Giovanni Donna d’Oldenico



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Giusto
di Giovanni Donna d’Oldenico


Marietti 1820, Genova-Milano 2006

PARTE PRIMA

PRESENTAZIONE DEL ROMANZO
di

Rosa Castellaro, UCIIM

Una storia semplice o straordinaria?

“Vita comune. Eppure straordinaria. Comune. Perché svolta dentro una quotidianità operosa e affettuosa: quella di un padre di famiglia, alle prese con le regole e le eccezioni del trascorrere dei giorni.

Comune nonostante quel figlio, che non era privilegio riservato a lui. Vero: era stato secondo solo a sua moglie nel toccarlo, guardarlo, ascoltarlo. Ma dopo di lui, quante altre persone l’avevano incontrato!

Straordinario era tutto il resto” (pagg. 48/49).

Questa potrebbe essere la definizione sintetica della storia del romanzo: al suo centro c’è un “marito, padre, uomo” immerso nelle quotidiane preoccupazioni della vita familiare, ma che sa anche di stare vivendo un’esperienza straordinaria, unica e irripetibile nella storia dell’umanità.

Sono dunque due le dimensioni entro le quali occorre collocare questa storia: quella degli eventi accaduti in un luogo e in un tempo preciso, e quella degli eventi annunciati, sfuggenti a qualsiasi determinazione di spazio e di tempo.

Rimanendo nella prima dimensione, la storia sviluppa il tema romanzesco dell’amore di un uomo e di una donna, complicato da una serie di ostacoli che i due affrontano, sia per corrispondere volontariamente a una richiesta proveniente da Colui che tutto può chiedere, sia per sfuggire alle violenze, agli inganni, alla follia di feroci persecutori.

L’amore di Giuseppe e Maria – noi lettori capiamo che questi sono i nomi dei personaggi che agiscono nella storia – era nato nella semplicità di una vita paesana, ossequiente alle tradizioni: “ Giovane pure lui, era stato scelto per lei dal padre che, occupandosi della figlia più che della dote, le aveva chiesto prima se gradisse: “Molto. Non avresti potuto fidanzarmi a un uomo migliore”. “Era di bell’aspetto, robusto, spiritoso quanto basta e attento. Lavorando sodo, a bottega dallo zio, aveva imparato a fabbricare cose ben fatte. Le sue qualità erano evidenti; qualche difetto anche. Una persona in gamba, come tante che lei conosceva. Ma era l’unico accanto al quale – lo aveva percepito con emozione sicura – avrebbe potuto condurre la vita… Quanto lo amava!” (pag. 10).

Ma quest’amore corrisposto trova un primo imprevedibile ostacolo quando la donna accetta con consapevolezza di accogliere in sé il segno di un altro Amore, quello di Dio verso gli uomini, per la cui salvezza Egli si vuole fare uomo: “Finché lei, un pomeriggio, entrata in bottega, gli si era seduta davanti a osservarlo, silenziosa, mentre rifiniva una macina piccola…” (pag. 50).

Dalle parole di Maria Giuseppe apprende la straordinarietà della vicenda del suo amore; dopo un primo violento turbamento, egli accetta di amare la sua sposa così come vuole l’Onnipotente: “ Se n’erano rimasti per un po’, lui in piedi a lavorare, gli occhi velati, fissi sul banco, sollevati a guardarla fugacemente; lei, seduta là, serena, adesso. Fino a che, incrociati gli sguardi, lui si era fermato. Gli era venuto da sorriderle e, stringendosi nelle spalle: “Ti amo – le aveva detto, riprendendo a menar colpi di gran carriera. – Ma sarò capace di amare te oltre ogni mio desiderio?” “Sì. Insieme” (pag. 53).

Quando quel figlio annunciato nasce, il turbine delle forze del male si scatena nel tentativo di stroncarne la vita, e per salvarlo il padre e la madre iniziano un lunga serie di peripezie: troveranno coalizzate contro il bambino la superbia e la vile paura del potere, l’avidità dei predoni, la crudeltà dei sicari, la durezza del deserto.

Con pazienza e con coraggio, sempre confidando in Dio, riusciranno a portare il salvo il bambino e ad accompagnarlo per molti anni nella sua esperienza terrena.

Nelle loro traversie l’intervento soprannaturale non appare mai determinante; solo lo si può intuire, come in questo conturbante momento della fuga dei due sposi nel deserto, quando un predone folle (di cui conosceremo più avanti il nome), dopo aver tramortito Giuseppe, si accinge a portare con sé Maria e il suo piccolo: ”Cerca di divincolarsi, ma la stretta che le tiene il polso è inesorabile e lei ha in braccio il piccolo, che si è messo a piangere: non può rischiare di farlo cadere. Quello continua a delirare, trascinandola con sé… Cammina deciso. Trascina con una mano lei, con l’altra, per la corda, la cavalcatura. Vaneggia… Lei fa un passo. Poi si ferma. Guarda quell’uomo. E si lascia andare in un pianto, dapprima silenzioso, poi flebile, infine straziato, un grido lungo che corre tra le rocce.

Si tappa le orecchie, lui. “Smetti. Smettila! Sali in groppa a questo dannato animale!” urla.

Invece il pianto non ha fine, ingigantito dall’eco di pietra: pare che gema il deserto intero.

Grandi uccelli scuri arrivano chissà dove, volteggiano alti, come richiamati dal risuonare tragico e impotente del dolore di quella madre. Il lamento di lei diventa insostenibile. Lui urla, fa il gesto di strapparsi le orecchie con le mani, digrigna i denti, sbava.


Gli uccelli si abbassano, disegnando cerchi sempre più stretti nell’aria. Sono moltissimi. Gracchiano. Vicini a terra, iniziano a volare avanti e indietro, senza alcun ordine. Di colpo lui lascia le orecchie. Ansimante. Guarda il cielo. Poi lei. Poi il bambino. Di nuovo il cielo. Ancora lei. Ancora il bimbo. Il gracchiare degli uccelli, raso terra distorce l’eco del pianto. Il suono è assordante.

Lui cade in ginocchio” (pagg. 105,106).

La ripresa della vita ordinaria della piccola famiglia (“La vita l’uno per l’altra e, insieme, per il figlio”, pag.136) è come una pausa prima di un altro dramma che l’attende: la malattia che porterà il padre alla morte.

A differenza di quanto era avvenuto nella loro giovinezza, ora l’uomo e la donna devono affrontare da soli il loro percorso di dolore, lontani l’uno dall’altra: Giuseppe costretto a letto dal male, Maria allontanatasi da casa per rintracciare il figlio lontano, intento, come sempre, alla ricerca della gente più disperata.

Il cammino della donna sarà pieno di rischi e di incontri pericolosi con uomini e donne immersi nel male, ma tutti in qualche modo già toccati dalla luce misteriosa del figlio che essa sta cercando. E proprio l’incontro con lui porrà fine al suo peregrinare e la riporterà accanto allo sposo morente.

Questa dimensione del racconto, tutta pervasa da affetti e inquietudini umane, trova però il suo vero senso nel confronto con l’altra dimensione, quella “straordinaria”, che non riguarda più la storia di un piccolo gruppo di persone, ma l’intera umanità, per tutto il tempo in cui essa è stata e sarà sulla Terra.

E allora si comprende l’eccezionalità di questa storia rispetto a tutte quelle che sono state narrate nel corso dei secoli: essa non ha una fine, è destinata a continuare, a toccarci tutti personalmente, come appare chiaro da queste trepidanti domande che si rivolgono il padre e la madre: “… Il non so come,ma vorrei che lui trovasse la maniera per essere presente accanto a chiunque…” “Rimanere nei secoli tutto intero e dappertutto?” (pag. 140), seguite dalla risposta più esaustiva: “… il figlio ha avverato il desiderio del padre, quello di rimanere in corpo e anima sempre e dappertutto. E lo ha fatto in un modo talmente semplice che, per comprenderlo, occhi, mani e orecchie contano più della mente” (pag. 146).

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Personaggi senza nome


Nessun personaggio del romanzo è mai chiamato col suo nome (tranne un’importante eccezione): al centro del racconto sono un padre, una madre, un figlio, affiancati da uomini e donne soccorrevoli od ostili. A farli agire è un personaggio incombente e continuamente citato ma invisibile: la morte.

Di fronte a questo invincibile avversario i tre personaggi principali hanno un comportamento diverso: il padre rimane immobile, oppresso dalla malattia, ma con la mente che corre avanti e indietro lungo tutta la sua esperienza esistenziale per cercare di definirne la ragione più profonda e per comunicarla al mondo; la madre e il figlio percorrono invece un lungo cammino tra la gente, per incontrarsi e portare soccorso al morente.

Meditazioni sulla vita e sulla morte ed esperienze concrete tra gli uomini diventano gli strumenti che i personaggi del romanzo utilizzano per manifestarsi, per chiarire la loro verità; diventa quindi facile per il lettore dare loro un nome: Giuseppe, Maria, Gesù, i personaggi principali, Maddalena, Erode, i Magi, alcuni tra quelli di secondo piano.

Ma è il personaggio di cui viene riferito il nome (e solo a conclusione delle peripezie dei personaggi principali), a stupire e ad inquietare il lettore: è Barabba, una figura tratta dal racconto dei Vangeli, fondamentale per la storia della salvezza, ma priva, in quei testi, di una caratterizzazione fisica e psicologica.

La storia narrata nel romanzo riempie questo vuoto, e giustifica nello stesso tempo il dono inaspettato che gli ha salvato la vita, al limitare del supplizio.

Lo vediamo entrare nella storia quando si offre di accompagnare Maria alla ricerca del figlio; ci appare orrendo, un “un vecchio gobbo e cisposo. Un vecchio tutto brutto, le palpebre mezzo chiuse” (pagg.29, 30). Ma questo suo incontro con Maria non è il primo: già l’aveva incontrata molto tempo prima, e non certo per offrirle un servizio amichevole, come scoprirà il lettore, trepidando per la sorte della madre di Gesù.

Eppure questo personaggio offre un’importante chiave di lettura del romanzo: anch’egli sarà toccato dal mistero della salvezza e riuscirà a riscattare la sua vita dalla schiavitù del male.

Il Male: è questo il vero antagonista di tutto coloro che agiscono nella storia, e non rimane un concetto astratto, ma viene concretizzato in una figura enigmatica, terrorizzante, decisa ad accompagnare il “giusto” lungo tutto il suo cammino.

Lo vediamo comparire più volte davanti a Giuseppe con l’aspetto di “una donna in vesti grigie … tutta pallida”, che gli fa domande indisponenti su suo figlio, alle quali non ottiene risposta.


Il Male, il demonio, è “l’avversario peggiore, la radice di ogni male e della morte. Dall’eternità vinto da Dio, ma non sconfitto, per l’uomo, dentro la storia. Se invece il figlio, con la sua carne, le ossa, l’anima, lo sbaragliasse, questa sì sarebbe umana vittoria. Ma quando deciderà di togliere al maligno l’arma sua potente, la morte? Come gliela strapperà di mano se non impugnandola? Possibile toccare la morte senza morire?” (pag. 119).

Contro il “giusto” le armi del demonio falliscono, ma la sua sconfitta totale avverrà proprio ad opera di suo Figlio, che vincerà la morte con la Resurrezione.

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Giusto: perché?

Il titolo del romanzo fa riferimento a uno dei tre personaggi che agiscono nella storia, e che per gran parte ne determina lo svolgimento: il padre. Ma come egli stesso afferma, sarebbe inopportuno considerarlo il protagonista dell’azione, perché a farlo agire è qualcun altro, lontano eppure sempre vicino, che ha guidato non solo la sua storia, ma quella di tutti gli uomini: Dio.

Le parole di questo personaggio aprono il racconto e di lui si parla a lungo nel secondo capitolo, quando vengono riferiti i pensieri della moglie in cammino alla ricerca del figlio: “Pensava al suo sposo: un uomo giusto” (pag. 10). E’ quindi questo “essere giusto” che nel cuore della donna che lo ama serve a definirlo, a spiegare la bellezza del loro amore.

Poco più avanti viene ripreso questo stesso concetto: “Giusto: lui, di sé, non l’avrebbe mai detto. Proprio non ci pensava: faceva quanto doveva, faticava, stava sereno e affidava a Dio l’esito di ogni opera, di ogni giornata, di ogni incontro. L’esito di sé. E di tutta la grandezza che gli era accaduta, preferiva tacere persino a se stesso. Un uomo giusto” (pag. 11).

Non si tratta certo di una giustizia che rientra nel modo usuale di concepire questo termine, anzi questo “giusto”, come verrà detto nel cap. VI “dava il dovuto al prossimo e a Dio, spregiando l’ipocrisia di norme e codici. Avversava coloro che svilivano la giustizia riducendola a questione di leggi rispettate o infrante, per poi essere spietati, salve le regole; o paghi di sé e supponenti; quando non, di nascosto, trasgressori. Temeva la gente di tal fatta, conoscendone l’erudita nullità. Pieni di pochezza. Inconsapevolmente disperati, siccome ignari della speranza. Impermeabili alla giustizia vera. Che, secondo lui, era sì dare il dovuto: - Ma questo, altro non è – aveva detto un notte al figlio, dopo una giornata faticosa – se non quanto a mia volta ho ricevuto. E siccome ho ricevuto tanto, tutto, ma sopra tutto misericordia, questo è quanto io devo. Ecco: la mia giustizia consiste nella mia misericordia. Per me, essere giusto vuol dire essere misericordioso. Il resto è meschinità più o meno travestita”
(pagg. 23,24).

Ma la misura di questa giustizia non può essere determinata con criteri esclusivamente umani; per comprenderne la dimensione occorre valutarla all’interno della vicenda straordinaria che quest’uomo semplice sta vivendo, non per sua scelta, ma per obbedienza alla volontà di Dio.

Ecco come “il giusto” riflette sulla sua vicenda umana: “Al principio si era chiesto perché tutto quanto fosse capitato proprio a lui. Ma, visto che la risposta non arrivava, aveva concluso che non era il tempo per quella domanda: più avanti, magari, avrebbe capito. Adesso c’era da stare dov’era: marito, padre, uomo” (pag.49).
“L’Onnipotente chiedeva… Dio voleva da lui un sì. Un sì che fosse l’architrave della soglia attraverso cui il Mistero premeva per entrare nella storia… No, Nulla lui avrebbe negato a Dio, questo era certo” (pagg. 70, 71,73).

“Lui c’era ed era lì, così come aveva deciso: tanto doveva bastargli per attendere tacendo. Sapeva cosa fare: lavorare molto, nella fedeltà ai doveri del suo stato, attaccato alla misericordia per i suoi errori, affinché in sé e intorno, Dio trovasse lo spazio possibile per creare e salvare. Da qui germogliava la speranza. Se al dramma una risposta poteva darsi, solo questa era: la speranza. Dunque chiedeva la speranza, la riceveva, ne viveva” (pag.114).



Il valore della paternità

Un padre è al centro della storia, e la riflessione sul senso della paternità (rapporto padre/figlio – Creatore/creatura) costituisce il motivo conduttore del romanzo.

Quale intimo legame si crea tra un padre e un figlio? Ecco come lo vive questo padre: “Tengo in braccio il bimbo. Sonnecchia. Ogni tanto apre gli occhi e mi guarda. Sorride. Si riaddormenta. Il suo essere completamente affidato a me, che è ciò in cui la paternità consiste, è la radice, insieme, di tutta la mia forza e di tutta la mia debolezza: mi so inadeguato, però lui c’è, e quindi sono capace, ma è lui che mi rende tale” (pag. 41/42).

Il figlio che questo padre stringe tra le braccia non è però la sua creatura, ma il segno della pietà verso gli uomini del Creatore, e a lui è stato affidato un compito quasi impensabile: educare all’umanità chi appartiene al Divino. Ed egli lo dichiara “… questa famiglia è la mia opera, ma non è opera mia” (pag. 57).

Il “giusto” sa capire che questa speciale paternità non esula dal senso che umanamente attribuiamo a questo termine, ma anzi lo esalta: “… si abbandonava a Dio e lo pregava di tenerlo stretto. Come se essere instancabile nell’agire e nel chiedere fosse l’unico modo per sostenere un dovere smisurato: educare l’umanità di quel figlio”.

Senza orgoglio né pretesa: con una naturalezza disarmante” (pag. 49).

Egli sa che la sua debole umanità può diventare la pietra di paragone per la comprensione della fragilità dell’intera umanità, che quel Figlio è venuto a salvare.

“Custodire. Quanto ogni padre ha per compito, ma nel caso suo in modo del tutto speciale. Custodire un figlio. Amarne il destino. Assecondarne amorevolmente il passo. Affettuoso, curarne la compagnia e, discreto, seguirne gli appuntamenti con Dio. Stando sulla soglia, sereno, serio, sicuro. E di buon umore. Instancabilmente responsabile, cioè pronto a rispondere alla misericordia dell’Unico che di tutto può chiedere conto. Colui che, a dispetto di ogni personale inconsapevolezza e di qualsiasi insistita negazione, è, e rimane, padre di ogni paternità… Custode perché custodito” (pagg.76,77, 78).

“Spesso… gli accadeva di sentirsi sommerso dalla propria paternità smisurata… Suo padre! Nonostante tutta la vita trascorsa in familiarità profonda con lui, di questo faticava a capacitarsi. Padre non era dell’umanità di quel figlio, non al modo in cui la sua sposa era madre. Tanto meno della sua divinità. Eppure padre lo era. Completamente. Per sempre (pagg.85,86).

Ma questa paternità donata e accolta conosce anche momenti di dolorosa angoscia, come quando, ritrovato il figlio rimasto a Gerusalemme a sua insaputa per tre giorni, il padre gli chiede ragione del suo comportamento, e il figlio risponde: “Devo occuparmi delle cose del padre mio”.

“Come? Cosa vuoi dire? Non mi hai sempre chiamato papà? Non lo sono? Non più? Perché adesso, già adesso?

Questo avrebbe voluto chiedergli. Invece l’aveva semplicemente preso per mano con la fermezza dolce di tante volte e portato con sé, il passo sicuro, in silenzio per non piangere. Lo teneva per mano, ma era come se non potesse più tenerlo. Eppure tenerlo doveva” (pag. 97).

“Devo occuparmi delle cose del padre mio”. Suo figlio lo spalancava alla più grande paternità, quella di Dio, il quale la esprimeva sì creando, ma, più ancora, offrendo. Offrendo il figlio. Questo doveva divenire prima e sopra ogni altra cosa il suo essere padre: offrire quel figlio, allo stesso modo in cui l’Infinito lo stava facendo. Infinitamente” (pagg. 98,99).

Giuseppe “ha custodito il mistero tacendo” e il premio per questo modo umile e coraggioso di concepire la paternità lo avrà dal Figlio che, sopraggiunto al momento della sua morte, inizierà il loro ultimo dialogo (“Irripetibile, talmente grande. Parole poche, scambiate lente, interrotte spesso” pag. 149), chiamandolo “Papà”.




La costruzione della storia


Una narrazione a più voci



Il primo capitolo del romanzo, brevissimo, contiene in sé gli elementi essenziali della storia: non solo chiarisce la situazione di partenza e presenta il protagonista e i personaggi che agiranno accanto a lui e per lui, ma soprattutto anticipa le modalità del racconto.

Rileggiamolo insieme:




I

“Tu hai paura del buio?”

“A te pare cosa da donne, eh?”

“No, anche da uomini, da tutti. Io ne ho sempre avuta un poco. Mai quanta quella notte, comunque. Ti racconto”.

“Meglio di no: è tardi. Avremo tempo domani”.

“Domani! Se lo dici tu. Portami almeno notizie di mio figlio, domani”.

“Arriva presto, vedrai. Vuoi che in quattro giorni tua moglie non l’abbia raggiunto? Su, dammi retta e sdraiati. Io finisco di mettere ordine”.

“Grazie. Lascia il lume acceso”.

Lei tace e fa, sorridente.

Si congeda offrendogli una caraffa colma d’acqua.

Lo guarda: è sempre più pallido, come se l’onesto vigore dei suoi cinquant’anni l’avesse di colpo abbandonato.

Uscendo scuote appena il capo.

E lui rimane solo, in compagnia di quella strana e abbondante spossatezza che il sonno non riesce a vincere né i pensieri a cancellare.Pensieri di tutti i giorni e altri.

E poi il lavoro: fermo da una settimana.

Sua moglie! Sarà Dio a vegliarne il riposo, questa notte. Chissà dov’è, ora.

E il figlio. Lontano. Anche questi giorni.

Gli ultimi, teme.
Comprendiamo sin dall’inizio che accanto al racconto degli eventi che riguardano l’uomo ammalato, sua moglie allontanatasi per cercare il figlio, e il figlio lontano, ci sarà un altro racconto, quello che l’uomo farà alla donna che lo assiste, e che si riferisce ad eventi lontani, ormai dimenticati.

In realtà i due piani del racconto, l’uno riguardante il passato, l’altro il presente, si intersecano continuamente, per testimoniare che in questa storia ciò che è avvenuto in un preciso momento del tempo, la nascita di un bimbo in un piccolo paese della Palestina, ha cancellato l’idea stessa del tempo misurabile con strumenti umani, sostituendola con quella di un tempo che non ammette più limiti.

La tecnica della narrazione sembra corrispondere a questo concetto del recupero del tempo in una circolarità infinita: anticipazioni, retrospezioni, richiami tra capitoli diversi danno al lettore una visione multipla della realtà, mai riducibile a un unico, piatto significato.

Un interessante esempio di questa tecnica si ha tra la fine del cap. IV e l’inizio del cap. V.


Il cap. IV termina col racconto, fatto da Giuseppe, della fuga della piccola famiglia dalla loro casa, in seguito ad un sogno terribile che prefigurava la strage degli innocenti bambini voluta da Erode:

“Passiamo tra le case con trepidazione. La luna è tramontata: il debole lucore della notte basta appena per non accendere la torcia.

L’asino è carico. Lo conduco a piedi. Il figlio sta infagottato sotto il manto blu di sua madre che mi cammina accanto. Grilli accompagnano una brezza leggera e profumata. Respiro l’odore della terra. I nostri passi si sentono appena. Il bambino si sveglia. Non piange, per fortuna. Non so ancora se dirigere per la via del mare, agevole, ma frequentata, o attraverso il deserto, lontano da occhi indiscreti…”

Ma all’improvviso questo racconto, che rievoca eventi passati, si interrompe, e l’azione ritorna al presente. La donna che assiste Giuseppe, vedendolo affaticato, gli dice:

“Fermati. Aspetta. Vado al pozzo. Torno in fretta”.

E Giuseppe risponde:

“Buona idea. Ho sete di acqua fresca” (pag.18).


Con queste parole il capitolo si interrompe; il successivo si apre con un immagine che rispecchia quella conclusiva del capitolo precedente: un asino che procede per un sentiero. Si tratta però dell’asino rubato a Maria da un gruppo di predoni. Il racconto, in questo caso, riguarda il presente, ma non gli eventi che accadono là dove giace Giuseppe ammalato, ma lungo il pericoloso cammino di Maria, alla ricerca del figlio: “Il loro asino era un vecchio animale, paziente e socievole:al paese pochi ne possedevano uno; così, quando non serviva le esigenze della bottega o della famiglia, veniva affittato. Perciò, abituato a lavorare per altri, non aveva opposto resistenza a seguire docile due ladri, dopo che la sua padrona, assicuratolo a un anello del muro, era sparita dietro la tenda dell’uscio di quella casa….” (pag. 19)

A volte il richiamo tra i capitoli si realizza attraverso la ripresa di una stessa parola o espressione; così accade, per esempio, tra il cap. XIII ( che termina con questa frase “Spera, almeno, che il suo sposo stia meglio”) e il XIV (che inizia in questo modo: “No. In questo momento sta peggio”).

Queste intersezioni narrative rendono la storia più avvincente, ma rispecchiano anche la convinzione che, al di là del disordine apparente degli eventi umani, esiste un disegno provvidenziale, capace di dare loro un ordine e di eliminare la paura per ciò che ci attende quando essi si concluderanno nella morte.

La venuta del Figlio tra gli uomini ha portato la luce capace di dissipare ogni timore; con questa battute, infatti, si conclude il romanzo (in stretto collegamento con il suo incipit): “Tu hai paura del buio?” “A te pare cosa da donne, eh?” “No, anche da uomini, da tutti. Io ne ho sempre avuta un poco” “Io non più” (pag. 155).



I tempi e gli spazi della storia


A lettura terminata, quando ormai l’emozione della storia si è diffusa e ha preso una stabile collocazione nella nostra mente, può costituire motivo per una rivisitazione del romanzo la ricerca delle strutture che lo sorreggono, soprattutto in riferimento al tempo e allo spazio entro i quali si svolge il racconto.

E’ questo un lavoro piuttosto complesso, perché occorre distinguere le diverse azioni che concorrono a costituire la storia: la malattia di Giuseppe, collegata al viaggio di Maria e al suo ritorno con il figlio; il racconto che Giuseppe fa alla cognata degli eventi della sua vita; la narrazione in terza persona dei fatti accaduti dopo la morte di Giuseppe.

Nel testo si trovano risposte abbastanza precise alla nostra ricerca: la prima azione, che si svolge nel presente, ha una durata di circa cinque giorni; la seconda, riferita al passato, si sviluppa lungo l’arco temporale di un trentennio; la terza, di nuovo collocata nel presente, si conclude in una notte.

Le due azioni che riguardano il presente sono separate da un’ellissi narrativa che apporta un elemento fondamentale per la comprensione del senso dell’intera storia narrata: “Quattro anni dopo, ciò che aveva da compiersi s’è compiuto e tutto quanto doveva cominciare ha preso inizio” (pag. 141).

Sono dunque trascorsi quattro anni dalla morte di Giuseppe: il compito a lui assegnato dall’Onnipotente si è concluso, come si è conclusa l’opera per cui suo Figlio è disceso tra gli uomini.

Ma i termini “inizio” e “fine” possono essere usati solo considerando la dimensione umana e terrena della storia, mentre perdono ogni significato se collocati nella reale dimensione della storia: quella di un tempo infinito.

Come il presente si alterna e si confonde col passato, così gli spazi della storia ora si dilatano ora si restringono: è un continuo passare da spazi chiusi (la casa dove Giuseppe giace ammalato; la bottega in cui egli lavorava da giovane; la taverna; la casa dell’oste…) a spazi aperti (il terribile viaggio dei due sposi per sfuggire alla condanna a morte del loro figlio; l’affannosa peregrinazione di Maria alla ricerca del figlio; l’ultimo suo cammino, ormai vedova, “in compagnia di una donna in abito nero”…)

E’ possibile tuttavia cogliere un elemento unificante in tanta varietà, ed è un indizio già presente nel primo capitolo: il contrasto buio/luce, collegato all’incombere della notte e all’attesa del domani. Un’attesa, questa, che non si riferisce solo a un domani comunque destinato a concludersi, ma all’avvento di un tempo infinito, dal quale saranno escluse per sempre le tenebre.

PARTE SECONDA



RECENSIONI



4

  1. Recensione sul sito www.totustuus.it

Questo è il secondo romanzo del dottor Donna d’Oldenico, dopo il meraviglioso Polvere.

E’ dedicato ad un personaggio spesso trascurato dalla pubblicistica cattolica: san Giuseppe. Sta morendo, e la Dolce Vergine sua sposa affronta un viaggio – pieno di pericoli e di sorprese – per cercare Gesù, loro figlio, e condurlo al capezzale del padre.

Nel corso di questo viaggio Maria incontra personaggi che ritroveremo – descritti dal Vangelo- accanto a Gesù, nelle sue ultime ore.

Giuseppe, intanto, è accudito dalla cognata, alla quale racconta la fuga in Egitto; il suo “Sì”, che ha accompagnato quello di Maria nella storia della salvezza del mondo; lo sconcerto che ha provato di fronte alle parole del figlio “Devo occuparmi delle cose del padre mio”…

Ma è presente anche un’altra figura.

Una “donna vestita di grigio, fredda, pallida”, che chiede insistentemente e rabbiosamente a Giuseppe: “Chi è tuo figlio?”

Attraverso l’originale stile dall’autore, e le numerose sorprese che il racconto dell’uomo morente ci rivela, il lettore impara a conoscere quell’uomo al quale il nostro Salvatore fu affidato: un uomo silenzioso, paziente, obbediente, attivo.

In una parola: giusto.


  1. Recensione su La voce del Popolo, 10 dicembre 2006

Il secondo romanzo di Donna d’Oldenico

Giuseppe esce dall’ombra


Giuseppe il falegname si prepara a morire, sua moglie corre nella notte a cercare il figlio perché arrivi in tempo a un ultimo saluto.

Il secondo romanzo di Giovanni Donna d’Oldenico racconta una storia che (forse) tutti conoscono, quella che si riassume nei quadri d’epoca che hanno per soggetto “il transito di san Giuseppe”. Ma, poiché l’epoca postcristiana è appunto caratterizzata dall’ignoranza della storia e dell’arte cristiana, il libro potrebbe risultare un avvincente romanzo psicologico, in tempi di “Codice da Vinci”. Naturalmente,e per fortuna, è meglio e di più.

L’autore si mette in cammino nella notte con Maria (ah, in tutto il volume non ci sono nomi, tranne uno: ma i personaggi si identificano facilmente), e contemporaneamente sta al capezzale di Giuseppe, assistito dalla cognata e da altri familiari. L’uno e l’altra, nelle notti di attesa, fanno memoria delle proprie vite, così incrociate da essere diventate una sola, con al centro il mistero di quel figlio, e del suo progetto di “regno” che prende corpo lungo le strade di Giudea, nelle osterie malfamate o nelle gole del deserto.

Giovanni Donna raccoglie i pezzi della sua storia dai Vangeli canonici, dagli apocrifi e dalla tradizione, poi costruisce un intreccio che serve non tanto a “riscrivere” la storia della Sacra Famiglia quanto a mettere in luce i giochi del “destino”, le infime scappatoie che salvano la Famiglia durante il viaggio verso l’Egitto: dai predoni, dai soldati romani, dai ladroni giudei… Solo che il destino per i credenti si chiama Provvidenza e i conti si fanno alla fine.

La vicenda è inesistente: il figlio arriva in tempo al capezzale di Giuseppe, riesce a parlare ancora con lui; e prima che il falegname muoia ha il tempo di confidargli il suo sogno delirante: che questo figlio misterioso e potente possa “rimanere nei secoli, tutto intero e dappertutto”. Un ultimo desiderio realizzato, con la presenza del Cristo nella vita del mondo.

Il libro è dunque un romanzo a tesi: ma si legge volentieri perché ci si immerge facilmente nei pensieri dei personaggi, e si è sfidati a identificare i brandelli delle loro storie e memorie con i propri ricordi degli episodi della storia sacra. Questo malgrado un linguaggio molto “letterario” che non sempre aiuta la scorrevolezza del testo. E però gli incontri della Maddalena, i due gesti di bontà di Barabba (l’unico personaggio nominato nel romanzo) servono a entrare meglio nel modo in cui Giovanni Donna intende raffigurare la “logica

dell’Incarnazione”, la misteriosa presenza di Dio che si manifesta, insieme con la morte, negli ultimo giorni di vita di Giuseppe, il “giusto”,che non solo accetta pienamente di essere padre del Figlio, ma accetta anche, alla fine, di estendere la sua paternità a quel sogno che è la Chiesa.



  1. Recensione su Tracce, Litterae Communionis, dicembre 2006


Giuseppe e Maria


Per chi prende tra le mani questo libro senza saperne nulla, le prime pagine appaiono misteriose: c’è un uomo che sta morendo e sua moglie parte alla ricerca del figlio di cui ha struggente nostalgia. Rimane ad accudirlo la cognata a cui il moribondo affida i ricordi, parla della fuga con il figlio ancora neonato, di innocenti uccisi, del bambino perduto nel tempio quando aveva solo dodici anni. E la donna intanto si imbatte in un brigante, in una prostituta, in un oste… tutti amici del figlio.

Nessuno è mai chiamato per nome, ma la vicenda è nota e pian piano si rende evidente: è la storia di Giuseppe e di Maria, sua sposa. Attraverso uno stile asciutto, grave, di poche parole, siamo portati a scrutare i pensieri del suo cuore, a rivivere il mistero del suo essere padre del Figlio di Dio. Padre e sposo eccezionale, ma nello stesso tempo assolutamente normale, uomo come tutti.

Ecco: nel saper essere uomo qualunque, era davvero straordinario. Si abbandonava a Dio e lo pregava di tenerlo stretto. Sapeva obbedire. Anche quando un angelo apparso a sua moglie, l’alba di un giorno qualunque, le annunciava cosa da lei l’Onnipotente desiderava…

(Chiara Amigoni)



4. Recensione su Tempi, 7 dicembre 2006

Gli ultimi giorni di san Giuseppe


Quando sei anni fa uscì Polvere, il suo primo romanzo, in molti parlarono di “caso editoriale” perché il libro, senza promozione pubblicitaria, arrivò a vendere oltre cinquemila copie. Oggi Giovanni Donna d’Oldenico, medico torinese, ci riprova e manda in libreria Giusto, il racconto degli ultimi giorni di vita di san Giuseppe. Tra incontri, paure, amicizia e avventura c’è una vita abitata dal più grande Mistero della storia, per costruire una famiglia “che è la mia opera, ma non è opera mia”.

Gagliardo. Non è facile scrivere un romanzo su san Giuseppe (& famiglia) senza scivolare nell’”effetto-Presepe”. Nanni Donna c’è riuscito: il santo di queste pagine è un uomo gagliardo, pieno di limiti e tenerezza, umanissimo, con una fede semplice e grande che gli fa “domandare ogni mattina tutta la grazia necessaria per compiere il giorno”. Un padre vero, che “custodisce perché è custodito”. Sì, in fondo potrebbe essere andata proprio come racconta Donna d’Oldenico.

5. Recensione su famiglia cristiana, n. 51/2006

Gli ultimi giorni di san Giuseppe


E’ una storia di fede, fede autentica che pure conosce la paura e il dubbio. Nessun protagonista è chiamato per nome, tranne un peccatore: Barabba. Tanto, di chi si parla è chiaro.

Giovanni Donna d’Oldenico (Torino, 1958, medico, sposato, otto figli), si misura con la figura di san Giuseppe. Lo immagina morente, impegnato a raccontare a una cognata di sé, della famiglia e del mistero che ha segnato la sua vita, mentre Maria viaggia giorni e notti in cerca di Gesù, affinché torni a salutare il padre prima che spiri.

La trama è avvincente e convincente. Un sapiente intreccio narrativo dà agli episodi evangelici spessore letterario e psicologico.

Alberto Chiara



6. Recensione su Courrier de la Vallée d’Aoste , 7 dicembre 2006

In un libro l’Uomo Giusto


Sabato 28 ottobre 2006 è stato presentato a Torino il nuovo romanzo del Dottor Giovanni Donna d’Oldenico, intitolato “Giusto”. L’autore ha esordito come narratore nel 2000 con il romanzo “Polvere” che ha avuto molto successo. Egli è un medico di Torino, sposato con otto figli. Molti abitanti di Aosta ricordano con simpatia i suoi genitori: il prof. Adalberto Donna d’Oldenico famoso oncopatologo e la moglie, prof.ssa Anna Barocelli che sono venuti parecchie volte ad Aosta a fare delle interessanti conferenze agli insegnanti ed ai genitori sull’educazione e sulla formazione dei giovani.

I protagonisti di questo romanzo sono due, un uomo gravemente ammalato (che sarebbe il Giusto) e sua moglie, una donna che è nell’ansiosa attesa del figlio, il quale, ormai adulto, si era allontanato da casa. La madre lo ricerca perché possa rivedere il padre prima che muoia.

All’inizio il lettore non si accorge dell’identità dei tre protagonisti, poi verso il quarto capitolo sente una certa somiglianza con la vicenda biblica di San Giuseppe, di Maria e di Gesù Cristo a Nazareth.

Proseguendo la lettura ci si accorge che il fatto biblico non è stato alterato né banalizzato, ma arricchito di tanti nuovi elementi che aiutano la riflessione personale di chi legge, proponendo anche delle opportune e profonde riflessioni e meditazioni sulla figura dell’Uomo Giusto.

Nel capitolo quattordicesimo, la pagina più alta del romanzo per la delicatezza e la profondità della narrazione, il lettore constata l’audacia e l’apparente irriverenza che l’autore ha avuto nel trattare questo argomento così sacro e così delicato.

Proseguendo poi la lettura, si constata che il dato storico non è stato né alterato né banalizzato, ma che gli spazi lasciati liberi dal racconto biblico sono stati riempiti molto bene da vicende e personaggi del tutto inventati, come avviene in molti romanzi storici. Le vicende del secondo protagonista, la donna, che è descritta in modo veramente eccezionale, si susseguono incalzanti come in un romanzo d’avventure, ma che poi per il suo nome risulterà figura storica. Invece in tutto il racconto il nome dei protagonisti non sarà mai detto, e ciò dà un sapore particolare al libro permettendo ai futuri lettori un suggestivo e profondo itinerario da farsi lungo i successivi capitoli.

Questo romanzo, come già per Polvere, è degno di essere letto almeno due volte, per poter gustare alcune profonde riflessioni ed osservazioni che in esso si trovano e che forse, in prima lettura, a causa dell’attenzione per la vicenda,possono essere sfuggite.

Amato Maquignaz


7. Recensione su La scuola e l’uomo, gennaio 2007

Giusto, il secondo romanzo di Giovanni Donna d’Oldenico, racconta una delle storie più conosciute del mondo - quella del Vangelo – mettendo in primo piano un personaggio che spesso resta sullo sfondo: San Giuseppe. In tal modo, la vicenda acquista colori nuovi, rivela angolazioni invisibili alla narrazione tradizionale. La trama si dipana in un raffinato ma mai artificioso intreccio di rimandi temporali, ed è narrata con uno stile che riesce a coniugare l’altezza dei temi con la sobrietà della parola.

A illuminare l’arduo percorso terreno del protagonista è la speranza: “Se al dramma una risposta poteva darsi, solo questa era: la speranza.” (p.114). Una speranza attiva, sostenuta da una dignitosa, instancabile operosità: “Sapeva cosa fare: lavorare molto.” (p. 114). Una speranza che cancella la paura: “Non temere!” è espressione più volte ricorrente, quasi anticipazione della risposta alla domanda “Tu hai paura del buio?”, che apre il libro e trova risposta alla fine: “Non più”.

Accanto al protagonista, personaggi sublimi (il Figlio, la Sposa desiderosa di “essere tutta di Dio”, p. 69) e umili, caritatevoli e atroci, che l’incontro con il Mistero trasformerà. Anche gli animali assumono rilievo, ora come elementi di sorridente quotidianità (il vecchio asino che “oltre che paziente, socievole e abitudinario, era cocciuto come tutti i suoi simili” e che punisce con “ tre coste rotte” e “un gran livido sulla coscia sinistra” (p. 20) i due mascalzoni che hanno creduto di poterlo rubare impunemente), ora come incarnazione di simboli (i corvi che anneriscono il cielo nella grandiosa scena del tentato rapimento), ora come inconsapevoli strumenti del male (i cavalli sui quali salgono i bambini che saranno trucidati, in una delle pagine più impressionanti del romanzo).

Tema raramente affrontato dalla letteratura ma straordinariamente suggestivo e attuale, è poi quello della paternità: “Padre non era dell’umanità di quel figlio, non al modo in cui la sua sposa era madre. Tanto meno della sua divinità. Eppure padre suo lo era. Completamente. Per sempre.” (p. 86).


Laura Lorenza Sciolla







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