Giosue Carducci jaufre rudelconferenza dell’8 aprile 1888 I



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Giosue Carducci JAUFRE RUDELconferenza dell’8 aprile 1888

I.

Giaufré Rudel ch’usò la vela e ‘l remo 
A cercar la sua morte. 
è tra i molti bellissimi del Petrarca un verso meraviglioso, e con la pura visione dell’imagine allontanantesi in un molle ondeggiamento di tenui suoni sveglia nei sentimenti come un desiderio di fantasie melanconicamente favoleggiate. Al qual desiderio nei lettori e nelle lettrici del secolo decimosesto soddisfacevano i commentatori ancora eleganti, narrando: come Rudel fu signore di Blaia, e per fama innamorato clella contessa di Tripoli compose per lei molte canzoni, e in fine sospinto dal gran desio di vederla misesi in mare sotto abito di pellegrino: come nel passaggio infermò, e quei della nave, condottolo a Tripoli per morto fecero sapere il caso alla contessa: la quale venuta, e avendolo caramente preso nelle sue braccia, non a pena egli intese quella essere la contessa riacquistò il vedere insieme e lo spirito, e la ringraziò che gli avesse recuperate la vita ma in breve spazio da poi pur nelle braccia della donna morì.



II.


Questa pietosa avventura d’un trovador feudale del secolo decimosecondo e dal verso del Petrarca e dalla prosa de’ suoi commentatori e dalla Storia della volgar poesia del Crescimbeni era di certo nota a Giacomo Leopardi quando componeva il Consalvo. A chi dell’ordine di tempo nei canti del Leopardi volesse far ragione dai sentimenti che rendono e dal come li rendono, il Consalvo verrebbe volentieri allogato non discosto all’Aspasia, nella quale tutti sanno figurata una signora fiorentina, che, larga di refrigerii agli ardori di molti adoranti, civettava poi crudelmente ad accendere in vano quell’infelice di Recanati: ciò tra il 1830 e il ’33. A tale induzione, oltre il fatto del non essere il Consalvo nell’edizione del Versi bolognese del 1826 che tutti contiene i composti fino a quell’anno e dell’essere la prima volta nella napoletana del 1835, darebbe motivò anche la fattura degli endecasillabi sciolti, così lontana in questo canto dalla nudità vigorosa e dall’agile schiettezza del primi che il Leopardi fece, e il luccichio di romanticismo che da questo emana, cosi differente, anzi discordante, dalla semplicità greca e dalla maestà romana delle prime poesie. Circa il 1830 il romanticismo infuriava nelle teste e nei cuori ; e per insinuarsi nelle grazie d’una signora nessun poeta, credo io, trovò o troverà mai grave fare un tal poco anche il romantico. Di più, circa il 1830, in Firenze, al gabinetto del Vieusseux, il Leopardi poté aver notizia della poesia più recente massime straniera: notizia che in Recanati, poco avanti e poco dopo il 1820, dubito molto egli avesse.



Ma Giovanni Mestica, diligente e acuto ricercatore della verità intorno alla vita e alle poesie del Leopardi, assegnò la composizione del Consalvo all’anno 1821. Non direi subito ch’egli abbia dato nel vero; ma per la invenzione e la ragion morale il Consalvo può per certa guisa esser creduto star presso al Bruto minore e all’Ultimo canto di Saffo, che furono verseggiati in quel torno. Sono tre poesie nelle quali Giacomo Leopardi volle rendere oggettivi i sensi intimi del suo sconsolato dolore nella rappresentazione, prima di due personaggi storici, poi d’uno imaginario. Con qual fortunata audacia, che in fondo proviene un po’ da paura e un po’ da vergogna, nei primi due! Quando il figliuolo del marchigiano, retrivo, che nulla aveva capito della rivoluzione, che aveva odiato il regno d’Italia e declamato contro l’impresa di Gioachino Murat; quando questo ragazzo, per imaginato fastidio delle forti virtù che vengono dalia vita attiva, virile e civile, e a quella conducono, per morosa conscienza. di non avere fatto mai niente e di non poter mai fare niente, si atteggia alla ribellione della disperazione e alla bestemmia contro la virtù, e vi si atteggia nella toga d’un senatore romano che avea fatto molto, d’uno stoico tanto superiori alle passioni, d’un oratore che scriveva cosi urbanamente il bel latino aristocratico, vi si atteggia nella persona di Bruto, il quale sul campo di Filippi, dopo nominati a uno a uno gli amici morti In battaglia, volto al cielo stellato, disse con un verso greco – O Giove, non ti sia ascoso colui che è cagione di tanti nostri mali -, e si appellò sicuro al giudizio del posteri; di Bruto cui nessuno antico avrebbe mai imaginato e nessuno che conosca gli spiriti repubblicani di Roma può consentirsi d’imaginare nell’atto di declamare al lume della luna invettive contro gli dèi della patria e giaculatorie rousseauiane; quando Giacomo Leopardi fece tutto cotesto, commise, è vero, un’audacissima contaminazione di sé con Marco Bruto; ma per l’audacia stessa, per quella sincerità di menzogna, e per quella potenza d’intonazione e di fantastica eloquenza e di parola solenne, ornata, tonante, classica, egli commise una contaminazione sublime; e il Bruto minore è tra le poesie del Leopardi di quelle che più danno la misura dell’ingegno e dell’animo suo. Non so se più bello, ma più simpatico ai più , suona 1′ Ultimo canto di Saffo. La poetessa di Lesbo che non fu né brutta né infelice come il Leopardi l’accolse a imagine sua da una tarda tradizione, e che della bellezza e dell’amore intese gustò e cantò più che non potesse il Leopardi, Saffo non avrebbe pensato né poetato cosi mai; ma quella rassegnazione al mistero dell’infelicità, al dolore solitario, alla solitudine vedovile, quella rinunzia accorata ai beni della vita e della natura, suona cosi intimamente sentita e pare cosi a suo posto in quel gemito di poesia imaginata femminile!

Nel Consalvo il Leopardi vestì alla foggia spagnola il povero suo dolore su ‘l modello romantico tra byroniano e francese. In lui, tra i difetti della natura e della educazione, il desiderio più tormentoso era pur sempre l’amore di donna e il dolore più vero il non averne goduto e la disperazione forse di poterne godere mai. In un accesso di passione poté capitargli sott’occhio o tornargli a mente l’avventura di Rudel; della quale più toccò e impresse la imaginazione del tribolato quel morire tra le braccia della donna amata. E ne venne fuori Consalvo: il quale, come documento umano, secondo dicon oggi, della malattia d’un grande spirito, può aver del valore: come lavoro d’arte, io son persuaso da un pezzo che non ne ha, pur contro la sentenza di uno o due critici maggiori che lo giudicarono delle più perfette cose vantate dalia poesia italiana. Che il Leopardi nelle maligne sue condizioni andasse più d’una volta struggendosi in quei consumamenti aerei, pur troppo è vero, ed è un vero brutto; né egli riuscì a renderlo con l’arte bello, traducendosi in un Consalvo, il quale non si sa chi sia, né perché sia infelice né perché muoia giovine e non abbia osato innanzi aprir l’amor suo: figura senza fisionomia, senza movimento, senza ragione. Peggio ancora l’Elvira. Il Leopardi troppo avea desiderato in vano la donna; onde non poté altro sentirla che per invocazione lirica, rappresentarla non poté. Raccontavano a Firenze che egli, quando più ardea dell’Aspasia, solesse affazzonare con uno scialle un giovinetto congiunto di lei che molto le somigliava e stesse contemplando a lungo quell’immascherato e dicendogli ciò che non osava all’Aspasia. No ‘l credo, e mi pare indegno. Ma che l’Elvira del Consalvo sia un rinfantocciamento di frasi con lo scialle, pochi lo vorranno, penso, negare. Alla povertà di vita fantastica e al difetto di movimento nelle due figure il poeta si sforzò riparare con l’esagerazione del rilievo nei lavoro, esagerazione fatta poi appariscente dai contrasti nelle forme del tre elementi onde si compone il Consalvo; che può avere il motivo finale o ha il riscontro da un racconto del medioevo ove la poesia è sol nell’azione, si svolge in un sentimento romantico d’ inazione, è composto e verseggiato con le forme d’un neo-classicismo un po’ barocco. E la verseggiatura è ora gonfia e smaniante dietro i contorcimenti quasi spirali che parvero un giorno il sommo dell’arte nell’endecasillabo sciolto; ora, per affettare la crisi drammatica nei concitato favellare di Consalvo innanzi il bacio, è spezzettata affannosamente, e negli sfinimenti di Consalvo dopo il bacio sdilinquisce. Qual differenza dal mirabili sciolti, fatti prima, dell’infinito, della Sera del dì di festa, della Luna, del Sogno, della Vita solitaria! unici di bellezza originale nella poesia italiana di dopo il quindici! E qual differenza dalla purità della espressione fresca, tersa, limpida, trasparente in quei canti e la verniciatura della frase nei Consalvo! La donna è introdotta con questa fanfara,




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