Gli occhi, specchio dell'anima



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Pintaudi Maria Carmela 0419486 23/01/2018

SGUARDO SULLO SGUARDO.

GLI OCCHI: LO SPECCHIO DELL’ANIMA

Di Pintaudi Maria Carmela

Matricola: 0419486

Lingue moderne per il Web


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GLI OCCHI: LA DIFFERENZA DEI COLORI DELL’IRIDE, IL TRUCCO, LE EMOZIONI.
Gli occhi, l'avremmo detto o sentito un migliaio di volte, possono essere furbi, tristi, vacui, intelligenti e quant'altro ancora. Non si tratta unicamente di modi di dire; la psicologia ha fornito prove più che convincenti che le intuizioni popolari sono una volta tanto valide. La moderna scienza della comunicazione non verbale ha permesso di identificare con precisione l'espressione che lo sguardo assume quando siamo in collera o abbiamo paura; quando ci sentiamo tristi o felici. Si sa anche che un certo modo di guardare sfuggente, guizzante, incerto é spesso un indizio che l'interlocutore sta mentendo. La sessuologia ha poi constatato come la dilatazione della pupilla e la luminosità dell'occhio siano indiscussi segni di interesse e di attrazione.

Una vasta serie di ricerche sembra dare atto che esiste una relazione tra colore dell'iride (la regione colorata dell'occhio) e una particolare disposizione del carattere e del comportamento.

Alcuni studiosi ritengono che alla base del rapporto fra occhi celesti e inibizione ci sia un comune substrato biologico. Numerose altre ricerche analoghe sembrano dimostrare la fondatezza di questa ipotesi.

Studi paralleli hanno infatti dato prova dell'esistenza negli individui con gli occhi scuri di un maggiore stato di reattività neurofisiologica e mentale; questa condizione li rende più scattanti, dinamici e vivaci rispetto alle persone con l'iride chiara, che appaiono tendenzialmente più pacate, moderate e riflessive, ma anche, per lo meno nei primi anni di vita, meno socievoli e più schive. La causa di queste due diverse predisposizioni sembrerebbe dipendere da una sostanza naturalmente presente nel nostro cervello che, in funzione del suo ammontare, renderebbe il sistema nervoso più o meno eccitabile. Il nome di questo elemento é neuromelanina e si trova anche nell'iride e nella pelle (dove é chiamato melanina o eumelanina) determinando il colorito di questi tessuti. La neuromelanina appare in grado di facilitare gli scambi nervosi, accelerandone la trasmissione. Il pigmento degli occhi e il suo omologo cerebrale sembrano andare di pari passo: in altre parole, alte concentrazioni di melanina nell'iride (e quindi occhi molto scuri) corrisponderebbero ad un altrettanto elevato livello di neuromelanina (e ad una grande reattività nervosa). L'inverso accadrebbe se gli occhi sono chiari.

Un'indagine di Miller e altri studiosi, sembra dare peso a questa spiegazione. Questi psicologi hanno constato come gli individui con gli occhi scuri forniscano in media prestazioni migliori in attività fisiche che richiedano una bassa soglia di reazione come la boxe o il giocare in difesa nel football; mentre chi ha gli occhi chiari pare dia il meglio di sè in sport più misurati e di precisione come il bowling o il golf. Lo stato di più alta eccitazione delle persone dagli occhi bruni é una condizione generalizzata che coinvolge non solo la mente, ma l'intero organismo. Uno staff di medici coordinato da Friedl ha riferito su "Autonomic Nervous System" il risultato di un esperimento in cui era stata iniettata dell'atropina (un sedativo) a un gruppo di uomini di età tra i 20 e i 30 anni. E' emerso che gli individui reagivano diversamente a seconda del colore degli occhi: chi aveva gli occhi castani esibiva un rallentamento del battito del cuore per un intervallo inferiore rispetto a chi possedeva l'iride chiara. Inoltre, la ripresa del normale ritmo cardiaco avveniva per questi ultimi con una progressione molto più lenta. Si é così appurato che gli individui maggiormente a rischio di ipertensione (un correlato in genere dell'eccitabilità) avevano in misura statisticamente significativa l'iride di colore bruno.

Gli occhi scuri suggeriscono che l'individuo é anche più impressionabile di chi li ha chiari. E' quanto ha dimostrato lo psicologo Markle. Lo studioso ha esposto a delle scene in TV un rilevante numero di individui di entrambi i sessi. Le immagini riguardavano situazioni neutre, violente oppure di accoppiamento fra animali. Le reazioni erano testate con una sorta di macchina della verità. Facendo quindi un confronto fra colore degli occhi e intensità delle risposte emotive é apparso evidente che chi aveva gli occhi scuri aveva reagito in modo più forte; e, per contro, le "iridi celesti" erano rimaste più impassibili.

Persino il giudizio estetico é connesso al colore degli occhi. Da indagini sulle preferenze per forme e colori si é rilevato come chi ha gli occhi castani o neri tende a prediligere figure simmetriche, oggetti complessi e strutture che presentino un grande numero di angoli. Al contrario, le persone con gli occhi chiari dichiarano un maggiore gradimento per forme più ordinarie, regolari e non sono particolarmente sensibili al colore. Quest'ultimo dato é stato provato sempre da una ricerca di Markle. Lo psicologo aveva sottoposto un gruppo di soggetti al test di Rorshach (il test in cui vengono mostrate delle macchie di china e viene chiesto cosa ci si vede). Sette tavole del test su dieci sono in bianco e nero e 3 a colori. Dall'esame dei risultati, il ricercatore ha notato come in generale chi aveva gli occhi chiari avesse visto nell'insieme un maggior numero di profili; tuttavia, in relazione alle tavole a colori (elaborate proprio per verificare l'effetto dell'emotività), il rapporto si invertiva: erano gli individui con gli occhi scuri a rintracciare il numero più grande di forme.

Partendo da queste osservazioni, altri studiosi hanno voluto verificare se queste diversità avessero un rilievo anche in relazione al tipo di trattamento psicologico. Gli studi che hanno coinvolto bambini e giovani adulti, hanno rivelato che chi ha gli occhi scuri da risultati migliori con interventi di tipo comportamentale che prevedono un maggiore coinvolgimento dell'individuo e una partecipazione più attiva. Per converso, gli individui con gli occhi celesti trovano più giovamento con terapie basate sul dialogo o comunque più "cerebrali".

Due sono le principali distinzioni degli atteggiamenti interpersonali nelle relazioni sociali: amichevole/ostile e dominante/sottomesso, tuttavia possono esistere anche quelli di tipo amichevole/dominante e amichevole/sottomesso.

I segnali corporei utilizzati per esprimere amicizia sono lo sguardo reciproco frequente, il sorriso, la vicinanza più stretta, un maggiore contato fisico, un tono di voce più alto e vivace, una postura aperta.

Quello affiliativo è uno dei più comuni stili di comportamento e scaturisce dal desiderio di stabilire un rapporto di intimità con gli altri. Esso è in gran parte appreso durante i primi contatti con la madre e con gli altri membri del gruppo sociale di appartenenza.

Per esprimere atteggiamenti di dominanza vengono utilizzati segnali non verbali differenti a seconda che il rapporto avvenga nell’ambito di un gruppo paritario oppure di una gerarchia stabilita con differenze di status e di potere.

Manifestano detti segnali i soggetti che ostentano la propria altezza, occupano più spazio e si collocano di fronte all’interlocutore lanciando sguardi diretti, assumendo un’espressione più severa, un tono di voce grave punteggiato da pause ed interruzioni.

L’uomo conversa così con tutto il suo corpo, inviando tutta una serie di segnali non verbali sincronici a quelli verbali.

Espressioni del volto, sguardi, postura, gesti, vocalizzazioni, variazioni del tono della voce, pause, chiariscono il significato di ciò che si dice e costituiscono contemporaneamente un commento da parte di chi ascolta.

Uno sguardo, un cenno del capo o un gesto, possono segnalare la fine di un discorso. Al contrario, un tono di voce più alto può segnalare l’intenzione di continuare a parlare. L’uso di brevi pause, i movimenti della mano o del capo, il battito delle ciglia possono servire ad enfatizzare il discorso, mentre sorrisi, cenni del capo, espressioni facciali da parte di chi ascolta, forniscono informazioni su quanto viene comunicato, rivelando la comprensione, l’interesse e l’approvazione di chi ascolta.

Contrariamente l’uso di segnali di significato opposto, come distogliere lo sguardo, scrollare le spalle, scuotere il capo rivelano disaccordo o disinteresse da parte dell’interlocutore.

Secondo Argyle i gesti ed il linguaggio si sviluppano contemporaneamente durante l’infanzia. Egli fa risalire le origini della coordinazione tra segnali verbali e non verbali alla fase neonatale, quando il bambino non è ancora in grado di parlare. Sguardi, vocalizzazioni, sorrisi sono segnali sociali che il neonato è in grado di inviare e di ricevere.

Secondo Ekman e Friesen, il viso è quella parte del nostro corpo che esprime maggiormente le emozioni. In effetti, durante un’interazione, si può notare, sul volto degli interagenti, un flusso continuo di espressioni che veicolano messaggi.

La grande mobilità del volto è determinata dagli elementi fisici che lo compongono (fronte, sopracciglia, occhi, naso, bocca, muscoli facciali).

La fronte, le sopracciglia e gli occhi appartengono all’area superiore del volto; il naso e la bocca a quella inferiore.

Già nell’antichità classica si attribuiva grande importanza all’espressione del volto. E’ infatti proprio in questo periodo che nasce la fisiognomica, una disciplina che attraverso l’esame dei tratti somatici ed in particolare del volto, permetteva di risalire al carattere e addirittura alle caratteristiche intellettuali dell’individuo.

Nell’interazione tra bambino e adulto, il volto assume particolare rilievo; quello materno, poi, costituisce la più importante fonte di stimolo per i neonati.

Pur essendo il canale privilegiato nell’espressione delle emozioni, il volto è anche quello più sottoposto a controllo. Mentre la parte sinistra riflette maggiormente le emozioni spontanee, quella destra è sottoposta al controllo volontario ed all’influsso delle regole di ostentazione.

Il volto, inoltre, diventa elemento essenziale durante un’interazione, sia per chi parla, che per chi ascolta.

Il primo, infatti, attraverso le espressioni facciali sottolinea, enfatizza o modifica il messaggio verbale; il secondo manifesta le sue reazioni per mezzo di cenni del capo, movimenti della fronte, delle sopracciglia, delle labbra e dei muscoli facciali. Più in particolare le sopracciglia sono considerate da Argyle come l’elemento del volto che costituisce, per entrambi gli interlocutori, un costante feedback sul messaggio verbale.

Spesso l’inarcamento delle sopracciglia si accompagna alla dilatazione delle pupille e all’apertura della bocca, segnalando espressioni di paura o di sorpresa. Gli zigomi che tremano, soprattutto se accompagnati al tremito del mento, possono segnalare rabbia o piacere.

Ekman e Friesen ammettono che ciascuno degli stati emozionali primari è regolato dal movimento di un muscolo facciale particolare. Tale movimento sarebbe innato e si trasmetterebbe per via ereditaria.

Lo sguardo ha un valore fondamentale nell’interazione. Basta pensare che poeti e romanzieri hanno sprecato fiumi di inchiostro per decantarne e descriverne il potere. Esso riesce ad esprimere eloquentemente emozioni, pensieri, giudizi, desideri, ordini. La forza di questo indicatore è stata affermata e testimoniata con ricerche da numerosi studiosi e psicologi della comunicazione . Lo sguardo costituisce un segnale per chi lo riceve ed un canale per chi lo invia.

Gli elementi che costituiscono uno sguardo possono essere di tipo fisiologico ed involontario (battere le palpebre o dilatare le pupille), oppure consapevolmente mirati, come le espressioni degli occhi ed il loro movimento.

Nel corso di un’interazione sociale, lo sguardo svolge un ruolo importante in quanto può rivelare molte caratteristiche riguardo agli individui ed ai loro rapporti: esso permette di osservare il comportamento dell’interlocutore nonché il tipo e la quantità dei suoi sguardi; scandisce il ritmo del dare e prendere la parola.

Il contatto visivo è determinante nel rapporto tra genitori e figli, soprattutto tra madre e neonato.

Secondo quanto afferma Luigi Zuffada, gli sguardi dei genitori possono influenzare in modo determinante alcuni futuri comportamenti dei figli. Uno sguardo duro, ostile da parte della madre, può addirittura dare origine, col passare del tempo, a disturbi della vista, come la miopia: "Il bambino, spaventato, tenta di ritirarsi in uno spazio ristretto e limitato, quasi per serrare fuori del suo mondo tutto ciò che lo terrorizza. La miopia è letteralmente l’incapacità di vedere al di là del proprio naso".

Uno degli aspetti dell’interazione visiva più trattati nelle ricerche degli studiosi del comportamento non verbale, riguarda la relazione tra sguardo e potere. Dalle indagini fatte è emerso che le persone che hanno più potere, segnalano la loro superiorità guardando più frequentemente mentre parlano e relativamente poco mentre ascoltano. Al contrario, le persone in posizione subordinata guardano di più mentre ascoltano perché prestano più attenzione. Le ricerche hanno anche messo in luce, a tale riguardo, un uguale comportamento tra i due sessi.

In situazione di cooperazione, sembra che le donne guardino di più l’interlocutore e ciò spiegherebbe la maggiore accuratezza che dimostrano nella decodifica delle espressioni facciali.

Gli uomini, invece, pare facciano maggior uso del canale visivo in contesti competitivi.

Uno sguardo può provocare reazioni diverse in chi lo riceve: essere guardati a lungo può essere gratificante perché segnala interesse, simpatia, attrazione; ma può provocare disagio e ansia: se fissata a lungo ed in modo diretto una persona può sentirsi minacciata fisicamente o affettivamente.

Nelle diverse culture esistono regole ben precise al riguardo: in Giappone, per esempio, si insegna alle donne ad evitare lo sguardo diretto dirigendo lo stesso sul collo dell’altro.

Gli occhi sono la parte del viso sulla quale possiamo esprimere tutta la nostra creatività e divertirci.
Possiamo osare colori differenti, spaziare dal trucco neutro al trucco brillante, trucco seducente o naturale e quindi creare il nostro stile per ogni occasione.
Nel scegliere le tonalità vanno comunque tenute in considerazione cose come il colore dell’occhio e più ancora la forma.

Contorno: addolcire e sfumate i bordi di ogni forma che creiamo con la matita (con un applicatore con le estremità in spugna) per farli apparire più naturali e meno netti.

Spesso pensiamo che una bella passata di matita nera sotto agli occhi – bordo interno ed esterno- basti per valorizzarli. Molte donne stanno bene, altre no! Bisogna tenere conto che possiamo evidenziare le occhiaie (se ne abbiamo) e che se non la fissiamo bene con dell’ombretto o cipria sottostante, può sbavare! Se non se né può proprio fare a meno la si deve provare con un colore diverso, magari grigia, marrone, e perché no blu o violetta sempre ben sfumata.
Se si hanno gli occhi ravvicinati e magari il naso un po’ pronunciato non si mette mai fino all’angolo interno dell’occhio.

Si usa una tonalità di ombretto più chiara all’interno e più scura all’esterno, sopra la palpebra.


Se gli occhi sono distanti, si fa il contrario.

Con occhi rotondi o sporgenti si preferisce usare ombretti opachi, tonalità neutre.

Gli ombretti metallici riflettono la luce perché funzionano bene per illuminare certe zone. Per creare profondità si usano spesso ombretti opachi, poiché assorbono la luce.


Sugli occhi di una sposa si può osare qualsiasi tonalità! L’importante è che sia un trucco in armonia, ben sfumato, non improvvisato e soprattutto “personalizzato”!

Le emozioni principali: sorpresa, paura, dolore, disgusto, disprezzo, tristezza e felicità sono registrate da cambiamenti dei muscoli della fronte, delle sopracciglia, delle palpebre, delle guance, del naso, delle labbra e del mento. Per cui l'area di maggiore interesse per lo studio della espressione delle emozioni è il volto.

Si può studiare la codifica delle emozioni chiedendo alle persone di adottare l'espressione facciale e il tono di voce che corrispondono all'espressione fenomenica delle varie emozioni.

Questo può indurre le persone che mimano le emozioni, ad esagerare e per lo più a ricorrere a delle espressioni stereotipate che non hanno nulla di spontaneo e che forse non si verificano mai nella vita di relazione.

D'altro canto esiste un indubbio vantaggio nell'uso delle espressioni in posa per il fatto che gli esecutori in questo caso non mascherano nè inibiscono le loro espressioni, come spesso succede nella vita sociale, regolata da rigide convenzioni che vietano la manifestazione pubblica di alcune espressioni emozionali.

Si è riscontrato che una gamma considerevole di espressioni facciali è prodotta da persone differenti, nel medesimo stato emotivo e perfino dalle stesse persone per la stessa emozione. Se un numero considerevole di persone assume certe espressioni, solo il 60% circa può essere riconosciuta da parte dei "giudici". Tuttavia, vi è una normale gamma di espressioni per una determinata emozione che potrebbe essere ritenuta come varietà personali di esibizione. Se vogliamo fare un paragone con la linguistica, si può prendere come esempio il fonema, che rappresenta un'entità astratta, l'espressione pura per un determinato suono, realizzata poi, nell'esecuzione, con sfumature diverse o con varianti per lo stesso fonema da differenti parlanti o dallo stesso parlante in momenti diversi. Anche per l'espressione delle emozioni esiste un range di manifestazioni fenotipiche che, pur differenziandosi fra loro, in realtà appartengono alla stessa categoria emozionale, cioè sono considerate per esempio, espressioni di tristezza o di felicità dalla maggior parte delle persone.

Quali sono le diverse espressioni del volto per l'emozione che possono essere distinte da osservatori? Si sono fatte numerose ricerche nelle quali molte fotografie, in posa o tratte dalla vita reale, sono state giudicate da osservatori sulla base di elenchi di emozioni stabilite. Questo metodo è criticabile, perchè artificioso e in realtà decontestualizza le emozioni dalla situazione reale in cui avvengono, non garantendo così una corretta interpretazione da parte degli osservatori e sminuendo in qualche modo la validità dei dati, una metodologia di codifica e di decodifica. Si è scoperto però che, per quanto il riconoscimento delle espressioni dell'emozioni avvenga più facilmente utilizzando sequenze filmiche, la differenza non è notevole: ciò dimostra che la posizione statica del volto trasmette un maggior numero di informazioni sulle emozioni. Un altro limite di questi studi consiste nell'aver chiesto agli osservatori di rispondere con categorie verbali, mezzo che non sempre riesce a cogliere tutte le sfumature della comunicazione non verbale.

Numerosi sono stati gli studi condotti col metodo "encoding", attraverso i quali si è scoperto che stimolando diverse emozioni si provocano diverse espressioni del volto misurabili. Studi condotti invece col metodo "decoding" hanno utilizzato fotografie in posa che sono state giudicate in modo diverso dagli osservatori. Esistono intere "famiglie" di espressioni per ogni emozione. La sorpresa, per esempio, è un'emozione con una grande famiglia. Per essa non esiste un'unica espressione facciale, ma molte. Per esempio: "domandare con sorpresa", "sorpresa che lascia senza parole", "sorpresa che intontisce", "sorpresa moderata o estrema". La complessità delle espressioni facciali è stata anche evidenziata con un metodo molto complesso, che ritocca alcuni tratti dei volti fotografati per dimostrare come differenti emozioni possono mescolarsi in una singola espressione facciale e creare un miscuglio molto difficile da identificare.

Esistono numerosi metodi per misurare i movimenti facciali che risultano dall'azione dei muscoli. Sitema di misura inventato da Ekman e Friesen.

Anche segnali rapidi, che interessano l'apertura dei muscoli delle labbra, sono combinati insieme nella stessa Unità d'Azione, ma non è facile distinguere quando intervengono singolarmente.

Un primo motivo potrebbe essere quello descritto poco prima: pochi cambi nell'apparenza di un volto coinvolgono più di un muscolo in una singola Unità di Azione. Un secondo motivo è dato dal fatto che per mezzo del sistema FACS è possibile separare in due Unità di Azione, l'attività dei muscoli frontali. Questo a causa del fatto che questi ultimi sono situati sia internamente che esternamente e, di conseguenza, possono agire indipendentemente, producendo cambi differenti nell'apparenza. Ekman e Friesen hanno calcolato 46 Unità di Azione che rendono conto dei cambi nell'espressioni facciali e 12 Unità di Azione che più grossolanamente descrivono i cambi nella direzione dello sguardo e nell'orientamento della testa.


Il processo di acquisizione della metodologia di misura dei sistemi facciali è laborioso. Prima di utilizzare le FACS, ad ogni soggetto viene richiesto di superare un test: decodificare un nastro video registrato, ottenendo un punteggio, per assicurarsi che egli stia misurando il comportamento facciale in accordo con degli altri ricercatori di FACS.
Un analista FACS disseziona una espressione osservata, decomponendola in specifiche Unità di Azione che hanno prodotto il movimento. L'analista vede il nastro sia a rallentatore che fermando le immagini, per determinare quale unità di azione o combinazione di unità di azione sono coinvolte nei cambiamenti facciali. I punteggi, per la rilevazione di specifiche espressioni facciali, consistono nel determinare la lista di unità di azione che sono coinvolte in quell'espressione. Viene determinata anche la precisa durata di ogni azione, l'intensità di ogni azione muscolare e ogni asimmetria bilaterale. Nell'uso più esperto della metodologia FACS, l'analista riesce a determinare dai primi indizi l'unità di azione coinvolta in un movimento rapido, quando l'azione raggiunge l'apice, la fine del periodo apicale, quando inizia a declinare e quando scompare definitivamente dalla faccia. Le unità di punteggio di FACS (che di fatto listano le unità di azione coinvolte in una espressione facciale) sono descrittive e non interferiscono con l'interpretazione delle emozioni e possono essere convertite da un computer usando un dizionario di interpretazione e predizione delle emozioni (appositamente creato) o le regole per ottenere i punteggi delle FACS. Sebbene questo dizionario di interpretazione delle emozioni sia stato originariamente basato su una teoria, attraverso tutti gli studi condotti dal gruppo di Ekman e Friesen, c'è attualmente un supporto che proviene da una sperimentazione empirica che ha dimostrato che:
a) i punteggi delle FACS producono predizioni e post-dizioni altamente accurate delle emozioni segnalate agli osservatori in più di quindici culture, sia dell'Est che dell'Ovest, letterate e pre-letterate;
b) punteggi specifici di Unità di Azione mostrano da moderata ad alta correlazione con i report soggettivi sulla qualità e l'intensità dell'emozione sentita dai soggetti che esprimono l'emozione stessa;
c) circostanze sperimentali sono associate con specifiche espressioni facciali;

d) modelli differenti e specifici di attività fisiologica concorrono con specifiche espressioni facciali.

Secondo Ekman i sorrisi emozionali sono involontari e di solito sono associati con l'esperienza soggettiva di felicità e cambiamenti fisiologici. Sorrisi non emozionali sono, al contrario, volontari e non sono associati con sentimenti di felicità o di cambiamenti fisiologici. Ekman riporta tutte le evidenze empiriche su questa distinzione ormai provata sperimentalmente.

Izard mise a punto un altro sistema di decodifica delle emozioni denominato MAX (Maximally Discriminative Affect Coding System) che misura i cambiamenti apparenti nelle facce. Le unità di base di MAX sono formulate in termini di apparenze (ciò che si verifica sul viso di un soggetto), che si riferiscono a otto specifiche emozioni, piuttosto che ad una descrizione dei muscoli che in tali emozioni sono coinvolti. Questa modalità di decodifica, a differenza del sistema FACS, non misura esaustivamente tutte le azioni facciali, ma conteggia solo quei movimenti facciali che Izard correla a una o più delle otto emozioni. Tutte le azioni facciali che MAX specifica sono rilevanti solo per particolari emozioni, che si trovano anche nel dizionario delle predizioni del sistema FACS.


Lo studio scientifico di quali configurazioni facciali siano associate con ciascuna emozione si è concentrato in primo luogo sull'interpretazione degli osservatori delle espressioni facciali. Poche ricerche sono state condotte per esaminare come le espressioni facciali si correlano con altre risposte che il soggetto può emettere (per esempio: attività fisiologica, voce e parlato) e al contesto sociale comunicativo in cui l'espressione può occorrere. In numerose culture c'è un alto e significativo grado di accordo fra osservatori nel categorizzare le espressioni facciali di felicità, tristezza, sorpresa, dolore, disgusto e paura. Le prove sperimentali di cosa i soggetti sentono come stati positivi o negativi, associati a stati emozionali, sono correlate a distinte azioni facciali. Le influenze culturali possono, anche se non necessariamente, alterare significativamente questi risultati. Gli stessi risultati possono essere trovati nei neonati e nei ciechi, così come nei soggetti adulti normodotati, sebbene l'evidenza nei neonati e nei ciechi è più limitata che nei soggetti adulti normodotati. L'attività che deriva da una emozione specifica nel sistema nervoso autonomo sembra emergere quando i prototipi facciali delle emozioni sono prodotti su richiesta dai soggetti sperimentali, muscolo per muscolo. Differenti modelli di attività di regioni cerebrali coincidono con differenti espressioni facciali.


La variabilità nelle espressioni facciali, osservata in diversi individui e culture, è attribuibile a fattori che sono legati a quali emozioni o sequenze di emozioni è evocata in sede sperimentale e alle prescrizioni culturali relative alle regole di esibizione delle emozioni.
Le azioni facciali sono state anche osservate in correlazione con la processazione di informazioni non emozionali, come per esempio avviene in aggiunta a messaggi non verbali (è il caso degli emblemi o illustratori); durante l'attività incipiente di processazione di linguaggio in silenzio; quando vi è attività neuromuscolare della regione frontale del volto, con la produzione della tipica corrugazione della fronte; quando si verifica un decremento della frequenza del battito ciliare associato con la concentrazione mentale o lo sforzo fisico.
Chiudo la mia relazione con le seguenti espressioni delle emozioni facciali proposte da Ekman:


Espressioni delle emozioni.

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