa nella direzione del soddisfacimento di esigenze personali e dell’intera classe dominante: arte, cultura, scienza, ecc. alle quali si affiancano almeno inizialmente lavori estranei all’attività produttiva, quali governo della cosa pubblica, comando militare, ecc. In tal modo la classe dei proprietari può dedicare tutto il pro­prio tempo ad attività libere dall’obbligo di produzione e riproduzione immediata della società, a séguito della completa divisione tradizionalmente detta tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Ma sarebbe meglio dire tra lavoro fisico e mentale, in quanto quest’ultimo sia da riferire alla “ragione” – all’attività “spirituale” degli uomini – non rientrandovi, invece, quel lavoro cerebrale che sia puramente esecutivo e d’ordine. Talché, un simile lavoro umano di (primo) tipo fisico, perché fatto con l’organo detto cervello, anziché con muscoli e nervi, possa essere rimpiazzato, senza intelligenza alcuna, ma con grande vantaggio in vastità precisione e velocità, da un qualsiasi elaboratore elettronico. [Da alcuni perciò quest’ultimo è stato soprannominato “scemo veloce”, in polemica con chi lo reputi macchina “intel­ligente”, ovvero intelligenza artificiale]. Complessivamente, è questa la divisione sociale del lavoro in cui l’attività mentale e intellettuale appare, per la classe dominante, come risultato del tempo reso libero dal lavoro necessario grazie al lavoro altrui produttivo di ricchezza (nella forma storica determinata dal modo della produzione sociale).

Uguaglianza formale borghese
L’uguaglianza giuridico-formale è introdotta con il modo di produzione capitalistico dalla rivoluzione borghese, attraverso due principali determina­zioni economiche. Anzitutto, nella forma del mercato, tale uguaglianza si rappresenta in forza dello scambio che appare equo in ogni mercato, anche in quello del lavoro. A partire da qui poi, nella parvenza della produzione, la medesima uguaglianza formale trapassa nella presentazione del lavoro come “servizio” produttivo. Codesta nebulosa rappresentazione quale “servizio produttivo” è definizione, appunto, attribuita al lavoro, al fianco e al pari di omologhi servizî presuntiva­mente forniti dalla terra e dal capitale, senza riferimento alcuno alla loro proprietà. Con ciò si tende a far apparire in termini ugualitari anche il tempo “liberato”, come se fosse generalmente usufruibile da tutti i “cittadini” in quanto tali. Una tale contraddittoria tendenza mutua dall’ideologia domi­nante i cosiddetti “diritti civili e di cittadinanza”, per disfarsi dell’analisi delle classi e del loro antagonismo. «Dopo essere stato inizialmente reazionario, poi conservatore, il sistema conservatore-progressista» si maschera da sociali­smo riformista – avverte Marx [I protezionisti, i liberoscambisti e la classe lavoratrice]. Attraverso la «stupefacente contraddizione che si cela sotto questa teoria, che a prima vista sembra avere qualche cosa di seducente, di pratico, di razionale, ciò significherebbe fare appello alla filantropia del capitale, come se il capitale in quanto tale potesse essere filantropo».

Disuguaglianza del rapporto di capitale
L’analisi della struttura del modo di produzione capitalistico, con i suoi rapporti sociali, porta a scoprire la forma che lo sfruttamento assume in questa epoca storica. Di qui soltanto si svela la sostanziale non-uguaglianza tra codesti “cittadini”, le cui funzioni e ruoli sono così riconduci­bili a classi sociali diverse. Si comprende in tal modo anche il rapporto reale che mostra come il tempo “liberato” dalla necessità del lavoro dipenda dal lavoro svolto nella sua forma capitalistica: appunto, il rapporto di capitale. E ciò si vede bene proprio a partire dalle forme antitetiche di siffatta “liberazio­ne”, quali perdita del lavoro (disoccupazione), impossibilità di trovarne (i­noccupazione) o sua irregolarità (precarizzazione). Tutto il tempo sottratto al lavoro, anche nelle forme più convenzionali e non antitetiche del cosiddetto tempo libero, nel modo di produzione capitalistico si rappresenta con­cretamente in molteplici manifestazioni peculiari. Ciò è dovuto alla sua spe­cifica dipendenza dalla determinata forma sociale che assume l’attività lavo­rativa. Tale molteplicità di manifestazioni – proprio a causa dell’uguaglianza formale borghese – appare attraverso la mistificazione della pretesa genera­lizzazione della disponibilità di tempo di non-lavoro per ogni individuo, qua­lunque sia la classe sociale cui appartiene.
2. Del rapporto di capitale e la forma di merce


Condizioni della produzione (Marx)
«Le condizioni originarie della produzione non possono originariamen­te essere esse stesse prodotte, non possono essere risultati della produzio­ne. Non è l’unità degli uomini viventi e attivi con le condizioni naturali inor­ganiche del loro ricambio materiale con la natura, e per conseguenza l’ap­propriazione da parte loro della natura, che ha bisogno di una spiegazione o che è il risultato di un processo storico, ma la separazione di queste condizioni inorganiche dell’esistenza umana da questa esistenza attiva, una separa­zione quale si pone completamente, per la prima volta, nel rapporto tra lavoro salariato e capitale. Il capitale raggiunge il suo più alto sviluppo quando le condizioni generali del processo sociale di produzione vengono create dal capitale in quanto capitale. Ciò denuncia da un lato il grado in cui il capitale ha subordinato a sé tutte le condizioni della produzione sociale, e perciò, dall’altro, il grado in cui la ricchezza riproduttiva sociale è capitalizzata e tutti i bisogni vengono soddisfatti nella forma dello scambio; anche i bisogni dell’individuo posti come sociali, quei bisogni cioè che egli consuma e gli occorrono non come singolo individuo nella società, ma collettivamente insieme agli altri – il cui modo di consumo è, per sua natura, sociale – anche questi vengono non soltanto consumati ma anche prodotti per mezzo dello scambio, dello scambio individuale» [Lineamenti, q.V, f.3,24].

Condizioni di produzione (separazione, inseparabilità)
La questione particolare del tempo di non-lavoro, l’interdipendenza di esso con i diversi fenomeni economici, trova immediata verifica in contrapposizione alla pubblicistica tradizionale. Quest’ultima banalizza il problema isolando il fenomeno del tempo “liberato” dal lavoro, come semplice residuo del tempo di lavoro nella produzione, supponendolo così quale libera attività individuale nel consumo. La necessità di connettere i vari fenomeni sul piano storico sociale fa sì che l’analisi debba essere condotta tenendo conto della loro fondamentale inscindibilità, altrimenti ignorata. Il tempo di non-lavoro, nella sua attuale manifestazione, è il risultato di una serie di trasformazioni strutturali il cui punto di partenza va ricercato in quel processo di separazione tra condizioni oggettive e soggettive della produzione che ha dato luogo alla formazione del modo di produzione capitalistico. Quel «processo storico è consistito nella separazione di elementi tradizionalmente uniti – il suo risultato non è pertanto la scomparsa di uno degli elementi, ma la comparsa di ciascuno di questi in una relazione negativa con l’altro – il lavoratore libero (potenzialmente) da una parte, il capitale (potenzialmente) dall’altra. Questi sono i presupposti storici necessari per trovare il lavoratore come lavoratore libero, come capacità lavorativa priva di oggettività, puramente soggettiva, che si contrappone alle condizioni oggettive della produ­zione come alla sua non-proprietà, come a proprietà altrui, a valore per sé stante, a capitale. In questa maniera si gettava sul mercato del lavoro una massa di forze di lavoro vive, una massa che era libera in un duplice senso, in primo luogo libera dagli antichi rapporti di clientela o di servitù e di prestazione, e in secondo luogo libera da ogni avere e da ogni forma di esi­stenza oggettiva, libera da ogni proprietà» [Marx, Lineamenti, q.IV, f.8-12].

Separazione tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro
La separazione tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro diviene con­seguenza centrale della forma privata della proprietà borghese. Il lavoro stesso si riduce solo a mezzo per la riproduzione dei rapporti sociali esi­stenti, ciò che per la classe dominante significa accumulazione di capitale e per il proletariato la propria sopravvivenza. [La particolare forma di dominio di classe nell’appropriazione di lavoro e tempo di lavoro altrui determina anche la modificazione della mediazione sociale del ricambio organico tra uomo e natura, la cui alterazione ha dunque esclusivamente cause classiste]. Tutto ciò si risolve praticamente nella diversità della organizzazione del lavoro (a livello strutturale), e nella diversità dell’organizzazione sociale del tempo di non-lavoro e della forma politica (a livello sovrastrutturale). Per tale motivo, è nella società capitalistica che si raggiunge storicamente il più alto livello della separazione violenta tra tempo di lavoro e tempo di non-lavoro, così come pure della loro forzata e mistificata ricomposizione. L’accumulazione del capitale costituisce il momento unificante dell’impiego del tempo di lavoro e di non-lavoro. Ma questa unificazione è fittizia, capo­volta, perché determinata dalla forma privata della proprietà e dell’impiego del tempo altrui da parte della classe dominante. Tale capovolgimento risul­ta tanto più evidente quando l’accumulazione è rotta periodicamente dalle crisi cicliche da sovraproduzione, che pongono il non-lavoro nella sua forma sociale antitetica, di mancanza di condizioni di lavoro e di sussistenza.

Eccezione del consumo (sovraproduzione)
Nel modo di produzione capitalistico, il momento del consumo (e in parte anche della distribuzione) costituisce l’eccezione. La regola è data dall’autonomizzazione assoluta della produzione, fine a se stessa, in questa sua specifica forma storica sociale. [Dunque, neppure incide un’autoproduzione immediata di valori d’uso, come mostra abbondantemente il carattere storicamente recessivo di modi della produzione sociale antichi, sopravvissuti sporadicamente e localisticamente, o quello di recenti forme artigianali e piccolo-coo­perative]. Invece è la “produzione per la produzione”, questa regola assoluta della realtà borghese, che si manifesta continuamente, senza eccezioni, su scala sempre più allargata. Solo il capitale – come rapporto sociale, contrapposto a se stesso, nei suoi elementi particolari, e al lavoro salariato, al polo opposto – racchiude nella sua stessa esistenza l’aspetto antagonistico intrinseco e sempre immanente. Proprio la crisi da sovraproduzione esalta le contraddizioni intrinseche al capitalismo stesso. Codesta è la figura in cui si manifesta la difficoltà di accumulare ulteriormente capitale: dapprima in forma mone­taria, massimamente liquida e mobile a livello mondiale, poi nella forma più convenientemente produttiva di nuova ricchezza astratta, fino alla manifestazione che appare nell’incapacità di vendere le merci prodotte, ossia il plusvalore in esse contenuto, in quanto forma economica del lavoro non-pagato. Dall’insufficienza di lavoro non-pagato per il capitale si sviluppa un processo che sfocia in tutti i possibili tentativi padronali per non-pagare il lavoro. In ciò si inscrive anche quella riduzione di orario posta come simulacro della riduzione di salario, ovverosia del non pagamento di parte del lavoro, come condizione per continuare a pagare la forza-lavoro al di sotto del suo valore.



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