Giovanni Maria Bertin



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Dipartimento di Scienze dell’Educazione

“Giovanni Maria Bertin”

Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione

Università di Bologna
Antropologia Applicata

e Spazio Pubblico

Abstracts

Secondo Convegno Nazionale



Società Italiana di Antropologia Applicata (SIAA)

Rimini, 12 e 13 dicembre 2014

Scuola di Psicologia e Scienze della Formazione

Sede di Rimini

Società italiana di Antropologia Applicata (SIAA) Con il Patrocinio di



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Plenaria, Aula Magna "Briolini", 9.30 -13.00

Relazioni
Una difficile “sfida” per l’antropologia applicativa: l’antropologia militare e l’attività di collaborazione tra antropologi e militari nell’ambito delle recenti guerre “non convenzionali” e delle “missioni di pace”

Antonino Colajanni

Università di Roma “La Sapienza”
- Una recente “frontiera” e una difficile “sfida” per gli esercizi di antropologia applicata: il mondo militare e le recenti “guerre non convenzionali”. Un settore controverso degli studi antropologici e delle attività di consulenza. Un dubbio diffuso: rinunziare del tutto o tentare un approccio critico-costruttivo? Note sulla “responsabilità sociale” degli studi antropologici.

- Il mondo militare analizzato dalla ricerca antropologica: pochi studi e poche ricerche. Le specificità degli eserciti, la formazione, l’etica e i valori, la tendenza alla “segretezza”, la gestione dei conflitti e della violenza. Esiste una “cultura militare”? Note sulla guerra dal punto di vista antropologico: guerre “primitive”, guerre dell’età moderna, nuovi tipi di guerre contemporanee; guerra e conoscenza sociale; il sapere e la conoscenza non-tecnico-militare come ingrediente utile, necessario, opportuno nelle attività militari. Antimilitarismo e studi socio-culturali sull’universo militare.

- I recenti studi sul contributo dato dall’antropologia alle due guerre mondiali del ‘900. Ricerche sulla Prima Guerra Mondiale, e ricerche sulla Seconda Guerra Mondiale (in particolare, il libro di David Price). Impegni diretti di militari che avevano esercitato da civili la professione di antropologi e impegni di consulenza da centri di studio e Università.

- La stagione del coinvolgimento di antropologi americani nella guerra del Vietnam (e nel Sudest asiatico) e in America Latina. Coinvolgimenti occulti e coinvolgimenti espliciti. L’esplosione della letteratura critica e “autodistruttiva” sul tema “Antropologia e Imperialismo”. Importanza, fondatezza e limiti delle feroci denuncie degli anni ‘70-‘80. Analisi della documentazione attendibile, opinioni dei protagonisti e degli interessati, eccessi nelle polemiche.

- La nuova stagione degli anni 2000, a partire dall’11 Settembre del 2001. Il cultural turn nelle strategie operative dell’esercito americano in Iraq e in Afghanistan. La fondazione e la gestione degli Human Terrain Systems. Il punto di vista militare e quello antropologico: il contributo dell’antropologa Montgomery McFate. Il dibattito sugli H. T. S. : in particolare, i numerosi studi e ricerche di David Price e di Roberto J. González. Il recentissimo volume di Gilberto López y Rivas.

- Natura, caratteri e mutamenti nelle Counterinsurgency Strategies dell’esercito americano negli ultimi decenni. Le popolazioni civili come “gruppi-bersaglio” delle strategie militari “di pace”. L’“azione sociale” e la “comprensione culturale”. Analisi dei manuali militari dell’esercito americano (U.S. Army Field Manual No. 3-24 e Marine Corps Warfighting Publication No. 3-33.5) e valutazione della incorporazione – al loro interno - di concetti, punti di vista e metodologie, di tipo antropologico.

- La risposta dell’antropologia accademica. La censura dell’American Anthropological Association (2007) nei confronti degli H. T. S., sulla base della “violazione del Codice Etico dell’Associazione”. Il dibattito nella disciplina: posizioni diverse. Accettazioni semplificate e rifiuti non sufficientemente motivati. Una domanda decisiva: non sarebbe stato più opportuno adottare un approccio critico-costruttivo, attentamente argomentato?

Cosa fare su un tema così difficile, rischioso, ma anche stimolante? Critiche all’A.A.A. e alle posizioni radicali e irriflessive. Opportunità di accettare la sfida e considerare questo come uno dei tanti campi di possibile applicazione del sapere antropologico a contesti di azione sociale. Vanno tuttavia sottolineate le necessarie, e possibili, condizioni per una misurata “collaborazione” con i militari:



  1. L’assoluta libertà di ricerca e la distinzione visibile dei ricercatori dai militari, nella salvaguardia della posizione costituzionalmente “critica” dell’antropologia;

  2. La capacità di produrre elementi conoscitivi nuovi nel corso stesso delle azioni di consulenza e di collaborazione;

  3. L’ottenimento di tempi non brevi e saltuari o approssimativi di lavoro sul campo;

  4. La possibilità di esercizio di influenza sulle decisioni degli alti gradi militari per quanto riguarda il rapporto con la popolazione civile, con il conseguente impegno militare di “tenere nel massimo conto” le opinioni e le proposte degli antropologi.


L’anthropologie des politiques publiques
Jean Pierre Olivier De Sardan

(LASDEL; IRD; EHESS)

L’anthropologie des politiques publiques, qui se développe depuis quelques années, au Sud en particulier, mais aussi au Nord, permet de poser de façon nouvelle le rapport entre production de connaissances fondamentales (qui concerne surtout les anthropologues universitaires) et actions publiques réformatrices (qui concerne surtout l’anthropologie dite « appliquée »). Bien souvent l’anthropologie des politiques publiques prend pour objets des « problèmes de l’action publique », qu’elle transforme en « problèmes de recherche ». Une opération inverse est censée prendre place en fin de programme: les résultats obtenus par les anthropologues doivent être transformés en actions réformatrices, ce qui est nettement plus difficile. Toute nouvelle politique publique se présente en effet comme une « réforme », et les recherches sur les interventions publiques impliquent en général de réformer les réformes ou de suggérer des réformes alternatives.

Nous nous appuierons sur l’expérience de notre laboratoire au Niger depuis 15 ans, tant en ce qui concerne les bases méthodologiques de nos recherches que sur les modalités de réception de celles-ci par les différents acteurs publics (Etat, ONGs, organisations internationales) qui les financent. Il s’agit ainsi de réfléchir sur le double rôle de chercheurs et de citoyens qui est le nôtre, comme sur les différences entre le chercheur et le consultant. Il s’agit aussi de voir dans quelle mesure la description ethnographique de la mise en œuvre sur le terrain des politiques publiques (et de l’implementation gap) peut servir de base à des réformes partant des réalités locales contrastant avec les réformes importées de l’extérieur sur la base de modèles standardisés (de type new public management).

Panel 1a, Aula Magna “Briolini”, 14. 30-19.00

Processi di patrimonializzazione1

Coordinatori

Roberta Bonetti (Università di Bologna e Libera Università di Bolzano)

Alessandro Simonicca (Università di Roma “La Sapienza”)
Il processo di “patrimonializzazione” si caratterizza per una molteplicità di ambiti di applicazione: conoscitivi e legati alla dimensione culturale e interculturale in generale, nonché educativi e giuridici, e correlati alla dimensione pratica, dalle dinamiche dell’azione economica, alle politiche territoriali o alla gestione delle risorse. Rispetto alla generica nozione di “patrimonio”, spesso confusa con la “cultura” tout court, il concetto di “patrimonializzazione” offre la prospettiva di cogliere e indagare “patrimoni plurimi”, al di là delle gerarchie, delle dicotomie e delle visioni universalizzanti di esso. Esso offre la prospettiva di indagare i patrimoni nei vari momenti della loro selezione, salvaguardia, conservazione e messa in forma valorizzativa e fruitiva e, in particolare, nelle diverse forme interpretative e partecipative che da sempre li caratterizzano.
L’interesse antropologico verso tali processi è molteplice: innanzi tutto ricostruisce il modo in cui gli agenti di un territorio comprendono e danno senso al proprio patrimonio; induce a analizzare, con un atteggiamento riflessivo, le varie strategie (politiche, sociali, economiche e identificative) usate per dare nuovo “valore culturale” allo stock disponibile di risorse locali; obbliga, infine, a procedere alla visione concreta della genesi dei conflitti che l’insieme dei processi in atto portano con sé, ponendo l’antropologo come figura sociale peculiare, capace di mediare conoscenze con azione efficacemente trasformativa.

La call for papers è aperta alla presentazione di interventi sui processi di patrimonializzazione di ampio spettro, dalle politiche sociali, economiche, e culturali in generale, dai musei ai processi in atto in situazioni di conflitto o di emergenza ambientale, ai processi di urbanizzazione e di promozione e sviluppo turistico.
L’antropologo PER il patrimonio tra partecipazione, mediazione ed engagement. Un progetto sperimentale di “inventario partecipativo” del patrimonio culturale immateriale nell’alto viterbese

Katia Ballacchino (Università del Molise) e Alessandra Broccolini (Università di Roma “La Sapienza”)


Nel corso degli ultimi anni l'ambito del patrimonio culturale, in particolare quello che attiene alla sfera dell'immateriale è stato attraversato da forti istanze partecipative, orientate al coinvolgimento attivo dei soggetti e dei territori, piuttosto che sulle sole competenze scientifiche. Centrale nelle nuove politiche sull'immateriale è il concetto di "salvaguardia", che riconosce l'importanza del coinvolgimento attivo dei portatori e dei processi di trasmissione. Queste istanze - partecipazione e salvaguardia - che sono state attivate soprattutto dalla Convenzione UNESCO del 2003 per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, ampliano le azioni sul patrimonio da un approccio solo "documentale", che in Italia ha accompagnato il riconoscimento istituzionale dei "beni demoetnoantropologici", basato su archivi e catalogazione, ad un approccio "partecipativo" nel quale siano i soggetti detentori a farsi promotori dell'identificazione e della salvaguardia. Benché non ancora sufficientemente problematizzato, l'approccio partecipativo al patrimonio immateriale, non solo appare sempre più teorizzato negli strumenti legislativi internazionali, ma appartiene anche ad una sensibilità che "dal basso" sta muovendo i territori in una nuova istanza di riconoscimento di pratiche culturali e di visibilità globale che appare caratterizzare oggi soggetti collettivi, territori e comunità variamente intese. Al di là degli effetti politici, economici, conflittuali o creativi prodotti dal paradigma dell'immateriale portato avanti dall'Unesco, che si prestano ad interessanti indagini sui processi di patrimonializzazione, è indubbio che l'istanza partecipativa porta l'antropologo del patrimonio ad un diverso posizionamento vicino a pratiche di mediazione che sono lontane sia dalla postura "mimetica" classica dell'osservazione partecipante che dalle modalità a "prelievo" degli approcci documentali. In questo scenario, che anche in Italia si viene definendo con la nascita di un discorso pubblico intorno all'immateriale legato alle candidature Unesco per la Lista Rappresentativa, sta emergendo, a fianco di un'antropologia DEL o NEL patrimonio, anche uno spazio di azione PER il patrimonio, che ha come finalità, più che l'acquisizione di dati e documentazione, un lavoro engaged con i soggetti portatori. Le problematicità di questo diverso ruolo sono ancora tutte da definire e da discutere, anche se una certa letteratura in merito è già stata prodotta e la possibile casistica va dalla militanza vera e propria in difesa delle richieste delle comunità alla figura più poetica dell' “antropologo-giardiniere”, come ha suggerito Pietro Clemente di recente, che lavora, non per costruire un discorso scientifico ma per contribuire con il suo sapere alla salvaguardia della diversità culturale. È necessario che l'antropologia rifletta su questi temi a partire da casi specifici e il campo degli inventari si presta all'osservazione, sia perché in Italia la catalogazione scientifica dei "beni demoetnoantropologici" ha una lunga tradizione istituzionale, ma anche perché è sugli inventari cosiddetti "partecipativi" che si gioca una parte importante delle retoriche e del dibattito UNESCO sull'immateriale. In questo intervento si vuole illustrare e discutere un processo di costruzione di un “inventario partecipativo” che è stato avviato nell'ambito di una più ampia ricerca in collaborazione con Vincenzo Padiglione, nell'ambito di un progetto dell'Università La Sapienza. Lo scopo è quello di sperimentare sul terreno - la festa della Madonna del Monte di Marta nell'alto viterbese già nota agli antropologi e oggetto di campagne di catalogazione scientifica - l'attivazione di un processo partecipativo intorno all'inventario della festa. Sebbene in una fase ancora iniziale, il processo, che vede coinvolto in una comune esperienza di partecipazione un gruppo di lavoro locale e due antropologhe, si presenta come un utile strumento per riflettere sul ruolo di mediazione che l'antropologo può esercitare tra esigenze locali e istituzioni, nonché di critica dialogica dei diversi piani di interpretazione, presenti e passati, prodotti sulla festa, contribuendo ad avvicinare e a far dialogare prospettive differenti. Ma l'esperienza sull'inventario permette anche di osservare tutta la vitalità endogena dei processi di patrimonializzazione (interpretazione, partecipazione, pratiche, ecc.), in riferimento allo scenario globale al quale viene esposta la festa (Unesco, Istituzioni, media), scenario che viene interpretato dai soggetti locali, ora in termini di opportunità di sviluppo e di visibilità esterna, ora in chiave ironica ed autoironica, ora in forme critiche di resistenza. Ad una prima fase di costituzione del gruppo di lavoro locale e di autodocumentazione, è seguita una fase più riflessiva sui criteri di inventariazione da utilizzare, che sta facendo emergere conflittualità e diverse interpretazioni entro processi di essenzializzazione di tradizione e autenticità. Tutto ciò porta l’antropologo PER il patrimonio a non potersi più limitare nel suo lavoro al solo “ascolto delle voci”, ma a dover valutare di volta in volta se e come posizionare tra le voci anche la propria, entro dinamiche di mediazione e di engagement.

Pertinenza antropologica del paesaggio e pratiche istituzionali di salvaguardia

Vito Lattanzi (Museo Etnografico “L. Pigorini”, Roma)


Pur sembrando assodato che il paesaggio sia una particolare manifestazione del mondo, che va ricondotta a un'altrettanto particolare modalità di cura e di gestione dello spazio, la sua pertinenza antropologica non è così del tutto pacifica. Nel dibattito in corso sul valore del paesaggio come bene culturale, le interpretazioni di quella nozione continuano, infatti, a essere contrastanti, a dispetto del ridimensionamento, operato dall’antropologia degli ultimi decenni, della pretesa di classificarlo sotto le univoche voci - care alla storia dell'arte, all'architettura e alla geografia - di “bellezze naturali” ovvero di generico “spazio antropico”. Con specifica attenzione alla dimensione sociale dei processi di patrimonializzazione, è dunque opportuno chiedersi in che modo, in forza di quale mediazione e per opera di quali mediatori, il paesaggio possa essere considerato una “cosa” di interesse demoetnoantropologico e dunque assuma in questo senso (non altrimenti) valore di bene culturale. Un buon esempio di discussione, anche alla luce degli strumenti normativi nazionali e internazionali (il Codice dei Beni culturali e le Convenzioni Unesco del 2003 e del 2005), è rappresentato da un recente vincolo esercitato dallo Stato su un vigneto del trevigiano, con diversi vitigni, bianchi e rossi, coltivati secondo l'antica tradizione della piantata padana (“maritata” ad aceri e gelsi). Il provvedimento dimostra, da un lato, quanto la dimensione intangibile del bene culturale sia connaturata alla sua stessa materialità, cioè al suo essere un oggetto del mondo reale (cosa che rafforza la coerenza del Codice e chiama a un ripensamento della prospettiva anti-essenzialista dell'antropologia); dall'altro, sollecita una più puntuale riflessione sul rapporto esistente tra paesaggio locale e nozioni quali quelle di “comunità” e di “salvaguardia” (nozioni tutt'altro che condivise dai diversi agenti, locali e sovralocali, dei processi di patrimonializzazione).

Processi di patrimonializzazione. I “beni immateriali in rete” alla luce della Convenzione Unesco per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale

Elena Sinibaldi (Università di Roma “La Sapienza”)


Il Patrimonio Culturale Immateriale (PCI) è definito nella Convenzione Unesco del 2003 (art.2) come ciò che per le comunità, gruppi, o individui esprime senso di identità e continuità, memoria, vitalità creativa, e trasmissione intergenerazionale. Le linee guida dell’applicazione della Convenzione raccomandano l’identificazione e la messa in relazione di espressioni culturali simili e diffuse anche se collocate geograficamente in territori fisici differenti. Occorre intercettare anche nelle tracce degli scenari contemporanei dei “movimenti culturali” e nelle motivazioni delle economie turistiche configurazioni comunitarie spontanee o “riflesse” (A. Simonicca, Viaggi e comunità, Meltemi, 2006), le cui connotazioni identitarie e di appartenenza si generano con variabili di negoziazione continua (M.Luisa Ciminelli, La Negoziazione delle Appartenenze, FrancoAngeli Ed., 2006). Il carattere “bottom-up” delle Candidature alle Liste Unesco del PCI vede la partecipazione della comunità (art.15) come presupposto fondamentale e “vincolo” innovativo per il costituirsi di processi di patrimonializzazione riconosciuti. A partire dalla concezione di “comunità e patrimonio culturale immateriale di rete” si propone una riflessione attorno ad una delle prospettive di applicazione possibili della Convenzione Unesco e ad una rivisitazione del concetto antropologico di comunità non più solo territorializzata. Nell’ambito della costruzione di “comunità” in dialogo si considera l’aspetto della condivisione del “bene immateriale in rete” che potrebbe definirsi anche “bene relazionale”. L’attività e il ruolo dell’antropologo all’interno di tale dimensione possono rivelarsi strategici ed efficaci sia per la redazione di una “etnografia multi-situata” legata eventualmente anche alla catalogazione, requisito fondamentale per la presentazione di candidature Unesco, sia per il coordinamento di dossier di candidatura e co-pianificazione delle misure di salvaguardia affini ad ogni singolo contesto socio-culturale. La proposta di Candidatura alla Lista Rappresentativa de “Il Merletto Italiano: la Rete del saper fare” si rivela come esempio utile alla riflessione teorica e all’applicazione pragmatica del creare “comunità di rete” sia considerando le difficoltà di attivazione del processo di patrimonializzazione sia i potenziali risvolti positivi della cooperazione.

Valentina Zingari (Associazione Simbdea)


Negli ultimi cinque anni, grazie a un accreditamento Unesco legato alla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, l’associazione Simbdea, partecipando agli incontri internazionali della Convenzione, è entrata a far parte del forum delle associazioni non governative identificate per “svolgere funzioni consultative” presso il Comitato intergovernativo per l’ICH (intangible cultural heritage). La partecipazione ai forum delle ONG, ai lavori del Comitato e dell’Assemblea Generale della Convenzione, oltre a costituire momenti di formazione utili per conoscere il funzionamento di questa agenzia delle Nazioni Unite, è stata occasione per un confronto tra le diverse politiche culturali a livello nazionale, il mondo degli studi, quello delle associazioni culturali che accedono all’accreditamento e per partecipare alle discussioni in corso a livello internazionale. Di particolare importanza la discussione sulle “migliori pratiche di salvaguardia dell’ICH” e quella sui criteri di accreditamento delle ONG. A livello nazionale, l’attenzione a questi processi si è tradotta in una serie di iniziative, che hanno portato Simbdea a svolgere una prima consulenza presso il Mibact, impegnando alcuni dei suoi membri in un lavoro di analisi confluito nel rapporto “Il patrimonio culturale Immateriale in Italia e la Convenzione Unesco del 2003: territori, reti, musei” (aprile 2014). Il dialogo internazionale costituitosi grazie al forum delle NGO è stata ed è una opportunità di riflessione sui concetto di salvaguardia dell’ICH, le metodologie di terreno orientate dal paradigma della partecipazione, il concetto di comunità (tra comunità culturali, di pratica, di eredità…) come va elaborandosi in un processo di costante negoziazione tra punti di vista. Uno specifico spazio web, “heritage alive” (www.ngoforum.org), riunisce alcuni ricercatori attivi in una riflessione sui rapporti tra metodologie della ricerca, documentazione, partecipazione, mediazione culturale, salvaguardia. Molti di loro hanno formazione antropologica e fanno parte di gruppi di riflessione sui processi di patrimonializzazione. Di particolare importanza un convegno tenutosi lo scorso Novembre 2013 a Bruxelles, presso l’associazione Faronet, ICH-brokers, facilitators and mediators. Critical success(f)actors for the safeguarding of Intangible Cultural Heritage. Ispirandosi alle idee-guida emerse dagli interventi presentati a questo convegno, in particolare la riflessione dei due antropologi Marc Jacob (ULB Bruxelles) e David Lewis (London School of Economics), l’intervento tenta di riflettere sul ruolo di una antropologia implicata nei processi di patrimonializzazione e sulle domande sociali di riconoscimento che emergono dai “nuovi terreni dell’etnologia” (Culture et recherche, n.127, 2012). Alla luce di un terreno di candidatura in corso in Abruzzo (Cocullo), il contributo tenterà di indicare nessi strategici e fratture tra antropologia del patrimonio, postura riflessiva e critica, ricerca-azione, diritti culturali e mediazione nei processi di salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Con questo contributo vorremo aprire una riflessione sul disagio dell’antropologia nel sistema dei “beni culturali”, e sulle sfide e le contraddizioni che sembrano spesso allontanare lo “spirito della Convenzione” dall’istituzione della Cultura a livello delle politiche nazionali.

Città polisemica

Nevia de Assis (Instituto Federal Catarinense, Brasile)


Il presente studio si concentra sui rapporti esistenti tra i residenti e il patrimonio culturale della città di São Francisco do Sul – Brasile, piccola città segnata dall'architettura coloniale portoghese, e prima nel paese a essere ufficialmente riconosciuta come paesaggio urbano negli anni '80 (IPHAN - Instituto do Patrimônio Histórico e Artístico Nacional. Il punto di partenza è la natura di tale patrimonializzazione. Abbiamo avuto modo di osservare che il processo di salvaguardia attuato risulta strettamente legato a un ristretto modo di comprendere l'eredità. E’ stata infatti privilegiata una politica del patrimonio di stampo conservatore ed elitario, che favorisce i beni appartenenti a gruppi sociali di tradizione coloniale europea, cancellando i ricordi degli altri gruppi culturali come i gruppi di colore e i nativi presenti nello stesso territorio.

La ricerca sostiene la tesi che la città, dichiarata patrimonio nazionale, non è affatto monologica, anzi possiede plurimi patrimoni purtroppo resi invisibili; e che esistono altri modi di preservare la memoria, rispetto al discorso egemonico attuale, prestando rinnovata attenzione al modo in cui le altre etnie e gli altri gruppi culturali affermano la loro presenza in città.

La ricerca si è basata su una metodologia di immersione nel contesto della città, con passeggiate libere e incontri con i residenti della città, con pratiche di escursione etnografica finalizzate a cogliere il dettaglio e l’imprevisto, come le tracce dei ricordi, i resti delle storie, gli oggetti sconosciuti o ritenuti impresentabili. Con il supporto della metodologia antropologica, si è favorita una azione di restituzione di patrimoni comunitari centrati sulle tracce dei ricordi: i villaggi Guaraní che mantengono la loro lingua e il loro artigianato; quilombolas che resistono alla loro cancellazione storica; un ultimo mulino artigianale ancora attivo; un'antica danza di cultura contadina; poesie di un vecchio pescatore; molti sambaquis dimenticati; il desiderio di un museo della memoria nero; un collezionista di oggetti trovati nella spazzatura; le leggende intorno a una comunità estintasi con l'installazione del porto navale, ed altri ancora.

Il quadro che ne consegue è una scena polifonica e polisemica di storie e memorie cittadine irriducibili ad unità, da preservare e valorizzare.


Sulla recente rivitalizzazione della maschera carnevalesca del “Rumìt” a Satriano di Lucania

Sandra Ferracuti (Associazione Simbdea e Università della Basilicata)


La mia proposta d’intervento si basa su un lavoro di ricerca che sto conducendo dalla fine del 2010 in Basilicata grazie ad un assegno di ricerca accordatami dall’Università della Basilicata e con il sostegno di Ferdinando Mirizzi, il mio tutor. Questo lavoro, nato all’insegna dell’applicazione della ricerca etnografica sul patrimonio culturale immateriale all’attivazione di processi d’interpretazione partecipata del patrimonio, ha avuto come premessa un’analisi degli strumenti e delle parole chiave della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Unesco, 2003). Su questo fronte ho posto, in particolare, la sua definizione del “PCI” in raffronto con quelle prodotte dagli studi antropologici italiani ed espresse negli strumenti legislativi e nelle pratiche di patrimonializzazione nello stesso ambito nazionale, al fine di evidenziare le differenze di oggetto e missione che connotano un campo apparentemente omogeneo e che si tende a far coincidere con quello delineato dalla proposta Unesco. Al cuore della ricerca, e di questa proposta d’intervento, è invece un’indagine delle modalità di recepimento ed interpretazione del “discorso” della stessa Convenzione presso un numero limitato di contesti specifici nella regione, selezionati in base a due criteri: l’esistenza di un effettivo progetto di iscrizione di un “elemento” nelle Liste della Convenzione Unesco o quella di processi di valorizzazione “dal basso” connessi al “panorama” patrimoniale (Maffi, 2006). L’intervento vuol essere in particolare dedicato al caso di studio della recente rivitalizzazione della maschera carnevalesca del “Rumìt” a Satriano di Lucania (cfr. Spera, 1982) ad opera di una “comunità d’eredità” (Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, 2005) composta da satrianesi a cavallo tra i venti e i trent’anni d’età e nata proprio a ridosso di questo processo. Nel 2011, Rocco Perrone (classe 1983) - ispirato dalla scelta dell’artista (milanese di origini calabresi) Michelangelo Frammartino di mettere la maschera satrianese al centro della videoinstallazione “Alberi” (esposta al MoMA di New York nell’aprile del 2013) - ha chiamato i suoi coetanei a raccolta attorno a un progetto di rivitalizzazione della maschera che è culminato, in occasione del carnevale di quest’anno, con la vera e propria “invenzione” della “Foresta che cammina”. Questa iniziativa ha dato un’inedita enfasi alla silenziosa figura del “Rumìt”, ‘moltiplicandola’ grazie al coinvolgimento di un centinaio di persone estranee al paese, cui è stata data l’opportunità di vestire i panni del “Rumìt” per un giorno. Attingendo, in particolare, al discorso patrimoniale e a quello ambientalista, questo gruppo di satrianesi si è “appropriato” di una figura del repertorio tradizionale dotandola di nuovi significati simbolici e ha portato, grazie agli ‘ospiti’ coinvolti, nuova vitalità in paese, dotandosi di una più ampia comunità di sodali. Questo caso mette in luce alcune potenzialità specifiche dei processi di patrimonializzazione contemporanei: generare sodalizi tra individui che abitano territori differenti nonché fornire obiettivi condivisi a chi abita tessuti sociali disgregati e nuovi dispositivi rituali a chi non partecipa di quelli che hanno unito le communitas delle generazioni precedenti. L’antropologa che, attraverso la ricerca, sia partecipe di questi processi, collabora inevitabilmente alla loro promozione, ma si assume anche, data la postura riflessiva e la tensione al dettaglio che sono al cuore dell’impresa etnografica, anche la responsabilità di ‘tradurre’ e comunicare la loro densità.

Panorama comunicativo e normativo delle differenti esperienze e interpretazioni politiche del patrimonio culturale intangibile in un contesto regionale italiano

Lia Giancristofaro (Università di Chieti-Pescara)


La presente proposta mira a indagare e interpretare la pluralità e la contraddittorietà degli interventi pubblici miranti alla comunicazione e alla valorizzazione del PCI in Abruzzo, elaborando una soluzione di intervento che traduca in normativa regionale le direttive contenute nella Convenzione Unesco del 2003 e la Convenzione Europea di Faro. La dimensione comunicativa pubblica contemporanea, infatti, contiene e sviluppa aspetti conoscitivi, educativi, correlati agli aspetti pratici, economici e gestionali del PCI che viene, per converso, rappresentato nell’ambito soggettivo e oggettivo delle comunità locali. La dimensione giuridica e normativa rende operative tali interpretazioni oggettive e soggettive relative ai processi di patrimonializzazione, calandole nella dimensione pratica, finanziaria e attuativa. Ovviamente, la dimensione comunicativa e la dimensione normativa sono tra loro embricate e correlate, producendo effetti imprevedibili e contraddittori nella multifocalità del flusso culturale locale e globale, come si evince dall’attuale “corsa al bollino Unesco” che, nell’ambito campanilistico regionale, ha sostituito la “corsa al finanziamento” un tempo erogato dall’Assessorato Regionale alla Cultura. Prendendo coscienza della sterilità delle letture omogeneizzanti di un contesto che, di per sé, è vario e presenta iniziative assai difformi di selezione, salvaguardia e valorizzazione, la proposta illustrerà le forme contraddittorie (e spesso controproducenti) attraverso le quali le comunità abruzzesi accedono oggi alle etichettature ufficiali della patrimonializzazione Unesco e alla categoria giuridica e politica di bene culturale “immateriale/intangibile”. La presente proposta si conclude illustrando, nell’ambito della nozione di stile quale chiave identificativa dei modi di produzione e consumo del bene, la possibilità di connettere, nell’ambito delle normative regionali, due tutele in una, cioè quella verso la cultura e quella verso la creatività, attraverso una rivisitazione critica della promozione/tutela esercitata da parte della Pubblica Amministrazione, rivolta ai bandi europei del programma Horizon 2020. Tale cambiamento di rotta nelle politiche locali potrebbe attuarsi, ovviamente, solo attraverso un rinnovamento della normativa regionale e un radicale cambiamento di priorità nel finanziamento delle attività culturali, con l’elaborazione di criteri di misurazione quantitativa e qualitativa dell’efficacia dell’intervento, delle ricadute socio-economiche e creative, della sostenibilità nel lungo periodo e dell’inclusività di periferie culturali che, non di rado, presentano spunti interessanti di rivendicazionismo culturale. Esiste da tempo, nella prospettiva internazionale, coscienza del valore aggiunto dell’apporto dell’antropologia culturale in questo tipo di progettualità territoriale i cui effetti sono socialmente rilevabili. A questo scopo bisogna tenere presente, in modo sintetico, lo sviluppo dell’idea di empowerment nell’ambito dell’Unesco; l’evoluzione dell’idea di partecipazione espressa dal Comitato, che ha da tempo superato il concetto di mero consenso; infine, il progressivo affinamento degli strumenti forniti dal segretariato dell’Unesco per facilitare e promuovere le politiche di partecipazione patrimoniale, il cui ruolo-chiave (project manager, coordinatore, operatore in campo) spetterebbe, secondo logica, al demo-etno-antropologo.

Patrimonializzare il Made in Tuscany. Gli antropologi chiamati alla “certificazione culturale”

Costanza Lanzara (Università di Firenze)


Nel marzo del 2012 la società del gruppo industriale Maccaferri “Manifatture Sigaro Toscano S.p.A.” ha incaricato la Cattedra di Antropologia culturale dell’Università di Firenze (Prof. Pietro Clemente) di istituire un gruppo per la ricerca “La cultura materiale dei territori”. Sei ricercatori - 5 antropologi e uno storico - con il coordinamento scientifico del Prof. Clemente e della Prof.ssa Maria Elena Giusti, hanno firmato un contratto per adempiere a questo compito, scegliendo una specifica filiera: tabacco, vino, cuoio, marmo, paglia. Chi scrive si è occupata del tessuto toscano. Un’indagine sulla manifattura e piccola imprenditoria Toscana “con particolare riferimento” [cito dal contratto] “a materiali, saperi, tecniche manifatturiere e alla ricerca e alla certificazione delle sue origini”. Gli esiti della ricerca sono confluiti, l’anno seguente, nel dossier “Alla ricerca delle origini dello stile italiano. Territori, cultura materiale, filiere e prodotti di eccellenza della Toscana” (www.manifatturesigarotoscano.it). L’intervento, previa una breve presentazione del lavoro svolto, intende riflettere sulle implicazioni e sui meccanismi sottostanti una ricerca accademica finanziata da un committente privato, che ha spinto per una chiara impronta celebrativa del settore industriale-manifatturiero toscano, con un controllo sulla rendicontazione del lavoro e sulla sua diffusione scritta. Un caso, fra i tanti, in cui gli antropologi sono chiamati a dare certificazioni culturali nei processi di patrimonializzazione, confrontandosi con sottili contrattazioni e una pratica volta a riequilibrare le finalità adombrate dal committente con quelle della propria coscienza professionale. Più nello specifico alcune linee di riflessione sulle competenze/abilità dell’antropologo nel contesto pratico della ricerca in ambito patrimoniale: la capacità di mediazione tra domanda e offerta. La prima richiesta di Manifatture sigaro toscano riguardava esclusivamente un lavoro storico-antropologico sul sigaro. Grazie alla capacità persuasiva di Pietro Clemente si è giunti a un’articolazione più ampia: - l’occasione di dibattito nel gruppo di lavoro a partire dalla criticità delle richieste; - l’articolazione di diversi approcci teorici all’interno di cornici pre-fissate. Si faranno alcuni esempi tratti dagli elaborati dei ricercatori; - il confronto con uno stile divulgativo, tale è stata la richiesta del committente che desiderava un’ampia circolazione dei frutti della ricerca, non solo ad appannaggio degli addetti ai lavori. Tema che tocca da vicino il problema della comunicazione antropologica, troppo spesso autoreferenziale; - la necessità di essere implicati nei meccanismi patrimoniali per conoscerne gli ingranaggi e e per illuminare aspetti tralasciati; - i possibili sviluppi futuri.
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