Gianni Ambrosio



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L’UOMO DI OGGI DI FRONTE A GESÙ
d. Gianni Ambrosio
Verona, Corso residenziale, Gennaio 2004

Introduzione

Introduco la riflessione con un duplice riferimento al Vangelo. Anzi, vorrei che questi riferimenti evangelici non solo ci introducessero alla riflessione ma fossero un po’ come il punto di riferimento della riflessione, capaci cioè di dire assai più e meglio di quanto siamo in grado di dire con dati statistici e con discorsi argomentati.

Mi riferisco in primo luogo al capitolo 16 del Vangelo secondo Matteo, versetti 13-17: «Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti. Disse loro: “Voi chi dite che io sia”? Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Gesù: “Beato te, Simone te, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato ma il Padre mio sta nei cieli”».

Noi non ci troviamo nella regione di Cesarea di Filippo. Ma la domanda di Gesù ai suoi discepoli - “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” -, sembra essere la domanda rivolta a noi. I discepoli hanno risposto subito e poi Pietro ha saputo rispondere, con prontezza, alla domanda più personale: “Voi chi dite che io sia?”.

Credo che anche noi siamo in grado di rispondere alla domanda più personale, aiutati da Pietro che accoglie la rivelazione del “Padre mio” (“Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato ma il Padre mio sta nei cieli”). Mentre confesso che io sono in difficoltà nel rispondere alla prima domanda, e cioè “la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Forse siamo tutti in difficoltà a fornire una risposta, perché se la risposta fosse semplice, non avremmo messo a tema del nostro incontro la questione “L’uomo d’oggi di fronte a Gesù”.
In secondo luogo mi riferisco a Luca 18, 9-13. Le parole con cui viene presentato il pubblicano anonimo nel Vangelo possono aiutarci ad abbozzare una risposta, pur parziale e limitata, alla nostra domanda. Si legge nel Vangelo che il pubblicano “salì al tempio a pregare...; fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo”.

Al di là del contesto evangelico, le parole che presentano il pubblicano possono esprimere la posizione dell’uomo di oggi di fronte a Gesù e, più in generale, l’esperienza religiosa dell’uomo d’oggi.

“Il pubblicano salì al tempio a pregare”. La preghiera – da sempre ma particolarmente oggi - è il caso serio della fede, in quanto esprime l'essenza dell'atto di fede nella sua forma più concreta, in quanto riunisce in un punto cruciale tutti i problemi dell'attuale situazione religiosa.

L’uomo d’oggi vive in un contesto poco disposto a fare spazio per la preghiera. E dato che per noi con l’espressione ‘l’uomo d’oggi’ ci riferiamo agli italiani di oggi, possiamo dire che, pur vivendo in un contesto assai scettico, gli italiani, nonostante tutto, vanno al tempio a pregare. Più avanti cercherò di documentare questa affermazione.

Passo subito alla seconda parte della icona evangelica: “Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi al cielo”.

Un uomo intimorito, un uomo che paura, un uomo che ha dubbi: lo sguardo verso l'alto suppone un uomo che sa bene a chi rivolgersi in quanto ha scoperto che esiste un Tu come punto di riferimento certo e sicuro.

Forse l’uomo di oggi assomiglia a questo pubblicano alquanto intimorito ed incerto e che tuttavia va al tempio a pregare. L’uomo d’oggi crede ma ha una certa difficoltà nel guardare verso l’alto; forse riconosce che Gesù è il Figlio di Dio che illumina ed orienta il cammino degli uomini. Ma ha molte incertezze, forse più pratiche che teoriche, in quanto i problemi quotidiani sono tanti e gravosi.

Il pubblicano, dice ancora il Vangelo, “si ferma a distanza”. Anche l'uomo di oggi si ferma a distanza. Distante da chi? Distante dagli altri: sono tanti, sono troppi gli ‘altri’ in quella immensa piazza che è la società complessa. L'uomo d’oggi è distante dal mondo, dalla società, dalla politica: sono realtà troppo complesse, troppo intricate, quasi indecifrabili.

L'uomo di oggi è un po’ distante anche da quella comunità che si chiama Chiesa, è distante anche da quelli che, come lui, vanno al tempio a pregare. Ma alla fine l’uomo di oggi è distante anche da se stesso. Perché la distanza da tutto e da tutti diventa poi anche distanza da sé.

Tuttavia, nonostante tutto, l’uomo di oggi, come il pubblicano evangelico, va al tempio a pregare, riconosce di avere bisogno di Dio e che in Gesù Cristo Dio è Padre misericordioso.

Ho fatto ricorso a questa immagine del pubblicano che va al tempio perché sembra presentare qualche affinità o qualche analogia con l’uomo di oggi. Ma anche perché l’immagine evangelica ci dice che entriamo in una zona di mistero. Possiamo dire solo qualcosa di molto esteriore circa il rapporto dell’uomo di oggi con Dio e con Gesù Cristo. Non dobbiamo mai dimenticare che proprio quel pubblicano intimorito, che si ferma a distanza e che non osa guardare verso l’alto, “tornò a casa sua giustificato”.

1. Purificare lo sguardo
Avviciniamoci per gradini successivi alla questione che ci interessa. Credo però che sia opportuna un’osservazione preliminare. Temo che il nostro sguardo sulla realtà odierna, sulla situazione religiosa, sulla possibilità dell’evangelizzazione sia alquanto pessimistico. E’ un orientamento culturale diffuso quello del pessimismo, e penso che questo orientamento ci trovi assai sensibili e ci condizioni parecchio. Sto leggendo in questi giorni un libro intitolato Pessimismo culturale, di Olivier Bennet (Il Mulino, Bologna 2003), in cui, tra l’altro, si afferma che il Vangelo conserva anche in epoca postmoderna la prerogativa di essere una parola nuova e in controtendenza. Purtroppo non pare che questa valutazione sia molto diffusa. Forse anche nelle nostre Chiese e presso i sacerdoti non è molto diffusa. Ricordiamo un passo dell’Esortazione Apostolica Ecclesia in Europa: “Questa parola è rivolta oggi anche alle Chiese in Europa, spesso tentate da un offuscamento della speranza. Il tempo che stiamo vivendo, infatti, con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d'animo. Numerosi sono i segnali preoccupanti che, all'inizio del terzo millennio, agitano l'orizzonte del Continente europeo, il quale, «pur nel pieno possesso di immensi segni di fede e testimonianza e nel quadro di una convivenza indubbiamente più libera e più unita, sente tutto il logoramento che la storia antica e recente ha prodotto nelle fibre più profonde dei suoi popoli, generando spesso delusione»” (n.7).

Anche noi preti siamo alquanto smarriti. Vorrei indugiare un attimo sullo spaesamento dei preti, dovuto anche alle difficoltà nell’affrontare una pastorale di evangelizzazione. Sottopongo alla vostra attenzione qualche osservazione che ricavo dall’indagine sul clero in Italia Sfide per la Chiesa del nuovo millennio, di Garelli, Ferrero Camoletto, Ambrosio, Bressan, Offi, Pace (Mulino, Bologna 2003).

Da questa indagine sul clero in Italia risulta che molti sacerdoti manifestano una certa difficoltà nell’operare in una società complessa. Tale contesto apre diversi fronti d'azione e pone diverse sfide contemporaneamente. Non risulta semplice, ad esempio, coniugare insieme tutto ciò che fa parte della pastorale tradizionale con la logica della missione e dell’annuncio.

Queste difficoltà causano presso i preti un certo spaesamento che può sfociare in sfiducia e pessimismo. “L’impressione di fondo è quella di un clero un po’ frastornato dai problemi con cui la Chiesa deve misurarsi per far fronte alla sua missione religiosa” (p. 42); “c’è un effetto di spaesamento in una realtà complessa, in cui non solo le sfide sono molte, ma tutto sembra rappresentare una sfida”(p. 43).

Se si presta attenzione all’analisi dei problemi pastorali ritenuti più rilevanti, così come indicati dal clero, si può facilmente comprendere l’effetto di spaesamento:


  • il 91% denuncia che le famiglie non sono più un luogo di esperienza e di formazione religiosa;

  • il 73 % rileva che i riti liturgici hanno perso la capacità comunicativa;

  • il 69% denuncia la lontananza della gente dalla morale sessuale e familiare della Chiesa;

  • il 58% incontra la difficoltà di dire una parola che interpelli le coscienze;

  • il 58%, ancora, individua nell'assenza degli adulti dagli ambienti ecclesiali un grave problema pastorale;

  • il 58% osserva che non sono chiari i criteri di accesso ai sacramenti (indica cioè nella questione dei sacramenti – a chi darli? - uno dei problemi pastorali più rilevanti);

  • il 57 % si sofferma sulla difficoltà di proporre il Vangelo in una società multiculturale”. (pp. 47-48)

I problemi pastorali indicati dai sacerdoti sono numerosi, non si esauriscono in una o due questioni soltanto. E’ tuttavia possibile scorgere ciò che desta maggior preoccupazione, è “lo sfilacciamento di un tessuto sociale favorevole a una proposta religiosa, individuabile in particolare nel venir meno della formazione religiosa dell'ambiente familiare. Nel loro impegno pastorale i preti fanno esperienza di non poter più contare su quel supporto «naturale» della proposta religiosa che era rappresentato dalle famiglie, sulla «santa alleanza» tra mondo parrocchiale e contesto familiare; si trovano quindi a dover ricreare le condizioni base di accoglienza del messaggio”(p. 48).

Insomma, la famiglia non vive più all’ombra del campanile, e quindi è in qualche modo eroso l'asse famiglia-Chiesa che costituiva il tessuto connettivo della vita ecclesiale. Ciò sembra condizionare, per i sacerdoti, l'efficacia della proposta religiosa. Nel senso che, ad esempio, con il venir meno della convergenza tra famiglie e parrocchia risulta più difficile far comprendere il senso del linguaggio rituale-simbolico. Per i sacerdoti i riti perderebbero la loro capacità evocativa, i sacramenti non apparirebbero più nella loro significatività, il linguaggio liturgico risulterebbe depotenziato. E così per altre ambiti della pastorale.

I problemi indicati dai sacerdoti sono veri. E tuttavia mi permetto di suggerire l’ipotesi che la fatica della pastorale ci spinga verso un certo pessimismo ed anche verso una certo giudizio sbrigativo e spesso superficiale sulla realtà odierna. Un po’ bruscamente direi: in questo clima di spaesamento, di sfiducia, di fatica è possibile, anzi è facile che un sacerdote risponda in modo pessimistico alla domanda ‘la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo’, dicendo: “la gente non conosce Gesù, la gente è indifferente, la gente ha altri problemi”. Forse la risposta è vera, ma è vera solo in parte, come vorrei cercare di precisare. Ma, ripeto, occorre purificare il nostro sguardo, superando l’effetto spaesamento.



2. La situazione religiosa italiana
Il secondo Avviciniamoci per gradini successivi alla questione che ci interessa, partendo dalla situazione religiosa italiana. Sappiamo che essa è composita e proble­matica. Si tratta in ogni caso di una religiosità diffusa ed estesa, ed anche profonda, almeno a livello di desiderio, di ideale. Poi l’ideale non corrisponde sempre alla conseguente pratica. Così l’adesione alla proposta religiosa ed etica della Chiesa risulta problematica ed anche, almeno in alcuni casi, scarsa: è in sintesi ciò che emerge dalla diverse indagini socio religiose. Credo che, a grandi linee, corrisponda alla nostra valutazione, basata sulla nostra esperienza.

L'immagine complessiva che si ricava conferma la celebre frase di Croce: "Non possiamo non dirci cattolici". D'altra parte è indub­bia una forte tendenza a soggettivizzare/personalizzare la propria adesione ai valori religiosi. Non possiamo non dirci cattolici, ma ognuno tende ad essere cattolico "a modo proprio", molto segnato dall'influsso socio culturale dell'attuale momento storico.

Tuttavia questa soggettevizzazione non deve essere esagerata. Tra l'altro c' è anche un’ interessante linea di tendenza che emerge da questa realtà: quella di una fede più per convinzione e per approfondimento personale delle sue motivazioni che non per semplice tradizione o per appartenenza.

3. La religione persiste
Vediamo di approfondire l’immagine stilizzata della religiosità facendo riferimento alla ricerca della Cattolica CEI La religiosità in Italia (Mondadori, Milano 1995) e al sondaggio Eurisko 2003 per conto di La Repubblica e commentato da Ilvo Diamanti sul quotidiano La Repubblica (22 giugno 2003, p. 1 e 13).

Il dato che subito balza agli occhi è il posto rilevante che le religiosità ha per gli italiani. Anzi, questo posto è in crescita: ciò non sembra corrispondere alla nostra esperienza. Mi limito a citare alcune frasi del commento di Diamanti.

“Gli italiani attribuiscono alla religione uno spazio crescente, nella loro vita, nella definizione del mondo” anche se, “al tempo stesso, la piegano alle loro domande, ai loro problemi”.

Prosegue Diamanti: “La religione, negli anni Novanta, ha guadagnato centralità sociale. 0ggi è ritenuta "fondamentale" dal 23% della popolazione (intervistata da Eurisko), mentre il 38% di essi la considera importante. Poco meno di dieci anni fa, nel 1994, la ricerca dell'Università Cattolica di Milano (curata da Cesareo, Cipriani, Garelli, Lanzetti e Rovati), presentava al proposito valori molto più bassi: la quota di italiani che definiva fondamentale la religione, nella vita, era del 15%, mentre il 31% la riteneva "importante". Nell'insieme, la percentuale di coloro che assegnano un grande valore alla religione, in Italia, fra il 1994 e il 2003 sale dal 46% al 62%. Al tempo stesso, cresce dal 41 al 51% il peso di coloro che pregano almeno una volta al giorno. Inoltre, il 57% degli italiani seguono trasmissioni di carattere religioso in tivù, mentre il 26% si soffermano su reti radiofoniche confessionali. Dove la "preghiera" coinvolge un'ampia comunità mediatica. D'altronde, in Italia, quasi tutti continuano a dirsi cattolici e la frequenza alla messa, che dagli anni ‘50 era calata costantemente, nella seconda metà degli anni Novanta sembra essersi stabilizzata, attestandosi attorno al 30%. Peraltro, altre ricerche sottolineano il livello elevato di stima espresso in Italia nei confronti della Chiesa e, soprattutto, il consenso largo e trasversale che accompagna il Papa, Karol Woityla. Mentre le parrocchie, negli ultimi anni, appaiono i luoghi in cui si assiste alla maggior crescita dell'impegno associativo”.

Credo che non sia il caso di proseguire: la domanda di religione – aggiungerei in particolare di spiritualità - nella società italiana è in crescita, le persone si accostano di più alla Chiesa ma il percorso religioso risulta flessibile ed adattivo. “Da ciò, conclude Diamanti, la forza e la debolezza della religione e soprattutto della Chiesa cattolica, nel nostro tempo”.

4. La fede in Gesù Cristo
Quanto detto circa le religiosità è indubbiamente interessante ma insufficiente per precisare il rapporto dell’uomo di oggi con Gesù Cristo. Proviamo a tentare di mettere a fuoco questo rapporto servendoci dei dati dell’indagine citata dell’Università Cattolica.

Lei si considera personalmente credente?



  • Credo in Gesù Cristo e negli insegnamenti %

della chiesa cattolica 53.5


  • Credo in Gesù Cristo ma solo in parte

negli insegnamenti della chiesa cattolica 30.5


  • Sono credente, ma di religione non cattolica 2.2




  • Credo in Dio o in una realtà superiore,

ma non appartengo ad alcuna religione specifica 6.4


  • Penso che non esista alcun Dio o realtà superiore 2.8




  • Sono in ricerca 2.7




  • Non ci ho mai pensato, non interessa, non saprei 1.8

Se il senso religioso e l'apertura al trascendente, al “radicalmente altro” sono rintracciabili tuttora in numerosi segni, il cuore di questa religiosità è la fede in Gesù Cristo: la maggioranza gli italiani afferma di credere in Gesù Cristo (84%).

Inoltre si deve registrare il tramonto d'una concezione “giustizialista” di Dio e l’affermazione di un Dio amore, vicino e padre (76%), presente, a diverso titolo, in tutte le varie tipologie delle risposte. Contemporaneamente emerge l'esigenza di una fede sempre meno consolatoria rassicurante, e sempre più bisogno vitale e stimolo a confrontarsi con il mistero. Il dato è confermato anche dal bisogno di preghiera e dalla pratica abbastanza diffusa di preghiera, come abbiamo già indicato.

E’ possibile tratteggiare tre gruppi di italiani che si dispongono lungo un ipotetico asse: si va da quanti hanno un riferimento religioso ideale astratto (circa 1/3 della popolazione), fino all'estremità opposta, dove si colloca un 20% di persone per le quali il rapporto con Dio è coinvolgente e la fede riesce a essere un fattore che incide sensibilmente nella vita. In mezzo ci sono, pur con varie sfumature, tutti gli altri: il profilo dell'italiano medio si colloca nella condizione di vicinanza relativa a Dio (50% circa).

Chi si considera assai prossimo a Dio, è per lo più un soggetto identificato con la religione di chiesa, caratterizzato tendenzialmente da esperienze religiose positive, che ha ampia probabilità di sperimentare la presenza del sacro nella propria esistenza. In ogni caso, per molti, Dio non è puro riferimento ideale e astratto.


5. Le funzioni della religione

Può essere utile ricordare che sono molte le funzioni positive che la popolazione riconosce alla religione, così come prevalgono di gran lunga nell'immaginario collettivo le concezioni positive di Dio e della religione rispetto a quelle negative o problematiche.

Per la grande maggioranza degli italiani la religione risponde ai grandi interrogativi dell'esistenza, aiuta a trovare il senso profondo della vita e rende più sereni di fronte alla morte. Essa quindi costituisce un'importante risorsa di ridefinizione dell'identità personale e sociale dei soggetti, che permette di far fronte ai "punti di rottura" dell'esistenza.

Parallelamente la grande maggioranza della popolazione non condivide le definizioni più riduttive della religione, riscontrabili o in alcuni pregiudizi popolari o retaggio di posizioni anticlericali. Tra queste, l'idea che le disgrazie siano la conseguenza dei peccati, che la presenza del male nel mondo sia un segno evidente dell'assenza di Dio, che Dio sia soltanto una proiezione delle attese umane frustrate, che in Dio credano solo le persone più ingenue e sprovvedute, che la religione sia equiparabile a qualsiasi desiderio e ideale umano. Infine, un consenso allargato viene dato a due immagini di Dio specifiche del cristianesimo: anzitutto, come si è già accennato, l'idea di Dio come "padre, che ama e si preoccupa di ogni uomo", e inoltre quella di un Dio misericordioso, che perdona le colpe dell'uomo.

Quest'ultima immagine lascia intravedere quanto sia ancora allargato nella popolazione   contrariamente a molte ipotesi   il senso del peccato, il riconoscersi come peccatori, nonostante che la coscienza contemporanea sia largamente informata dall'idea del condizionamento sociale.

A livello di convinzioni e di concezioni religiose si delinea dunque un quadro interessante. Si ammette, nel complesso, di aver bisogno di Dio e della religione; si riconosce che la fede religiosa assolve nella propria vita al problema del significato; si rifiutano immagini denigratorie e semplificate della religione; si nega che la religione sia una motivazione immanente del vivere, senza alcun richiamo al trascendente; si sottolineano immagini di Dio religiosamente impegnative e umanamente comprensive, come un essere informato dall'amore e dalla misericordia, che inclina al perdono, non mosso da intenti punitivi. Si ha dunque a che fare con una concezione di Dio e della religione che non riflette più una formazione religiosa oppressiva o negativa, dominata dal timore o dal ricatto.

Ovviamente occorre valutare se questa impostazione di fondo sia solo ideale e teorica o sia oggetto di approfondimento nella vita degli individui. Interpellati su alcune questioni di fondo i soggetti possono rispecchiare il quadro di conoscenze religiose che essi hanno in "memoria", così come l'hanno appreso nel processo di formazione di base; senza che queste conoscenze siano in grado di tradursi in convinzioni, di rappresentare dei significativi punti di riferimento per la vita. E' questo un rischio particolarmente ricorrente nelle indagini su larga scala, nelle quali gli individui sono chiamati a rispondere a una serie di quesiti relativi a questioni ultime e fondanti. In questo caso il consenso attribuito a varie affermazioni può essere soltanto ideale o prodursi per assonanza culturale, e non implicare un moto dell'animo o una mobilitazione della coscienza.

6. La discontinuità del credo religioso
Tutte le indagini sulla religiosità (sia nel nostro paese che in altre nazioni occidentali) attestano un certo scollamento tra le varie dimensioni della religiosità. Le credenze religiose fondamentali si caratterizzano mediamente per una maggior tenuta rispetto ai livelli sia della pratica religiosa che della sfera etica. E' più facile per l'uomo d'oggi riconoscersi in alcuni contenuti della fede cristiana che uniformare il proprio comportamento alle indicazioni delle chiese in campo etico o dar continuità alla propria espressione di fede.

Questa ipotesi sembra vera solo in parte; e non soltanto per il nostro paese. E' pur vero che la grande maggioranza della popolazione aderisce alle credenze principali del cristianesimo. Nel nostro caso, come già s'è visto, una quota più elevata di soggetti (86%) riconosce la natura divina di Gesù Cristo. Inoltre, più dell'80% dei casi è convinto che le Scritture contengano la parola di Dio rivelata.

Ma dopo l'ampio assenso a queste credenze di fondo si registra una sensibile varietà di adesione ad altri contenuti della fede cristiana da cui dipende l'identità religiosa dei soggetti e che pur dovrebbero avere grandi ripercussioni sulla condotta di vita. Tra queste, la credenza in un'anima immortale (accettata dai 2/3 degli italiani), la resurrezione di ogni uomo alla fine dei tempi (condivisa dal 54% dei soggetti) e l'origine divina della Chiesa (accettata dal 65% della popolazione).

In questo quadro, appare del tutto singolare che quote non irrilevanti di italiani che si definiscono cattolici e che si riconoscono nel Dio del cristianesimo non credano nell'esistenza di un'anima immortale o nella resurrezione alla fine del mondo. E’ proprio la condivisione delle credenze circa ciò a cui va incontro l'uomo al termine della vita a risultare assai discontinua. I novissimi sono diventati assai nebulosi e incerti.

Alcune di queste credenze sono accettate, altre rifiutate, altre indefinite.

La maggior parte della gente non è certa o nega che dopo la morte vi sia un'altra vita: il 10% reputa che non vi sia nulla, il 21% non sa e il 22% dichiara che non si può sapere che cosa c'è dopo la morte. Soltanto il 42% della popolazione è del tutto certo di una vita ultraterrena, mentre non più del 4% crede nella reincarnazione. Le indagini più recenti, condotte perlopiù in alcune aree del paese, ci dicono che la credenza nella reincarnazione è assai più diffusa (interessando circa il 20% dei casi) di quanto riscontrato nella presente ricerca. Ciò indica che si è più disposti ad accettare la credenza nella reincarnazione in generale che quando essa viene presentata in alternativa ad altre future condizioni o stati degli esseri umani.

Da ultimo, appare una sensibilità che illumina tutta la questione delle credenze religiose. Meno della metà degli italiani è convinto che la religione vera sia una sola e che le altre o sono false (12%) o contengono delle verità parziali (32,5%).

La restante quota o non è in grado di rispondere (21%) o mette tutte le religioni sullo stesso piano, ritenendo che vi sia qualcosa di vero in ogni religione e che l'una valga l'altra (32,5%).

Qui emerge la contraddizione dell'uomo contemporaneo di fronte alla verità. Una quota consistente di popolazione dichiara di credere in Gesù Cristo, ma si sta diffondendo l’idea del carattere relativo di questa fede in Gesù.

Si fa dunque strada una nuova sensibilità: la prospettiva pluralistica può rendere meno convinta la propria adesione religiosa. Come a dire: per non considerare la fede in termini esclusivi, per essere in dialogo, per essere tolleranti, sembra che occorra stemperare la verità religiosa.

7. L'appartenenza alla chiesa
L'appartenenza per convinzione personale prevale su ogni altro tipo: vi si richiamano 57 italiani su 100, in questo gruppo rientra peraltro una consistente minoranza di individui (20%) non solo convinti ma anche attivamente impegnati. L'appartenenza per tradizione ed educazione (che non esclude forme di atteggiamenti critici) qualifica oltre 25 italiani su 100, mentre l'area dell'appartenenza "selettiva" (condivisione solo limitata di un credo religioso) è rappresentata da circa il 9% degli intervistati.

Quindi l'appartenenza religiosa, sia pure culturale e sentimentale, non ha cessato d'essere considerata dagli italiani un tratto di fondo della loro identità collettiva. La presenza di questo sottofondo religioso, tra l'altro, spiega in buona misura la considerazione sociale e la stima di cui la chiesa cattolica italiana continua a godere da parte degli italiani, anche se non vanno trascurati i rilievi critici che le vengono rivolti.



Conclusione
Concludo con due rapide osservazioni.
1. Il bisogno di religiosità è forte e, a saperlo leggere, si manifesta con sufficiente chiarezza. Non pare che la nozione di "secolarizzazione" interpreti effettivamente ed in profondità l’odierna sensibilità diffusa. Anzi, sembra che emerga una spinta verso una "sacralità" bisognosa di essere educata ed evangelizzata. E' comunque diffusa una grande fame d'assoluto, di qualcosa di stabile che dia senso alla vita.

Va tuttavia rilevato che questa domanda religiosa si muove spesso nella logica del bisogno soggettivo, nella sfera dell'irrazionale e nell'ambito dell'emotività. Soprattutto i giovani non riescono ad identificare con chiarezza in che cosa o in chi credono. La fede di molti giovani appare quasi senza un contenuto e soprattutto senza un "Tu"; è quasi una religiosità dell'io che rischia di incanalarsi verso strade egocentriche e difensive. L'adesione a movimenti esoterici tipici della New Age è un segno di tale forte rischio.


2. Se molti credono in Gesù Cristo, tuttavia non possiamo ignorare che è diffusa una certa ignoranza di Gesù Cristo. Non nel senso che gli italiani non abbiano sentito parlare di Gesù Cristo. Ma nel senso che ne hanno una percezione alquanto sommaria, riduttiva, intellettualistica: Gesù Cristo, cioè, non è colto anzitutto come il Figlio di Dio, come il Verbo che si è incarnato, è piuttosto inteso come una cifra, come un termine simbolico, come l'espressione di un insieme di buone idee o di buone proposte morali. Tale ignoranza è fortemente problematica. Ma può anche avere un risvolto positivo, nel senso che la novità del Vangelo può essere presentata ed accolta nella sua freschezza, senza tanti pesi, senza tante incrostazioni: per molti si tratta quasi di un primo annuncio di Gesù Cristo, della sua incarnazione e della sua presenza di Risorto.

Concludo allora ricordando la sfida che da sempre – e in particolare oggi - il Vangelo rivolge all'umanità: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Cor 1,22 24).








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