Giovanni Artero Pietro Rabezzana dall’interventismo garibaldino all’internazionalismo proletario Parte prima: L’internazionalista garibaldino



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Giovanni Artero
Pietro Rabezzana
dall’interventismo garibaldino all’internazionalismo proletario
Parte prima: L’internazionalista garibaldino

La tradizione militare risorgimentale piemontese; La guerra greco-turca e i socialisti italiani; La spedizione in Grecia (1897); Nel socialismo toscano (1897-1900); Nel socialismo torinese dell’età giolittiana (1901-1914)


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Parte seconda: L’internazionalista comunista

Contro la guerra (1914-16); Per un nuovo internazionalismo (1916-17); Dalla rivolta di Torino al dopoguerra (1917-20); Missione in Sicilia (1920); Il deputato comunista (1921-26); Le “contrastate nozze” (1922); Il confino (1926-31)

Le vicende del gruppo dell' “Ordine Nuovo”, nato a Torino nel primo dopoguerra e alla guida del maggior partito comunista d'occidente nel secondo, sono state ampiamente trattate dagli storici e da alcuni degli stessi protagonisti1 ponendo le fondamenta di una narrazione per molto tempo quasi ufficiale che, anche nelle migliori espressioni,2 ha “monumentalizzato” alcune figure celandone altre.

E' questo il caso di Pietro Rabezzana, uno dei capi popolari - con Giovanni Boero e Francesco Barberis, - dell'opposizione alla guerra del proletariato torinese culminata nei moti del maggio 1915 e nella rivolta dell’agosto 1917.

Avendo partecipato alla spedizione garibaldina in Grecia del 1897, egli testimonia il percorso di gran parte dei socialisti della prima generazione che, partendo da una concezione di “internazionale delle patrie” di ispirazione mazziniana, giunsero al neutralismo ed all’internazionalismo nel corso della Grande Guerra.



Parte prima: L’internazionalista garibaldino

La tradizione militare risorgimentale piemontese
Pietro Rabezzana nacque a Casale Monferrato (Alessandria) da Pietro e da Adelaide Galliani il 2 ottobre 18763 in una famiglia di tradizioni militari. Il padre, capitano del genio, lo iscrisse all'accademia di Modena, istituto che provvedeva a formare ufficiali del Regio esercito devoti alla dinastia e ligi al ruolo di custodi dell’ordine, fornendo loro un’istruzione professionale basata su materie tecnico-scientifiche, del tutto priva di aperture politiche e culturali4.

Un quarto degli ufficiali superiori ancora a fine secolo era di origine piemontese5. Nel Piemonte del periodo risorgimentale e del Regno d’Italia la carriera militare non era appannaggio della nobiltà “alcuni provenivano dalla media proprietà terriera, altri uscivano dalla medio-piccola borghesia impiegatizia, per la quale l’ingresso nell’esercito costituiva una promozione sociale e una garanzia di stabilità; mancava quasi del tutto la borghesia industriale e commerciale. In complesso, il corpo ufficiali era reclutato nella borghesia specialmente nelle armi “colte” artiglieria e genio, con una prevalenza di nobili solo nell’arma di cavalleria... Gli ufficiali che ascendevano agli alti gradi provenivano quasi sempre da famiglie della media e alta borghesia terriera, cioè da quella che nel 1860 era la classe dirigente del paese; erano quindi anche personalmente interessati alla difesa del nuovo ordine politico e sociale. "Gli ufficiali avevano una presenza e un prestigio nella società borghese...[che] era il riflesso del ruolo riconosciuto all’esercito a tutti i livelli. La presenza di una caserma era sempre gradita perché garantiva prestigio, ordine e affari, la fanfara reggimentale aveva un posto di primo piano nella vita locale, le parate erano uno dei non molti spettacoli aperti a tutti, le cerimonie traevano il maggior splendore dalle divise militari.” 6

L’esercito ebbe una parte importante nella politica interna dello stato unitario e molti ufficiali partecipavano attivamente alla lotta politica schierati sia nella destra che nella sinistra parlamentare ma sempre nell’area patriottica e monarchica, come il generale di origine savoiarda Luigi Pelloux7, che fino a quando succedette a Di Rudinì nel 1899 costituendo un ministero orientato a destra, aveva partecipato alla politica nella “Sinistra storica”.

Con il ‘900 si accentua lo spostamento del ceto militare nel campo conservatore. Le vicende della famiglia Cadorna8 sono emblematiche: Raffaele ebbe incarichi ministeriali nel governo democratico del 1848 ed entrò a Roma nel 1970 per la breccia di Porta Pia mentre il figlio Luigi, comandante nella grande guerra, entrato a dieci anni nel Collegio militare di Milano e a quindici all’Accademia militare di Torino, era bigottamente cattolico.

Pietro Rabezzana, come già detto, apparteneva a una famiglia di tradizioni militari, era stato educato in una rigida scuola di guerra, ma uscì dal suo ambiente e dal suo ceto, si distaccò dai valori familiari e tradizionali, per influsso di letture e di amicizie negli ambienti sovversivi e repubblicani: atteggiamento non inconsueto nella generazione che arrivò alla giovinezza negli anni '90-'900.

La tradizione risorgimentale aveva unito nella causa nazionale e nella lotta anticlericale sinistra costituzionale ed "estrema", cioè radicali e repubblicani, ma anche in campo socialista aveva presa l'internazionalismo garibaldino a favore della causa degli oppressi che legittimava la guerra nazionale per inserirla nella causa della rivoluzione socialista costituendo un tramite fra la tradizione patriottica e il sovversivismo sociale.

Il socialista italiano di fine secolo guardava più a Garibaldi che a Marx, alle imprese del Risorgimento che alle indicazioni dei Congressi della Seconda Internazionale, e ciò anche a livello dirigenziale del partito, dove solo Turati e la Kuliscioff presero una posizione conforme alle direttive dell'Internazionale di fronte alla guerra del 1897.

Nonostante il dibattito in seno al socialismo europeo, il superamento della causa nazionale non fu automatico né pacifico. Mentre il movimento socialista europeo elaborava un orientamento pacifista, solo in età giolittiana il PSI prese una posizione concretamente antimilitarista, affidando tra l'altro una rubrica fissa sull’“Avanti!” a Gioacchino Martini, ex-tenente colonnello dell’esercito e già volontario nella terza guerra d’indipendenza, che firmava gli articoli con lo pseudonimo di Sylvia Viviani.9.

La questione della lotta di un popolo oppresso per la propria indipendenza era l'argomento classico su cui cadeva la rigida opposizione socialista tra l'universalismo internazionalista e le problematiche nazionali, lo scoglio contro cui si dimostrava che nella pratica era necessaria una "sintesi", una conciliazione di queste due tradizioni. Un'esigenza talmente forte che si riscontrava anche nella propaganda del partito socialista italiano quando all'alba della mobilitazione per la Grecia affermava: Il partito socialista italiano è unanime nel ritenere che gli interessi suoi, che gli interessi del proletariato europeo collimano colle aspirazioni del popolo greco. ....Permettiamoci l'orgoglio di constatare che la parte più bella e più pura della tradizione rivoluzionaria della borghesia italiana, caratterizzata da quello spirito di fratellanza internazionale che dava i combattenti all'America, alla Francia e alla Polonia, sia passata nel partito socialista che la riconsacra nella lotta per l'emancipazione operaia10.


La guerra greco-turca e i socialisti italiani
Nel 1897 la guerra tra la Grecia e l'impero ottomano per il controllo delle isole dell'Egeo prese le mosse dalla rivolta cretese dell'anno precedente durante la quale greci ortodossi e turchi si scontrarono sanguinosamente.

Nel settembre 1896 i partiti dell'estrema (Repubblica Radicali Socialisti) convocarono a Milano un comizio a favore degli insorti greci, il governo invece si allineò alle posizioni di Francia e Inghilterra, che intendevano preservare l'impero ottomano da scosse che ne avrebbero minato la stabilità col rischio di una conflagrazione dagli esiti imprevedibili. A questo scopo, le tre potenze inviarono un contingente navale assegnandone il comando all'ammiraglio Canevaro.

I partiti dell'estrema continuarono a sostenere gli insorti cretesi e organizzarono comitati «Pro Candia», che ebbero il consenso dell'opinione pubblica e l'appoggio in Parlamento di Imbriani, Bovio, Barzilai, Colajanni e Cavallotti11. Si sviluppò un ampio movimento di solidarietà pro-ellenica per l’invio di aiuti e l’arruolamento di volontari e i primi a recuperare il modello del volontariato internazionale furono i socialisti12, che anticiparono l'azione di Ricciotti Garibaldi.

Il dirigente del Fasci siciliani Nicola Barbato, che il Comitato «Pro Candia» di Milano aveva inviato il 24 febbraio «come soldato, come medico e come propagandista»,13 il primo marzo, da Corfù confermava con una lettera all'«Avanti!» il senso del proprio essere lì: Non basta, no, o amici, la nostra predica nei giorni tranquilli per imprimere qualche nota socialista nei cervelli degli oppressi e dei sitibondi d'ideale; da veri missionari dobbiamo qui in Grecia, come altrove, trovarci in tutti i luoghi di maggior pericolo; il denaro e la vita di qualunque di noi, lasciata sul campo di combattimento credetemi, non saranno spesi male”14.

Lo scultore repubblicano Ettore Ferrari, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, guidò il Comitato di coordinamento dei volontari che aveva il referente militare in Ricciotti Garibaldi, uno dei figli dell'Eroe, il quale inviò parte delle sue truppe in Epiro sotto il comando del colonnello Mereu15.

Gli arruolamenti, repressi dalla polizia, avvennero clandestinamente a Trieste, Milano, in Umbria, in varie località della costa adriatica e in Sicilia, mentre i socialisti costituirono un comitato concorrente con quello demo-repubblicano.

Mentre il grosso dei legionari si ritrovò sotto il comando di Ricciotti Garibaldi, una piccola legione si raccolse sotto la guida di Enrico Bertet16 che si unì al comitato filoellenico promosso dai socialisti17 e, in sua rappresentanza, si recò in Grecia. per organizzare una legione di volontari italiani. Rientrato a Roma si dedicò all'arruolamento dei volontari mentre la cassa fu amministrata da Giulio Casalini18 e impiegata nel nolo del bastimento Unione.

Frattanto, proveniente da Parigi, Amilcare Cipriani,19 formava una Legione20 di una settantina di volontari eterogenei, poco inclini ad essere irreggimentati e senza esperienza di guerra.

Tra gli uomini della Legione si distinguevano alcune componenti non solo geograficamente connotate: i siciliani, ma soprattutto i fiorentini e i napoletani, entrambi di orientamento socialista, i secondi, però, assai più politicizzati. Tra di loro Arturo Labriola21, Ettore Croce22, Walter Mocchi23,.

L'etichetta «Compagnia della morte» era stata imposta in Grecia alla Legione Cipriani, ironizzando sulla volontà di battersi a tutti i costi, pur in condizioni improbabili. Essa dava anche il titolo ad una memoria scritta a più mani, con palesi intenti polemici, da alcuni degli uomini che avevano lasciato quella formazione prima del suo scioglimento24: in quelle pagine c'era la rivendicazione della dignità delle proprie scelte, la denuncia della conduzione delle operazioni e la condanna del Cipriani come capo militare e leader politico. Nella prefazione, Arturo Labriola, diretta parte in causa, ricordava che i socialisti erano partiti per la Grecia «per concorrere a portare un colpo decisivo alla barbarie turca, supposta il propugnacolo avanzato della politica reazionaria e anti-civile della Russia», convinti di giovare nel contempo alla causa del proletariato

I primi a chiamare esplicitamente in causa l'emblema garibaldino erano stati gli uomini guidati da Cipriani, per bocca di Ciancabilla, il corrispondente dell'«Avanti!» che si unì a quei volontari25 e questo atteggiamento traspariva da altre pagine di Ciancabilla."con profondo disgusto udii gridarmi all'orecchio da quella buona gente che credeva di farmi piacere: Viva Cavallotti! Viva Menotti Garibaldi! Ah! Queste vecchie e tarlate cariatidi di una democrazia vigliacca e infrollita hanno saputo con qualche telegramma e con qualche indirizzo giuocar la buona fede di tutto un popolo. in cui l'aggressiva polemica del corrispondente socialista colpisce per l'assimilazione di un personaggio come Cavallotti alla linea governativa.

Ciancabilla, confessa che anche nella legione del figlio di Garibaldi i socialisti non erano pochi: tra di loro – nel battaglione Mereu – il catanese Giuseppe De Felice Giuffrida, che, pur su posizioni diverse, era stato al fianco di Barbato nei Fasci siciliani. Alcune decine di uomini, tra di loro Arturo Labriola, avevano del resto lasciato la formazione di Cipriani ancor prima del suo scioglimento, per venire integrati in quel battaglione garibaldino, e lo stesso Cipriani così come Ciancabilla e alcuni altri, si sarebbe unito in extremis a Ricciotti nello scontro di Domokós.

Paride Marincola Cattaneo nel 1897 era un giovane socialista calabrese, studente a Roma, e si era arruolato solo quando ebbe la certezza di un impegno diretto di Ricciotti, «anelante l'onore d'indossare la camicia rossa e di emulare i gloriosi garibaldini»26. Egli non era l'unico internazionalista a nutrire stima per Ricciotti, come lo scultore ravennate Gaetano Zirardini, futuro deputato socialista27,

Il volontarismo socialista era organizzato in modo diverso da quello dei repubblicani borghesi di Ricciotti Garibaldi per il prevalere di un individualismo disorganizzato, una motivazione solidale ma avversa ad ogni tipo di disciplina e gerarchia, che rendeva difficile la loro incorporazione nell'esercito regolare. In più, gli ideali di riferimento e le convinzioni personali che avevano spinto alla partecipazione i membri della Legione erano assai lontane dal baldanzoso volontarismo garibaldino. Emergeva una nuova generazione che, come lo stesso Cipriani affermava, "ha sete di epopee e rifiuta questo stanco e snervante fine secolo", ma che nel frattempo perdeva in un passato sempre più mitizzato le esperienze garibaldine di fronte alla realtà di società impegnate a rafforzare le proprie conquiste istituzionali.

Alla fine del secolo, insomma, costruite ormai le nazioni, il volontarismo in nome della liberazione degli oppressi non poteva avere un'interpretazione così univoca ed entusiasta, soprattutto per il mondo di sinistra.

Lo stesso Cipriani dovette constatare il fallimento dell'esperienza sia dal punto militare che da quello politico, soprattutto a causa dei forti contrasti in seno al mondo socialista ma anche anarchico. Malatesta in una serie di articoli su “L’Agitazione” in contrasto con la lettura spontaneista di Cipriani, che abbracciava la causa greca per un sentimento ancora intriso di insegnamenti garibaldini, esprimeva una posizione contraria alle guerre di liberazione puramente nazionaliste come giudicava quella della Grecia contro la Turchia. Era l'affermazione di una questione di priorità: l'internazionalismo operaio doveva avere la precedenza come battaglia rivoluzionaria perché essa portava in sé anche la soluzione delle cause nazionali. Di fronte a questo, la guerra come evento cambiava profondamente di senso passando da esperienza rivoluzionaria di emancipazione degli oppressi a prodotto del capitalismo.



La spedizione in Grecia (1897)
La Legione di Cipriani raggiungeva la Grecia il 12 marzo; formati due plotoni, con Labriola segretario e Francesco Malgeri ufficiale medico, il 19 si era mossa in nave da Atene verso Vólos, e di lì in direzione di Tríkala, raggiunta in varie tappe del tragitto da altri volontari, come il corrispondente dell'«Avanti!» Giuseppe Ciancabilla.

Il 9 aprile, dopo il primo scontro con i turchi, Cipriani aveva decretato lo scioglimento della Legione, che, per sua stessa ammissione, aveva fallito nel proprio scopo, non essendo riuscita a far divampare e diffondere l'insurrezione macedone

Mentre giungevano in Italia le notizie degli scontri di cui era stata protagonista la colonna Cipriani, il Bertet sbarcò al Pireo alla testa di 250-300 volontari, trovando che il governo greco faceva affidamento su Ricciotti Garibaldi28 come comandante unico dell'intero contingente italiano, ai cui ordini Bertet si rifiutò di passare. L'incidente si concluse solo con la decisione di mettere tra i due gruppi di volontari una consistente distanza: Ricciotti raggiunse il fronte della Tessaglia, Bertet fu sbarcato sul fronte occidentale. Mereu occupò le posizioni in Epiro già tenute dai legionari di Bertet ,

Ricciotti finalmente partiva il 21 aprile da Brindisi, mentre altri 150, organizzati da Antonio Fratti, partivano da Rimini

Destinato a partecipare alle operazioni di guerra in Tessaglia, il Corpo garibaldino comandato da Ricciotti ammontava complessivamente a quasi 700 su circa 2000 volontari stranieri presenti in Grecia nel 1897.

Più di 500 garibaldini poterono essere presenti alla battaglia di Domokòs, che costò ai volontari diciannove morti e varie decine di feriti.29 Ad essi si aggiungevano una sezione inglese, una francese, un battaglione greco ed un altro misto.

Morto prematuramente il padre, Pietro “non si sentì più vincolato alla tradizione paterna ed abbandonò subito la carriera delle armi perché gli ideali suoi mal soffrivano e la vita e la disciplina del soldato.30

Nel marzo 1897 partì da Firenze per Brindisi dove si imbarcò alla volta di Atene; qui giunto, avendo Amilcare Cipriani sciolto la sua formazione, si arruolò nella Camicie Rosse di Ricciotti Garibaldi, venendo inquadrato nel primo battaglione al comando dell’ufficiale garibaldino Luciano Mereu.

Descrisse poi in un diario31 le tappe della campagna di guerra fino al 17 maggio, quando prese parte alla battaglia di Domokos in Tessaglia, dove si svolse il principale evento militare della guerra greco-turca.

Nel manoscritto a descrivere la battaglia subentra un altro narratore, forse Giuseppe Ciancabilla32 che cita il sottufficiale Rabezzana e il suo comportamento “semplicemente splendido, superbo

Nella zona di Domokós, il 17 maggio, quando la Tessaglia era stata in gran parte invasa dall'esercito ottomano, sembra fossero presenti nel complesso 35.000 greci e più o meno 50.000 turchi. Le forze greche erano posizionate sulle colline attorno alla città, mentre i turchi dal mattino si muovevano dalla pianura sottostante, aprendo il fuoco, però, anche da una cresta delle alture. Nelle ore centrali della giornata l'azione delle batterie greche era iniziata su tutta la linea per contrastare l'assalto nemico. Uno degli episodi che coinvolsero direttamente i garibaldini – collocati nelle posizioni inferiori, in prima linea di fronte ai turchi – si verificò quando le truppe ottomane portarono contro la destra della linea greca un'offensiva verso una trincea occupata da 150 camicie rosse, che alla lunga costrinsero i turchi a retrocedere verso la pianura.

In quegli scontri ci furono i primi caduti tra i volontari e rimase ferito Amilcare Cipriani, che con altri guidava in quel frangente la formazione. Solo alla sera il fuoco si spense da entrambe le parti, dopo che gli ellenici erano riusciti a sostenere assalti poderosi e ben condotti, spesso in condizioni di inferiorità numerica: le loro linee furono rotte solo alla fine della giornata.

I garibaldini presenti agli scontri descritti erano gli uomini del l' battaglione guidato da Luciano Mereu, reduci dall'Epiro, cui all'ultimo momento fu ordinato dai comandi greci di rimanere sul fronte principale della battaglia, al fianco delle forze regolari, e di non unirsi alla colonna dei volontari di Ricciotti. A quest'ultimo era stata invece assegnata la difesa di una gola strategica, allo scopo di garantire all'esercito la possibilità della ritirata. Ai primi segnali della battaglia, Ricciotti ritenne di avvicinarsi alle forze elleniche in difficoltà, trovandosi presto di fronte ad un corpo turco in avanzata, di circa 6000 uomini, con cui ingaggiò una lotta per la conquista di un'altura di fondamentale importanza. I garibaldini ebbero la meglio, aprendo quindi il fuoco contro il nemico, oramai a poche decine di passi, avanzando e distendendosi su un fronte di circa un chilometro, da cui, anche con attacchi alla baionetta, costrinsero i turchi a retrocedere. Fu in queste manovre che perse la vita, tra gli altri, Antonio Fratti.

I volontari italiani resistettero per ore all’assalto di preponderanti forze nemiche ma dovettero infine ritirarsi per ordine del Comando greco e per l’esaurirsi delle munizioni

Dopo la Battaglia di Domokós, il 21 maggio veniva concluso un armistizio tra i due contendenti. Cominciava quindi la ritirata, per riguadagnare la strada verso la capitale. Molti volontari garibaldini vennero raccolti dalle navi italiane impegnate nella forza multinazionale inviata a presidiare l'isola e rimpatriati. Molti dei numerosi caduti di Domokòs furono abbandonati insepolti per giorni e s'incominciò a diffondere il timore di epidemie tra i soldati turchi rimasti padroni del campo.

Piccoli gruppi di legionari di Bertet disertarono per raggiungere Ricciotti o per rimpatriare e, il 22 maggio, nell'imminenza dell'imbarco, si scontrarono con la popolazione dopo aver assaltato il forno del paese, lasciando a terra un anarchico romano e diversi feriti. Finalmente, il piccolo esercito di guerriglieri disillusi raggiunse Bari il 27 maggio,

Le disillusioni erano arrivate subito, suscitate innanzitutto dall'atteggiamento del governo e dell'esercito greco; ma fatale era stata l'unione con gli insorti macedoni, rispetto ai quali Cipriani non seppe condursi con autorevolezza né garantire la dignità dei propri uomini, incrinando ben presto la loro già instabile fiducia nei suoi confronti.

La rievocazione a pochi mesi dai fatti collimava con le spiegazioni che i volontari «dimissionari» avevano voluto fornire all'indomani della decisione33

La Legione Cipriani si scontrò indubbiamente con gli aspetti peggiori dell'esperienza del '97; la particolare ambizione degli obiettivi politici ostentati contribuì del resto ad esasperare per questa formazione dichiaratamente rivoluzionaria lo scarto tra le attese e la realtà. Chiamati a farsi volontari dallo «spirito umanitario e giovanile», quei combattenti intendevano dissociarsi apertamente, di fronte alla Grecia, dall'«Italia diplomatica, [che] obliando le sue nobile tradizioni ... scagliava le sue corazzate e fuoco e piombo su di lei». Nutriti – in molti casi – di suggestioni classiche, oltre che di fervori ideologici, questi italiani, appena messo piede in terra greca, si erano ingenuamente stupiti, a Patrasso, di non riuscire a comprendere la lingua sulla base del greco antico. Ad Atene la delusione si faceva estetica oltre che politica: la tiepida accoglienza priva di entusiasmi guerrieri si combinava ad una veste urbanistica poco attraente e all'aspetto delle donne, quasi per nulla corrispondente ai canoni della bellezza greca.

Durante la campagna Rabezzana strinse amicizia con Joseph Marcou-Baruch34 e con lui parlava di storia, di filosofia, di politica e di sionismo “Rabezzana disse accennando a me e rivolto ai soldati: ecco un uomo che ha un ideale più bello di tutti noi, sì più bello del vostro socialismo, più bello della vostra anarchia, un ideale splendido come quello della Grecia che andiamo a difendere…consacrare i pensieri, la vita per cercare la nazionalità perduta del popolo suo. E questi accenti egli pronunciò con tale commozione, con la voce soffocata dalle lacrime, con tono così malinconico che mi pareva quasi di vedere un Byron ispirato ai canti giudaici”35

E’ evidente, da queste frasi, che Rabezzana all’epoca della campagna greca non era un socialista ma un “interventista democratico” che si ispirava agli ideali patriottici mazziniani. Bisogna aggiungere anche che Baruch lo riteneva “educato a quella fratellanza che tanto onora gli animi grandi”, cioè affiliato alla massoneria.

In Rabezzana Marcou-Baruch trovò un compagno di lotta, un amico un punto di riferimento : conclusa la campagna di Grecia infatti, raggiunse l’amico a Firenze dove conobbe e si innamorò della sorella Maria (o Myriam, come lui la chiamava)”.

Rimasto a Firenze, lavorò per alcune riviste e fece propaganda per l’idea sionista fondando numerosi circoli. “Tuttavia la sua eccessiva passione che, come gli ricordava l’amico Pietro, lo portava a fantasticare di progetti irrealizzabili, gli impedì di trovare un lavoro e una sistemazione stabili, causando la fine del fidanzamento e un peggioramento della sua già precaria salute mentale. Il 24 agosto 1899, a soli 27 anni, abbandonato da Myriam e in preda a un’apparente follia d’amore, poneva fine alla sua vita con un colpo di rivoltella al cuore, come un eroe tragico e romantico36

Nel socialismo toscano (1897-1900)
Al ritorno dalla campagna di Grecia si ristabilì a Firenze in via dei Neri n.1, al 3 piano.

Abbiamo lasciato Rabezzana durante la campagna di Grecia “mazziniano”. Lo troviamo due anni dopo socialista: così viene descritto nella scheda biografica compilata dalla Prefettura di Firenze il 20 gennaio 1900 “E’ intelligente, colto, educato, d’animo mite ma energico di carattere … Studiò privatamente e con spiccato interresse opere sociali e finì col sentirsi fermamente convinto negli ideali socialisti. Nel partito non si è ancora formato un nome ed ha influenza limitata alla città di Firenze, ma la cultura di cui è fornito e la passione ai propri ideali fanno presagire che potrà diventare influente ed utilissimo nella propaganda. Ha la parola facile, infiammata, convincente. Frequenta fino ad ora solo i giovani socialisti di qua, che tenta ricondurre, come dice, ai propri ideali cioè al socialismo evolutivo, in opposto del sistema rivoluzionario, che ritiene dannoso alla causa. E’ amico intimo di Amilcare Cipriani, che ritiene socialista e non anarchico… Insomma, si farà strada perché non avendo necessità di di darsi ad altre occupazioni essendo provvisto di qualche bene di fortuna, ha capo di applicarsi ai suoi studi prediletti e di abbandonarsi ad attività propagandistiche…Non ha riportato condanne né fu mai proposto pel domicilio coatto 37,

A Firenze esisteva un vivace ambiente intellettuale in cui si veniva formando tra il 1892 e il 1895 l'organizzazione socialista38, su una matrice garibaldina, repubblicana e anticlericale, che fu alla base del suo cospicuo sviluppo e delle sue rapide fortune. Dando largo spazio alla cultura, all'organizzazione, alla propaganda, privilegiando tematiche risorgimentali, laiche, anticlericali i Ciacchi, i Pescetti, i Danielli esercitarono anzitutto un irresistibile influsso sull'intellighenzia giovanile della città: fra il 1892 e il 1895 divennero socialisti Gaetano Salvemini (1873-1957) 39 ed Ernestina Bittanti (1872-1957), Rodolfo e Ugo Guido Mondolfo (1877-1976; 1875-1958), Gaetano Pieraccini (1864-1957) 40 e Carlo Pucci (1879-1918), Assunto Mori e Gennaro Mondami. Si creò un'atmosfera che lo stesso Salvemini rievocherà esemplarmente su un fascicolo della rivista «Il Ponte» del 1950: “Eravamo amici dell' «Ernestina» un gruppo di giovani, che siamo rimasti stretti con lei e fra noi per tutta la vita. Andavamo la sera a trovare lei, e il suo fratello, e le due sorelle, in via Lungo il Mugnone. A quel tempo in Italia tutti diventavano socialisti. Diventò socialista in blocco anche via Lungo il Mugnone. E la sera risolvevamo tutti i problemi sociali con tanto calore che il padrone di casa minacciò di sfrattare Carlo Marx e la sua chiesa femminile e maschile, se non diventava meno rumorosa”.

Ma se il giovane socialismo fiorentino faceva presa sugli intellettuali, non trascurava per questo i primi nuclei di classe operaia moderna e soprattutto le vaste masse di artigiani, piccoli commercianti, impiegati che caratterizzavano con la loro animata presenza la vita dei quartieri popolari; furono anzi proprio i socialisti, attraverso Eugenio Ciacchi e Sebastiano Del Buono (1858-1922), a perorare più di tutti la costituzione di una Camera del Lavoro che, ad imitazione delle Bourses du Travail francesi, desse una sede istituzionale alle forme di solidarismo maturate fra ceti operai e ceti popolari all'interno del tessuto urbano. Il marzo 1893 vedeva la nascita della Camera, che poté contare inizialmente su circa 2000 soci e una ventina di sezioni. Un anno dopo queste erano già 40 e i soci circa 5000 con in testa tipografi, cuochi, camerieri, caffettieri, sarti, litografi, venditori ambulanti, spazzini, doratori, verniciatori, legatori di libri, meccanici, fabbri ferrai, cocchieri, commessi di negozio, falegnami, ferrovieri, ceramisti, fornai, lattai. Iniziava una vasta opera di promozione della cooperazione e della resistenza che avrebbe visto d'ora innanzi la Camera del Lavoro alla testa di numerose vertenze, fra cui quella in favore delle trecciaiole negli scioperi del 1896-97.

Grazie anche all'organismo camerale, i socialisti potevano estendere l'organizzazione economica e superare vittoriosamente la repressione crispina del '94 (che portò al momentaneo arresto di Pescetti, Giacchi, Buoninsegni e dello studente universitario Arturo Caroti); presentatisi con candidati propri alle amministrative del '95 con un programma che prevedeva la municipalizzazione dei servizi pubblici, la riforma delle imposte comunali, la fondazione di nuove scuole nonché facilitazioni per gli studenti bisognosi, mancavano per poco l'ingresso in Palazzo Vecchio. Ma l'affermazione clamorosa era ormai nell'aria e giungeva puntualmente il 23 marzo '97 quando con 1086 voti Giuseppe Pescetti diventava il primo deputato socialista del capoluogo e dell'intera Toscana.

La reazione di fine secolo contribuì a unire e cementare tutte le frazioni dell'Estrema, facendo passare in secondo piano rivalità e diversità d'accenti mentre si profilava la concorrenza dei fasci democratici-cristiani, nati attorno al messaggio di Romolo Murri e di Giuseppe Toniolo, particolarmente forti nelle campagne, dove i socialisti incontravano difficoltà di penetrazione. Qui le organizzazioni economiche democratico-cristiane promossero la piccola proprietà, le affittante collettive, l'inquadramento dei braccianti in cooperative, giungendo nel 1901 a inglobare nella provincia 14 unioni professionali operaie ed agricole.

Per la sua opera di propagandista e agitatore Rabezzana nel 1900 fu eletto nella commissione esecutiva della Federazione Regionale Socialista Toscana. 41

Nel socialismo torinese dell’età giolittiana (1901-1914)
Nel 1901 si trasferì da Firenze a Torino impiegandosi presso l'ufficio dell'anagrafe comunale in occasione del censimento. Aveva ormai 25 anni e pareva l’inizio del suo «ravvedimento» come affermava la questura di Torino, che si indusse a sperare che l'impiego alle dipendenze di uno zio, “persona proba ed onesta che offre garanzia del ravvedimento”42 lo distogliessero dalla politica.

Rabezzana però nel quindicennio successivo proseguì la sua militanza socialista all'interno della sezione torinese, nella cui Commissione Esecutiva fu spesso eletto.

Per inquadrare la sua partecipazione a socialismo torinese dall’inizio del secolo allo scoppio della guerra43 forniamo alcuni dati essenziali di inquadramento.

La sezione socialista torinese si era formata su alcune basi politiche e ideologiche: propensione all’analisi sociologica, influenza del socialismo prampoliniano-emiliano; critica dell’ordinamento borghese più moralista che marxista. Come scriverà La Stampa alcuni anni dopo, il partito socialista a Torino “lo fondarono un esiguo numero di persone, giovanissime quasi tutte, alcune colte, quasi tutte sentimentali e talune fino alla mobosità, agitate da sogni seducenti di ricostruzione dell’attuale società viziata e corrotta” 44

Nel 1897 in Piemonte i voti socialisti balzarono da 8.850 a 30.000, superando quelli della Lombardia. Nel capoluogo raccolsero 5.400 voti su 20.000: un torinese su quattro votava PSI.  In una città dove la classe operaia crebbe nel ventennio 1881-1901 solo dal 28 al 29% della popolazione attiva, fu decisiva per i successi elettorali l’alleanza con la piccola borghesia impiegatizia, esercente ed intellettuale, che a differenza di altre città non aveva una formazione democratica che la rappresentasse (in provincia di Torino contro i 48.000 voti costituzionali e  14.000 socialisti si ebbero appena 3.000 voti radicali) ma votava direttamente per i candidati socialisti.

Di estrazione borghese erano quasi tutti i quadri e i dirigenti di quelle associazioni mutualistiche che, col loro fitto e ramificato tessuto, fungevano da tramite fra gli interessi economici della classe operaia e dei ceti piccolo-borghesi. L'equilibrio si ruppe nei primi anni del '900 quando la nascita della grande industria dilatò la massa operaia.

Passata la reazione degli anni 1898-99 che colpì le organizzazioni operaie a Torino come in tutta Italia, il nuovo secolo si aprì, per il socialismo piemontese, con la celebrazione del 7. Congresso regionale, tenuto ad Alessandria il 6 gennaio in cui la proposta di alleanza tra i partiti popolari come elemento permanente della politica socialista, incontrò resistenze nella sezione torinese dove il riformismo era accompagnato alla chiusura ad alleanze per mancanza di partners.

Nel 1900 il PSI aveva a Torino una estesa base elettorale: oltre ai due deputati (Quirino Nofri e Oddino Morgari), 17 consiglieri comunali e 3 provinciali ed è accusato di badare essenzialmente alla lotta politica e amministrativa trascurando la lotta economica e di fabbrica. Nel giugno 1902 si accresce di altri nove consiglieri comunali provenienti dalle file della borghesia professionale e accademica.

Il nuovo secolo per i socialisti torinesi inizia con la ricostruzione a metà febbraio 1900 della Camera del lavoro, con un graduale processo di riorganizzazione delle leghe.

Alla direzione della Camera del Lavoro, i cui iscritti scendono dai 5500 iniziali a 350045, è nominato nell’aprile 1902 il tipografo Camillo Rappa, che resta in carica fino alla primavera del 1906,  ed è quello della sua segreteria un periodo di ripresa (funestata però da scontri come quello del 17 settembre 1904 dove rimane ucciso l’operaio Garello): già a metà del 1903 gli iscritti sono 8000, mentre le sezioni sono salite da 36 a 58; tra queste fanno spicco quella dei tipografi con 528 soci, dei ferrovieri con 1848, dei metallurgici con 649. Queste tre sezioni comprendono più di un terzo di tutti gli organizzati.

Dopo la lunga segreteria Rappa, la direzione della Cdl viene affidata nella primavera del 1906 a Oddino Morgari che, tra contrasti di corrente e conflitti con gli anarco-sindacalisti assunse un atteggiamento più conciliante cercando di trovare accordi con le controparti, coadiuvato dal sindaco di Torino, il giolittiano Secondo Frola.

Il movimento rivendicativo,delle masse operaie torinesi nel maggio è di un'ampiezza mai prima conosciuta. partito il 3 maggio  1906 dalle 800 operaie del cotonificio Bass che richiedono alla direzione la riduzione dell'orario di lavoro da 11 a 10 ore. I dirigenti della CdL, considerata la disorganizzazione della categoria, sconsigliano ogni forma di lotta, estesosi il 5 ai lavoratori del settore tessile e il 7 maggio agli operai meccanici e chimici, la proclamazione dello sciopero generale iI giorno 8 dopo l'uccisioni di un dimostrante e il ferimento di 22

Quasi tutte le categorie richiedono, spesso ottenendoli, miglioramenti salariali e normativi; in alcuni casi non è nemmeno necessario il ricorso allo sciopero. La favorevole congiuntura economica consiglia gli imprenditori a non rischiare un arresto prolungato della produzione, che causerebbe una perdita di profitto.

Morgari si dimette da segretario della CdL in seguito alla sua elezione alla segreteria nazionale del PSI nell'ottobre 1906. A maggio 1907 gli iscritti alla CdL sono aumentati da 8768 a 15626 e le sezioni di mestiere da 68 a 110; scendono a 11.570 nel 1909, a 9.009 nel 1910 e 9.392 nel 1911 e a 9.117 nel 1912

Al congresso di Imola del 1902, che vide prevalere i riformisti, i quattro delegati della sezione torinese votano per la mozione Ferri-Labriola, senza ricadute immediate sulla sezione in maggioranza (deputati dei collegi cittadini, consiglieri comunali, commissione esecutiva della CdL) riformista; solo agli inizi del 1904 l'acceso dibattito fra le tendenze tocca anche il capoluogo piemontese. La calorosa accoglienza riservata dai socialisti torinesi a metà febbraio, ormai in clima precongressuale, a Enrico Ferri  è  un'  anticipazione della scelta di campo della sezione

È Riccardo Momigliano, leader della corrente intransigente, a illustrare, in un articolo di fondo del «Grido del Popolo», la posizione politica della sezione: non dovrà essere consumata alcuna scissione, ma  non dovranno esserci cedimenti nel senso che il PSI non deve diventare un partito possibilista accodato a una frazione della democrazia.  A Bologna, all'8. Congresso (8-11 aprile 1904), dei sette delegati torinesi sei si pronunciano nella prima votazione a favore dell'odg presentato da Labriola, mentre uno si astiene. Nella seconda, tutti i voti torinesi confluiscono sull'OdG presentato da Ferri (alleato di Arturo Labriola) che prevale e diventa segretario.

Già nel 1902-1903 toni fortemente anticlericali avevano soppiantato il vecchio linguaggio usato dai primi socialisti nella loro opera di «apostolato laico».  Ora che gli intransigenti hanno conquistato maggiore spazio nel quadro organizzativo del partito, la propaganda anticlericale tende a uscire dalle sale di conferenza dei circoli culturali per divenire momento di mobilitazione. Il 22 maggio, giorno della tradizionale processione di S. Bernardino in Borgo S. Paolo, sono indetti dai socialisti un corteo e un comizio anticlericali. Benché il prefetto Guiccioli non autorizzi la manifestazione, un gruppo di socialisti si dirige verso il luogo dove si deve tenere in forma privata il comizio. Le truppe caricano il corteo e arrestano Francesco Barberis, portavoce della corrente intransigente torinese.

II 2 giugno 1904, nel 22° anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, è organizzato dai socialisti e dai repubblicani un grande corteo-comizio. Riformisti e rivoluzionari trovano nell'anticlericalismo un momento unificante di lotta.

Dopo il referendum del novembre 1905 sulla creazione di un'azienda municipalizzata per l'energia elettrica, in cui i suffragi dei socialisti risultarono decisivi per il successo della proposta formulata dalla giunta del giolittiano Frola, si crearono condizioni per una convergenza su punti importanti: dalla riforma delle imposte, all'abolizione delle «spese di lusso», al passaggio al comune di alcuni servizi pubblici; dall'attuazione di una serie di provvedimenti annonari che tenessero basso il costo dei viveri, a una politica di acquisizioni edilizie pubbliche. Da allora sino al 1911, quando in coincidenza col dibattito sull'allargamento della cinta daziaria tornarono sulle posizioni critiche dei liberisti radicali, le ragioni del dialogo prevalsero su quelle dell'antagonismo.

Nel 1906 la mozione “integralista” del deputato torinese Oddino Morgari conquista la maggioranza della sezione perché, pur basata su posizioni riformiste, offre la possibilità di mantenere una posizione intransigente sul tema delle alleanze elettorali che a Torino, per mancanza di partiti affini, non si pone neppure, diventando una sorta di mito radicato ed elevato a teorema politico.

Tale facile estremismo riesce al Congresso provinciale a strappare, nonostante la loro aumentata influenza, la maggioranza ai sindacalisti-rivoluzionari. Su 28 rappresentanti delle sezioni, 14 votano l'ordine del giorno integralista e 11 quello rivoluzionario. Non diverso è l'esito preelettorale nella sezione cittadina, dove il gruppo sindacalista non è riuscito, nonostante la sua campagna per il metodo dell'azione diretta fosse stata suffragata dai successi dei lavoratori, a trasformare la natura, la composizione sociale e l'orientamento del partito in città.


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