Gioia del Vangelo



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Fano Incontro di formazione del clero 02-02-2017

Educare con la "gioia del Vangelo",

camminando sulle acque della fragilità,

verso la libertà responsabile.

0. Introduzione


0.1. Struttura della relazione

Alcune precisazioni per orientare le aspettative di chi ascolta:

a) Non intendo commentare dei principi pedagogici presenti all'interno della Evangelii Gaudium (EG) e che qui elenco solamente: I) la realtà è più importante dell'idea; II) Il tempo è superiore allo spazio; III) Il tutto è superiore alla parte; IV) L'unità prevale sul conflitto. Tali principi sono straordinariamente importanti, tuttavia preferisco un discorso più sintetico che analitico, capace di mostrare un itinerario o, meglio, una fisiologia. Dunque, non un catalogo di principi, ma la descrizione di un gesto educativo in atto.

b) Non intendo neppure commentare dei singoli temi pedagogici che attraversano la EG quali: I) essenzialità e gerarchia delle verità (nn. 35-36); II) educare è suscitare l'adesione del cuore (n. 42); III) Le virtù dell'educatore: misericordia e pazienza (n. 44); IV) Ad educare è tutta la comunità (nn. 105-108); V) Cultura, pensiero ed educazione: le scuole e le università cattoliche (nn. 132-134); VI) Il rapporto intimo che lega l'educazione e la catechesi (nn. 163-168); VII) Il rapporto stretto che lega l'educazione e la liturgia, con particolare riferimento all'omelia alla quale il papa dedica uno spazio molto generoso (cfr. in particolare i nn. 139-141). Il motivo di questa opzione è il medesimo che ha guidato la precedente opzione: desidero abbozzare il dinamismo insito nell'educare così come suggerito in modo diffuso ma persistente nella EG. Non un tema pedagogico dunque, ma una vitalità insita nell'educare e che il titolo vuole traguardare.

c) In effetti, il titolo Educare con "la gioia del Vangelo", camminando sulle acque della fragilità, verso la libertà responsabile, oltre che contenere un esplicito riferimento alla Evangelii gaudium, intende segnare un tracciato le cui tappe corrispondono ai paragrafi che seguono: 1. Educare con "la gioia del Vangelo"; 2. Camminando sulle acque della fragilità; 3. Verso la libertà responsabile. L'auspicio è che i tre paragrafi, come indicavo sopra, sappiano nel loro insieme trasmettere la fisiologia del gesto educativo così come il papa lo descrive tra le righe della sua lunga esortazione.

d) Ciascun paragrafo esordisce con il riferimento a dei testi della EG; a questi seguono delle riflessioni che si collocano in orizzonti eterogenei e ciò potrebbe disorientare o creare un senso di frammentarietà; tuttavia, in questo modo, riesco a coinvolgere un ampio ventaglio di spunti di riflessione con la speranza di avere più probabilità d'intercettare meglio i variegati interessi ed esperienze di chi mi ascolta.


0.2. Riflettere sulla EG: un gesto di fedeltà al Convegno di Firenze

"Permettetemi di lasciarvi un'indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare in modo sinodale, un approfondimento della EG per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni (...) Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio".


Queste parole pronunciate dal papa nell'omelia allo stadio Franchi rendono questa mattinata un gesto di fedeltà alla cattedra di Pietro e, insieme, al Convegno della chiesa italiana a Firenze. Dunque, per meglio cogliere l'importanza e la peculiarità storica dell'"educare" tra le cinque vie della Chiesa italiana verso un nuovo umanesimo in Cristo Gesù, è sensato richiamare qui il cammino compiuto attraverso i convegni promossi dalla Conferenza episcopale italiana. Non dobbiamo infatti dimenticare che attualmente siamo ancora all'interno del decennio che la CEI ha segnato con degli orientamenti pastorali dedicati all'Educare alla vita buona del Vangelo.

Il convegno di Roma del 1976, sulla scia del Vaticano II conclusosi 11 anni prima ed in linea con la Gaudium et spes, si confrontava con il mondo moderno senza più identificarlo con il nemico da abbattere, ma pensandolo come il luogo in cui condividere speranze e attese, angosce e tristezze degli uomini. La chiesa non si comprendeva più di fronte al mondo ma nel mondo. Il convegno di Loreto del 1985, con Giovanni Paolo II, apriva alla necessità di una presenza cristiana all'interno delle strutture della società; queste le sue parole chiave: "Anche in una società pluralista e parzialmente scristianizzata, la Chiesa è chiamata ad operare con umile coraggio e piena fiducia nel Signore affinché la fede cristiana abbia o recuperi un ruolo guida e un'efficacia trainante nel cammino verso il futuro". Il convegno di Palermo del 1995 proseguiva sullo stesso solco curvandolo però in modo particolare verso quello che diverrà il progetto culturale orientato in senso cristiano. L'obiettivo era quello di non subire lo sviluppo culturale della società ma di guidarlo. Tuttavia, già allora, un'obiezione si faceva strada: la disponibilità ad entrare nell'agone non finiva per rendere la Chiesa uno dei tanti soggetti antagonisti in campo? Una volta che ci si è trasformati in uno dei contendenti che ambiscono al ruolo di guida, come continuare ad annunciare a tutti il Vangelo? Non è irresistibile la tentazione di trasformarsi da forza culturale a forza politica? In effetti, al convegno di Verona del 2006, Benedetto XVI richiamava la necessità di unire la cultura ("la fede amica dell'intelligenza") con la pastorale ("la fede che suscita prassi caratterizzata dall'amore reciproco"). Guai a separare le due dimensioni. La stessa presidenza del cardinale Bagnasco accentuava nella CEI la dimensione educativa dell'azione ecclesiale, riportando in primo piano la cifra spirituale dell'essere credente e tornando a far leva sulle singole persone e non più solo sulle strutture (cfr. gli orientamenti del decennio corrente). Arriviamo così al Convegno di Firenze che ha avuto il compito di elaborare una sintesi tra cultura e pastorale avendo dinnanzi non l'uomo descritto dalla legge naturale nella sua purezza, ma l'uomo concreto: trovare l'unità tra verità e vissuto è un processo perseguibile solo se si è veramente convinti che il "tempo è superiore allo spazio" e che generare dinamismi di crescita è più importante che presenziare punti strategici della società dai quali fronteggiare l'emergenza morale di turno. Insomma, nel mentre Firenze ci insegna l'urgenza di dare vita a dinamismi di crescita senza l'ansietà dei risultati immediati, contemporaneamente ci comunica la centralità storica della via dell'educare scelta dalla Chiesa italiana.


1. Educare con "la gioia del Vangelo"...
1.1. EG nn. 84-85

"La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (cfr Gv 16,22). I mali del nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere. Inoltre, lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai [...] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa». (...) Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti. Anche se con la dolorosa consapevolezza delle proprie fragilità, bisogna andare avanti senza darsi per vinti, e ricordare quello che disse il Signore a san Paolo: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Il trionfo cristiano è sempre una croce, ma una croce che al tempo stesso è vessillo di vittoria, che si porta con una tenerezza combattiva contro gli assalti del male. Il cattivo spirito della sconfitta è fratello della tentazione di separare prima del tempo il grano dalla zizzania, prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica".


1.2. Una riflessione storica sul cristianesimo oggi

Guardando all'Europa e a tutto il contesto occidentale si deve parlare di tramonto o di trasfigurazione del cristianesimo? Spesso diciamo che l'occidente è in crisi perché ha abbandonato il cristianesimo e forse è anche così; poi, però, quando aggiungiamo che anche il cristianesimo è in difficoltà in occidente, implicitamente e forse inconsapevolmente, confessiamo un'identità tra le sorti dell'occidente e quelle del cristianesimo, come se quest'ultimo coincidesse con il primo ed è così che la comunità cristiana rischia di sentirsi attraversata da un sentimento di decadenza che invece non ha nessuna ragione di essere: il Vangelo non è l'Occidente e il tramonto di quest'ultimo non è perdita, ma invito alla trasfigurazione del cristianesimo. É una sfida e non un ostacolo. Pensare così ed interpretare la crisi delle vocazioni, la diminuita frequenza ai sacramenti, il crescente relativismo morale, la scristianizzazione delle istituzioni civili come sfide e non come ostacoli, significa saper vedere in questi eventi opportunità che aprono a forme inedite e nuove di cristianesimo vissuto nel mondo, manifesta quella "gioia del Vangelo" che alimenta la speranza.


1.3. Una riflessione antropologica

Educare è per lo più inteso come una formazione alla responsabilità e per questo il gesto educativo è principalmente pensato nei confronti dell'infanzia. Eppure, se pensiamo al "bambino" come al segno del futuro, all'avvenire, alla speranza donata all'umanità che si rinnova, allora ha un senso parlare anche di "educazione all'infanzia" rivolta all'adulto. Educare all'infanzia l'adulto significa educarlo alla speranza, risanarlo rendendolo capace di quella resilienza tipica dei bambini. Assumere questa prospettiva significa essere consapevoli che educare è possibile solo se non si è persa la speranza. E' Per questo che educare è sempre anche educarsi alla speranza.

Non solo. Educare alla speranza è il primo passo da compiere in un itinerario pedagogico; esso viene prima dell'educazione alla responsabilità: essere capaci di rispondere alle richieste di aiuto di qualcuno è possibile solo se, attraverso la speranza, si sa vincere la paura che la nostra vita possa complicarsi qualora ci attardassimo con il bisognoso (cfr. la parabola del buon Samaritano). Educare alla speranza pone come prioritaria l'attenzione alla relazione: non si può educare in serie, come in una catena di montaggio, occorre saper rendere unici i legami che si intrattengono con i discenti.
1.4. Una riflessione pastorale

Vale la pena qui soffermarsi sull'espressione: "la cresima è il sacramento dell'abbandono"; essa intende significare che dopo l'ultimo sacramento dell'iniziazione cristiana si assiste ad una fuga dei giovani dalla parrocchia che viene spesso vissuta come una sconfitta a cui, peraltro, ci si rassegna presto con fatalismo. Direi che questo atteggiamento potrebbe rappresentare la spia di chi è senza la speranza che fuori dal territorio parrocchiale viene meno la vicinanza di Dio alle donne e agli uomini e che la storia di salvezza che Egli conduce con tutti si interrompa. Ma direi anche che esso potrebbe essere il segno di chi, persa "la gioia del Vangelo, rinuncia ad arrischiare nuove forme di evangelizzazione. Se si tenesse conto di una mobilità dei giovani impensata fino a qualche decennio fa e che essi nella ricerca della loro strada, travolti da infiniti messaggi, sono spinti ad esplorare itinerari che possono anche condurre lontano dai luoghi della loro prima formazione, forse varrebbe la pena riformulare il problema e piuttosto che chiedersi solamente perché se ne vanno o come trattenerli, bisognerebbe domandarsi se si è capaci di attenderli, di guardare ogni giorno lontano e di correre loro incontro quando feriti e spaventati riappaiono all'orizzonte e cercano di riavvicinarsi (cfr. la parabola del Padre misericordioso). Penso alle giovani coppie che hanno conosciuto il fallimento e che non sanno come partecipare alla vita della comunità, ma anche a tutti quelli che si trovano "scartati" da una società meritocratica che premia la forza e rifiuta la debolezza e cercano luoghi accoglienti dove sentirsi apprezzati; a quelli che vorrebbero comunicare con noi, ma la nostra incapacità di rinnovare un vocabolario fatto di parole come "sacrificio", "obbedienza", "rinuncia" li rafforza nel pregiudizio che non sarebbero capiti; a quelli che si riavvicinano per il battesimo del loro figlio e trovano stanze poco illuminate, spoglie e, in senso letterale, fredde, ma soprattutto una scarsissima capacità di inserirli in relazioni significative con altre famiglie più adulte che potrebbero invece sostenerli nelle difficoltà che incontrano in una società che certo non sostiene la scelta coraggiosa di mettere al mondo bambini. Concludo questa riflessione tenendo a precisare che questa ridotta capacità di accogliere i potenziali "ricomincianti" va ricondotta non solamente ai parroci, ma anche a tanti fedeli laici che, sebbene impegnati, hanno lasciato soli i pastori nell'immaginare come trasformare i problemi in sfide per non lasciare che diventino ostacoli demotivanti.


2. ... Camminando sulle acque della fragilità...
2.1. Premessa pedagogica: educare significa saper convivere con la propria e l'altrui fragilità

"L'esperienza della fragilità umana si manifesta in tanti modi e in tutte le età, ed è essa stessa, in certo modo, una 'scuola' da cui imparare, in quanto mette a nudo i limiti di ciascuno. Per queste ragioni il tema della fragilità entra a pieno titolo nella dinamica del rapporto educativo, nella formazione e nella ricerca del senso, nelle relazioni di aiuto e di accompagnamento"1.


Assumersi la responsabilità della formazione di qualcuno ci pone di fronte alla fragilità come forse nessun altro compito relazionale fa; sia la fragilità dell'educatore, sia quella dell'educando sono l'esperienza che più facilmente si accompagna al gesto dell'educare. É per questo che il fallimento nella relazione educativa esige il saper camminare sulle acque della fragilità, pena vivere la responsabilità educativa come un'incombenza fastidiosa, da delegare il più possibile. Ma perché accade questo?

Ci sono senz'altro motivi sociologici: l'educazione di un ragazzo richiede l'impegno di una intera comunità, ma oggi, nella società liquida, segnata dal pluralismo culturale, questa comunità appare schizofrenica (cfr. EG 106); inoltre accade di frequente che le trasformazioni delle strutture familiari rendano più complessa l'azione educativa.

Poi ci sono motivi culturali; tra questi, segnalo una diffusa diffidenza verso l'autorità; ma la relazione educativa non è democratizzabile e richiede il vigore di chi sa sostenere il conflitto; non si tratta certo di tornare al "padre padrone", ma di comprendere che i discenti hanno bisogno del maestro e che rendere orizzontali tutte le relazioni è certo meno faticoso ma non aiuta a crescere.

Infine, ci sono motivi strutturali, insiti nell'azione educativa e ineliminabili, da essi nessuna cultura o società ci mette al riparo. In primo luogo perché ci si trova a volte a dover insegnare cose che poi, però, non si riesce a testimoniare. In secondo luogo perché il successo educativo non è garantito dall'impegno profuso: anche se pieno di buona volontà, il pedagogo sa che incontrerà sempre l'imprevedibile libertà dell'altro e nessuna certezza può assicurare il buon esito dei suoi sforzi. In terzo luogo perché bisogna uscire dalle rassicuranti benché tiranniche logiche del mercato: nel rapporto educativo non si è né creditori, né debitori; il contrario genera dinamiche angoscianti o sensi di colpa: sia per gli educatori, sia per gli educandi sentirsi perennemente in debito o in credito gli uni verso gli altri produce una plumbea atmosfera di ricatto che oscura il sole dell'affidamento. Inoltre nell'esperienza educativa non si può neppure contare su dei principi intesi come punti di partenza da cui dedurre infallibilmente dei comportamenti: l'originalità delle persone richiede una saggezza pratica che mette fuori gioco ogni rassicurante applicazione meccanica.


2.2. EG nn. 216, 270

"Piccoli ma forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, tutti i cristiani siamo chiamati a prenderci cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo.

(...)

A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo".


2.3. Una riflessione teologica a partire da Michelangelo

Oggi nella cristologia il movimento più profondo è diretto verso una nuova comprensione dell'umanità di Gesù. Il che è stato uomo deve farci concentrare lo sguardo sul come è stato uomo affinché possiamo cogliervi il chi divino (cfr. B. Maggioni, Era veramente uomo. Rivisitando la figura di Gesù nei Vangeli, Ancora, 2001).

Gesù Maestro ha assunto e attraversato, senza esserne schiacciato, tutta la fragilità dei figli di Adamo assumendone la carne in tutta la sua tenerezza, ma anche in tutta la sua piagabilità, e lasciando a Dio il compito di scrivere la conclusione della storia. L'arte ha espresso in modo mirabile questa verità andando molto oltre la capacità esplicativa dei concetti astratti.

(cfr. le slides)


2.4. Una riflessione teologico morale

É stato scritto che la EG ha il valore d'una esortazione programmatica del papato di Francesco; se ci si riconosce in questa affermazione allora Amoris laetitia (AL) può essere letta come un approfondimento e un prolungamento di alcuni aspetti della EG. In particolare della fragilità dell'"amore nella famiglia" (è il sottotitolo della AL che, dunque, non è una esortazione sul matrimonio, ma, appunto, sull'amore vissuto in famiglia). In molti numeri di AL vi è un esame di coscienza di tutte quelle proposte formative fatte alle coppie in passato che non hanno saputo tener conto della fragilità umana e che hanno finito per proporre degli ideali tanto belli quanto irraggiungibili e, quindi, scoraggianti (cfr. AL nn. 325, 36-37)2. Certi testi della AL sono senz'altro uno sviluppo di quanto più generalmente viene detto in EG n. 433. Se la teologia perde il contatto con la fragilità umana allora diventa "una teologia da tavolino" (EG n. 133).


3. ... Verso la libertà responsabile
3.1. EG nn. 64, 171

Viviamo in una società dell’informazione che ci satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello, e finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. Di conseguenza, si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori.

(...)

Da qui la necessità di «una pedagogia che introduca le persone, passo dopo passo, alla piena appropriazione del mistero». Per giungere ad un punto di maturità, cioè perché le persone siano capaci di decisioni veramente libere e responsabili, è indispensabile dare tempo, con una immensa pazienza. Come diceva il beato Pietro Fabro: «Il tempo è il messaggero di Dio».


3.2. Una riflessione pedagogica

Questi testi della EG sono pienamente in sintonia con le considerazioni proposte dalla CEI ne Educare alla vita buona del Vangelo4. Già don Milani ci ha aiutato a riflettere che l'obbedienza non è sempre una virtù; ma ancora non si è ancora pensato abbastanza la disobbedienza di Gesù alla legge farisaica o ai propri genitori. Non comprendo perché ancora parliamo di obbedienza di Gesù a Dio, rischiando il fraintendimento, quando invece è di fedeltà che si tratta: l'obbedienza può lasciare intendere esecuzione meccanica e messa tra parentesi della propria responsabilità, la fedeltà invece esprime un bene interiorizzato e una creatività che si arrischia ad impiantarlo nella situazione concreta in cui si trova. Questo non è "educare all'etica della situazione": i principi non sono relativi! Questo è formare al coraggio della responsabilità personale: i principi vanno traguardati attraverso le persone e non viceversa e il "bene possibile" è migliore dell'ottimo5.

Vorrei ancora commentare questi testi della EG con un altro tratto dalla AL:
(...) l’ossessione non è educativa, e non si può avere un controllo di tutte le situazioni in cui un figlio potrebbe trovarsi a passare. Qui vale il principio per cui «il tempo è superiore allo spazio». Vale a dire, si tratta di generare processi più che dominare spazi. Se un genitore è ossessionato di sapere dove si trova suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà ad affrontare le sfide. Quello che interessa principalmente è generare nel figlio, con molto amore, processi di maturazione della sua libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia. Solo così quel figlio avrà in sé stesso gli elementi di cui ha bisogno per sapersi difendere e per agire con intelligenza e accortezza in circostanze difficili"6.
Certo, il testo qui si rivolge direttamente alle famiglie; ma è sensato pensarli rivolti ad ogni educatore. Siamo consapevoli, quando educhiamo nelle sale parrocchiali i nostri giovani o raccogliamo le loro confidenze, che l'obiettivo è il medesimo? Non è la chiesa una Madre e i battezzati dei figli? Insomma, siamo capaci di educare alla libera fedeltà o ciò che attendiamo è solo obbedienza che facilita il controllo?
3.3. Una riflessione di attualità ecclesiale

Vorrei approfondire quanto appena esposto soffermandomi sulle critiche che vengono mosse a papa Francesco. Critiche autorevoli mosse anche da vescovi. Esse non vanno in sé biasimate poiché rappresentano quel dissenso che, se leale, appartiene alla chiesa pellegrinante in modo fisiologico ed in ogni suo livello: parrocchia, diocesi, chiesa universale. Che cosa sostengono tali lamentele?7 "Ma cosa vuol dire 'uscire'? É facile dirlo, ma farlo? In una situazione data, nella mia diocesi, che cosa comporta?". "Il papa ci dica cosa si deve fare! Si stabiliscano delle norme che ci aiutino a realizzare il nuovo!". Ma il papa questo non lo fa e non lo vuole fare. "Egli spesso invita ad una certa audacia, ad osare. Dice di preferire una chiesa incidentata ad una chiesa tutta protesa all'autoconservazione. Ma in concreto, che cosa vuol dire? Senza avere istruzioni precise, non si sta navigando a vista?"

Ecco, proprio queste domande che rimangono senza risposta tracciano l'originalità della pedagogia pastorale di papa Francesco. Il papa si fida di noi e ci sprona a sentirci responsabili in prima linea; non esecutori, ma pienamente protagonisti della missione della Chiesa. Sono le Chiese locali a dover dare concretezza di azione alla Chiesa in uscita; sono loro a dover assumere concretamente il compito di tradurre in storia la Chiesa in uscita facendo in modo che questa non rimanga solo uno slogan. Si tratta di risvegliare in ogni battezzato la gioia di sentirsi discepolo-missionario. Il papa lascia in sospeso le concrete vie da percorrere perché vuole che ogni fedele, presbitero e vescovo, nel proprio raggio d'azione vitale e quotidiano, trovi la strada per realizzare la "conversione pastorale" della Chiesa.
3.4. Una riflessione teologica sul laicato

L'educazione del popolo di Dio verso una libertà responsabile è anche l'anima delle seguenti parole che il papa, riguardo l'impegno sociale dei battezzati, ha scritto al cardinale Ouellet.


"Il clericalismo non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come “mandatario” limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. (...)

Oggigiorno molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza. Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza. (...) Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero” (Evangelii gaudium, n. 71). Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia"8.


4. Conclusione: l'arte dell'accompagnamento
Se ritenere l'educazione un'arte comporta affidarsi all'ispirazione dello Spirito più che a regole indifferenziate, pensarla come un gesto di accompagnamento significa superare una comprensione essenzialistica dell'uomo a favore della sua storicità. L'uomo attraversa diverse età e ciascuna ha i suoi bisogni educativi, dimenticarlo sarebbe fatale, affidarsi a proposte uniformi o limitarsi solo ad alcune stagioni renderebbe cattivi maestri. Per questo "La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa 'arte dell’accompagnamento', perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5)" (EG. 169).
"Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita"9.
L'arte dell'accompagnamento, dice il papa, ha lo scopo di "integrare" (cfr. AL), ma ciò non vuol dire "portare dentro". Pensare così significa stare ancora in una logica di puri da un lato e impuri dall'altro. Una logica manichea estranea alla tradizione della chiesa cattolica. Chi può pretendere di guardare un altro come un escluso dalla grazia? Integrare vuol dire far sentire le persone là dove si trovano coinvolte in una storia di salvezza; nessuno è escluso dalla misericordia di Dio. Nel Vangelo, i farisei e i dottori della legge non sono mai definiti "peccatori". "Peccatore" nel vangelo è il pubblicano, la prostituta, l'eretico samaritano e cioè tutti quelli che venivano ritenuti esclusi dal disegno di salvezza. Accompagnare nell'educazione, allora, non vuol dire dare il patentino di buon cristiano a qualcuno o regolarizzare una situazione, ma aiutare gli "smarriti di cuore" a riconoscere e sperimentare la misericordia di Dio nella loro vita hic et nunc, lì ed ora, proprio dove si trovano oggi. Sarà questo incontro con la Salvezza che li metterà in cammino verso il Regno dei cieli.

1 CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, n. 54

2 325. (...) come abbiamo ricordato più volte in questa Esortazione, nessuna famiglia è una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre, ma richiede un graduale sviluppo della propria capacità di amare. (...) Contemplare la pienezza che non abbiamo ancora raggiunto ci permette di relativizzare il cammino storico che stiamo facendo come famiglie, per smettere di pretendere dalle relazioni interpersonali una perfezione, una purezza di intenzioni e una coerenza che potremo trovare solo nel Regno definitivo.

36. Al tempo stesso dobbiamo essere umili e realisti, per riconoscere che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi ci lamentiamo, per cui ci spetta una salutare reazione di autocritica. (...) Abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario.



37. Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle.

3 "San Tommaso d'Aquino sottolineava che i precetti dati da Cristo e dagli apostoli al popolo di Dio 'sono pochissimi'".

4 "Di fronte agli educatori cristiani, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, si presenta, pertanto, la sfida di contrastare l'assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l'inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l'esercizio critico della ragione" (n. 10).

5 Cfr. AL, n. 308.

6 AL, n. 261

7 Cfr. Il Regno- attualità, 2016/10 in cui il vaticanista Accattoli, senza mancare di discrezione, narra le confidenze raccolte da alcuni vescovi.

8 Regno - documenti, 2016/7

9 EG, n. 171






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