Gli portarono



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23.05.2018
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Commento al Vangelo della Domenica V tempo ordinario B

(Gb 7, 1-4.6-7; ! Cor 9,16-19.22-23;Mc 1,29-39)


In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Il brano è la continuazione di quello di domenica scorsa. L’evangelista presenta Gesù alla sua comunità narrando una giornata tipo di Gesù. Cosa faceva Gesù nella sua vita quotidiana? Rispondendo a questo interrogativo, Marco ce ne delinea la figura. Nella prima parte del brano, letta domenica scorsa, ci ha detto: Gesù insegnava in modo nuovo, con grande autorità e scacciava i demoni con la potenza della sua parola. Qui, narrando latri tre episodi, aggiunge:

- Gesù va alla casa di Pietro e ne guarisce la suocera;

- Gesù guarisce molti malati e indemoniati;

- Gesù si ritira in disparte e prega.

Marco descrive tutte queste scene, specialmente la prima, raccogliendole dal ricordo vivo di Pietro. Egli ha vissuto con emozione quella giornata e davanti ai segni compiuti da Gesù, per primo si è posto l’interrogativo: “Chi è costui?”. E’ l’interrogativo che attraversa tutto il vangelo di Marco e trova risposta piena solo al momento della morte in croce. Sarà il centurione che lo ha viso morire in quel modo a dare la risposta definitiva: “Veramente costui era il figlio di Dio”.

1. L’episodio della suocera guarita può essere visto in due modi: nella sua verità immediata e nel significato profondo che assume alla luce della pasqua. Nell’immediato fu certo un gesto di grande umanità e calore familiare: la suocera sanata e aiutata a mettersi in piedi offrendole la mano. Un gesto che la gente semplice, visitata in casa propria dalla persona di riguardo, non dimentica facilmente. Anche questo ci aiuta a capire chi è Gesù.

Ma al di là del primo significato, la lettura fatta alla luce della Pasqua, come Pietro e Marco certamente fanno davanti alla loro comunità cristiana, ne allarga il senso. Il gesto di Gesù è anticipatore della vittoria sulla morte. Chi legge oggi quell’episodio è invitato a guardare al Signore con la fiducia dei discepoli di Cafarnao per attenderci da lui non tanto la guarigione momentanea dai nostri guai ma la mano che ci solleva dalla morte per renderci partecipi della risurrezione. Questo Gesù è morto e risorto per noi e perciò ha il potere e la sua volontà di venirci incontro nel grande giorno per sollevarci dalla tomba e renderci partecipi della sua vita.
2.”Gli portarono tutti i malati”.

La seconda parte dell’episodio si apre con questa scena: tutti i malati portati davanti a Gesù. Un gesto che esprime due verità: da una parte la fiducia e l’attesa che Gesù ha suscitato nella gente dopo che ha loro insegnato e ha guarito l’indemoniato e la suocera di Pietro; dall’altra il peso costituito dalla malattia. E’ un condizionamento enorme sulla vita dell’uomo: per chi lo vive nella sua carne; per chi convive con l’ammalato e porta con lui il peso del suo male; per l’uomo che confida solo nell’uomo e vede nella malattia e nella morte la sconfitta del suo ottimismo. Volentieri questi problemi vengono scaricati ai piedi di chi ha dimostrato di saperli risolvere. Non è forse vero che anche chi è religiosamente superficiale o indifferente nel momento della malattia grave o del dissesto della sua vita, riprende a pregare?

Come risponde Gesù?

Egli non è venuto per compiere miracoli e nemmeno a togliere dall’uomo i mali che oggi l’affliggono. E’ vero però che egli è venuto per l’uomo; non per l’uomo astratto, ma per questo che sperimenta nel quotidiano i limiti della natura umana e la sofferenza. Egli non si sottrae mai alla richiesta dell’uomo in sofferenza, senza però creare illusioni perchè la sua missione non si ferma qui. Che salvezza sarebbe quella che intendesse solamente spostare il problema dell’uomo di qualche tempo? Egli è venuto per salvare l’uomo guarendolo in radice, nel profondo dove si radica peccato, malattia e morte. Il problema dell’uomo si avvia a soluzione solo rendendoci conto che il male è nel profondo. Non è sufficiente un intervento medico e nemmeno taumaturgico. Occorre guardare alla Pasqua dove il Signore ci indica la croce come passaggio obbligato verso la nascita dell’uomo rinnovato. Egli ci dice che il dolore stesso diventa medicina e ci invita a guardare a lui con fede e ad unirci a lui nel portare con fiducia e speranza la nostra croce. E’ questa la risposta di Cristo al dolore dell’uomo che, come è ricordato nella prima lettura, costituisce da sempre il grande mistero che tormenta mente e cuore dell’uomo.

Non è facile capire Gesù proprio perchè c’invita ad accogliere una proposta che comporta fede e speranza; un fidarci di lui fino al punto da accogliere la croce. Marco lo sa e per questo diffida dal facile entusiasmo nei riguardi del Signore e c’invita a farci discepoli attenti alla sua parola e a seguirlo con perseveranza anche nella prova. Occorre saper sostare anche ai piedi della croce per poter dire: “Veramente costui era il figlio di Dio”.

Non è però da dimenticare che Gesù, posto davanti all’uomo che soffre, non tiene una lezione di teologia ma si china, conforta, aiuta, guarisce.

Chi è allora Gesù? E’ colui che in nome di Dio viene incontro all’uomo in sofferenza e con amore si china su di lui guarendolo e, insieme, ponendo davanti a lui i segni che gli indicano una salvezza radicale che si attuerà nella pasqua.
3. Si ritirò in un luogo deserto, e là pregava.

La preghiera di Gesù costituisce per noi un mistero profondo. Si tratta pur sempre del dialogo tra il Figlio e il Padre. Però, dal momento che il vangelo ce ne parla, è lecito anche tentare, per quanto ci è possibile, di carpirne qualche segreto.



Notiamo innanzi tutto che, stando al racconto dei vangeli sinottici, Gesù prega sempre prima delle grandi svolte della sua vita: al Giordano, al momento del Battesimo e nei quaranta giorni del deserto che seguono che insieme costituiscono l’inizio della vita pubblica; prima di scegliere gli apostoli; nell’orto prima della passione e morte. Se ne ricava che Gesù avverte il bisogno di affrontare la vita dopo averla letta alla luce della volontà del Padre. Anche nell’episodio che stiamo meditando ci accorgiamo che, dopo la preghiera, la sua vita prende un indirizzo inatteso: “Andiamo altrove”. Non è solo bisogno di stare da solo col Padre ma anche di programmare la sua vita in obbedienza al Padre. Possiamo azzardare qualcosa di più: se questo è il frutto della preghiera, non è fuori luogo affermare che il contenuto del suo pregare è quello stesso che insegnerà ai discepoli: il Padre nostro, non inteso come formula, ma nel suo contenuto essenziale: “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”, ecc.. Espressioni che dicono la totale dipendenza di Gesù dal Padre e la sua incondizionata dedizione alla realizzazione del regno.

Una testimonianza preziosa per ogni cristiano che è chiamato a imitarlo.



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