Giurisdizione nazionale e diritti



Scaricare 242.01 Kb.
Pagina1/5
19.11.2017
Dimensione del file242.01 Kb.
  1   2   3   4   5


Giurisdizione nazionale e diritti

fondamentali dopo il Trattato di Lisbona.

Il dialogo tra le Corti Europee, la Corte

Costituzionale e la Corte di cassazione
Roma, 14 novembre 2012

Aula Magna della Corte di Cassazione

Corte di cassazione e tutela dei diritti fondamentali nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo

Giovanni Amoroso



Sommario: Parte I - La CEDU come parametro interposto di questione di costituzionalità: 1. Premessa: il mutamento del quadro ordinamentale dopo le sentenze "gemelle" della Corte costituzionale ed il trattato di Lisbona. - 2. Il ruolo della Corte di cassazione nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali. - 3. L'interpretazione orientata dalla necessaria conformità alla CEDU. - 4. La tutela sovranazionale dei diritti fondamentali al bivio tra questione di costituzionalità e primato del diritto comunitario. - 5. Esclusione della "comunitarizzazione" della CEDU: la Corte di cassazione tende a sollevare questione incidentale di costituzionalità. - 6. La possibilità, o no, per la Corte di cassazione di valutare il "controlimite" all'ingresso della CEDU come parametro interposto. - Parte II - Casi e questioni: 7. La giurisprudenza della Corte di Strasburgo in tema di leggi di interpretazione autentica. - 8. Sulla perequazione del trattamento pensionistico dei dipendenti di istituti di credito. - 9. Il caso del personale Amministrativo Tecnico e Ausiliario (ATA) della scuola. - 9.1. (segue) L'intervento delle Corti europee. - 10. La doppia contribuzione INPS per i lavoratori autonomi che esercitano anche un'attività commerciale. - 11. L'indennità risarcitoria nel contratto di lavoro a termine (art. 32 legge n. 183 del 2010). - 12. La contribuzione previdenziale in favore dei lavoratori migranti in Svizzera. - 13. La prescrizione del trattamento retributivo dei medici specializzandi. - 14. Sul contributo previdenziale per l'assicurazione di malattia. - 15. La restituzione in termini dell'imputato contumace. - 16. Sulla pubblicità delle udienze penali. - 17. Sul principio della retroattività della legge penale più favorevole. - 18. Sulla necessaria ottemperanza alle sentenze della Corte di Strasburgo quanto al rispetto del principio dell'equo processo in materia penale. - 19. Sull'equo processo in caso di insindacabilità parlamentare ex art. 68, primo comma, Cost..

Parte I - La CEDU come parametro interposto di questione di costituzionalità
1. Premessa: il mutamento del quadro ordinamentale dopo le sentenze "gemelle" della Corte costituzionale ed il trattato di Lisbona. Per introdurre alcune riflessioni sul tema dell’incidenza delle pronunce della Corte europea dei diritti dell'uomo (d'ora in poi Corte di Strasburgo) sulla giurisprudenza della Corte di cassazione nel più ampio contesto del tema dei diritti fondamentali dopo il trattato di Lisbona nel dialogo tra Corti europee, Corte costituzionale e Corte di cassazione, non può non richiamarsi preliminarmente il mutamento del complessivo quadro di riferimento ordinamentale, che vede una linea di netta demarcazione nella nota svolta della giurisprudenza costituzionale con le sentenze "gemelle" del 14 ottobre 20071 che precedono di poco il trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 (ratificato a seguito della legge 2 agosto 2008, n. 130, ed entrato in vigore il 1° dicembre 2009)2.

La Corte costituzionale, nelle citate pronunce, interpretando l'art. 117, primo comma, Cost., novellato dall'art. 3 l. cost. 18 ottobre 2001, n. 3, ha affermato la idoneità delle disposizioni dei trattati internazionali - e quindi anche, in particolare, delle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (d'ora in poi CEDU) - a valere come parametro interposto3 nel giudizio di costituzionalità, incidentale e principale, sicché gli eventuali contrasti con la normativa interna non generano problemi di successione delle leggi nel tempo, ma questioni di legittimità costituzionale. Pertanto - secondo questo nuovo orientamento della Corte - il giudice comune, che comunque è onerato di interpretare la norma interna in modo conforme alle disposizioni internazionali, ove dubiti della compatibilità di questa con la norma convenzionale interposta, non può disapplicare la prima, ma deve sollevare la relativa questione di legittimità costituzionale in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost., in quanto le norme internazionali - e segnatamente quelle della CEDU - integrano tale parametro pur rimanendo sempre ad un livello sub-costituzionale.

A questa lettura fortemente innovativa del primo comma dell'art. 117 Cost. si è aggiunto che il trattato di Lisbona da una parte ha inglobato la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (art. 6, par. 1, TUE) e d'altra parte ha fatto specifico riferimento ai diritti fondamentali garantiti dalla CEDU e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, che fanno parte del diritto dell'Unione in quanto principi generali (art. 6, par. 3, TUE). Ne è derivato, nel complesso, un sistema stratificato di tutela di diritti protetti ad un livello superiore della normativa primaria (in questa accezione più ampia può parlarsi di "diritti fondamentali"), che vede ora intersecarsi un livello costituzionale, uno comunitario - di compatibilità con il "blocco costituzionale comunitario"4 posto con il trattato di Lisbona - ed uno internazionale di compatibilità con trattati quali soprattutto la CEDU e la Carta sociale europea5, nonché gli altri non pochi trattati in seno al Consiglio d'Europa6.

Diversa per ciascun livello è la Corte di riferimento - la Corte costituzionale, la Corte di giustizia, la Corte di Strasburgo - così come diversi sono la struttura e le regole del procedimento di accertamento della lesione di un diritto fondamentale, nonché l'efficacia delle pronunce rese da ciascuna Corte.

Il sistema di tutela risulta poi essere interconnesso nella misura in cui il diritto dell'Unione europea recepisce quello di trattati internazionali - la CEDU innanzi tutto, ma anche altri trattati - sicché il riconoscimento e la tutela di diritti fondamentali di livello internazionale sono travasati nel circuito delle garanzie comunitarie nei limiti delle "materie" comunitarie.

A tale sovrapposizione di garanzie di livello sia internazionale che comunitario fa riferimento, da ultimo, una recente pronuncia7, relativa alle tutele apprestate in favore delle persone disabili, che, nel ricordare che l’Unione europea, con decisione del Consiglio n. 2010/48/CE, del 26 novembre 2009, ha aderito alla convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ha affermato che la normativa di quella Convenzione "vincola l’ordinamento italiano con le caratteristiche proprie del diritto dell’Unione europea, limitatamente agli ambiti di competenza dell’Unione medesima, mentre al di fuori di tali competenze costituisce un obbligo internazionale, ai sensi dell’art. 117, primo comma, Cost.".

La svolta giurisprudenziale del 2007 ha trovato un seguito conforme in numerose pronunce successive ed ha fatto venire in rilievo varie norme della CEDU utilizzate come parametro interposto per la declaratoria di illegittimità costituzionale della normativa interna: l'art. 6 sul diritto ad un equo processo (in tema di restituzione in termini per l'imputato contumace8; sul principio di pubblicità dei procedimenti giudiziari, applicabile anche alle misure di prevenzione9; sulla revisione del processo penale10); l'art. 7 sul principio di legalità e di non retroattività in materia penale (in tema di guida in stato di ebbrezza e confisca del veicolo11; sul diritto dell’accusato al trattamento penale più favorevole12); l'art. 8 sul diritto al rispetto della vita privata e familiare (in tema di incapacità personali del fallito13); l'art. 14 sul divieto di discriminazione (in tema di assegno di invalidità in favore dello straniero14; in tema di assegno di frequenza per il minore straniero inabile15); l'art. 1 del (primo) protocollo addizionale sul diritto di proprietà (in tema di indennizzo espropriativo di aree agricole16).
2. Il ruolo della Corte di cassazione nel sistema multilivello di tutela dei diritti fondamentali. In questo contesto di tutele multilivello sovraordinate alla normativa di rango primario17 la Corte di cassazione, che esercita il sindacato di legittimità (tendenzialmente unitario: art. 111, settimo comma, Cost.) e svolge la funzione di nomofilachia all'interno dell'ordinamento nazionale, è chiamata sempre più spesso a confrontarsi con queste altre Corti. E se da una parte il dialogo con la Corte costituzionale è ormai sperimentato negli anni e, anche sul terreno comune dell'interpretazione adeguatrice, c'è sostanzialmente piena sintonia18, e parimenti incanalato su binari consueti è il rapporto con la Corte di giustizia19 - soprattutto in ragione dell'operatività del canone dell'"atto chiaro", elaborato dalla giurisprudenza della Corte di giustizia ed inteso con una certa elasticità dalla giurisprudenza di legittimità, canone che esonera la Corte di cassazione dal porre la pregiudiziale interpretativa comunitaria sulla base di una valutazione preliminare20 - invece il rapporto con la Corte di Strasburgo si pone in termini nuovi dopo la richiamata "svolta" giurisprudenziale del 200721.

La Corte di cassazione, che esercita il sindacato di legittimità al fine dell'uniforme interpretazione della legge (nomofilachia), si trova al crocevia di questo sistema stratificato e deve relazionarsi con le altri Corti: con la Corte costituzionale (che fa il controllo di costituzionalità ed a tal fine è comunque chiamata ad interpretare il diritto interno, talora rendendo pronunce interpretative che implicano un "seguito" soprattutto da parte della giurisprudenza di legittimità22); con la Corte di giustizia (che interpreta sì il diritto comunitario, ma talora ciò fa in riferimento al nostro diritto interno che, seppur indirettamente, è oggetto anch'esso di interpretazione); con la Corte di Strasburgo (che interpreta ed applica a casi di specie le norme della CEDU, ma, al fine di accertare la violazione di un diritto fondamentale, è chiamata anche a verificare il contrasto del diritto interno con la CEDU e quindi deve comunque interpretare anche il primo).

Il sindacato di legittimità (della Corte di cassazione) ed il controllo di costituzionalità (della Corte costituzionale) si intrecciano con l'interpretazione vincolante del diritto comunitario (ad opera della Corte di giustizia) e con la verifica di compatibilità del diritto interno con la CEDU (fatta dalla Corte di Strasburgo) in un sistema di tutele dei diritti fondamentali che, per essere multilivello e non già gerarchizzato, può innescare una circolarità di pronunce delle varie Corti.

Quando, in un caso di cui si dirà infra (ai §§ 9. e 9.1.) più in dettaglio, la Corte di Strasburgo23 appare non essere in sintonia con la Corte costituzionale24 su una questione sulla quale ha modo di intervenire anche la Corte di giustizia25, dopo che il legislatore, con norma di interpretazione autentica, ha smentito la Corte di cassazione26, si innesta una circolarità che riparte con la Corte di cassazione27 chiamata nuovamente a pronunciarsi.

Cambia quindi anche per la Corte di cassazione il modo di relazionarsi con la normativa dei trattati internazionali e segnatamente con la CEDU ricorrendo non di rado, anche nel giudizio di cassazione, che sia contestata la conformità della normativa interna alla Convenzione. La posizione della Corte - ed in generale del giudice comune - è scolpita dalla giurisprudenza costituzionale28 che ha affermato che, “ove emerga un eventuale contrasto tra una norma interna e una norma della CEDU, il giudice nazionale comune deve preventivamente verificare la possibilità di una interpretazione della prima conforme alla norma convenzionale, ricorrendo a tutti i normali strumenti di ermeneutica giuridica [...] e, in caso negativo, deve investire la Corte costituzionale del dubbio di legittimità in riferimento al citato art. 117" tenendo presente che “il risultato complessivo dell’integrazione delle garanzie dell’ordinamento deve essere di segno positivo, nel senso che dall’incidenza della singola norma CEDU sulla legislazione italiana deve derivare un plus di tutela per tutto il sistema dei diritti fondamentali”.

Il carattere stratificato ed asimmetrico di questo sistema sovranazionale di tutela dei diritti fondamentali, che deriva dal novum delle citate sentenze del 2007 e del trattato di Lisbona, pone, in particolare alla Corte di cassazione, la questione della c.d. trattatizzazione29 (o "comunitarizzazione"30) della CEDU e quella della possibilità per il giudice comune di verifica dei "limiti" (o, in senso ampio, "controlimiti") di operatività interna della CEDU come parametro interposto di questione di costituzionalità.

Di ciò si viene ora a dire prima di esaminare nella Parte II alcune singole fattispecie in cui sono venute in rilevo norme della CEDU come parametro interposto e che hanno visto interessata la giurisprudenza di legittimità.
3. L'interpretazione orientata dalla necessaria conformità alla CEDU. Mentre in passato nella giurisprudenza di legittimità31 si evidenziava che la normativa recata dalla CEDU, in quanto ratificata e resa esecutiva in Italia con l. 4 agosto 1955 n. 848, e perciò introdotta nell’ordinamento italiano con la forza di legge propria dell’atto contenente il relativo ordine di esecuzione, aveva (solo) valore di fonte normativa primaria, dopo le citate sentenze del 2007 della Corte costituzionale occorre riconoscere ad essa - come già detto - l'idoneità a valere quale parametro interposto di questione di costituzionalità.

Per altro verso i diritti fondamentali garantiti dalla CEDU fanno parte del diritto dell'Unione europea in quanto principi generali (art. 6, par. 3, TUE) e più estesa tutela, perché operante con l'efficacia delle norme dei Trattati seppur nell'ambito di competenza delle materie comunitarie, è approntata dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (art. 6, par. 1, TUE).

Si pone quindi il problema della idoneità della CEDU a valere non solo come parametro interposto, ma anche come canone di integrazione del diritto dell'Unione europea.

Se si assume, in un giudizio (e segnatamente in un giudizio di cassazione, perché questo è l'angolo di visuale della presente relazione), che un diritto fondamentale è violato, ci si deve interrogare innanzi tutto in ordine al parametro in riferimento al quale tale violazione è allegata; parametro che può essere interno (perché rinvenuto nella Costituzione italiana) o sovranazionale, perché appartenente alla CEDU ed invocabile come parametro interposto di una questione di costituzionalità, ovvero comunitario, nei limiti in cui la tutela accordata dalla CEDU rifluisce nei "principi generali" del diritto dell'Unione europea nelle materie di competenza della stessa (art. 6, par. 3, TUE) ovvero si sovrappone a quella della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione, la cui intervenuta "trattatizzazione" è predicata dal disposto dell'art. 6, par. 1, cit., che espressamente prevede che la Carta ha lo stesso valore giuridico dei Trattati dell'Unione (id est: Trattato sull'Unione europea e Trattato sul funzionamento dell'Unione europea), i quali nel loro complesso costituiscono il blocco costituzionale comunitario32 quale plesso normativo di principi a valore costituzionale specificatamente rivolto alla garanzia dei diritti e delle libertà fondamentali.

Il diverso livello a cui si collocano i diritti fondamentali che vengono in rilievo non costituisce un vero problema - o meglio, pone essenzialmente solo una questione di ricostruzione sistematica - laddove il giudice comune verifica che la normativa interna può adattarsi in via interpretativa per assicurare la tutela al diritto fondamentale che si assume violato. Vengono in gioco l'interpretazione adeguatrice alla Costituzione e quella orientata alla conformità alla normativa comunitaria ed internazionale, mediate sì da parametri di diversa natura - costituzionale, comunitaria (ex art. 11 Cost.), interposta (ex art. 117, primo comma, Cost.) - ma l'attività del giudice comune è pur sempre riconducibile ad un'operazione di esegesi che trova poi la sua sintesi nella funzione nomofilattica della Corte di Cassazione. Sotto questo profilo il sindacato di legittimità della Corte di cassazione riconduce ad unità il complesso di tutele multilivello e soddisfa non solo un'esigenza di sistematicità, ma anche di ordinata emersione di quei principi di diritto che di tali tutele costituiscano l'espressione nel senso che il risultato ultimo è la formazione del c.d. diritto vivente in relazione a singole fattispecie.

Un caso paradigmatico si rinviene nella giurisprudenza di legittimità in tema di confisca per lottizzazione abusiva. La Corte costituzionale33, chiamata a verificare la compatibilità della previsione della confisca di cui all'art. 44, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, nel caso di reato di lottizzazione abusiva, con l'art. 7 della Convenzione come interpretato dalla Corte di Strasburgo34, in ragione della riconducibilità della confisca ad una "pena", ai sensi dell'art. 7 cit., ha rivolto un pressante invito al giudice comune ad operare un'interpretazione orientata alla conformità alla CEDU prima di sollevare la questione di costituzionalità. Ciò che poi ha fatto la Corte di cassazione35, che ha dichiarato inammissibile la questione di costituzionalità, per asserito contrasto in particolare con l'art. 117, comma primo, Cost. in relazione all'art. 7 CEDU, dell'art. 44, comma secondo, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, nella parte in cui consente la confisca dei terreni abusivamente lottizzati e delle opere abusivamente costruite a prescindere dal giudizio di responsabilità e nei confronti di persone estranee ai fatti, in quanto - ha precisato la Corte così operando l'interpretazione adeguatrice sollecitata - la confisca è condizionata, sotto il profilo soggettivo, quantomeno all'accertamento di profili di colpa nella condotta dei soggetti sul cui patrimonio la misura viene ad incidere. Con questa interpretazione adeguatrice si sono superati i denunciati profili di incostituzionalità per violazione del principio nulla pena sine lege espresso dall'art. 7 CEDU.


4. La tutela sovranazionale dei diritti fondamentali al bivio tra questione di costituzionalità e primato del diritto comunitario. Il problema di adeguamento dell'ordinamento interno all'insieme delle tutele multilivello sovranazionali costituisce invece una questione di maggiore complessità allorché la strada dell'interpretazione adeguatrice non sia percorribile. Ciò si è verificato ripetutamente in epoca recente, ad es., in ipotesi di norme di interpretazione autentica che non sono a loro volta suscettibili di interpretazione adeguatrice perché è il legislatore stesso che indica l'interpretazione "corretta" (v. infra i "casi" della Parte II). In tale evenienza c'è il possibile contrasto tra la normativa interna e quella di rango superiore, evocata perché appronta, nella prospettazione di chi ne lamenta la lesione, la tutela di un diritto fondamentale, e per risolvere questa antinomia occorre individuare il livello a cui si colloca il parametro in riferimento al quale tale antinomia è predicata. E le strade che si parano davanti al giudice comune, una volta esclusa la praticabilità dell'interpretazione adeguatrice variamente orientata, sono diverse: incidente di costituzionalità con rimessione alla Corte costituzionale in riferimento alla violazione di un parametro costituzionale diretto; non applicazione della normativa interna contrastante con quella comunitaria eventualmente previa rimessione alla Corte di giustizia della pregiudiziale interpretativa; o ancora incidente di costituzionalità ma in riferimento alla violazione di un parametro costituzionale interposto soprattutto laddove, in quest'ultima evenienza e con riguardo alla CEDU, sia già intervenuta la Corte di Strasburgo accertando, nel caso di specie, la violazione di una norma della CEDU e quindi del possibile parametro interposto.

Il carattere multilivello del complesso di tutele dei diritti fondamentali si coniuga poi al diverso ruolo di Corte costituzionale, Corte di giustizia e Corte di Strasburgo36. La prima risolve l'antinomia, ove sussistente, dichiarando l'illegittimità costituzionale della disposizione nazionale che viola il diritto fondamentale (con gli effetti di cui all'art. 136, primo comma, Cost.). La seconda offre l'interpretazione del diritto dell'Unione europea, mentre il superamento dell'antinomia è demandato al giudice nazionale chiamato a non applicare la normativa interna non conforme. La terza, adita con ricorso diretto da chi assume la violazione del diritto fondamentale, accerta la violazione nel caso di specie; ciò che già consente (al giudice nazionale), per inferenza, di assumere che la normativa interna è contrastante con la CEDU37. Ma la Corte di Strasburgo può ora anche rilevare l'esistenza di un "problème structurel ou systémique" (art. 61 delle Regole di procedura)38, che implica, al di là del caso di specie della cui cognizione la Corte è investita, una vera e propria valutazione di conformità della normativa interna del paese membro alla CEDU. In tal caso la Corte rende un "arrêt pilote" in cui essa può individuare le "mesures de redressement que la Partie contractante concernée doit prendre au niveau interne en application du dispositif de l’arrêt". Con questo tipo di arrêt , che somiglia molto alle pronunce additive della Corte costituzionale, la Corte di Strasburgo, che comunque - per quanto risulta - ha fatto un uso limitato di questo strumento essenzialmente per risolvere il contenzioso seriale, sembra elevarsi dal ruolo di Corte sovranazionale specializzata nella tutela dei diritti fondamentali che si assumono violati in casi di specie39 a quello di Corte "federale" (in un'accezione molto ampia perché il Consiglio di Europa non può considerarsi una federazione di Stati) che può sindacare la conformità alla CEDU della normativa interna dei paesi membri della Convenzione. A questo accertamento, esteso dal caso di specie alla fattispecie normativa, ha fatto talora riferimento anche la Corte costituzionale40 quando, dando ulteriormente continuità al nuovo corso giurisprudenziale, ha richiamato le pronunce della Corte di Strasburgo41 che, in riferimento alla disciplina nazionale del processo penale contumaciale, hanno censurato la legislazione italiana e, nel rilevare l'eccessiva difficoltà di provare il difetto di conoscenza e l'estrema brevità del tempo utile per la presentazione dell'istanza di restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale, hanno accertato l'esistenza di «problema strutturale connesso ad una disfunzione della legislazione italiana».

Quindi non solo i diritti fondamentali possono avere fonti diverse (la Costituzione, il blocco costituzionale comunitario, la CEDU ed i trattati in seno al Consiglio d'Europa), ma diverse sono le Corti di riferimento e diverso è il tipo di pronuncia che ciascuna Corte può rendere.

L'intersecarsi delle fonti di tutela, che hanno anche contenuti sovrapponibili, determina un intreccio non facilmente districabile42. La sovrapposizione di contenuti, che nell'ottica dell'interpretazione adeguatrice del giudice comune è un elemento di semplificazione, diventa invece un fattore di complessità allorché la tutela del diritto fondamentale è necessariamente mediata dalla soluzione dell'antinomia tra normativa interna di rango primario e normativa sovraordinata; ciò perché più Corti sono legittimate ad interloquire43.

La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, pur scontando che riguarda le materie di competenza dell'Unione, mentre la CEDU ha portata generale, è ampia e dettagliata ed in molte tutele si sovrappone a quest'ultima, anche in ragione della clausola di equivalenza della Carta (art. 52, par. 3), che prevede che, laddove la Carta contenga diritti corrispondenti a quelli garantiti dalla CEDU, il significato e la portata degli stessi sono uguali a quelli conferiti dalla suddetta Convenzione. Parimenti di ampia portata è la tutela dei diritti fondamentali nella nostra Costituzione.

Se si pensa al principio di eguaglianza ed al simmetrico divieto di discriminazioni, c'è nella Carta un apposito titolo (artt. 20-26) che articola variamente tale principio; il quale poi trova più dettagliata applicazione in specifiche direttive comunitarie44. Parimenti l'art. 14 CEDU prevede il divieto di discriminazione, esteso poi, con una formulazione ancora più ampia, dall'art. 1 del Protocollo n. 12 del 4 novembre 2000.

La protezione dei dati personali è nell'art. 8 della Carta; parimenti l'art. 8 CEDU riconosce come fondamentale il diritto al rispetto della propria vita privata.

Il diritto di proprietà è tutelato sia dall'art. 17 della Carta che dall'art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU.

Il canone dell'"equo processo" di cui all'art. 6, par. 1, CEDU fa pendant con il diritto (fondamentale) ad un processo equo sancito dall'art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea e non è concetto dissimile dal canone del "giusto processo" di cui all'art. 111, primo comma, Cost.: ciò che cambia è essenzialmente la Corte che governa l'interpretazione del canone (rispettivamente Corte di Strasburgo, Corte di giustizia, Corte costituzionale).

Carta e CEDU, in particolare, hanno non solo questa sovrapposizione nel riconoscimento di diritti fondamentali, ma anche un raccordo testuale che le pone in comunicazione.

L'art. 6 TUE, dopo aver previsto (al par. 2) che l'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali45, stabilisce che i diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione (oltre quelli risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri) fanno parte del diritto dell'Unione in quanto "principi generali". Questo recepimento delle norme della CEDU, seppur come "principi generali", è sì limitato alle materie di competenze dell'Unione, ma è comunque suscettibile di espansione in ragione del principio di sussidiarietà (art. 5, par. 3, TUE). Inoltre l'art. 52, par. 3, della Carta pone la già richiamata clausola di equivalenza per cui, in caso di sovrapposizione, la Carta non può avere un contenuto di tutela inferiore alla CEDU, ma semmai può accordare una protezione più estesa.

Questa pur marcata convergenza però non è piena e quindi non può parlarsi (ancora) di "trattatizzazione" della CEDU, la quale non può considerarsi del tutto inglobata nel diritto dell'Unione; e quindi attualmente il giudice comune non può astenersi dall'applicare il diritto interno ove ritenuto contrastante con la tutela dei diritti fondamentali riconosciuti dalla CEDU, ma deve sollevare la questione di costituzionalità.

Però - può aggiungersi - ove il riferimento sia non già alla CEDU, ma alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, allora opera il principio del primato del diritto comunitario ed il giudice nazionale è facoltizzato a non applicare la normativa nazionale contrastante con la Carta, eventualmente investendo dapprima, con la pregiudiziale interpretativa, la Corte di giustizia, la quale talora già ha ampliato il perimetro della sua competenza segnata dal principio di attribuzione finendo per conoscere di violazioni della CEDU che ridondavano in preclusioni al godimento di diritti ricompresi nelle materie comunitarie46. In un caso la Corte costituzionale47, seppur come argomento di rinforzo, ha considerato, all'interno dell'ordinamento dell'Unione europea, un diritto fondamentale riconosciuto dalla CEDU (segnatamente, dall'art. 6) quale "integrato nel diritto dell’Unione come principio generale" e ne ha escluso, in quel caso, la violazione.
5. Esclusione della "comunitarizzazione" della CEDU: la Corte di cassazione tende a sollevare questione incidentale di costituzionalità. Il giudice comune - e quindi in particolare la Corte di cassazione - non può che registrare la mancata (finora) "comunitarizzazione" della CEDU come risulta dalla giurisprudenza sia della Corte di giustizia che della Corte costituzionale.

Ed infatti anche recentemente la Corte di giustizia48, pur riaffermando che i diritti fondamentali sono parte integrante dei principi generali del diritto dei quali la Corte garantisce l’osservanza, ha ribadito che "il rinvio operato dall’articolo 6, paragrafo 3, TUE alla CEDU non impone al giudice nazionale, in caso di conflitto tra una norma di diritto nazionale e detta convenzione, di applicare direttamente le disposizioni di quest’ultima, disapplicando la norma di diritto nazionale in contrasto con essa".

Analogamente la Corte costituzionale49 ha escluso che l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona (il 1° dicembre 2009) abbia comportato un mutamento della collocazione delle disposizioni della CEDU nel sistema delle fonti. Dalla qualificazione dei diritti fondamentali oggetto di disposizioni della CEDU come principi generali del diritto comunitario – operata dall’art. 6 del Trattato – non può farsi discendere la riferibilità della CEDU al diritto dell'Unione europea e, quindi, il giudice comune non può direttamente disapplicare le norme interne contrastanti con la Convenzione.

In sintonia con questi arresti giurisprudenziali anche la Corte di cassazione ha escluso la "trattatizzazione indiretta e piena" della CEDU50.

Per altro verso può anche ricordarsi altra decisione della Corte di giustizia51 che - a fronte di una specifica questione posta dal giudice nazionale rimettente che invocava l'art. 6 CEDU in combinato disposto con l'art. 6, par. 2, TUE assumendone l'appartenenza al diritto dell'Unione - non si è pronunciata ritenendo assorbito tale profilo nella questione interpretativa di altra normativa posta direttamente dall'Unione. La circostanza però che la questione interpretativa dell'art. 6 CEDU, ove in ipotesi ritenuto recepito nel diritto dell'Unione europea, avesse, in quel caso di specie,una portata più ampia e fosse idonea a risolvere in radice il problema posto dal giudice nazionale rimettente lascia intendere che la Corte di giustizia ritenga, comunque ed in ogni caso, prioritaria la questione comunitaria in senso stretto rispetto a quella mediata dal recepimento della CEDU nei limiti dei "principi generali".

Questo spunto può essere valorizzato in termini di canone generale per il giudice comune: in un contesto in cui (tuttora) si esclude l'intervenuta "trattatizzazione" o "comunitarizzazione" della CEDU all'interno del diritto dell'Unione europea, comunque la questione di compatibilità del diritto nazionale con il diritto dell'Unione europea e segnatamente con il blocco costituzionale comunitario prevale sulla questione di diretta compatibilità con la CEDU.

Questa priorità della questione comunitaria è poi in sintonia anche con la dottrina della c.d. doppia pregiudiziale ribadita dalla giurisprudenza costituzionale anche dopo le citate pronunce del 200752.

E quindi sembra potersi dire che, in una situazione di tutela multilivello di un diritto fondamentale il giudice comune, che abbia escluso la praticabilità dell'interpretazione adeguatrice, ove opini che quel diritto trovi tutela sia nel diritto dell'Unione, e segnatamente nella Carta dei diritti fondamentali, sia nella CEDU, debba porre alla Corte di giustizia la pregiudiziale interpretativa comunitaria prima di sollevare innanzi alla Corte costituzionale la questione di costituzionalità indicando la normativa della CEDU come parametro interposto.

Ove invece la concorrenza di parametri sia tra quelli diretti della Costituzione e quelli interposti della CEDU la Corte costituzionale in una recente pronuncia53 ha ritenuto necessaria una verifica congiunta54 assegnando di fatto una sorta di una priorità alla verifica di conformità alla CEDU perché, essendo intervenuta nelle more del giudizio incidentale di costituzionalità una pronuncia della Corte di Strasburgo in materia, ha restituito gli atti ai giudici rimettenti per la rivalutazione delle condizioni di ammissibilità della questione senza passare ad esaminare gli altri parametri, quelli diretti.

Esclusa la comunitarizzazione della CEDU, la Corte di cassazione - dopo le citate sentenze del 2007 - tende a sollevare la questione di costituzionalità indicando le norme della CEDU come parametro interposto; ciò che si rinviene in varie ordinanze della Corte di cassazione che hanno sollevato l'incidente di costituzionalità.

In materia civile si è allegato come parametro interposto l'art. 6 CEDU per censurare l'art. 1, comma 218, della legge n. 266 del 2005 ove prevede, con norma interpretativa dell'art. 8, comma 2, legge n. 124 del 1999, il regime dell'inquadramento del personale ATA trasferito dagli enti locali ai ruoli del personale dello Stato55. Analogo parametro interposto è stato indicato per censurare rispettivamente l'art. 32, commi 5 e 6, legge n. 183 del 2011, in tema di indennizzo risarcitorio per illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro56; l'art. 1, comma 777, legge n. 296 del 2006, in tema di contributi previdenziali versati da lavoratori migranti in Svizzera57; l’art. 37, comma 7, d.P.R. n. 327 del 2001, in tema di indennità di esproprio in caso di omessa dichiarazione ai fini dell’imposta comunale sugli immobili58; l'art. 1 legge reg. Veneto n. 25 del 2006, e gli artt. 1 e 2 legge prov. Trento n. 1 del 2007, in materia di trasferimento delle concessioni di derivazione d'acqua a scopi idroelettrici59.

Parimenti in materia penale è stato indicato lo stesso parametro interposto dell'art. 6 della CEDU in riferimento alla censura dell'art. 175, comma 2, c.p.p. in tema di restituzione nel termine per impugnare la sentenza contumaciale di condanna60; nonché, con altra ordinanza, sono stati censurati l'art. 4 legge n. 1423 del 1956 e l'art. 2-ter legge n. 575 del 1965, nella parte in cui non consentono che, a richiesta di parte, il procedimento in materia di misure di prevenzione si svolga in pubblica udienza, anziché in camera di consiglio61.

E' stato pure invocato l'art. 7 CEDU per la ipotizzata lesione del diritto dell'accusato al trattamento più lieve, così censurando le modifiche normative comportanti un regime più favorevole in tema di prescrizione dei reati62.

Meno ricorrente appare invece il riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea63, che talvolta la Corte esamina congiuntamente alla allegata violazione della CEDU64 ovvero di norme di trattati internazionali65. Anche la tutela del minore, quale garantita dall'art. 24 della Carta dei diritti fondamentali, è stata allegata unitamente alla Convenzione europea sull'esercizio dei diritti del fanciullo, adottata dal Consiglio d'Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996, quest'ultima quale parametro interposto della questione di costituzionalità dell'art. 569 c.p. che prevede il delitto di soppressione di stato66.


6. La possibilità, o no, per la Corte di cassazione di valutare il "controlimite" all'ingresso delle norme della CEDU come parametro interposto. L'altra profilo problematico di cui si diceva inizialmente riguarda i limiti (o, in senso ampio, "controlimiti") alla operatività delle norme della CEDU come parametri interposti di questioni di costituzionalità; problema che si pone soprattutto quando la norma della CEDU in riferimento alla norma interna sia stata già oggetto di una pronuncia della Corte di Strasburgo. La giurisprudenza costituzionale è infatti nel senso che "la questione dell’eventuale contrasto della disposizione interna con la norme della CEDU va risolta [...] in base al principio in virtù del quale il giudice comune, al fine di verificarne la sussistenza, deve avere riguardo alle norme della CEDU, come interpretate dalla Corte di Strasburgo [...] specificamente istituita per dare ad esse interpretazione e applicazione [...] poiché il contenuto della Convenzione (e degli obblighi che da essa derivano) è essenzialmente quello che si trae dalla giurisprudenza che nel corso degli anni essa ha elaborato"67.

La dottrina dei controlimiti è stata più volte affermata dalla giurisprudenza costituzionale68 con riguardo al primato del diritto dell'Unione europea sul diritto interno69 e all'operatività della normativa comunitaria di diretta applicazione nell'ordinamento nazionale, che vale a rendere non applicabile la normativa interna con essa contrastante70. Essa fa riferimento ai «principî fondamentali del nostro ordinamento costituzionale» ed ai «diritti inalienabili della persona umana», che costituiscono il nocciolo duro delle garanzie costituzionali approntate nell'ordinamento interno dalla Costituzione. Si tratta di una soglia-limite all'arretramento della sovranità nazionale (ex art. 11 Cost.) in ragione della partecipazione all'Unione europea. Il principio del primato del diritto europeo è cedevole - e quindi il diritto interno non si ritrae più nei confronti del diritto comunitario - quando vengono in gioco i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona umana. Come insuperabile ultima frontiera, la dottrina dei controlimiti è una sorta di clausola di riserva dell'ordinamento costituzionale interno che però finora non ha trovato concreta applicazione.

Vi è un'apparente simmetria a tale controlimite quando si guarda all'ingresso delle norme della CEDU come parametro interposto di questioni di costituzionalità.

Ma diversa è l'incidenza dei parametri interposti che, senza avere rango di norme costituzionali, valgono non di meno al fine della verifica di costituzionalità della normativa interna di livello primario. Questa apertura all'ingresso, seppur mediato, di fonti non formalmente di rango costituzionale, ma idonee non di meno a condizionare la legittimità della normativa interna primaria, va comunque inquadrata nel complesso dei parametri diretti (Costituzione e leggi costituzionali) la cui operatività non è suscettibile di essere intaccata al di fuori del rigido procedimento di revisione ex art. 138 Cost.. Pertanto il parametro interposto entra sì nella verifica di costituzionalità, ma in necessaria sinergia e non già in contrapposizione ai parametri diretti. Ciò implica - o quanto meno può implicare - un bilanciamento di valori costituzionali - quelli recati dal parametro interposto e quelli espressi dai parametri diretti - che costituisce il metro di giudizio della verifica di costituzionalità (solo in questo significato molto ampio può parlarsi di "controlimite").

Non vi è quindi una sorta di automatismo (ciò che significherebbe un'inammissibile esternalizzazione della verifica di costituzionalità) nel senso che, in ipotesi, la violazione della norma della CEDU ritenuta da parte della Corte di Strasburgo, ove anche si accompagni all'accertamento di una "disfunzione strutturale e sistemica" della normativa italiana (secondo il modulo di pronuncia di cui si è detto sopra), non comporta di per sé l'illegittimità costituzionale di quest'ultima. Ma, sul versante interno, c'è pur sempre un bilanciamento che la Corte costituzionale è chiamata a fare tra la norma della CEDU - parametro interposto - e la Costituzione; bilanciamento che può condurre anche ad un esito diverso dall'incostituzionalità.

Insomma non vi è un controlimite di tipo "comunitario" all'operatività della CEDU come parametro interposto perché non c'è da regolare il rapporto tra due ordinamenti, come quello interno e quello comunitario (non a caso la giurisprudenza costituzionale rifugge dall'utilizzo del termine "controlimite"). Ma si ha che il parametro interposto non si sottrae al bilanciamento - ad opera della Corte costituzionale - con il plesso dei parametri diretti rappresentati dalla Costituzione e dalle norme di rango costituzionale.

Questo bilanciamento - che non viene invece in gioco per la Corte di Strasburgo, chiamata in singoli casi di specie ad accertare la violazione di un diritto fondamentale garantito dalla CEDU - può giustificare un (apparente) disallineamento di esiti dei giudizi non come evenienza patologica, ma come peculiarità di un sistema di tutela dei diritti fondamentali che è multilivello e non già gerarchizzato, mancando l'attribuzione ad una Corte della c.d. Kompetenz-Kompetenz 71.

La necessità di questo bilanciamento è presente già nelle citate pronunce del 2007 della Corte costituzionale, ma è più marcata nella più recente giurisprudenza di questa Corte.

Già inizialmente la Corte costituzionale72 avvertiva come "lo scrutinio di costituzionalità non possa limitarsi alla possibile lesione dei principi e dei diritti fondamentali [...] o dei principi supremi [...], ma debba estendersi ad ogni profilo di contrasto tra le "norme interposte" e quelle costituzionali". Ed evocava infine il "ragionevole bilanciamento tra il vincolo derivante dagli obblighi internazionali, quale imposto dall'art. 117, primo comma, Cost., e la tutela degli interessi costituzionalmente protetti contenuta in altri artt. della Costituzione". E successivamente ha ricordato "il necessario bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti, cioè con altre norme costituzionali, che a loro volta garantiscano diritti fondamentali che potrebbero essere incisi dall'espansione di una singola tutela"73.

Ancora più netta è l'affermazione secondo cui "alla Corte costituzionale compete [...] di verificare se la norma della CEDU, nell'interpretazione data dalla Corte europea, non si ponga in conflitto con altre norme conferenti della nostra Costituzione. Il verificarsi di tale ipotesi, pure eccezionale, esclude l'operatività del rinvio alla norma internazionale e, dunque, la sua idoneità ad integrare il parametro dell'art. 117, primo comma, Cost." 74.

Si è parimenti sottolineato che la Corte "è chiamata a verificare se la norma della Convenzione – norma che si colloca pur sempre ad un livello sub-costituzionale – si ponga eventualmente in conflitto con altre norme della Costituzione. In questa, seppur eccezionale, ipotesi, deve essere esclusa l’idoneità della norma convenzionale a integrare il parametro costituzionale considerato"75.

In linea di continuità con questo orientamento, da ultimo, la Corte76, proprio in ragione del necessario bilanciamento tra le norme della CEDU quale parametro interposto e la Costituzione, ha rivendicato alla Corte stessa "la spettanza [...] di un «margine di apprezzamento e di adeguamento», che – nel rispetto della «sostanza» della giurisprudenza di Strasburgo – le consenta comunque di tenere conto delle peculiarità dell’ordinamento in cui l’interpretazione della Corte europea è destinata ad inserirsi". E' la tecnica c.d. del distinguishing77 secondo cui un principio va contestualizzato rispetto alle diverse peculiarità delle fattispecie in comparazione.

Ciò che risulta in termini sempre più marcati da questa giurisprudenza è che le norme della CEDU, in tanto operano come parametro interposto per la valutazione di legittimità della normativa interna primaria, in quanto resistono al bilanciamento con altri valori espressi da parametri diretti (la Costituzione e le norme di rango costituzionale).

Questa operazione di bilanciamento attiene alla valutazione di fondatezza/infondatezza della questione di costituzionalità da parte della Corte costituzionale.

Ed allora può ritenersi che anche il giudice comune - e quindi anche la Corte di cassazione - è legittimata ad operare preliminarmente la stessa valutazione in termini di manifesta/non manifesta infondatezza della stessa questione. L'allegazione di un parametro interposto innesca la tipica valutazione di ammissibilità dell'eccezione di incostituzionalità quale prescritta in via generale dall'art. 23 l. n. 87 del 1953: il giudice è chiamato a verificare la non manifesta infondatezza della questione sollevata e quindi anche la non manifesta inidoneità del parametro interposto a superare la prova di resistenza costituita dal bilanciamento con i parametri diretti.

Ove però sia intervenuta in termini una decisione della Corte di Strasburgo che abbia registrato una "disfunzione strutturale e sistemica" della normativa italiana, ben difficilmente il giudice comune potrà ritenere la manifesta inidoneità del parametro interposto e non potrà che investire la Corte costituzionale alla quale spetterà l'ultima parola in ordine a tale bilanciamento.






Parte ii - casi e questioni

: public -> commenti
commenti -> Questo commento alla sentenza “Neptune” della Corte interamericana dei diritti umani (cidu) intende evidenziare come I giudici
commenti -> Il diritto ad un Tribunale indipendente e imparziale nella giurisprudenza cedu. Riflessi sul ruolo del Pubblico Ministero
commenti -> Il ruolo del giudice ordinario dopo IL parere della Corte di Giustizia c-2/13 del 18
commenti -> Questo è uno di quei casi che fa arrabbiare gli studiosi di un settore…è successo con IL diritto commerciale, IL diritto costi
commenti -> Ufficio studi e documentazione del consiglio di stato
commenti -> Ufficio dei Referenti per la Formazione Decentrata del Distretto di Brescia Settore Diritto Europeo
commenti -> Il limite degli obblighi internazionali e la Sicilia
commenti -> La formazione della giurisdizione: I cambiamenti all’orizzonte e la posizione espressa dal Comitato consultivo dei giudici eur
commenti -> Lavoro, costituzionalizzazione della persona, istituzioni economiche nella costituzione italiana
commenti -> C:/Documents%20and%20Settings/Tiziana/Dati%20applicazioni/Microsoft/Internet%20Explorer/Desktop


  1   2   3   4   5


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale