Giornata sacerdotale del Sacro Cuore Relazione annuale sullo stato della Diocesi



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Diocesi Piacenza-Bobbio
Servizio Documentazione
Seminario urbano vescovile


Giornata sacerdotale del Sacro Cuore
Relazione annuale sullo stato della Diocesi

7 Giugno 2007


Relazione autentificata dal Vescovo mons. Luciano Monari.

Mons. Luciano Monari,
Vescovo, Diocesi Piacenza-Bobbio   Vice presidente CEI

  I  
Il Presbiterio


Il primo e più importante obiettivo, nel ministero di un vescovo, è senza dubbio alcuno la costruzione del presbiterio. Lo ritengo essenziale per la costruzione del senso della Chiesa locale e mi sembra debba diventare un impegno primario di noi tutti. Intendo, in concreto, che l’insieme dei preti insieme al vescovo pensi di essere e si comporti come «un cuore solo e un’anima sola» (At 4, 32); e che l’insieme dei preti col vescovo si ritenga e operi come responsabile in solido dell’unico servizio pastorale della Diocesi. Il motivo di questa concezione è evidentemente teologico: si diventa preti attraverso l’ordinazione sacerdotale e questa ordinazione non costituisce una “laurea” e cioè il riconoscimento di un’abilità che è stata raggiunta attraverso lo studio e la preparazione; ma l’ordinazione costituisce l’immissione in un corpus che esprime e compie la “missione” ricevuta dal Signore risorto. Gesù ha mandato i Dodici, evidentemente; ciascuno con le sue caratteristiche personali; ma li ha mandati per un’unica missione che essi, i Dodici, dovranno compiere insieme, collegialmente. Non potranno nascere dodici chiese diverse, ciascuna con la figura dell’apostolo che l’ha fondata – Paolo, o Apollo o Cefa, ma una Chiesa sola in dodici chiese, e questo significa che i Dodici dovranno agire secondo una logica di comunione e di corresponsabilità. Questo fatto fonda quella che viene chiamata la “collegialità episcopale”; ma fonda, a maggior ragione, la comunione del presbiterio diocesano. I diversi preti che costituiscono il presbiterio di Piacenza-Bobbio sono concretamente presenti alla comunione della Chiesa cattolica attraverso il vescovo diocesano e quindi debbono costituire con lui una cosa sola sia a motivo del rapporto di appartenenza a Gesù che condividono, sia a motivo dell’unica carità che li unisce, sia a motivo dell’unica azione pastorale che essi conducono.
Ricordate il bellissimo testo di sant’Ignazio agli Efesini:

“È necessario che voi procediate d’accordo col pensiero del vescovo, come già fate. Il vostro stimatissimo presbiterio, degno di Dio, è congiunto infatti al vescovo come corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nella sinfonia del vostro amore, Gesù Cristo è cantato. Tutti, dunque, diventate un unico coro, affinché nell’armonia del vostro accordo, prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate a una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché ascolti e riconosca, per il bene che fate, che siete membra del suo Figlio. È essenziale, dunque, che voi siate in una unità perfetta, per essere sempre partecipi di Dio”.


In poche righe torna per due volte il termine homònoia (identità di pensiero), due volte il termine enòte:s (unità), due volte il termine sy’mfo:nos (con-sonante) e ancora l’espressione “a una sola voce”; si aggiungano i verbi syntrèchein (correre insieme, andare d’accordo) e synarmòzesthai (essere congiunto). Insomma, sembra che sant’Ignazio sia ossessionato dalla concordia del presbiterio e la veda come una qualità irrinunciabile. Bene; io sono d’accordo con lui. E provo a spiegare perché.
Forse l’espressione più significativa per dire l’identità e il servizio del prete è quella che vede la sua attività come compiuta in persona Christi. Non si tratta, a mio parere, anzitutto della definizione di un potere, ma della determinazione di una qualità di presenza. Ciò che salva è l’umanità di Gesù nella quale e attraverso la quale Dio si fa presente al mondo, all’umanità e, a sua volta, l’umanità può trovare e incontrare la vita di Dio. Ma l’umanità di Gesù è presente nella storia e nello spazio attraverso la presenza di persone mandate autorevolmente da Gesù che parlano in quanto mandate da Lui e operano in obbedienza a Lui. È evidente che questa attività di ri-presentazione di Gesù può essere compiuta solo in una profonda esperienza di comunione. Io, attraverso il mio ministero, rendo presente la persona e l’azione salvifica di Gesù; tu, attraverso il tuo ministero, rendi presente la persona e l’azione salvifica di Gesù. Solo se siamo in piena comunione tra noi il nostro ministero può essere efficace; rovineremmo il ministero stesso se mentre io rendo presente Gesù con la mia predicazione tu rendessi presente un Gesù “altro" attraverso la tua predicazione. Vorrebbe dire che stiamo annunciando noi stessi, le nostre idee e non l’identico, unico Signore della nostra vita. Questo non richiede solo che il contenuto della nostra predicazione sia unico (o perlomeno armonizzabile), ma che tu ed io ci sentiamo e siamo portatori del medesimo mistero, servi dell’unico Dio e dell’unico Signore.
Se si trattasse solo di trasmettere una dottrina, un modo di vedere il mondo, basterebbe che il contenuto dell’insegnamento fosse corretto (ma per questo non sarebbe necessaria un’ordinazione sacerdotale; basterebbe una bella laurea in teologia); se si trattasse solo di edificare una società religiosa basterebbe che il ministero fosse subordinato all’obiettivo da raggiungere (ma anche per questo non sarebbe necessaria un’ordinazione sacerdotale; basterebbe la sottomissione a una guida energica e chiara). Ma siccome si tratta di rendere sacramentalmente presente l’azione viva e attuale del Signore risorto, per questo ci vuole l’ordinazione; e per questo tutti quelli che vengono ordinati sono nello stesso tempo inseriti in una realtà concreta, visibile, che è, nella sua unità, sacramento dell’unico Cristo Signore. Questa visibilità si realizza in concreto in ogni singola diocesi attraverso il legame visibile con il vescovo e la comunione di fede e di amore con Lui e con tutti gli altri presbiteri.
Capite allora perché considero l’edificazione del presbiterio l’obiettivo primario. Se questo c’è, possiamo correre tutta l’avventura del ministero con le sue gioie e le sue difficoltà. Ma se questo viene meno, rischiamo di correre o di aver corso invano, come scrive san Paolo ai Galati (cfr. Gal 2, 2). Debbo rendere grazie al Signore e a molti preti per il dono immenso della loro bontà, pazienza, fiducia, fraternità. Ho trovato preti che hanno una vera devozione al vescovo quasi secondo una teologia ignaziana (ricordate il nihil sine episcopo, ancora di sant’Ignazio). E questa per me è stata una consolazione grande; se il peso del mio ministero è leggero lo debbo a tanti preti che mi accolgono, mi sopportano, prendono il bene che ci può essere nelle mie azioni e sanno portare il peso delle mia debolezze. Il Signore li benedica.
I passi avanti che dobbiamo fare e per i quali chiedo la vostra dedizione riguardano soprattutto la comunione tra i preti, l’amore fraterno. Se vogliamo diventare un vero presbiterio dobbiamo anzitutto evitare ogni tentazione di costruire contrapposizioni o di fare confronti: “quello che io ho ricevuto e quello che hanno ricevuto gli altri; la mia parrocchia e la parrocchia degli altri; il mio compito pastorale e quello degli altri”. Capisco che il confronto venga spontaneo; la società in cui viviamo è competitiva e rischiamo di interpretare il nostro servizio nella logica della competizione –valgo più io o tu? Ma questa contrapposizione non può che rovinare i rapporti e renderli superficiali, formali. Si può procedere con la logica dello “scaricabarile”, e vuole dire: se c’è un peso da portare cerco di sottrarmi più che posso. Il risultato è che qualcun altro dovrà portarlo – “ma perché dovrei sacrificarmi io? Sono forse il più stupido?”. O si può procedere con la logica contrapposta, quella cui ci esorta san Paolo: «Portate gli uni i pesi degli altri e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6, 2). Provate a immaginare che cosa significhi all’interno di un presbiterio: portare i pesi gli uni degli altri. Si può essere furbi nel sottrarsi a pesi, non si può essere cristiani; e, ne sono più che convinto, non si può essere felici.
Qualche tempo fa ho ricevuto il consiglio pastorale di una parrocchia che si preparava ad accogliere un nuovo parroco. Mi hanno fatto, papale e papale, questo discorso: Pensavamo che le nomine dei parroci avvenissero per volontà del vescovo così come lo spostamento di un carabiniere – arriva il precetto di trasferimento e si va; ma abbiamo capito che ci illudevamo e che le nomine sono il risultato di una contrattazione: il vescovo riesce a fare un parroco se riesce a strappare un sì al possibile candidato. Rispondendo, ho cercato di addolcire le cose e di rendere il processo di nomina dei parroci meno “sindacalizzato”, ma quelle parole mi hanno fatto male: mi hanno costretto a riflettere su quale immagine di presbiterio nostro/mostriamo. Non mi sento un manager che deve cercare di ottenere prestazioni più alte dalle maestranze; e non mi sento di combattere con chi vorrebbe pagare il prezzo inferiore possibile. Vorrei solo diventare collaboratore della gioia dei credenti e, nello stesso tempo, essere una cosa sola con i miei preti. Riuscirò? Riusciremo? Credo che questo obiettivo chieda a noi tutti una conversione: debbo imparare a essere vescovo secondo questa logica e voi dovete imparare a essere preti secondo la medesima logica. La fiducia e l’obbedienza sono un corollario necessario, ma le possiamo capire e vivere solo in un’ottica di fede.
Vorrei chiedervi un dono immenso: quello di non parlare mai male di un confratello. Se ci sono correzioni da fare, queste vanno fatte, ma a lui. Guai a mettere un altro in cattiva luce di fronte alla gente; e guai a dire parole che creino disagi, sospetti, animosità tra di noi. Se vado a dire a uno che don Tizio ha parlato male di lui creo evidentemente rancore, animosità, una tensione negativa, difficile da superare. Io mi impegno, nei limiti del possibile, a non mettermi mai contro un prete – ma anche voi impegnatevi a non mettere mai in cattiva luce un prete – salvi naturalmente i diritti della verità. Ma l’amore della verità non obbliga mai a sparlare.

Ancora: il senso del presbiterio richiede anche che il nostro lavoro pastorale sia coordinato con quello degli altri preti. Questo non significa che siamo esecutori di un programma rigido che ci viene imposto, ma che la nostra libertà di programmare è intesa correttamente solo se tiene presente il lavoro pastorale degli altri. Non basta che l’edificio che ho in mente di costruire sia bello; non basta che abbia i soldi per costruirlo; debbo verificare se sia utile e si adatti al contesto del territorio. Una cattedrale nel deserto, come si dice, può essere bellissima, ma non è al suo posto. Quando delineo un’attività pastorale, debbo considerare anche quello che si fa attorno a me per vedere se quello che ho intenzione di fare si armonizza o se invece diventa il classico “pugno in un occhio”.


In questo contesto acquista un valore grande quanto il Consiglio presbiterale Diocesano ha deciso sulla formazione permanente dei preti – formazione umana, spirituale, pastorale, intellettuale. L’importanza del problema è fuori discussione: lo testimonia il numero di diocesi che hanno sentito il bisogno di affrontarlo. Il documento che è uscito dal Consiglio presbiterale, che volentieri io faccio mio e che oggi vi viene consegnato è ricco nelle sue articolazioni e può diventare il punto di riferimento di un lavoro prolungato nei prossimi anni. Si tratta di renderci conto che la situazione che viviamo ci chiede una creatività grande anche nel ministero. E che questa creatività non è possibile se non ci diamo il tempo di fermarci, riflettere, studiare, immaginare, decidere, verificare. La formazione permanente è un’opportunità per vivere più “umanamente” il nostro ministero.

  II  
Gesù


È tornato fuori, in modo sorprendente, un interesse acuto rivolto a Gesù, alla sua persona, alla sua storia. La curiosità ha alcuni aspetti ambigui e tuttavia ci chiede di essere osservata e capita. Penso a fenomeni come il Codice da Vinci e il film Passion di Mel Gibson. A libri come Gesù e Yahvè di Harold Bloom o l’intervista di Augias a Mauro Pesce, o il bel volume di Klaus Berger e soprattutto, naturalmente, il libro del Papa.
Ho detto che questo interesse mi ha sorpreso perché le inchieste sui giovani di pochi mesi fa indicavano una ignoranza e un disinteresse evidente verso la persona di Gesù. Forse l’effetto-moda si manifesta anche in questo campo. In ogni modo siamo sollecitati a cogliere l’opportunità che ci si presenta. Il fatto stesso di porre il problema della credibilità storica di Gesù è significativo e ci permette di sottolineare il profondo inserimento del cristianesimo nella storia. Non solo la rivelazione cristiana avviene nella storia (questo deve dirsi di ogni fenomeno umano: anche Buddha e Maometto possono e debbono essere collocati storicamente), ma la rivelazione cristiana avviene attraverso la storia: la storia umana, in alcuni suoi momenti privilegiati, viene assunta ed elevata a strumento di rivelazione. Questo vale per la storia di Gesù ma anche per la storia di Israele, della prima comunità cristiana e così via.
Credo sia nostro compito cogliere questa occasione per fare comprendere quella che è stata chiamata: “L’essenza del cristianesimo” che non è l’etica dell’amore per i nemici come riteneva von Harnack, ma la rivelazione di Dio attraverso l’uomo Gesù di Nazareth. Il Papa non si stanca di ripetere che al cuore della nostra esperienza di fede sta l’amicizia personale con Gesù; solo che dobbiamo riuscire a spiegare questa amicizia personale, in modo che non venga intesa come un semplice ricordo affettuoso della figura di Gesù, ma come un rapporto attuale e vitale con Lui risorto attraverso la sua Parola, i Sacramenti, l’esperienza ecclesiale. Se riusciremo a spiegare questo, faremo un passo avanti notevole verso una maturità della fede.
Siamo tutti convinti che Gesù Cristo è il centro, l’essenziale; e che da Lui viene la possibilità di dare senso alla vita. Gesù Cristo ha in sé il mistero della umanizzazione dell’uomo e della umanizzazione del cosmo intero; e ha in sé il DNA dell’amore che viene da Dio e che s’incarna in tutte le parole e in tutti i comportamenti della vita. Se non si è sicuri che la vita abbia un senso e che questo senso sia l’amore, tutto diventa incerto; e l’avventura dell’uomo si riduce a una navigazione a vista che evita forse gli scogli più pericolosi ma che non si arrischia ad affrontare il mare aperto. Nonostante i grandi affari della finanza, le grandi consultazioni politiche, lo sfoggio di mezzi imponenti e affascinanti, la nostra società è e rimane una società meschina, che non sa sperare in grande e non sa rischiare; che si specializza nella produzione di anestetici per addormentare il dolore di vivere ma che non riesce a dire che la vita in sé ha un valore sempre. Vediamo quello che Gesù aveva annunciato: «Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà» (Mt 24, 12) Come si fa a convincere una persona ad amare se non è convinta che la vita abbia un senso? Se non ama la sua stessa vita? Se non ritiene nulla degno dei propri sacrifici? Ma sono proprio queste le convinzioni che vengono seminate e diffuse costantemente nei messaggi di oggi.
Per questo l’annuncio di Gesù ha un’attualità e un’importanza ancora più grande. Si tratta di difendere e arricchire l’umanità dell’uomo. Legare l’uomo all’amore di Dio, come fa la fede in Cristo, sottrae l’uomo da possibili manipolazioni e riduzioni.

  III  
Le Unità Pastorali


Unità Pastorali. Mi sembra che questa scelta, fatta dal Sinodo della nostra Chiesa, sia ormai pacifica. Il futuro della pastorale passa attraverso questa scelta. Ma ci sono alcune cose che vorrei ugualmente sottolineare. La prima è che, attraverso una scelta come questa, la nostra Chiesa mantiene la dimensione territoriale della pastorale come primaria e irrinunciabile; insomma, è la riconferma della scelta parrocchiale. Tra la Parrocchia e l’Unità Pastorale ci sono evidentemente differenze, ma il codice genetico è lo stesso; si tratta di una trasformazione omogenea del tessuto pastorale.
Non è una scelta ovvia. In Germania e, in genere, nel resto dell’Europa Occidentale, va diffondendosi una visione alternativa che si fonda sulla creazione di centri religiosi forti che facciano da sorgenti di esperienza religiosa, di preghiera, e animino porzioni ampie della popolazione, al di là di determinazioni territoriali. Il motivo è che la diminuzione del numero dei sacerdoti obbliga a rinunciare a una presenza capillare e, anziché affievolire la presenza su tutto il territorio si preferisce concentrala e approfondirla in alcuni punti-centri forti. Li descrive in questo modo il card. Kasper:

“Il più delle volte si tratterà di parrocchie centrali, ma potrebbe anche trattarsi di monasteri, conventi, case religiose, luoghi di pellegrinaggio o altri centri pastorali. Essi dovrebbero radunare, conformemente all’essenza dell’unica Eucaristia, tutto il popolo di Dio, dovrebbero parlare a tutti i cristiani di una religione ed essere aperti a tutti. In tali Chiese centrali la domenica i fedeli non sperimenterebbero una vita ecclesiale ridotta e in lenta via di estinzione, bensì una vita ecclesiale vigorosa e piena”.


La nostra scelta parte invece dalla convinzione, dalla scommessa, che in Italia ci sarà anche nel futuro la possibilità di una presenza capillare sul territorio. I cambiamenti sociali intervenuti e la diminuzione del numero dei preti rende necessaria una revisione delle forme di questa presenza, ma sempre nella medesima logica della presenza territoriale. E tuttavia quanto il card. Kasper dice, ha una rilevanza anche per noi: ci invita a non scendere il piano inclinato di una pastorale che si contrae progressivamente diventano sempre più labile. Dobbiamo offrire alla nostra gente la possibilità di vivere un cristianesimo impegnato, un’esperienza di comunità viva. Si tratterà di comunità piccole, forse, ma non stanche o sfiduciate. Dobbiamo permettere a chi lo desidera di partecipare a un’Eucaristia viva, nella quale la bellezza della fede e della Chiesa appaia in tutto il suo splendore. E credo che su questo dobbiamo fare qualche riflessione.
Il numero delle Messe che celebriamo la Domenica è molto alto e questa scelta risponde alle attese e ai desideri della gente. O.K. Ma dobbiamo stare attenti al rischio che le Eucaristie che celebriamo non diventino scarse di partecipazione e povere di espressione: se le letture non sono proclamate in modo dignitoso, se i segni non sono curati, se non ci sono canti, se il prete è costretto a fare tutto da solo, la Celebrazione è fiacca. Chiaramente il “memoriale della morte del Signore” si compie ugualmente e rimane la possibilità per un fedele di vivere profondamente la sua fede, ma è inevitabile che la Celebrazione sia meno efficace. Non dico di eliminare queste Celebrazioni: fino a che ci saranno preti in grado di celebrare e persone che partecipano le continueremo. Ma dobbiamo a tutti i costi imparare Celebrazioni che siano “piene” dal punto di vista del segno.
Quando ho chiesto che in ogni centro di UP ci sia la Domenica un’Eucaristia “esemplare” intendevo proprio questo: un’Eucaristia che venga preparata e Celebrata col massimo di attenzione e di impegno. Naturalmente qualcuno può obiettarmi che ogni Eucaristia deve essere così. D’accordo. Ma bisogna realisticamente riconoscere che non ne abbiamo le forze e il tempo; e che quando un prete celebra nella mattinata della Domenica tre Messe non gli si può chiedere troppo. Ma almeno un’Eucaristia deve essere Celebrata al meglio: accogliendo e salutando le persone alla porta (è un’attenzione che fa fatica a entrare ma è usuale in molti luoghi e ha un significato bello); preparando i testi in precedenza (e non scegliendo a caso la “preghiera eucaristica”, il Prefazio, i testi della “preghiera universale”); con un coro che stimoli e sostenga il canto di tutta l’Assemblea e anche qui con canti che siano pensati in modo da armonizzarsi con la Celebrazione; con i ministranti preparati; con i Lettori anch’essi preparati perchè hanno riletto, meditato e pregato le letture in precedenza; con la “processione offertoriale” (con quanto è necessario per la Celebrazione: pane, vino, acqua; usualmente non con segni strani che rischiano di distrarre da ciò che facciamo anziché di fare capire l’Eucaristia). Insomma, una Celebrazione fatta bene, tanto bene che non ci si accorga di niente se non di quello che si sta celebrando.
Sono convintissimo che la Liturgia è il dono straordinario che il Signore ci fa e che basterebbe una Liturgia vissuta in tutta la sua ricchezza a sostenere la vita cristiana, ad animare la cultura cristiana, a generare e fare crescere la comunione cristiana. E sono convintissimo che la Liturgia preparata bene, piace ed è vissuta con gioia dai giovani. I concerti cui i giovani partecipano in massa sono solo imitazioni fiacche della Liturgia; sono surrogati. Noi possediamo la forma autentica: se non siamo sciocchi, dobbiamo permettere alla gente di apprezzarla. Ci lamentiamo che i bambini non vengono a Messa; e purtroppo è vero. Dobbiamo metterci dal loro punto di vista e chiederci che cosa possa suscitare in loro il desiderio della Messa; e certo una Messa sottotono non dice loro molto. Ma una Messa con canti che coinvolgano, con un ambiente esterno curato, con il senso della festa, può dire molto.

  IV  
Servizio Pastorale


Il centro dell’U.P. dovrà acquistare un valore particolare nel servizio pastorale proprio perché dovrà offrire per tutti quelle possibilità di incontro che non sono realizzabili nelle singole parrocchie. A me sembra che una U.P. debba offrire almeno:

  • una sala della comunità, sala polivalente nella quale si possano tenere incontri della comunità;

  • l’oratorio;

  • ambienti parrocchiali ampi;

  • posta elettronica e possibilità di accesso a internet.

  • Per di più un centro di UP deve diventare anche un centro di residenza dei preti. Non desidero certo obbligare a vivere insieme, ma desidero favorire la vita comune quando i preti la desiderino o l’accettino. Il prete non è un single e la vita di single non è certo l’ideale per lui. Se Gesù ha mandato i suoi apostoli due a due un motivo ci dev’essere stato e forse il valore del comando rimane anche oggi.

L’immagine della vita da prete che ho davanti agli occhi e che mi ha attirato è quella della mia parrocchia dove quattro preti vivevano insieme. Debbono aver avuto le loro tensioni interne, ma l’aspetto che prevaleva era chiaramente quello della comunione. Una comunione basata sul medesimo sacerdozio, sul servizio comune è un dono straordinario e una testimonianza capace anche oggi di attrarre vocazioni.


Perché questo – non c’è bisogno di ripeterlo – è il problema più grave. Ringrazio di cuore l’équipe diocesana di animazione vocazionale perché lavora con passione. Ma evidentemente questo lavoro può diventare efficace solo con la collaborazione dei preti che operano nelle parrocchie; solo essi sono a contatto diretto coi giovani, li osservano quotidianamente, possono cogliere i segni di vocazione e valutare le attitudini. Dovremo tornare su questo problema perché dobbiamo moltiplicare l’impegno di preghiera, di direzione spirituale, di accompagnamento vocazionale. E dobbiamo riproporre ai giovani esperienze forti di preghiera – esercizi spirituali – perché solo da esperienze forti e prolungate può nascere normalmente una vocazione al sacerdozio.

  V  
Il Programma Pastorale Diocesano


Stiamo facendo, mi sembra, un buon lavoro con il Programma Pastorale Diocesano centrato sulla Iniziazione cristiana. Non ripeto, naturalmente, quanto ho scritto nelle Lettere pastorali e quanto il CPD ha detto in materia. Ricordo solo che questo è uno dei nodi decisivi per il futuro della pastorale; si tratta, infatti, di rendere le persone consapevoli della loro identità di fede, del loro rapporto personale con Gesù Cristo, della loro appartenenza concreta a una comunità. Catechesi, Liturgia, Carità, presenza sul territorio, legami di comunione tra le persone, sono il cammino che dobbiamo proporci. Insisto soprattutto sull’importanza di creare relazioni forti e consapevoli. Una volta si diceva che non dantur clerici vagi; oggi dovremmo aggiungere che non dantur (non dabuntur) christifideles soli. Un cristiano senza legami con altri cristiani non resisterà a lungo in una società come la nostra. Uno dei compiti della nostra pastorale sarà dunque quello di costruire e custodire e rafforzare legami di questo genere.

  VI  
La Missione Popolare Diocesana


Come sapete, ho intenzione di celebrare nel 2010 una Missione Popolare Diocesana che coinvolga tutte le parrocchie della diocesi. Abbiamo fatto un’esperienza sette anni fa; da quell’esperienza potremo prendere quello che c’è stato di buono e rimediare, per quanto possibile, a tutte le insufficienze. Gli obiettivi che ci proponiamo sono chiari.
Anzitutto fare giungere a tutti coloro che risiedono nel territorio diocesano un segno dell’attenzione della Chiesa verso di loro, una testimonianza discreta ma gioiosa della nostra fede in Gesù, un appello a camminare insieme con noi nella conoscenza del Vangelo e nell’edificazione di autentiche comunità credenti. È una responsabilità che abbiamo e alla quale non possiamo rinunciare. Tanto più che sul territorio delle nostre parrocchie si sono insediati e si insedieranno anche in futuro persone che provengono la esperienze diverse: cristiani ortodossi, cristiani appartenenti a diverse denominazioni, mussulmani, altri credenti. Di tutte queste persone non possiamo disinteressarci. Già molto viene fatto a livello di assistenza dalla Caritas e dalla Migrantes. Ringrazio di cuore gli Scalabriniani che garantiscono l’accompagnamento spirituale dei cristiani immigrati attraverso la Missio cum cura animarum. Ma tutto questo non basta: dobbiamo anche rendere testimonianza alla fede e creare con tutte queste persone vincoli di conoscenza, di rispetto, di vicinanza.
La Missione Diocesana dice a tutti che la nostra Chiesa s’interessa di loro. Il fatto solo di girare per tutte le case e di lasciare in tutte le case un segno di attenzione (un vangelo, un’icona, un testo di riflessione) esprime un interesse che è importante. Per questo sono convinto che, comunque la Missione venga svolta, un elemento necessario sarà l’incontro con tutti – proprio con tutti quelli che abitano a Piacenza.

  VII  
Lo scopo della Missione


Infine, lo scopo della Missione è quello di creare, allargare, irrobustire il tessuto di conoscenza e di vicinanza che esiste nelle nostre comunità. Dobbiamo convincerci che uno degli obiettivi fondamentali della pastorale è quello di inserire le persone in una rete di conoscenze che sia colorata dalla fede. I cristiani che abitano nella stessa via o nello stesso palazzo debbono conoscersi e riconoscersi a vicenda; e debbono imparare ad aiutarsi nella vita di tutti i giorni con sincerità e generosità. Insisto su questo obiettivo. Un cristiano che viva isolato farà un’enorme fatica a resistere alla pressione culturale di una società individualista come la nostra. Per questo sono importanti associazioni, movimenti, gruppi che rispondano a questo bisogno. E bisogna nello stesso tempo valorizzare e accrescere quei legami informali che possono unire famiglie vicine; da questi legami l’identità cristiana può essere confermata e protetta.
Né si tema che l’amore fraterno – rivolto cioè agli altri appartenenti alla comunità cristiana – diventi settario ed escludente. Al contrario, proprio nella fiducia che ci lega come “membra dell’unico corpo del Signore” (Ef 5, 30) può venire il desiderio e la forza di aprirci all’attenzione e all’amore degli altri – fino all’amore dei nemici (cfr. Lc 6, 27.35). Come ho fatto spesso notare, questo diventerà anche un contributo che daremo alla società. È evidente agli osservatori più attenti che “le società spingono nuovamente verso forme di welfare che valorizzino le comunità, che si orientino a servizi personalizzati”. Insomma, ci stiamo accorgendo dell’”acqua calda” e cioè che il welfare sociale è prodotto anzitutto dall’amore fraterno, dalla stima reciproca, dalla solidarietà immediata tra le persone. E che il welfare prodotto dalla società politica in senso stretto può essere solo un supporto per quelle situazioni che richiedono mezzi o competenze particolari per essere affrontate e risolte. Se le comunità cristiane funzioneranno come comunità, ne guadagneranno esse stesse ma ne guadagnerà la società intera.
Io sogno che la Missione Diocesana sia un’opportunità per conoscere persone e per intessere legami che possano mantenersi e rafforzarsi secondo le esigenze e i desideri delle persone; ma esigenze che l’incontro stesso col Vangelo può e deve suscitare. Ciò detto, le modalità concrete della Missione sono da ricercare e da decidere insieme. La scansione in tre anni può aiutarci: 2008: animazione delle nostre comunità; 2009: preparazione delle persone che si prestano a operare nella Missione Popolare; 2010: attuazione concreta di questa Missione.
  • VIII –
    La Pastorale


Abbiamo bisogno di una pastorale che sia sempre più flessibile per riuscire a intercettare il maggior numero di situazioni e di persone. Una centralizzazione rigida può dare l’impressione di maggiore efficienza, ma è un’impressione scorretta che si fonda più sulla visibilità che sull’effettiva realtà. Per questo fa parte dell’arte del parroco (e, s’intende, del vescovo) quella di essere attento a tutte le possibilità che la grazia di Dio fa sorgere in una situazione. Ho sempre avuto sospetti sul valore di piani economici quinquennali. A maggior ragione ho sospetti su piani pastorali onnicomprensivi. Il Signore dona la grazia come vuole, suscita la fede secondo i suoi disegni, chiama al suo servizio chi vuole e quando vuole. A me vescovo non è chiesto di decidere tutto quello che bisogna fare ma di valorizzare e coordinare tutto quello che il Signore fa sorgere nella nostra Chiesa.
In questa prospettiva sono convinto che siano da valorizzare tutte le diverse esperienze che arricchiscono la vita ecclesiale: associazioni, movimenti, esperienze, ministeri, carismi e così via. Ciascuna di queste realtà può contribuire ad aumentare la vitalità della Chiesa e deve essere rispettata. La condizione è anzitutto la comunione con la fede e la disciplina della grande Chiesa; e la seconda la consapevolezza del proprio limite e quindi l’accettazione della presenza attiva degli altri. Voglio dire che nessuna delle possibili aggregazioni, se è realista, può pensare di esaurire l’esperienza della fede. Anche i neocatecumenali, che sono una delle forme più globali di esperienza di fede, anche loro debbono riconoscere con sincerità di potere intercettare solo una parte della popolazione credente; e lo stesso vale, a maggior ragione, per le altre forme di aggregazione.

Per questo dobbiamo andare sempre più verso una logica di complementarità, di collaborazione, di rispetto reciproco. Il card. Tettamanzi a Verona parlava di applicazione alle diverse aggregazioni di credenti del comandamento della carità: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19, 19) diventa allora: “Ama l’aggregazione altrui come la tua stessa.” Insomma, la fierezza di appartenere a un gruppo o a una comunità non deve diminuire la stima e l’affetto per gli altri gruppi e le altre comunità. In fondo, proprio questo è un segno di maturità. Quando una persona ha bisogno di svalutare l’esperienza altrui per affermare la propria come assoluta, è il segno che ha nel profondo dei dubbi sulla sua appartenenza e che ha bisogno di assolutizzare quello che è relativo per motivi di sicurezza psicologica interiore.


Solo con una pastorale plurale, pluriforme, possiamo sperare che tutti trovino nella Chiesa il modo di sentirsi a proprio agio, in casa propria. Cito sempre da Kasper:

“Perciò ci devono essere molteplici forme di aggregazioni: gruppi domestici, gruppi di preghiera, gruppi biblici, gruppi di famiglie, gruppi di giovani, gruppi di amici, circoli in cui ci s’incontra per colloquiare, gruppi di azione dei più diversi tipi, che dovrebbero essere aperti a tutti coloro che cercano e che domandano. Essi dovrebbero essere biotipi della fede e laboratori di una cultura nuova impregnata di vangelo e, di conseguenza, lievito in mezzo al popolo”.



Questo futuro richiede da noi apertura, pazienza, intelligenza, rispetto per la diversità, capacità di ricondurre al Vangelo e di misurare sulla base del Vangelo le diverse esperienze.

  IX  
I Giovani


Il problema dei giovani è quello che più mi assilla. So bene che al centro dell’interesse della pastorale debbono stare gli adulti e che dalla testimonianza degli adulti dipende quasi tutto. Ma ho due motivi per interessarmi particolarmente dei giovani. Il primo è che li vedo soffrire, e molto. Ho la percezione che la sofferenza dei giovani sia immensa e che i rimedi che vengono loro offerti non facciano che aggravare il male. Si offre ai giovani soprattutto di soddisfare dei desideri e in questo modo non si fa che acuire la sete e rendere la frustrazione più grave. I giovani hanno bisogno di qualcuno che li ami, che non li cerchi solo per interesse, che non li sfrutti e non li umili. Che abbia fiducia nella loro capacità di verità e di amore, nel loro desiderio di gratuità e di bene. E questo dev’essere il volto della Chiesa che presentiamo loro.
Il secondo motivo è che sembra esserci una frattura profonda tra i Giovani e la Chiesa; nonostante che la Chiesa abbia ciò che può meglio arricchire i giovani – e cioè Gesù Cristo, la fede nell’amore di Dio, la forza dello Spirito che rinnova –, nonostante questo i giovani sentono la Chiesa lontana. Dobbiamo fare ogni sforzo per riuscire a parlare ai giovani, a dire loro integralmente il Vangelo, a proporre loro cammini che li conducano verso una libertà e una responsabilità più grande. L’ho detto più volte: il futuro della nostra fede si gioca sulla sua capacità di umanizzazione e cioè di produrre un’esistenza umana autentica, libera, ricca di valori.
Quello che facciamo fatica a intercettare è il vissuto dei giovani, un vissuto diverso da quello che è e che è stato il nostro; un vissuto che deve misurarsi con sfide difficili, ben più difficili di quelle che abbiamo affrontato noi. Abbiamo bisogno di modelli, di persone che sappiamo dire il Vangelo con parole che i giovani capiscano, ma soprattutto che sappiano mostrare come un vissuto giovanile possa incontrarsi col Vangelo senza perdere nulla, anzi guadagnando in gioia e autenticità. Penso, ad esempio, a esperienze come quelle dello sport, della musica, della comunicazione; a dimensioni della vita come la corporeità, la sessualità, il successo. Cosa ha da dire il Vangelo su tutto questo? Il servizio diocesano di pastorale giovanile sta facendo uno sforzo notevole che ammiro e che seguo con speranza. Uno sforzo che passa attraverso momenti gratificanti e delusioni cocenti; che richiede creatività e costanza nello stesso tempo. Vi chiedo di accompagnare il servizio diocesano, magari anche con suggerimenti e con critiche, ma collaborando. Nessuno è in grado di operare da solo; e nessuno, da solo, riesce a dare il senso vero della Chiesa.
Come sapete, stiamo proponendo ai giovani un cammino triennale che ha al centro la partecipazione alla GMG a Sidney, preparata da un evento nazionale e seguita da un evento diocesano. L’evento nazionale è l’incontro di Loreto il prossimo 1° e 2 settembre, con la partecipazione del Papa. Vi chiedo di proporre con passione questo incontro ai giovani delle parrocchie. Qualcuno ha dei dubbi sul valore dei cosiddetti “eventi”. E sono d’accordo sul fatto che gli eventi non bastano. Ho già detto sopra che credo molto negli esercizi spirituali per giovani e nella direzione spirituale. Non ho bisogno di ridirlo. Ma i giovani hanno bisogno di eventi; ne hanno bisogno per sentirsi in comunione con altri, per staccare dal quotidiano che è riempito di altre esperienze, spesso deludenti (come la discoteca), per sentirsi e manifestarsi credenti, per incontrare un volto bello di Chiesa, per sentire il legame col Papa, e così via. Se potete, accompagnate i giovani a Loreto; ma se non potete accompagnarli, mandateli. In questo modo fate loro un dono grande e li rendete più disponibili anche a impegni parrocchiali.

  X  
Family Day


Desidero dire anche una parola sul Family Day. Non c’è bisogno di sottolineare il valore di una manifestazione pacifica come questa; il messaggio del valore della famiglia nella vita della società; il protagonismo dei laici che hanno promosso questo incontro, ne hanno definito il significato attraverso il manifesto firmato dalle diverse aggregazioni, ne prolungano l’efficacia con l’impegno quotidiano.
Voglio invece sottolineare che il nostro impegno a favore della famiglia non nasce da una visione esclusivamente cattolica della società, ma da un’attenta considerazione del bene comune. In un breve articolo su “VP” Eugenia Scabini dice:

“Immaginiamoci per un momento che si avveri l’utopia preconizzata da David Cooper nel suo libro La morte della famiglia (i più anziani come me ricordano bene l’eco quando Einaudi pubblicò questo piccolo libro; era il 1972). Immaginiamo di esserci liberati dalla famiglia tradizionale, quella basata sul matrimonio di un uomo e di una donna e sull’impegno educativo verso le nuove generazioni, di aver delegato a strutture efficienti e altamente specializzate la cura dei bambini, degli anziani, dei soggetti disabili e di poter soddisfare il nostro bisogno affettivo attraverso legami emotivamente gratificanti, che potranno – a seconda delle nostre esigenze del momento – limitarsi alla sfera sessuale o coinvolgerci in modo più profondo fino a quando non esauriscano il loro potenziale di gratificazione”.

“Che tipo di persone saremmo? Che tipo di società sarebbe? Persone volubili, ma anche sospettose e difese; come non tenere l’altro se può rompere a suo piacimento il legame e tradire le aspettative e vanificare l’investimento nei suoi confronti? Persone ciniche e calcolanti che intrecciano relazioni solo con un fine strumentale. Paradossalmente vivremmo in un mondo non caratterizzato da una liberazione delle risorse affettive, ma da un loro drammatico impoverimento. E la società composta da tali soggetti sarebbe altamente impersonale, sottilmente violenta, instabile, perché impossibilitata a istituzionalizzare e rendere solidi i propri legami. Prevarrebbero sistemi di welfare totalizzanti e pervasivi, dove ogni forma di cura sarebbe accentrata ed estrapolata dai mondi vitali e dalle relazioni primarie, dove sparirebbero le relazioni personalizzate e profondamente significative tra le generazioni, sostituite da negoziazione corporative tra soggetti appartenenti a coorti di età differenti”.

Mi fermo qui anche se tutto l’articolo merita attenzione.


A me sembra evidente che la famiglia rappresenta un patrimonio sociale immenso. E il pericolo che la famiglia sia considerata socialmente irrilevante non è un pericolo astratto. Ci sono regioni in Europa dove questa mutazione è già avvenuta e quello che la Scabini teme è realtà. Può darsi che si tratti di una deriva inarrestabile perché i movimenti culturali sono potenti, ma sono convinto che è nostro dovere – per l’amore che portiamo alle persone – fare il possibile per evitarla. Se siamo convinti che lo status unico della famiglia sia un bene da tutelare è evidente che chi opera in politica è chiamato a difenderlo. Potrà poi accadere che la maggioranza degli italiani (o dei parlamentari) prenda un’altra strada e allora obtorto collo ma lealmente accetteremo una sconfitta; lo abbiamo già fatto altre volte per cose che ci interessavano molto. Ma favorire noi stessi quello che riteniamo un male, sarebbe stupido ed essere consapevolmente stupidi è peccato.
Ripeto: non pretendiamo di imporre questa nostra visione; desideriamo però giocarla nell’arengo della società, accettando i risultati del confronto fatto lealmente secondo le regole democratiche. È difficile capire perché tutti possano proporre la loro visione del bene comune (anche quando si tratta di una visione abnorme) e a noi sia proibito di giocare la nostra.
Mi sono fermato su questo problema, che non sembra essere ora nell’agenda immediata delle preoccupazioni, perché ha costituito un motivo di tensione caratteristico e probabilmente, in futuro, tensioni di questo genere si ripresenteranno. Ci sarà il problema del testamento biologico (dichiarazione anticipata di trattamento) e, intrecciato con questo, il problema dell’eutanasia. E problemi simili se ne presenteranno inevitabilmente. Dobbiamo imparare ad affrontarli con calma e con saggezza, senza lasciarci condizionare dalle pressioni emotive del momento e stando attenti a che non si formino spaccature gravi all’interno della comunità cristiana. Non dico che tutti dobbiamo pensarla esattamente allo stesso modo; ma non dobbiamo lasciare che il confronto politico ci metta gli uni contro gli altri all’interno della Chiesa. Quando ero giovane pensavo che la politica avrebbe potuto salvare molte cose; oggi sono convinto che la politica ha soprattutto bisogno di essere salvata. Non corro più il rischio di vedere “politicamente” tutta la realtà; vedo la politica come un settore importante ma limitato del mondo. E questo mi rende più libero; libero da schemi di destra o sinistra – checché si dica di me – libero da giudizi preconfezionati. Mi tocca fare la fatica di osservare i dati prima di giudicare; ma ne vale la pena. Non mi sento più di essere tra quelli che hanno già il giudizio fatto, senza bisogno di analisi perché l’analisi – pensano – quale che sia darà ragione a loro.

  XI  
La vita religiosa in diocesi


Desidero infine spendere una parola anche sulla vita religiosa in diocesi. Non ne ho mai parlato esplicitamente in questo contesto, e mi dispiace. Non l’ho fatto non perché consideri la vita religiosa un optional o qualcosa che riguarda esclusivamente le singole famiglie religiose. So bene e sono convinto che l’esistenza di questa testimonianza è un elemento indispensabile nella vita diocesana. Anche qui potremmo fare un esperimento mentale e immaginare che scompaiano di mezzo a noi le persone consacrate. Che tipo di Chiesa verrebbe fuori?
Verrebbero naturalmente meno alcuni preziosissimi servizi che religiosi e religiose ci prestano e che sono immensi. Ce ne accorgiamo quando qualche comunità lascia per carenza di vocazione una scuola materna o una casa per anziani o una scuola. Ma non solo: verrebbe meno un segno della radicalità della sequela di cui la Chiesa ha assoluto bisogno. Una Chiesa è davvero tale solo se al suo interno ci sono delle persone che, per seguire Cristo, sono disposte ad abbandonare tutto. Di questa gratuità una comunità vive.
Per questo vorrei che mettessimo tutto l’impegno nel presentare la vita religiosa in tutta la sua bellezza e nel suo valore; e che favorissimo le vocazioni religiose come frutto squisito della fede e della carità che abitano le nostre comunità cristiane. Questo richiede, evidentemente, di dare importanza massima alla direzione spirituale, alla scuola di preghiera, al contatto quotidiano con la Parola di Dio e con l’Eucaristia, all’adorazione Eucaristica. Sono convinto, infatti, che solo da una esperienza di adorazione prolungata nel tempo nascono nel cuore sentimenti di adesione totale al Signore tali da generare una scelta di consacrazione.
Mons. Luciano Monari,
Vescovo di Piacenza-Bobbio









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