Gli orizzonti dello Spirito



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li orizzonti dello Spirito


Foglio di informazione della fraternità

Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù

- Oleggio -

Anno VI – Nnumero 4 – Dicembre 2002



AVRETE FORZA DALLO SPIRITO SANTO…
E MI SARETE TESTIMONI” (At 1,8)
7° convegno di comunione a San Giovanni Rotondo



Insieme ad altri duemila partecipanti, provenienti da tutta Italia e dalla vicina Svizzera, un gruppo di ottantatré persone della Fraternità Nostra Signora del Sacro Cuore di Oleggio, Novara, Verbania, Villata e Gallarate, hanno preso parte al settimo Convegno di Comunione organizzato dal Rinnovamento Cattolico Carismatico, svoltosi a San Giovanni Rotondo dal 15 al 17 novembre.
La scelta di questa località ha dato anche l’occasione ai partecipanti di visitare i luoghi dove ha vissuto e svolto il suo ministero San Pio da Pietrelcina.
Il titolo del congresso: “Avrete forza dallo spirito santo… e mi sarete testimoni” (At.1,8) ha fatto da filo conduttore per ogni intervento e per ogni catechesi. La forza della testimonianza della fede dataci dallo Spirito Santo, eredità del Padre e del Figlio, è stata trattata sotto vari aspetti che hanno riguardato la presenza dello Spirito nella vita del cristiano, il suo rapporto con la preghiera, la testimonianza della verità, dell’amore, della pace, della gioia, della speranza. Queste tematiche sono state trattate nei vari simposi tenutisi venerdì sera, che hanno visto la partecipazione di alcuni membri della nostra fraternità come relatori.

La nostra fraternità non ha certo potuto fare a meno di esprimere le proprie peculiarità, mettendosi al servizio dell’organizzazione ed intervenendo fattivamente nello svolgimento di vari ministeri.

Non voglio dilungarmi in una sterile cronaca dei fatti, al contrario, è mia intenzione tentare di trasmettere, in queste poche righe, cosa ho potuto cogliere durante quel -purtroppo breve- soggiorno. La cosa che più mi ha colpito è stata l’accoglienza: non qualcosa di astratto ma vera, palpabile. Era come se non ci fossimo mai allontanati da casa! Abbiamo rivisto persone dopo più di un anno (da Chianciano 2001) e pareva che fossero state lontane solo qualche giorno: ciò a conferma che non esiste la misura del tempo nella sincerità dei sentimenti. Tutti ci sentivamo legati da un solo grande progetto: lodare il Signore! Certo, un congresso è, prima di tutto, condivisione di esperienze e verifica di crescita, ma tutto si ridurrebbe ad un evidente sterile apprendimento se non fosse condito dall’esserne parte attiva. È questo che sottolinea la differenza tra un evento tecnico/scientifico ed una condivisione cristiana. Per quanto noi possiamo sentirci autosufficienti o, ancor di più, arrivati, è indubbio che un ambiente così aperto sia stato utile per farci apprezzare maggiormente la bellezza delle nostre comunità. Di tale comunione abbiamo usufruito un po’ tutti: chi per un aspetto strettamente personale, chi per un più sereno confronto con il prossimo. Tutto questo ha portato frutto nella serata di preghiera comunitaria, che solo l’orologio ed il rispetto per il riposo notturno hanno imposto di terminare.

Dal congresso siamo tornati a casa anche con un regalo tangibile: una serie di canti inediti. L’importanza del canto per sollevare lo spirito e per porre l’assemblea in comunione non è certo una scoperta dei giorni nostri, per questo deve essere sottolineata la bellezza e la dolcezza di questi canti che, ci auguriamo, ci aiutino a lodare Signore più con il cuore che con la voce!

La “Comunione” resta comunque un obbiettivo difficile e reso per tutti ancor più ostico se vissuto nel quotidiano, per questo, in chiusura, non posso far altro che far mie, o meglio nostre, le parole del canto (rif. Efesini 4,4-5):



Un sol corpo, un sol spirito, un solo Signore,

una sola fede ci accomunerà…

Ci accomunerà… ossia farà in noi e tra noi comunione!!!



Sia questa per noi una speranza, anzi, ancor di più, un impegno assunto non solo nei confronti delle nostre comunità, ma anche delle altre duemila persone con cui abbiamo condiviso questi giorni di convegno elevando lodi a Dio.

Carlo



Gesù, il generato Santo, Figlio di Dio




Considerando che, come per noi, Dio esisteva anche al di fuori di Gesù: “Sono uscito dal Padre... ed ora vado al Padre”(Gv.16,28) mi sono trovata a riflettere sulla differenza fra Gesù-tempio per incarnazione di Dio e noi-tempio per la presenza dello Spirito di Cristo, partendo dal passo: “Salve piena di grazia, il Signore è con te...Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; perciò il generato santo (testo greco) sarà chiamato Figlio di Dio”. Gesù aveva un corpo d’uomo, un cuore-anima (cioè emozioni, sentimenti, razionalità) di uomo ma il suo spirito non era spirito d’uomo poiché era “Spirito Santo”, Spirito del Padre, potenza dell’Altissimo. Questo ha fatto di Lui l’Emmanuele “con noi è Dio”, tempio di santità, di sapienza, di verità, di Vita, secondo il progetto originario del Padre per l’umanità. Non è la disobbedienza che ha causato la caduta dell’umanità (il nostro non è un Dio despota, è un Dio che ama) ma è l’aver dubitato di Lui e del Suo amore fino a tradirlo col “serpente” che l’ha imprigionata in una dimensione separata dal divino, in balia del “principe di questo mondo”. L’intensità dell’amore di Dio verso l’umanità (rappresentata da Adamo ed Eva) e la loro comunione originaria è paragonabile all’amore sponsale: la piena sintonia, il vivere l’uno per l’altro, il compenetrarsi, l’essere “uno” nell’amore. Come in ogni matrimonio, se si insinua il tradimento, l’armonia è spezzata, la sintonia è persa e si crea un velo di incomprensione. Se poi il terzo elemento, ora come allora, fa di tutto per trattenere, per separare, per distogliere, per confondere, è tenace ed è “maestro d’inganni” il velo di incomprensione diventa muro di divisione. Ma il nostro Dio è un amante geloso che non si arrende e non ha abbandonato l’umanità, sua amata, anche se lontana, incapace di vederlo, di sentirlo e di amarlo. Falliti i tentativi di riconciliazione per mezzo di mediatori, i profeti, Lui stesso è entrato nella nostra dimensione decaduta; incarnandosi in Cristo ha abbattuto il muro di divisione. Il “Verbo” ha cominciato a parlarci del Suo amore e a fare gesti di amore (le opere del Padre), guarendo, liberando, resuscitando, nella piena consapevolezza che avrebbe causato le reazione del “principe di questo mondo” che tiene prigioniera l’umanità per odio, per invidia, non per amore; pur sapendo che sarebbe finito sulla croce, atto conclusivo del Suo amarci, atto col quale ha sparso nell’umanità il suo “seme”: il Suo Spirito portatore di Vita poiché Santo, capace di separare dal Male, capace di strappare dalla schiavitù del serpente, e capace di purificare, pulire dalla sua contaminazione per ricondurci alla “casa del Padre”, cioè nella dimensione spirituale divina, in piena comunione d’amore con Lui.

La croce è dunque un atto estremo di amore che ha spezzato “il velo del tempio”, cioè ogni separazione fra Dio e l’uomo, ed il velo si è spezzato dall’alto verso il basso, cioè per iniziativa di Dio che ha fatto il primo passo, ed ha avuto effetto immediato, poiché il centurione che gli stava di fronte, il primo “credente”, ha avuto Luce ed ha esclamato “…veramente costui era Figlio di Dio!”. Dimostrando quanto ci ama, il Padre, in Cristo, ha spezzato la coltre di menzogna che ha causato l’incomprensione, l’incomunicabilità e il non-amore da parte dell’uomo. Un velo lacerato fa passare la Luce e non si può più ricucire ma si può rattoppare, altra abilità del “serpente” che vuole tenebra e dunque cecità. Ma Lui ha detto “Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” e ad ogni Consacrazione il velo rattoppato viene strappato e Dio entra nella dimensione umana per unirsi a ciascuno di noi. Ogni Messa è un banchetto di nozze che porta alla consumazione dell’unione: nel Vangelo Lui ci sussurra ancora Parole di Amore, seguite da gesti di Amore nella Consacrazione del Suo corpo e del Suo sangue, per poi giungere alla compenetrazione attraverso l’Ostia, per essere spiritualmente “uno” contagiandoci di Sé stesso, per purificarci, per rafforzarci, per nutrirci della sua linfa Vitale; per fecondarci col Suo seme perché anche noi possiamo portare Vita allo spirito malato dell’umanità. Per questo il “fare la Comunione” al di fuori di una Messa non produce la stessa vibrazione interiore, la stessa intensità di amore: è un “consumare” a freddo, senza parole e gesti di amore; ed è anche per questo che fa differenza se il sacerdote che celebra è partecipe nell’amore o lo fa per routine, il risultato spirituale è lo stesso ma il coinvolgimento emotivo-sensoriale viene a mancare ed il nostro “mendicante d’Amore” riversa il suo Amore su di noi, anche se ancora puzziamo di serpente, ma riceve in cambio solo gesti e canti rituali invece di vibrazioni di amore.

Gesù ci dice:Ascolta, Israele...Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc. 12, 29-30), ma amarlo non perché “dobbiamo” ma in quanto risposta al Suo amore; se non riusciamo a sentirlo è perché non ci crediamo. È il nostro credere che ci apre le porte della dimensione spirituale ed è il nostro dubitare che le chiude (come è successo ad Adamo ed Eva). Se dubitiamo che lo Spirito ci dona la capacità di distinguere il bene dal male non potremo accogliere il dono del discernimento; se dubitiamo che lo Spirito ci dona la forza per superare la debolezza del nostro peccato continueremo a crogiolarci in esso; se dubitiamo che nel Suo Nome possiamo compiere “le opere del Padre” mai riusciremo a farlo; se dubitiamo che possiamo percepire l’amore del Padre, credendo solo nella mediazione umana, mai potremo percepirlo anche perchè ha vibrazioni diverse, spirituali, più sottili ma intense.

Nel passo di Marco, Gesù continua: “…ed amerai il prossimo tuo come te stesso”. “Come te stesso” non è un riferimento di amore ma è l’affermazione di una verità immensa: il tuo prossimo è te stesso poiché spiritualmente siamo tutti cellule di uno stesso corpo: l’umanità passata, presente e futura (per questo la nostra preghiera arriva al fratello, vivo - defunto - “di generazione in generazione”, al di là di ogni limite di spazio e tempo). Colui che divide, il serpente, staccando l’umanità da Dio, è riuscito a disgregarla in tante cellule separate l’una dall’altra. Cristo è venuto per fornirci il legante, il Suo Spirito, per ricomporre il corpo dell’umanità nel “Corpo di Cristo”. Lui è la pietra sulla quale il tempio si sta ricostruendo; Lui è la testa che attira a sé le cellule ancora disperse e che invia impulsi di resurrezione per ricomporre e risanare tutto il corpo.

Noi non possiamo essere Dio perché ciascuno di noi è solo una cellula del suo corpo, anche se abbiamo nel nostro spirito il Suo DNA, il sigillo ricevuto col Battesimo; staccati da Lui siamo come un pezzetto della nostra pelle che, staccato da noi, non ha più significato e neanche vita, anche se contiene il nostro DNA. Solo rimanendo inseriti in Lui, in comunione con Lui possiamo essere tempio; ed è solo amandolo, dedicandogli tempo, cuore a cuore nel silenzio, che potremo vivere guidati dalla “Testa” in ascolto del Suo Spirito (“…ascolta, Israele…”: prima ancora di amarlo ci chiede di ascoltarlo) che ci spingerà ad amare il prossimo come Lui ci ha amati e ci ama; e allora non potremo fare meno di notare le cellule accanto a noi che hanno fame e freddo mentre noi sprechiamo e accumuliamo; o di notare quelle che vivono nella malattia, nella disperazione, nell’oppressione e nel vuoto spirituale mentre noi ci crogioliamo nel nostro nirvana. Gesù-Uomo ha dedicato ogni istante della sua breve vita alla preghiera e al servizio, spinto dalla compassione (patire-con) e dalla misericordia. Gesù-Risorto ancora ci serve, comunicandoci gioia, forza, pace, amore, resurrezione, ma fin che ci sarà un solo uomo nella sofferenza fisica, psichica o spirituale, Gesù, e con Lui il Padre poiché sono una cosa sola, sarà su quella croce a soffrire con lui (in ogni corpo la “testa” rileva la gioia ed il dolore di ciascuna cellula e ne è partecipe) e continuerà a “chiamare” i suoi amici.
Ti benediciamo Padre perché sei un Dio che ci ama sempre e comunque e che non ci chiede di essere servito ma di essere amato e che ci amiamo. Donaci, Signore, discernimento per scoprire le astuzie che mette in atto il serpente per distoglierci dalla comunione con te. Donaci, Signore di sentire in profondità quanto tu sussurri a Pietro Mi ami tu?” e di risponderti con vibrazioni di amore, consapevoli che questo ci porterà inevitabilmente ad occuparci delle tue pecore, con la tua con-passione e misericordia, nella giustizia e nell’amore.



Marisa




MESSA DI INTERCESSIONE

PER I SOFFERENTI


Oleggio, ottobre 2002


Il regno di Dio: un banchetto di nozze

«Il regno di Dio è così. Un re preparò un grande banchetto per le nozze di suo figlio. Egli mandò i suoi servi per chiamare gli invitati, ma quelli non volevano venire. Allora mandò altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco ho preparato il mio pranzo, i miei tori e gli animali ingrassati sono stati ammazzati e tutto è pronto. Venite alla festa!“ Ma gli invitati non si lasciarono convincere e andarono a curare i loro affari: alcuni nei campi, altri ai loro commerci. Altri, ancora, presero i servi del re, li insultarono e li uccisero. Allora il re si sdegnò: mandò il suo esercito, fece morire quegli assassini e incendiò la loro città. Poi disse ai suoi servi: “Il banchetto è pronto ma gli invitati non erano degni di venire. Perciò andate per le strade e invitate al banchetto tutti quelli che trovate”. I servi uscirono nelle strade e radunarono tutti quelli che trovarono, buoni e cattivi: così la sala del banchetto fu piena. Quando il re andò nella sala per vedere gli invitati, vide un tale che non era vestito con l’abito di nozze. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza avere l’abito di nozze?”. Quello non rispose nulla. Allora il re ordinò ai servitori: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti” ».

Poi Gesù aggiunse: “Perché molti sono chiamati al Regno di Dio, ma pochi vi sono ammessi”.

(Mt. 22,2-14)


Qualche settimana fa abbiamo letto nel Vangelo la parabola del padrone della vigna che chiamava alcuni alle cinque del mattino, altri alle dieci, altri alle tre, altri alle cinque del pomeriggio e tutti, alla fine, ricevevano la stessa paga.

E allora noi siamo portati a pensare che sia meglio che il padrone ci chiami alle cinque del pomeriggio se tanto ci dà sempre la stessa ricompensa.

Come si diceva: lavorare per il Signore è la ragione della nostra esistenza. Si parlava però di lavoro e la parola “lavoro” in fondo non è tanto gradita alle nostre orecchie.

Oggi, invece, si parla di una festa di nozze e a una festa noi preferiamo arrivare puntuali, desideriamo che l’invito ci arrivi per tempo, così cominciamo a mangiare dall’antipasto anziché arrivare quando vengono serviti la frutta, il dolce, i confetti.

Ad una festa si va dall’inizio, ed è questo è senso del Vangelo di oggi!

Quando noi preghiamo il Padre nostro diciamo “Venga il tuo regno”. Che cos’è il regno di Dio? Che cos’è di tanto difficile, di tanto brutto e gravoso questo Regno?

Il regno di Dio è una festa di nozze, dove tutti sono felici, dove tutti mangiano, bevono e ballano.

La parola  (gamòs = banchetto di nozze) in questa breve parabola ricorre otto volte ed evidenzia proprio la festa, una festa un po’ strana perché a metà il padrone lascia il banchetto, va ad uccidere alcune persone, incendia una città, poi torna e trova uno che non indossa l’abito buono poiché era stato preso per strada. A questo poverino il re dice: “Fuori! Dove sarà pianto e stridore di denti! ”.

Che significato ha tutto questo?

Molti di noi, quando hanno qualche difficoltà o stanno male dicono: “…Lo offro a Gesù!”, pochi quando sono felici pensano di dire: “Gesù, ti offro questa gioia!”, al contrario, preferiscono non dirlo perché hanno paura dell’invidia e del malocchio. Molti vanno in chiesa con una faccia da funerale e, quando fanno la comunione, sembra che stiano mangiando una pillola avvelenata.

Eppure, nel Vangelo di Matteo, per ben sette volte Gesù dice: “Io vi lascio la mia gioia, io vi dono la mia gioia”, soltanto due volte Gesù parla di sacrificio ed è per vietarlo: “Misericordia io voglio, e non sacrificio!”.
La “famiglia di Dio”

In tutte le religioni la divinità pretende che gli si offra qualcosa. Gesù, invece, è venuto ad abbattere le religioni ed ad aprire la “famiglia di Dio”, dove il Padre comunica sempre agli altri, un Padre che è sempre lì a darci.

Questo è un messaggio bellissimo, ma che spesso non riusciamo a vivere perché non siamo stati abituati. Ci è stato insegnato, infatti, che quando siamo troppo contenti Dio potrebbe dispiacersi, allora occorre fare qualche sacrificio per accontentarlo.

In realtà il Vangelo è diverso da quello che noi pensiamo di sapere: è una festa di nozze, è un banchetto dove tutto è gioia.

Gli invitati, cosa strana, non accolgono l’invito. I servi vanno a dire loro che tutto è pronto, ma questi rispondono che non possono partecipare, addirittura li insultano e li uccidono.
Buoni, cattivi, poveri, storpi, ciechi, zoppi

Il banchetto, poiché è un banchetto di nozze, deve continuare e il padrone, il re, dice: “Andate a cercare tutti quelli che trovate, fateli entrare!”. Nel Vangelo che abbiamo letto c’è scritto “buoni e cattivi”, ma nel testo originale si dice “cattivi e buoni”: prima i cattivi poi i buoni. Prima i cattivi, perché Gesù chiama i cattivi e i peccatori. Quelli che sono santi non hanno bisogno della chiamata di Gesù! Ma chi è che è santo? Non certo chi crede o pensa di esserlo!

Nel passo parallelo di Luca, Gesù si spinge ancora oltre. L’evangelista dice nudo e crudo: “Andate e prendete i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi e fateli entrare al banchetto!”.

Eppure proprio nel catechismo ebraico, nel Talmud, c’è scritto: “Quando tu dai un banchetto, quando inviti delle persone, devi invitare i parenti, i fratelli, gli amici e i ricchi”. I poveri non devono essere invitati, perché non sono in grado di portare alcun regalo.

Gesù, invece, dice di invitare queste quattro categorie di persone: poveri, storpi, ciechi e zoppi al posto dei parenti, dei fratelli, degli amici e dei ricchi.

Nella Bibbia, che è parola di Dio, nel libro del Levitico, gli storpi, i ciechi, gli zoppi e i poveri, poiché malati, sono considerati puniti da Dio.

Gesù addirittura invita i malati alla mensa, li fa entrare nel regno di Dio.

I poveri non potevano entrare nel tempio dalla porta principale: da quella dovevano entrare gli appartenenti alla classe sacerdotale, gli scribi, il re e la sua corte, i ricchi.

Essi erano obbligati ad entrare dalla porta stretta, dalla porta di servizio.

Gesù ci dice: “Cerca la porta stretta, non entrare dalla porta larga”. Cioè: “Non fare il ricco, non fare il prepotente o il potente, mettiti con i poveri”.

S. Francesco, nel film che hanno dato in questi giorni, diceva: “Io non voglio dare l’elemosina ai poveri, io voglio essere povero!”. Questo è ciò che dice Gesù: “Beati i poveri, mettiti lì con i poveri, non con i grandi per poi fare l’elemosina ai poveri”.
Oltre la siepe

Il re della parabola ancora non è contento e dice: “Visto che in questa sala c’è ancora spazio, tutti quelli che incontri spingili ad entrare, costringili ad entrare!

Chi sono quelli “oltre la siepe”? La siepe rappresenta la Toràh, la siepe è la Legge. Quelli che sono oltre la siepe sono fuorilegge, sono quelli di “cattiva famiglia” sono i peccatori!

Gesù ci dice che dobbiamo frequentare i malviventi non per diventare noi malviventi, ma perché loro, frequentando noi, si convertano e diventino come Gesù.

Se vogliamo noi diventare come Gesù dobbiamo invitare i fuorilegge, quelli che stanno oltre la siepe e li dobbiamo costringere ad entrare al banchetto.

Ma come si fa a costringere la gente ad andare a Messa?

I bambini del catechismo spesso vengono costretti con la minaccia di punizioni divine, ma questo non corrisponde a verità perché il Signore ama sempre e non punisce mai.

Il significato lo troviamo nella parola di Osea: “Io li trarrò a me con legami di bontà”.

È l’amore che ci costringe!

Quando una persona ti ama, ti tampina sempre e risponde ai tuoi sgarbi perdonandoti e facendoti un regalo, proprio come fa Gesù.

Quando le persone ci amano come ci ama Dio, ci fanno sentire l’amore di Dio e allora ecco che, prima o poi, noi cediamo, ci troviamo “legati”.

È difficile, ma è questo che noi siamo invitati a fare, per far entrare le persone a quel banchetto dove tutto è gioia.


Cenere e fumo

E la città data alle fiamme? Che cos’è la città data alle fiamme?

Matteo se la prende con Gerusalemme.

Quando Matteo scrive il suo Vangelo, Gerusalemme è già stata rasa al suolo. Gerusalemme non ha accolto né Gesù né gli Apostoli.

Nel Vangelo di Matteo, Gesù non si fa vedere a Gerusalemme che è considerata proprio la città del peccato, quella che non ha accolto Gesù e che quindi non si merita nemmeno che Gesù sia visto lì risorto. Gli apostoli, per vedere il Signore risorto, saranno infatti mandati in Galilea.

E così Gerusalemme, che non ha accolto Gesù e i suoi servi, viene rasa al suolo.

Qual è il messaggio per noi?

È chiaro: chi non accoglie Gesù, chi non accoglie il suo messaggio, chi non accoglie le Beatitudini, ha come destino quello di veder fallire tutti i suoi progetti, di vederli ridotti in cenere e fumo.




L’abito della festa

Al termine della parabola il padrone di casa entra nella sala del banchetto a vedere i commensali, i giacenti a mensa. I delinquenti, i peccatori, i malviventi sono diventati signori. Questo lo abbiamo detto un centinaio di volte ma continuiamo a ripeterlo: il nostro andare in chiesa, il nostro partecipare alla gioia di Gesù è perché ciascuno di noi diventi signore della propria vita, responsabile di quel progetto che Dio gli ha affidato.

Tra i delinquenti che sono diventati signori, i giacenti a mensa, serviti dagli apostoli/servi, uno è senza l’abito buono. Non si può entrare nel regno, non si può entrare in comunione con Dio, senza questo abito.

Che cosa è questo abito? È quello che noi ci cuciamo addosso durante la nostra esistenza.

Si possono dare due interpretazioni a questo abito: quella morale e quella esistenziale, entrambe giuste, da applicare alla nostra vita.
L’abito delle nostre opere

Per quanto riguarda l’applicazione morale ci riferiamo al libro dell’Apocalisse, dove la veste si riferisce alle opere dei santi. Se noi diciamo di credere, se noi diciamo che ci siamo convertiti e quindi abbiamo indossato la veste battesimale, se abbiamo fatto l’Effusione, se andiamo a Messa, ma poi ci comportiamo come pagani, siamo cristiani di nome ma non di fatto.

Il vestito ci identifica per quello eravamo, le nostre opere ci identificano per quello che siamo. Possiamo dire di essere preti, di essere Vescovi, possiamo dire di essere Santi, ma se poi le nostre opere contraddicono il Vangelo, se non perdoniamo, se continuiamo a rubare, a insultare le persone, a non comportarci secondo quel Dio di amore che predichiamo non siamo cristiani.

Non sarà Dio ad escluderci dalla comunione con Lui ma saremo noi a diventare incompatibili con Dio. Dio è amore e solo attraverso l’amore noi dobbiamo vivere. Solo attraverso le nostre opere noi possiamo entrare in comunione con Dio e nella sua gioia, altrimenti siamo degli schizofrenici: diciamo di essere cristiani, ma poi siamo pagani o altro, e ci estromettiamo dalla salvezza


L’abito della gioia

Altra cosa è l’interpretazione esistenziale: l’abito rappresenta la gioia. Ad una festa di nozze, si va con la gioia nel cuore. Non si può andare ad un matrimonio come se si trattasse di un funerale.

In verità anche i funerali dovrebbero essere vissuti nella gioia perché la morte non esiste, la morte è stata sconfitta. Il funerale di per sé è la celebrazione della vita: come nel battesimo festeggiamo quel bambino che viene alla vita umana e diventa figlio di Dio, nel funerale noi consegnamo l’anima a Dio e ringraziamo per tutto quello che ha realizzato quella persona. Questo è dunque un momento di gioia, pur nella sofferenza del distacco dalla persona amata.

Non ci può essere una celebrazione in chiesa, dove ci vogliamo unire al Signore, vissuta nella sofferenza: dobbiamo capire che la sofferenza è uno scandalo. Certo che la malattia esiste, ma non rientra nel piano di Dio!

Il Signore, poi, si serve di tutto: della malattia, dello scandalo, della sofferenza, del fallimento, dell’incomprensione per tramutarla in vita, ma Dio non vuole la nostra sofferenza. Che padre sarebbe se volesse la nostra sofferenza e fosse invidioso della nostra felicità? La nostra vita con Dio è una vita da vivere nella gioia che il Signore ci dà, che parte dalle cose umane: il lavoro, la famiglia, i figli…, ma che poi si tramuta in gioia spirituale, che nessuna cosa di questo mondo ti potrà mai togliere. La gioia è una scelta, si sceglie di stare nella gioia, e in essa si instaura la vera comunione con Dio.
Un invito alla gioia

Qualcuno potrebbe obiettare, dicendo che nel mondo le cose vanno storte: Bush si prepara a fare la guerra, le azioni in borsa che crollano, la salute che non tiene e vi sono altre mille difficoltà: come si fa ad essere nella gioia (in chiesa, perché fuori lo siamo!)? Quando Gesù ha raccontato questa parabola, le cose andavano peggio: la Palestina era sotto il dominio di Roma, la gente si alzava al mattino e non sapeva se avrebbe avuto da mangiare, non sapeva se sarebbe arrivata a sera.


Eppure Gesù ci invita alla gioia!


Nel Padre nostro diciamo “venga il tuo regno”, e quando noi preghiamo per questo, il regno che c’è già si estende. Noi dobbiamo fare in modo, se siamo nella gioia, se crediamo che l’incontro con Gesù sia un incontro di gioia, di portare gioia a tutti quelli che incontriamo, a tutti quelli che conosciamo. La nostra evangelizzazione dovrà essere un portare gioia agli altri. Questa gioia si rifletterà sulla nostra salute, sui nostri affari, sulla nostra famiglia, nelle nostre amicizie e così via.

Chi più si lamenta meno si impegna: la tristezza è una via di fuga, ci serve a deresponsabilizzarci: invitare altri alla gioia quando hanno delle facce da funerale, ti insultano, ti uccidono, questo è il Vangelo.

Non possiamo negare la parola di Dio: il nostro è un invito alla gioia!

Il profeta Neemia dice: “La gioia del signore è la nostra forza”. Quando siamo nella gioia del Signore siamo più creativi, più belli, siamo più liberi, siano più amanti e allora cantiamo al Signore.


A
MEN






MINISTERO DI INTERCESSIONE E DI ASCOLTO

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OLEGGIO

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IL GRANELLO DI SENAPA
Questa nuova rubrica raccoglie piccoli contributi, brevi racconti, testimonianze di persone che raccontano ciò che il Signore ha operato nella loro vita, come è avvenuta la loro conversione, l’incontro con una persona “importante”, la partecipazione a un evento particolare o altri episodi significativi della loro vita spirituale. Se desideri proclamare le meraviglie che il Signore ha operato in te, questo spazio è a tua disposizione.


Incontri


Gesù è vivo.

Vado a Messa con una preghiera particolare nel cuore, in un mattino come tanti altri. Nel banco davanti a me c’è una signora anziana che ho visto altre volte ma che non conosco. Al segno della pace si gira verso di me offrendomi la mano in una stretta ferma e sicura e con un sorriso accompagna le parole: “Pace e bene”. Ricambio sorridendo anch’io. Al momento della comunione si avvia verso il sacerdote per ricevere Gesù camminando a fatica. La Messa è quasi finita ma lei è ancora seduta, composta, rilassata, con le mani vicino al cuore e il viso, che intravedo solo in parte, sereno: è in adorazione del suo Signore. L’amore di questa donna per Gesù , non so come, ma in qualche modo mi raggiunge, avvolgendomi in un senso di tenerezza e gratitudine. Dopo la benedizione si alza lentamente ed aiutandosi con il bastone si dirige verso il tabernacolo, forse per un ultimo saluto prima di uscire dalla chiesa. Istintivamente la seguo, vorrei dirle qualche cosa anche se temo di essere invadente, tuttavia avvicinandomi la ringrazio per come ama Gesù. Mi regala uno sguardo allegro e limpido e con un grande sorriso risponde: “Oh si! Lo amo moltissimo. Se sono qui lo devo a lui”. Sono sorpresa e contenta dalla prontezza della risposta e anche se percepisco lievemente una nota di dolore nelle sue parole lei continua affermando: “Stare con Gesù è bello!” Adesso le sorridono anche gli occhi mentre si gira guardando il tabernacolo. Poi improvvisamente il tono della sua voce si fa più basso come di chi sta per rivelare un segreto prezioso e guardandomi diritto negli occhi dice: “Stia bene attenta: le persone sorridenti e gioiose sono con Gesù; chi ha la testa bassa e la faccia che si allunga (dice questo muovendo la mano dal suo viso verso il pavimento) non sono con il Signore.” Benedetta donna, anziana di anni ma giovane nel cuore perché innamorata di Gesù!

Chi ha visto qualcosa di più alto dei propri limiti, della propria sofferenza, della morte stessa, sa essere testimone. Sa offrire speranza, gioia, sa accendere e ravvivare nel cuore di chi incontra il desiderio di Dio. Come questa donna che senza saperlo ha risposto alla mia preghiera, che quel mattino avevo nel cuore. Gesù è vivo!



Lilly
Testimonianze
«Torna a casa tua – gli disse [Gesù] – dalla tua famiglia e racconta agli altri quanto ha fatto per te il Signore che ha avuto pietà di te». L’uomo allora se no andò via e cominciò ad annunciare in tutta la regione qual che Gesù aveva fatto per lui; e tutti quelli che lo ascoltavano erano pieni di meraviglia. (Mc 5,19-20)

Mi chiamo Rosy, ho 65 anni e desidero lodare e ringraziare il Signore Gesù per la guarigione spirituale che mi ha donato. Nel marzo scorso ho partecipato alla Santa Messa di intercessione per i sofferenti ad Oleggio. Durante la preghiera di guarigione è stata annunciata una parola di conoscenza in cui il Signore diceva ad una donna: “Basta odio, ma un cammino di perdono!”. Quella parola era rivolta a me. Erano circa quattro anni che odiavo una persona perché la consideravo responsabile della mancanza di pace della mia famiglia. Non so cosa sia successo, ma il nostro rapporto, a poco a poco, è cambiato e adesso quando incontro questa persona riesco a salutarla e a baciarla. Grazie Gesù perché hai tolto questa spina dal mio cuore e finalmente riesco a vivere in pace con me stessa e con il mondo intero. Lodo e benedico il tuo immenso e infinito amore, di cui voglio essere testimone.



Rosy


Mi chiamo Rita, vengo da Torino. Vorrei testimoniare la mia guarigione interiore, avvenuta frequentando le Messe di intercessione di Oleggio e di Novara. A causa di continue perdite affettive ero stata colpita da una grave forma di psicosi: non avevo reazioni, non riuscivo più a ridere né a piangere, perché ero sotto l’effetto degli psicofarmaci. Durante una Messa ad Oleggio, dopo tanto tempo, sono riuscita a piangere, mossa dalle parole del sacerdote, che mi sembrava parlasse proprio della mia situazione. In seguito, durante una celebrazione tenutasi a Novara, è stata annunciata la guarigione di una giovane donna da una forma di depressione. Io ho subito sentito un calore fortissimo alle braccia e ho capito che il Signore stava guarendo proprio me. Anche se non sono guarita completamente, perché ancora soffro per degli strascichi di questa terribile malattia, sono sulla via della completa guarigione, grazie anche alle preghiere e allo Spirito Santo che hanno illuminato il mio medico. Grazie Gesù.

Rita


Mi chiamo Rosy. Un anno fa, recandomi in ospedale per una mammografia, mi diagnosticarono un piccolo tumore. Fui immediatamente operata: il nodulo risultò maligno, così fui sottoposta per un anno a chemioterapia. Nel mese di ottobre, in seguito alle analisi, i medici mi proposero un ricovero d’urgenza, poiché qualcosa non andava. La mamma di mio genero, con la quale mi confidai, mi invitò a partecipare ad una Santa Messa di intercessione ad Oleggio. Io accettai subito, anche perché ero disperata e mi aggrappavo a qualsiasi speranza. Partecipai con molta commozione e, tornando a casa con animo rasserenato, ringraziavo il Signore per tutto quello che mi aveva dato nella vita. Il giorno seguente, entrando in ospedale per sottopormi a nuovi accertamenti, ero molto serena e pronta ad accettare ogni cosa. Il Signore, con il mio poco credere, mi ha veramente toccata, non solo nel cuore ma anche nel corpo: gli esami risultarono tutti negativi! Lodo e ringrazio il Signore per tutto quello che ha fatto per me.

Rosy


Partecipai alla S. messa di evangelizzazione con intercessione per i malati svoltasi nella chiesa dei Ronchi a Gallarate nel 1998. Avevo un grosso problema di lavoro, avevo partecipato a un concorso ma non avevo ottenuto alcuna risposta. Al passaggio del Santissimo in mezzo all’assemblea, ebbi la certezza che Gesù mi avrebbe aiutato. Il giorno seguente ebbi la conferma di aver superato il concorso risultando al primo posto su 180 partecipanti.

Per questo lodo e ringrazio il Signore che si prende cura delle sue pecorelle.


Gianangelo


Ero presente alla S. messa di Oleggio celebrata lo scorso dieci novembre. Un’ecografia aveva confermato la presenza di un grosso calcolo alla cistifellea per il quale sarei dovuto essere stato operato due giorni dopo. Il dolore che provavo scomparve immediatamente al passaggio del Santissimo: l’operazione non si farà più perché il calcolo è scomparso. Per questo lodo e ringrazio il nostro Signore Gesù Cristo.

Gianangelo


Ero affetta da una grave forma di allergia che da più di dieci anni mi impediva di uscire di casa. Un gruppo di persone che fanno parte della fraternità Nostra Signora del Sacro Cuore di Oleggio ha pregato su di me.

Ora desidero testimoniare una grande grazia: dopo molti anni posso camminare all’aria aperta, sulla strada, correre, giocare con i bambini in cortile o sotto gli alberi. Posso raccogliere fiori e verdure dall’orto senza chiedere agli altri di farlo per me. Sono entrata in chiesa e ho detto: “Gesù, hai visto che sono venuta a trovarti? ”. Come sono cambiate le cose! Sono andata a messa e per me, che non sono potuta andare né al funerale di mia madre, né al matrimonio di mia figlia, è stata una delle grazie più grandi che avessi potuto ricevere.

Mi chiedono: “Hai trovato un bravo medico? Nuove medicine?” Rispondo indicando il cielo e dico che ho incontrato Gesù: è Lui la migliore delle medicine!

Tutti i giorni invoco lo Spirito Santo e sono sicura che Gesù continua la mia guarigione.

Grazie Gesù, ti loderò per sempre!

Anna




IL NOSTRO CALENDARIO
SANTA MESSA DI EVANGELIZZAZIONE

CON INTERCESSIONE PER I SOFFERENTI




OLEGGIO

PARROCCHIA S.S. PIETRO E PAOLO

Piazza Bertotti


NOVARA

CHIESA DI S. ANTONIO



Corso Risorgimento, 98

Domenica 8 Dicembre 2002

Venerdì 20 Dicembre 2002

Domenica 12 Gennaio 2003


Venerdì 31 Gennaio 2003

Domenica 9 Febbraio 2003

Venerdì 28 Febbraio 2003

Domenica 16 Marzo 2003

Venerdì 28 Marzo 2003

Domenica 6 Aprile 2003

Venerdì 11 Aprile 2003

Domenica 18 Maggio 2003

Venerdì 30 Maggio 2003

Domenica 8 Giugno 2003

Venerdì 20 Giugno 2003

Ore 13.45 recita del S. Rosario

Ore 14.15 celebrazione S. Messa

Ore 20.00 recita del S. Rosario

Ore 20.30 celebrazione S. Messa


INCONTRI DI PREGHIERA




OLEGGIO

Auditorium Casa della gioventù

Martedì ore 21.00

NOVARA


Chiesa di S. Antonio - C.so Risorgimento

Mercoledì ore 21.00

GALLARATE

Chiesa S. Francesco - P.za Risorgimento

Mercoledì ore 21.00




da Gennaio:

Giovedì ore 21.00

MARANO TIC.

Parrocchia S. Giovanni Battista

Giovedì ore 15.45

VERBANIA

Casa S. Luisa - Suore Vincenziane - Pallanza

Giovedì ore 20.45

NOVARA

Parrocchia di S. Rocco – Via Gibellini

Giovedì ore 21.00

VILLATA

Oratorio San Giovanni Bosco

Giovedì ore 21.00

BARENGO

Chiesa della Madonna della neve

Sabato ore 14.30


Per qualsiasi richiesta di informazioni è possibile telefonare ai numeri riportati a pagina 13.
Si raccomanda di NON telefonare in parrocchia.







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