Giurisprudenza di legittimità sulla causa in concreto Cass. S. U. 18. 03. 2010, n



Scaricare 20.75 Kb.
22.11.2017
Dimensione del file20.75 Kb.

Giurisprudenza di legittimità sulla causa in concreto
Cass. S. U. 18.03.2010, n. 6538

In tema di revocatoria fallimentare di atti a titolo gratuito, ai sensi dell'art. 64 l. fall., la valutazione di gratuità od onerosità di un negozio va compiuta con esclusivo riguardo alla causa concreta, costituita dallo scopo pratico del negozio, e cioè dalla sintesi degli interessi che lo stesso è concretamente diretto a realizzare quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di là del modello astratto utilizzato; per cui la relativa classificazione non può più fondarsi sulla esistenza o meno di un rapporto sinallagmatico e corrispettivo tra le prestazioni sul piano tipico ed astratto, ma dipende necessariamente dall'appezzamento dell'interesse sotteso all'intera operazione da parte del "solvens", quale emerge dall'entità dell'attribuzione, dalla durata del rapporto, dalla qualità dei soggetti e soprattutto dalla prospettiva di subire un depauperamento collegato o non collegato ad un sia pur indiretto guadagno o a un risparmio di spesa.
Cass. S.U. 11.11.2008, n. 26972

In materia di inadempimento, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale è ammessa quando abbia luogo la lesione di un diritto inviolabile della persona che risulti compreso nell'area del contratto sulla base della causa concreta del negozio ovvero sulla base di una previsione di legge.
Cass. 7.10.2008, n. 24769

Qualora le parti perseguano il risultato vietato dall'ordinamento non attraverso la combinazione di atti di per sé leciti ma mediante la stipulazione di un contratto la cui causa concreta si ponga direttamente in contrasto con le disposizioni urbanistiche e, in particolare, con i vincoli di destinazione posti dal locale piano regolatore, il contratto stipulato é nullo ai sensi dell'art. 1343 c.c. (per violazione, appunto, di disposizioni imperative) e non ai sensi dell'art. 1344 c.c. (Nella specie la S.C., in relazione ad un contratto di locazione per uso deposito di materiali edili di un terreno avente, invece, destinazione urbanistica a verde agricolo e bosco, ha ritenuto sussistente il contrasto tra lo scopo pratico perseguito dalle parti con gli inderogabili - anche da parte dei privati - vincoli posti dalle disposizioni urbanistiche locali e nulla la locazione in parola che, in quanto volta a realizzare un godimento del bene corrispondente al risultato vietato dall'ordinamento, non solo intendeva perseguire n interesse non meritevole di tutela ma si risolveva addirittura in termini di dannosità sociale).
Cass. 20.12.2007, n. 26958

La risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta della prestazione, con la conseguente possibilità di attivare i rimedi restitutori, ai sensi dell'art. 1463 c.c., può essere invocata da entrambe le parti del rapporto obbligatorio sinallagmatico, e cioè sia dalla parte la cui prestazione sia divenuta impossibile sia da quella la cui prestazione sia rimasta possibile. In particolare, l'impossibilità sopravvenuta della prestazione si ha non solo nel caso in cui sia divenuta impossibile l'esecuzione della prestazione del debitore, ma anche nel caso in cui sia divenuta impossibile l'utilizzazione della prestazione della controparte, quando tale impossibilità sia comunque non imputabile al creditore e il suo interesse a riceverla sia venuto meno, verificandosi in tal caso la sopravvenuta irrealizzabilità della finalità essenziale in cui consiste la causa concreta del contratto e la conseguente estinzione dell'obbligazione. (Nella fattispecie, relativa ad un contratto di soggiorno alberghiero prenotato da due coniugi uno dei quali era deceduto improvvisamente il giorno precedente l'inizio del soggiorno, la S.C., enunciando il riportato principio, ha confermato la sentenza di merito con cui era stato dichiarato risolto il contratto per impossibilità sopravvenuta invocata dal cliente ed ha condannato l'albergatore a restituire quanto già ricevuto a titolo di pagamento della prestazione alberghiera).
Cass. 24.07.2007, n. 16315

Nel contratto di viaggio vacanza "tutto compreso" (c.d. "pacchetto turistico" o package), disciplinato attualmente dagli art. 82 ss. del d.lg. n. 206 del 2005 (c.d. "codice del consumo") e che si distingue dal contratto di organizzazione o di intermediazione di viaggio (CCV) di cui alla convenzione di Bruxelles del 23 dicembre 1970 (resa esecutiva in Italia con la l. 27 dicembre 1977, n. 1084), la "finalità turistica" connota la sua causa concreta ed assume rilievo, oltre che come elemento di qualificazione, anche relativamente alla sorte del contratto, quale criterio di relativo adeguamento, con la conseguenza che, nell'economia funzionale complessiva di detto contratto, l'impossibilità di utilizzazione della prestazione da parte del consumatore creditore per causa a lui non imputabile, pur se normativamente non specificamente prevista, è da considerarsi causa di estinzione dell'obbligazione, autonoma e distinta dalla sopravvenuta totale (di cui all'art. 1463 c.c.) o parziale (prevista dall'art. 1464 c.c.) impossibilità di esecuzione della medesima. (Nella specie, la S.C., ravvisando come conforme a diritto il dispositivo dell'impugnata sentenza, nel limitarsi a correggerne la motivazione nella parte in cui il giudice del merito aveva ritenuto che ricorresse un'ipotesi di sopravvenuta impossibilità parziale dell'esecuzione della prestazione anziché della sua utilizzazione, ha confermato la legittimità della pronuncia di scioglimento del contratto di package avente ad oggetto un viaggio vacanza di due settimane per due persone a Cuba, essendo in atto sull'isola un'epidemia di dengue emorragico, sicché i turisti, in accordo con l'agenzia di viaggi, avevano optato per diversa destinazione, nonché la correttezza della statuizione di rigetto della domanda di pagamento dell'indennità per il recesso formulata dal tour operator).
Cass. 08.05.2006, n. 10490

Causa del contratto è lo scopo pratico del negozio, la sintesi, cioè, degli interessi che lo stesso è concretamente diretto a realizzare (c.d. causa concreta), quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di là del modello astratto utilizzato. (Nel formulare il suindicato principio la S.C. ha considerato privo di causa, e conseguentemente viziato di nullità, un contratto concernente un'attività di consulenza avente ad oggetto la valutazione di progetti industriali e di acquisizione di azienda intercorso tra una società di consulenza, che ne aveva contrattualmente assunto l'incarico, e un soggetto che la stessa attività "già simmetricamente e specularmente" svolgeva in adempimento delle proprie incombenze di amministratore della medesima società conferente).


Giurisprudenza sulla risoluzione del contratto di comodato e di deposito ex art. 1453 cod.civ.
Comodato
Cass. 16.06.2011, n. 13191

«Con il quarto motivo sempre contro la sentenza non definitiva (violazione e falsa applicazione degli artt. 1453, 1803 e 1809 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, per erronea risoluzione del contratto di comodato, con richiamo a Cass. n. 2887/82) il ricorrente lamenta che non è prevista la risoluzione in caso di inadempimento, trattandosi di un contratto a prestazioni non corrispettive. In punto di fatto, si sostiene che al C. fu chiesto con lettera raccomandata la restituzione dell'immobile ed egli si rifiutò anche a fronte degli impegni assunti. Questa doglianza non sembra essere stata proposta in precedenza, come deduce la resistente, ma comunque è infondata.

Infatti, una volta provata la esistenza di un comodato gratuito da parte del G., con il quale il C. si era impegnato ad occupare l'immobile per breve termine per la custodia di autovetture destinate alla vendita e di avere più volte sollecitato il C. a restituire il locale, stante il rifiuto dello stesso, come da lettera raccomandata in atti e datata l'8 ottobre 1994, ovvero circa undici anni dopo la concessione in comodato, ne consegue che il comodante era legittimato alla azione di restituzione del bene per inadempimento del comodatario a norma dell'art. 1810 c.c. (Cass. n. 2719/95).

In altri termini, avendo provato l'inadempimento e potendo rivendicare ad nutum per mancanza di termine il rilascio, il comodante non poteva non agire per ottenere la declaratoria di risoluzione del contrato, così come ha fatto il G. con l'atto di citazione e su questa domanda si è svolto tutto il giudizio in pieno contraddittorio senza che la censura - ripetesi - sembra essere stata proposta in precedenza.



Del resto, l'azione di restituzione è strettamente collegata a quella del reclamo e/o della restituzione dell'immobile. Il che equivale all'esercizio della facoltà di recesso da parte del comodante e, quindi, corretta la risoluzione dichiarata dal giudice del merito (Cass. n. 4718/89).»


Cass. 11.05.2010, n. 11374

Il comodato di un alloggio ad uso abitativo costituisce detenzione, non quindi possesso ad usucapionem, in favore tanto del comodatario, quanto dei familiari con lo stesso conviventi, con la conseguenza che il comodatario che si opponga alla richiesta di risoluzione del comodato sostenendo di avere usucapito il bene, deve provare l'intervenuta interversione del possesso e non solo il mero potere di fatto sull'immobile.
Trib. Lamezia Terme, 12.03.2010

Anche la conseguente domanda di rilascio dell'impianto merita accoglimento. In effetti, anche in questo ambito, la scrittura di risoluzione consensuale aveva previsto l'obbligo della comodataria M.G. di rilasciare l'impianto nella sua totalità, in favore della comodante La Scala Annacristina & C. S.n.c., entro e non oltre la data del 30.06.2009. A tale impegno la comodataria non ha fatto fronte. Pertanto, sulla scorta dell'inadempimento di un obbligo contrattuale imputabile a colpa di M.G., deve essere disposta la condanna della medesima comodataria al rilascio. Tra l'altro, tale capo condannatorio si configura come fisiologica conseguenza della risoluzione del contratto di comodato ex art. 1458 c.c.. La condanna si estende sul piano soggettivo anche nei confronti di F.P., che di fatto ha continuato a gestire l'impianto e che comunque ha garantito il rilascio unitamente alla comodataria nella menzionata scrittura dell'11.06.2009.
In senso negativo Trib. Salerno 7.07.2009

«È noto in proposito che il comodante, pure in caso di mancata restituzione della "res comodata", non può chiedere la risoluzione del contratto per inadempimento, non vertendosi affatto in materia di contratti a prestazioni corrispettive. In caso di inadempimento del comodatario, l'azione di risoluzione non è proprio prevista, disponendo il comodante della sola azione di adempimento, diretta a costringere l'altra parte alla riconsegna della cosa, dovendosi considerare quale forma di caducazione assimilabile alla decadenza del debitore dal termine l'azione per anticipata restituzione della cosa e inquadrare nella figura del recesso la facoltà di anticipato scioglimento del rapporto. Il comodato è per definizione piuttosto un contratto a prestazione unilaterale. L'attrice avrebbe quindi dovuto agire o per la restituzione del serbatoio e delle attrezzature a norma dell'art. 1809 c.c., oppure per la risoluzione del più complesso assetto contrattuale corrente tra le parti, comprensivo del collegato al contratto di somministrazione del GPL e degli obblighi di pagamento del prezzo, a norma dell'art. 1564 c.c.»
Deposito
Cass. 9.10.1997, n. 9810

«Nel particolare rapporto di handling aeroportuale, avente ad oggetto, tra le varie attività di assistenza a terra, la custodia ed il deposito delle merci sbarcate, è legittimamente ravvisabile (per effetto della consegna delle cose trasportate dal vettore aereo all'impresa esercente, con l'obbligo di quest'ultima di conservarle e restituirle al destinatario) la fattispecie negoziale del deposito a favore del terzo destinatario, il quale, in caso di avaria della merce in fase di deposito , è, per l'effetto, il principale legittimato a proporre azione risarcitoria nei confronti dell'impresa esercente l'handling. Cionondimeno, l'inadempimento del promittente (l'impresa depositaria) arreca indubbio pregiudizio anche allo stipulante (il vettore aereo), atteso l'indefettibile "interesse che lo stipulante deve avere alla stipulazione" (art. 1411 c.c.), così che anche a quest'ultimo (oltre che al terzo destinatario) va riconosciuta la (concorrente) legittimazione ad agire per "l'adempimento, ovvero per la risoluzione del contratto, salvo in ogni caso il risarcimento dei danni" (art. 1453 c.c.), e, dunque, anche per il solo risarcimento dei danni dipendenti dalla mancata esecuzione del contratto da parte del promittente. Tale danno va, poi, qualificato come danno "proprio", benché materialmente patito dal terzo destinatario, con conseguente validità dell'eventuale negozio di cessione ad un terzo estraneo di tutti i diritti vantati, nella qualità di "stipulans", dal vettore aereo, (ed a prescindere dal risarcimento operato, o meno, da quest'ultimo direttamente nei confronti del terzo destinatario, in forza del - diverso - rapporto contrattuale di trasporto), tra cui, appunto, quello di agire per i danni, in concorso alternativo con il terzo destinatario (Vedi Cass. 19 luglio 1968 n. 2590 in motivazione).»




©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale