Globalizzazione e intercultura



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GLOBALIZZAZIONE E INTERCULTURA

(l’occidentalizzazione del mondo come soluzione “finale” delle problematiche interculturali?)

di Giorgio Dal Fiume
articolo pubblicato in EDUCAZIONE INTERCULTURALE, N°. 1, gennaio 2003,

Erickson edizioni, Trento


Che le recenti dinamiche geopolitiche identificate con il termine “globalizzazione” abbiano molto a che vedere con il progressivo sviluppo delle tematiche interculturali, crediamo sia un fatto scontato e oggettivo. Basti pensare a quanto incide sullo sviluppo in Italia delle iniziative a vario titolo definibili “interculturali” l’aumentata immigrazione verso il nostro paese, ed il sempre maggior contatto tra culture diverse, sia incontrandole nelle strade, nelle scuole e nei posti di lavoro delle nostre città, sia osservandole o ascoltandole comodamente davanti ad una televisione o un lettore di cd. Ma è lecito dubitare di quanto accada il contrario, almeno con continuità: quanto gli enti, i percorsi educativi e le iniziative che si occupano specificatamente di interculturalità, si occupano in modo consapevole e pianificato dell’ “attualità globale”? Se qui parlo di globalizzazione, se cerco di metterne a fuoco alcuni elementi costitutivi per proporre un piccolo ragionamento, è perché sono convinto che ciò costituisca una risorsa necessaria e indispensabile per chiunque, persona o struttura, si occupi in modo non estemporaneo di educazione interculturale, o di strategie interculturali in generale. Perché? Perché a mio avviso la globalizzazione in atto non è soltanto quell’irresistibile meccanismo economico e politico che oramai conosciamo e che tende a porre in relazione le differenze e le pluralità (per poi “ridurle ad una”), ma costituisce e produce anche un potente apparato teorico e concettuale che opera (in modo complesso e non sempre omogeneo) come un poderoso sistema educativo di massa. Sistema educativo tanto informale quanto pervasivo e proprio per ciò potente. Esso non solo costituisce il contesto nel quale cade ogni azione interculturale, ma produce esso stesso (e con continuità) “intercultura”: la nostra immagine dell’Altro (persona fisica o immaginaria che sia), della differenza culturale, delle stesse prospettive di integrazione e dialogo tra culture differenti, è oggi fortemente condizionata dall’immagine di mondo che il prisma della globalizzazione ci riflette quotidianamente, e dal significato che l’Altro/a assume in tale riflesso.
Quando parliamo di globalizzazione parliamo in sostanza dell’attualità geopolitica e delle sue dinamiche, e del sistema di criteri, regole e valori che la sostanzia. Ma tale è divenuto il carico ideologico di tale parola e di ciò che sottintende, che è impossibile rapportarvisi e “raccontarla” in modo neutro o freddamente didattico. Siamo di fronte ad un fenomeno che per quanto ampio e complesso sia, viene a tutte le latitudini utilizzato per produrre una sintesi di “dove va il mondo”, un’interpretazione valoriale sull’esito di questo “andare”, e soprattutto un giudizio sulle varie parti in causa che ne determinano (del mondo e dell’umanità) il viaggio, la direzione, i contenuti. Ovviamente un approccio di questo tipo produce continue forzature e strumentalizzazioni. D’altra parte per confrontarsi con ciò che non costituisce uno dei temi (fosse anche il principale) dell’attualità internazionale, ma che è invece il contesto stesso della contemporaneità (più che come “contenuto”, la globalizzazione può oramai essere definita come “ciò che contiene”), è inevitabile ricorrere a semplificazioni, priorità e chiavi di lettura. La mia, tanto per esplicitarla, è nettamente critica tanto verso gli effetti dell’attuale modello di globalizzazione, quanto verso i poteri che la determinano ed i contenuti dei messaggi che la propagandano. Ma accetta di rapportarsi al fenomeno della globalizzazione come ad un processo in atto, in parte preesistente alla modernità ed immanente nella storia dell’umanità, non semplificabile e risolvibile unicamente con la denuncia di un progetto maligno attuato da una cricca potente (per quanto di malignità e potere la globalizzazione sia piena), e la cui complessità ed ambivalenza (tra cui alcuni aspetti positivi, come l’interconnessione comunicativa planetaria e la maggior conoscenza delle differenze culturali) impediscono di tradurre ogni ragionamento con un “si” o un “no” definitivo. Ben più produttivo è contestualizzare qualsiasi conclusione, ed il percorso che la produce.
Esiste una versione ufficiale che racconta in cosa consiste la globalizzazione, e ne spiega i presupposti e gli effetti. Certo, non è una formuletta codificata e universalmente accettata o votata, mentre esiste un continuo dibattito su punti di dissenso o consenso. Ma basta incrociare le dichiarazioni ufficiali di governanti e membri dell’alta economia e finanza mondiale, rappresentanti delle istituzioni internazionali e articoli dei principali mass media, per ritrovare delle costanti sia nel contenuto, sia nel tono con i quali ci si rivolge al pubblico, e in particolare ai detrattori della globalizzazione. Queste costanti costituiscono la versione pubblica, istituzionale, che la cultura dominante promuove con cura e continuità. Essa dice alcune cose molto semplici, che oltre a proporre dei contenuti servono contemporaneamente ad interpretare i fatti del mondo, ed a proporre una direzione di marcia: la libera circolazione delle merci e dei servizi, ed il libero agire dei soggetti economici, costituiscono la miglior garanzia per promuovere e diffondere sviluppo, democrazia, benessere. La globalizzazione consiste quindi in tutte quelle regole e politiche che favoriscono il libero agire economico a livello internazionale, rompendo quell’insieme di steccati, protettorati, politiche nazionali doganali e vincoli pubblici dai quali proveniamo (in ciò sta il suo aspetto fortemente innovativo), e favorendo quindi libero accesso per tutti al mercato mondiale. Questa “spiegazione” si completa poi con presupposti ed obiettivi precisi. Tra i presupposti più significativi troviamo spesso l’affermazione che il libero concorrere delle forze economiche nel mercato globale è espressione diretta delle più avanzate forme di democrazia politica, e di uno “stato di diritto” ove gli stati non possano troppo condizionare la libera iniziativa privata: il mercato quindi come forma avanzata di convivenza. Mentre tra gli obiettivi più ricordati c’è che solo da tale pratica – chiamata in una parola “neoliberismo” – potrà derivare un vero riscatto da parte dei paesi poveri e marginali, che hanno tutto da guadagnare nel partecipare – aprendo al massimo i propri mercati interni e riducendo al minimo l’intervento dello stato in economia - al mercato globale, principale motore di creazione e distribuzione del benessere. Ovviamente esistono poi tutta una serie di corollari e conseguenze. Una delle principali è che l’accesso al mercato, all’economia globale ed alle infinite e positive potenzialità che ciò può dischiudere, è cosa possibile a tutti a condizione che se ne conoscano e agiscano i concetti chiave: competitività, innovazione, libera iniziativa, privatizzazione, produttività… insomma tutto ciò che declina nei vari campi le varie forme che assume la “modernizzazione”. Globalizzazione coincide quindi oltre che con democrazia anche con modernità e sviluppo: chi non si adegua è perché vittima di una cultura antistorica, subalterna alla conservazione e/o a regimi non democratici se non addirittura fondamentalisti. Se tutto ciò costituisce il nocciolo del processo di globalizzazione in atto, dobbiamo aggiungervi un altro ingrediente per avvicinarci al significato reale che tale processo assume nell’immaginario collettivo (e come per tutti i fenomeni umani, la globalizzazione consiste anche in come essa viene percepita). L’ingrediente ideologico, connesso agli interessi materiali e politici dei protagonisti della globalizzazione stessa. Di conseguenza essa viene normalmente (e definitivamente) presentata in modo da indurre un immaginario collettivo ove l’associazione virtuosa “globalizzazione/neoliberismo” viene percepita come sostanziale obiettivo storico imprescindibile per l’umanità, sorta di processo immateriale privo di attori e soggetti, oggettivo e spontaneo, unico futuro possibile per integrare tutta l’umanità in una forma di convivenza positiva, e di governo globale capace di superare gli egoismi nazionali e le tensioni particolaristiche. In una parola: la globalizzazione è il destino, la “deriva dei continenti” dell’umanità che ci spinge inesorabilmente verso forme evolutive e di convivenza superiori, sorta di indiscutibile forza naturale benigna che finalmente, una volta definitivamente sconfitto l’autoritarismo statale delle teorie e pratiche socialcomuniste, esalta gli aspetti omogenei dell’umanità a discapito delle differenze (causa delle tensioni), ponendo il consorzio umano all’interno di un unico percorso e di un unico orizzonte. E proprio qui troviamo l’implicito, ma potente, significato interculturale della globalizzazione.
Quanto detto potrebbe apparire come dovuto ad un intento caricaturale: nulla di ciò. Sono i global leader del pianeta a confermarlo in modo inequivocabile, basta aprire una qualche pagina di un quotidiano. Il 4/9/02 Colin Powell, il segretario di stato degli Usa, alla più grande conferenza mondiale organizzata, indetta dall’Onu a Johannesburg sul tema “Ambiente e Sviluppo”, ha formalmente dichiarato nel suo intervento ufficiale che “il commercio è il motore dello sviluppo”. Questa frase, perfetta sintesi dell’ideologia e dei valori neoliberali, viene quotidianamente supportata e alimentata da una valanga di immagini e informazioni che agiscono a vari livelli emotivi e intellettuali, riproponendo situazioni differenti ma che contengono alcune costanti facilmente rintracciabili. Qui, tra le tante, ne identifichiamo due che ci sembrano a maggior “contenuto interculturale”: 1) lo stato di indigenza nel quale versa una parte consistente dell’umanità deriva da un incrocio di cause e responsabilità interne, e dal permanere esterni al processo di globalizzazione; 2) la politica dei governi poveri onde migliorare la propria condizione deve fare sostanzialmente una unica cosa: saper attrarre investimenti dall’estero (altra cosa ribadita da Colin Powell a Johannesburg). Oltre a ciò, la globalizzazione appare e viene ogni giorno espressa e “misurata” attraverso tutto un flusso continuo di macrodati ed eventi globali, sconnessi e di difficilissima sintesi, il cui impatto, proprio per questi motivi, è sicuro. Andamento delle borse internazionali, investimenti finanziari nei paesi esteri, prestiti e debiti internazionali, interventi da parte di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, conferenze internazionali, impotenza delle Nazioni Unite, sexigate, Prodotti Interni Lordi, sbarchi di clandestini e flussi migratori, alleanze antiterrorismo e stati canaglia, fusioni di aziende e finanze, andamento delle monete più forti, andamenti occupazionali, consumi energetici, fondamentalismi religiosi, quante persone non hanno accesso all’acqua, quante vivono con un dollaro al giorno, o sono malate di AIDS, o sono bambini che lavorano, o donne condannate alla lapidazione per adulterio… Questo caleidoscopio di informazioni, interpretazioni, dati, essendo per la grande maggioranza costituito da una selezione di fatti oggettivi non (o difficilmente) contestabili in quanto “fatti”, spesso supportato da immagini ma altrettanto spesso non accompagnato da spiegazioni approfondite, quotidianamente in cambiamento ma quotidianamente riproponente le stesse implicite chiavi di lettura, produce spesso la sensazione che la realtà oggettiva del mondo sia effettivamente tale e quale come la selezione quotidiana dei mass media ce la rappresenta. E che quindi anche le emozioni che viviamo nel confrontarci con tale girandola informativa, e la sintesi percettiva che produciamo rispetto a tutto ciò, sia altrettanto oggettiva dei fatti che ci vengono mostrati, valida chiavi di lettura del mondo esterno e di interpretazione dei suoi cambiamenti, presenza degli immigrati dal Sud del mondo nelle nostre città compresa… Ma in tutto ciò, nelle teorie sulla globalizzazione e nella maggioranza della comunicazione e delle immagini che le danno apparenza, sono gravemente carenti un’altra parte di dati, di analisi, di interpretazioni e prospettive storiche, che oltre a contraddire spesso il quadro finale che esce dalle rappresentazioni istituzionali, ne complica maledettamente ogni interpretazione, ed ogni uso propagandistico.
La principale menzogna associata alla verità ufficiale ed alla percezione delle dinamiche della globalizzazione in atto è che essa sia un destino, priva di attori e forze che la determinano e la orientano, di poteri attivi, di soggetti che ne traggono vantaggio o meno. Non sarebbe difficile ricostruire la storia internazionale degli ultimi 25 anni, e cogliere i momenti nei quali sono state fatte certe scelte e le alternative possibili, e i movimenti agiti dalle forze in campo, verso dove hanno spinto, gli interessi connessi, le alleanze, e lo sviluppo che tutto ciò ha preso. Vedremmo allora con chiarezza una dinamica globale nel quale ciò che solo due decenni fa era oggetto di accesi contrasti e discussioni interminabili, oggi appare come scontato, naturale, oggettivo… Se non un progetto preciso, c’è senz’altro una intenzionalità, una convergenza di interessi ed una costanza nel tempo che connette le cause del rapidissimo e progressivo indebitamento di tantissimi paesi del Sud del mondo tra 1976 e 1985, con lo svuotarsi delle politiche sociali e di sviluppo di altrettante nazioni, e che connette tutto ciò con il crollo mondiale dei prezzi delle materie prime del decennio successivo. Così come c’è un sicuro nesso tra i poteri che hanno portato allo smantellamento (inizio anni ’90) dell’ufficio dell’ONU che aveva promosso un osservatorio sulle multinazionali (ed un codice di condotta in base al quale monitorarne l’attività e l’impatto nei paesi del Sud del mondo), e le coalizioni di grandissime multinazionali che nell’ultimo decennio hanno pubblicamente partecipato alle grandi conferenze che si occupavano dei principali problemi del pianeta (povertà, ambiente, energia, acqua, alimentazione…) con una intensissima attività di lobby e condizionamenti sui processi decisionali, spesso tradottasi in produzione di documenti e finanziamenti a ricerche scientifiche, e partecipazione diretta ai meeting internazionali. Lobby che continua come attività quotidiana di confronto con le principali istituzioni e governi del pianeta, o al loro stesso interno, come nel caso del governo USA dove lo stesso presidente federale Bush, ben 6 ministri (non tra i minori), molti viceministri ed una marea di dirigenti proviene direttamente da Consigli di Amministrazione e Direttori di multinazionali americane, preferibilmente del petrolio e degli armamenti… Così come non è affatto difficile trarre delle conclusioni dal mettere assieme i tempi nei quali i principali paesi del mondo, Stati Uniti in testa, si sono rifiutati di concludere qualsiasi accordo relativo al commercio internazionale in sede Nazioni Unite (dal 1948 fino agli anni settanta), e gli anni nei quali sono partiti (con una agenda dei lavori ed obiettivi non gestiti dall’Onu) i negoziati sulla liberalizzazione del commercio e delle tariffe internazionali (Gatt) che hanno poi portato nel 1994 alla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), principale potere della globalizzazione ed altare del neoliberalismo. D’altra parte, se andiamo a vedere chi ha più spinto nel 1980 per iniziare a smantellare gli accordi e i meccanismi per stabilizzare i prezzi internazionali delle materie prime, promossi dalle Nazioni Unite nel 1964 alla nascita dell’Unctad (la Conferenza dell’Onu su Commercio e Sviluppo), quando il problema delle materie prime venne identificato come prioritario per una politica mondiale tesa a ridurre lo squilibrio Nord/Sud, troveremo alcune delle stesse nazioni che oggi comprano quegli stessi prodotti a prezzi molto inferiori a quelli di vent’anni fa… Ancora più facile risulterebbero le considerazioni derivanti dal verificare quale nazione si è sempre opposta all’effettiva nascita di forze armate gestite direttamente dall’Onu, risultando poi il suo principale debitore e tra gli stati che meno hanno ratificato le sue convenzioni, ed allo stesso tempo presiede e comanda la Nato… Certamente, non possiamo dire che ciò che oggi è divenuta “la globalizzazione” è solo frutto di cospirazioni o forzature, e che tutto è solo negativo. L’attuale “stato del mondo” – comunque la si pensi - non può in ogni caso essere addossato alla responsabilità di una sola nazione o coalizione di stati: la vittoria di un progetto deriva senz’altro anche da responsabilità o complicità altrui, dalla storica sconfitta di modelli politico strategici diversi dal capitalismo, nonché dalle positive capacità di aggregazione e creazione di consenso e produzione di benessere del modello vincente. Ma, rimanendo in tema di globalizzazione, più che il giudizio storico sugli attori, qui preme un giudizio sulla falsità della mistificazione di una globalizzazione presentata come un puro dato di fatto “oltre la storia”, senza cause, senza interessi, senza padroni: la globalizzazione c’è, è inutile contestarla, bisogna governarla. Quante volte avete sentito questa affermazione?
Altrettante volte avrete sentito che l’attuale globalizzazione è equa e offre opportunità a tutti in quanto basata sul libero commercio. Appunto, come dicono i sacerdoti del neoliberismo e la maggioranza degli uomini di stato, commercio è sinonimo di libertà e sviluppo, e quindi per questo i paesi non ancora integrati nell’economia di mercato e nel sistema di privatizzazioni, devono – se vogliono davvero provare la loro buona fede - farlo al più presto. Questo teorema delle pari opportunità costituisce la seconda grande menzogna globale. Ancor più grave della prima, poiché in questo caso bastano pochi dati ed un pochino di buona volontà per togliere qualsiasi dubbio. Spesso si dice che oggi a propugnare la teologia del libero mercato come panacea di tutti i mali e parametro di misurazione di civiltà, ma anche della legittimità di una nazione (in base al proprio tasso di liberalismo economico) di partecipare al consesso internazionale, sono le stesse nazioni che fino a pochi decenni fa hanno adottato (crescendo e rafforzandosi) rigide forme di protezione dei propri mercati interni e delle proprie aziende. Vero. Ma non è tanto ciò a denunciare come vera e propria ipocrisia la propaganda che assimila necessariamente la globalizzazione al liberismo economico, e che associa questo con pari opportunità di sviluppo per tutti. C’è ben dell’altro: oggi nel mondo reale una mucca di un paese europeo riceve il doppio (in cifre reali) di sussidi, aiuti, incentivi alla produzione, riconoscimenti economici, di quanti ne riceva un qualsiasi contadino del Sud del mondo. L’ammontare dei sussidi mondiali a sostegno delle produzioni del Nord del pianeta corrisponde a 6 volte il totale globale di quanto viene investito in ogni attività di cooperazione internazionale (360 miliardi di euro contro 55). L’unione Europea spende quasi la metà del suo bilancio totale in sussidi e sostegno (per controllo o abbattimento dei costi o dei prezzi finali) all’agricoltura dei 15 paesi che la compongono. Contemporaneamente le stesse nazioni del Nord che strillano per qualsiasi tassa sulle importazioni prevista dai paesi poveri - sui territori dei quali le aziende del Nord rivendicano free tax zone per insediare le proprie attività - hanno un complicato e vastissimo sistema di dazi, tasse e limiti quantitativi (vere e proprie gabelle doganali) che vengono sistematicamente applicati alla maggioranza dei prodotti alimentari e tessili dei paesi del Sud. L’associazione dei dazi doganali con il meccanismo dei brevetti e della proprietà intellettuale sui prodotti agricoli geneticamente modificati (ogm: uno dei cavalli di battaglia dell’OMC) comporta poi effetti particolarmente perversi. Per esempio mentre nei nostri negozi è difficile trovare riso indiano o thailandese, il cui prezzo comunque è reso non competitivo dalle tasse di importazione italiane imposte per proteggere i nostri produttori, le multinazionali agrochimiche del Nord commercializzano liberamente risi con i nomi delle qualità pregiate di India e Thailandia (Basmati e Jasmine), coltivate in altri luoghi e le cui qualità similari al prodotto originale sono ottenute attraverso modificazioni genetiche (biotecnologie), che vengono commercializzate con prezzi che rendono non redditizia la produzione degli stessi risi nei prodotti d’origine tradizionale, minacciando quindi quegli stessi agricoltori al cui millenario lavoro si deve il Basmati o il Jasmine. La casistica sui dazi alle importazioni è infinita, e recentemente si sta arricchendo anche di tasse imposte indiscriminatamente a qualsiasi paese estero: è il caso degli Stati Uniti stessi, che nel marzo 2002 per proteggere la propria produzione di acciaio hanno imposto tasse agli acciai importati dall’estero (salvo poche eccezioni) fino al 30% del valore del prodotto importato. E sempre gli Stati Uniti, che chiedono con forza all’Unione Europea di smantellare il proprio sistema di sussidi ai contadini europei, sono stati recentemente condannati (per una cifra record di 4 miliardi di dollari) dall’Organizzazione Mondiale del Commercio in quanto sostengono in modo “non liberale” l’esportazione di prodotti della propria industria pesante (aerei, armi, grandi impianti…). Ma ad illuminare forse ancor più le vere dinamiche che regolano il mitico libero mercato, è sufficiente avere qualche dato relativo alla concentrazione dei poteri economici e commerciali, e chiedersi: che libera competizione c’è nel mercato internazionale del petrolio controllato da meno di una decina di colossi, o in quello delle banane (il principale prodotto agricolo “fresco” commercializzato al mondo) dominato da 4/5 multinazionali, o in quello delle televisioni americane, controllato da 3/4 grandi cartelli, o in quello del software, o delle biotecnologie? Dazi, oligopoli, monopoli… in questo contesto, per capire davvero il mercato globale e cosa determina l’arricchimento o l’impoverimento della maggioranza degli abitanti del pianeta, e in particolare delle grandi masse di persone dei paesi del Sud del mondo (e quindi anche di cosa muove gli immigrati a venire nei nostri paesi) occorre andare ben oltre la retorica della globalizzazione, e i dati del Nasdaq, del Mibtel o del Nikkei.
Tutti i giorni, ripetutamente, veniamo aggiornati sull’andamento delle borse. Lo spostamento di enormi masse di danaro in tempi velocissimi e in contemporanea su mercati di continenti diversi, e la reattività che hanno i mercati finanziari nell’interconnettersi o nel reagire a vicende capitate a migliaia di chilometri di distanza, costituiscono uno degli aspetti più spettacolari della globalizzazione, quotidianamente decantato dai mass media. Non è che ciò non sia vero. Ma costituisce uno specchio dove la cultura dominante riflette sé stessa, una immagine assolutamente parziale della globalizzazione, talmente non in grado di spiegare le reali condizioni di vita della popolazione mondiale, da risultare nella sostanza falsificante rispetto ai rapporti di cause/effetto che determinano l’impatto reale che la globalizzazione ha sulla maggioranza dei paesi di Africa, Asia, America Latina. E’ l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo (Undp) che calcola che lo sviluppo delle nuove tecnologie aumenta il divario tra ricchi e poveri: dei 500 milioni di persone che hanno accesso ad Internet, il 72% vive nei paesi ricchi, che contano per il 14% della popolazione mondiale. Sarebbe allora molto meglio parlare tutti i giorni dei prezzi delle materie prime: capiremmo molto di più che cos’è la globalizzazione. Cause, effetti, chi ci guadagna, chi ci perde, quali alternative ci sono. Anche qui, pochi esempi bene illustrano la situazione generale. Dati del 1997 ci dicono che 50 nazioni del Sud del mondo dipendevano dall’esportazione di massimo tre materie prime (caffè, cotone, cacao, carne, pesce, minerali…) per oltre il 50% del loro valore totale delle esportazioni. Una trentina ne dipendevano per oltre il 70%, delle quali oltre la metà avevano una dipendenza di oltre il 90%. Ovviamente, la maggioranza di loro costituiscono quelle che in gergo internazionale vengono chiamate “nazioni ad alto indebitamento” (il che spesso significa non più in grado di rimborsarlo), obbligate – come la grande maggioranza dei paesi di Africa, Asia e America Latina - dalle pressioni politiche e dai vincoli posti da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale per concedere ulteriori prestiti, a concentrare tutti gli investimenti nazionali nel favorire al massimo le esportazioni di tutto ciò che può interessare il mercato internazionale, unico loro modo per entrare in possesso di valuta pregiata con la quale sperare di rimborsare i debiti. Ma su quali entrate – e quindi su quale programmazione, sviluppo, sicurezza - può contare un paese economicamente totalmente dipendente da esportazioni il cui prezzo non è assolutamente in grado di condizionare, ma dall’andamento del quale è condizionato in modo determinante? E come può osservare e giudicare il libero mercato e la globalizzazione quel miliardo di persone (sugli oltre 2,5 occupati in agricoltura) il cui reddito finale – cioè la sua vita - dipende direttamente dal valore che altri daranno al suo prodotto sul mercato internazionale? Nell’ultimo decennio il prezzo delle materie prime si è ridotto drasticamente: molti prodotti hanno visto il loro valore calare del 30% o più. Nel 1998 i prezzi sono crollati – mediamente – del 15,7%; nel 1998 ancora meno 10,9%. La Banca Mondiale stima che nel 2007 il prezzo delle materie prime sarà inferiore a quello del 1998 in media del 16%. Quasi tutti i paesi coinvolti hanno reagito a tale andamento cercando di compensare la caduta dei prezzi con l’aumento della produzione. E ciò ha causato l’aumento del 59% delle esportazioni di 21 materie prime tra il 1970 e il 1997. La juta, materia prima di scarso valore ma dalle cui esportazioni dipendono alcuni paesi, primo fra tutti il Bangladesh, tra 1996 e 1999 ha diminuito il proprio prezzo di oltre un terzo, mentre il suo valore è passato dai 969,7 $/ton. del 1975 ai 259 del 1998. Il prezzo dello zucchero è passato dai 12,6 $ per libbra del 1990 ai 5,8 del 1999. Nello stesso periodo il prezzo mondiale della gomma si riduceva dai 408,6 $/ton. ai 257,8. Dal 1980 al 2000 il prezzo mondiale del cacao (Costa d’Avorio, Camerun, Nigeria e Ghana producono il 60% del cacao commercializzato nel mondo) è sceso del 71%, gettando nella disperazione i tre milioni di coltivatori (e le loro famiglie) che dipendono da questa coltivazione, i cui prezzi sono crollati – la storia è esemplare di quanto accaduto per tanti altri prodotti – in seguito alla rottura degli accordi fatti tra i paesi produttori per salvaguardare la stabilità dei prezzi, anche causa la sovrapproduzione dovuta proprio allo stimolo a produrre di più per esportare di più per meglio pagare i debiti (per ricevere altri prestiti). Attualmente in Africa la produzione di cacao (a parte chi lo vende nel circuito del commercio equo e solidale) garantisce ad ogni addetto un reddito annuale che oscilla tra i 30 e i 110 dollari. Dopo il collasso degli anni ottanta dei vari meccanismi internazionali di regolazione dei prezzi di molte materie prime, l’Occidente ha operato una deliberata “politica di non intervento”, decidendo ripetutamente (e ribadendola anche nell’attualità) di non inserire nell’agenda politica internazionale la crisi delle materie prime e le conseguenze per i paesi produttori, ovviamente appellandosi alle regole del libero mercato padre di tutti gli sviluppi. E mentre i prezzi delle materie prime continuano a scendere, i prezzi dei prodotti finiti continuano a salire: l’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad) fornisce l’esempio del caffè: il prezzo dei chicchi è calato del 18% tra 1993 e 1995, mentre il prezzo del caffè per il consumatore finale negli Stati uniti è aumentato nello stesso periodo del 240%. Quella del caffè è la storia più esemplare, mercato dal quale 25 milioni di famiglie di coltivatori traggono la propria sussistenza. In questo mercato la grande novità del decennio1990/2000 è stata la crescita enorme dei produttori asiatici, in particolare il Vietnam (e, meno, l’India). Nella stagione ‘89/’90 la produzione del Vietnam fu di 1 milione di sacchi (da 60 kg.). A partire da quell’anno, avendo presente gli alti prezzi internazionali del caffè del tempo, ed entrando a contatto col mercato globale, il Vietnam decide di investire massicce risorse nella produzione ed esportazione del caffè. Dieci anni dopo produce 7,6 milioni di sacchi di caffè, ponendosi come terzo esportatore mondiale, e contribuendo non poco al fatto che negli ultimi 20 anni la produzione del caffè è cresciuta più del doppio rispetto al consumo della bevanda. L’esito finale? Tra gennaio 1998 e gennaio 2002 il prezzo internazionale del caffè è crollato dell’80%! Attualmente il prezzo del caffè non riesce nemmeno a coprire i costi di produzione, come dimostrano i 170.000 posti di lavoro persi in Centro America nel 2001 nel settore, mentre nello stesso anno un piccolo produttore (2 ettari) di caffè della Repubblica Dominicana guadagnava 130 $ l’anno (36 centesimi di dollari al giorno; se lo stesso produttore vendeva al mercato equo e solidale, guadagnava 2,6 dollari al giorno). Uno studio di Oxfam (Gran Bretagna) mostra le conseguenze dell’attuale crisi del caffè in alcune aree africane, dove i piccoli coltivatori non possono neanche permettersi di pagare per i propri figli una retta annuale scolastica di 10 dollari. Nei primi anni novanta il totale del caffè commerciato era del valore di 30 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi rimanevano nei paesi d’origine. Nel 2000/2001 il commercio totale del caffè era del valore di 65 miliardi di dollari, dei quali solo 5,5 miliardi rimasti nei paesi produttori. Capito la globalizzazione? Ora, se tutto questo è accaduto e accade è certamente anche causa la complicità di quanto avviene all’interno di molti paesi del Sud del mondo: corruttibilità, subordinazione culturale, mancanza di democrazia, egoismo delle classi dirigenti, disinteresse sociale, particolarismo e incapacità di programmazione politica… Tutto vero. Ma le connessioni tra ciò ed il ruolo “ispiratore” dell’Occidente e delle principali istituzioni internazionali è innegabile. E comunque rimane un fatto indubitabile: l’attuale processo di globalizzazione è un processo nel quale chi ha potere ha fatto le regole e ne trae i vantaggi.
Il commercio internazionale potrebbe essere un potente mezzo per la riduzione della povertà, siamo d’accordo. Ma l’attuale modello di globalizzazione è costruito perseguendo il contrario: le attuali regole e pratiche commerciali opprimono la maggioranza delle popolazioni del Sud del mondo (specie quelle più povere, rurali, escluse), anziché “svilupparle”. Questo è il neoliberismo, oltre le ideologie. Né destino metastorico né pari opportunità: l’attuale modello di globalizzazione è tutto dentro la storia umana, compimento su scala planetaria di un processo storico di dominazione di una parte sul tutto. Togliamoci dalla testa di essere di fronte ad un processo che abbia nelle proprie finalità, o nelle intenzioni di chi lo determina, un qualsiasi interesse di giustizia o equità internazionale: la globalizzazione economica, finora, si è cibata delle differenze economiche e sociali planetarie (bassi salari, bassi diritti, disponibilità di manodopera) che hanno permesso la delocalizzazione mondiale di parte della produzione industriale, con una distribuzione iniqua degli utili derivati: i 20 milioni di dollari pagati dalla Nike per la pubblicità al testimonial Michael Jordan corrispondono all’ammontare degli stipendi annuali dei 300.000 lavoratori indonesiani dell’industria delle calzature. Le stesse differenze che continuano a permettere ai ricchi di poter continuare ad accedere a risorse alimentari, ambientali e materie prime a basso prezzo. Siamo di fronte ad una dinamica internazionale che oltre al favorire una concentrazione di poteri (economici, politici, militari) come mai si era visto nella storia umana, maschera con la retorica dell’universalismo dei valori portato dalla globalizzazione il trionfo della tensione fortissima della parte dominante il pianeta – l’Occidente – a divenire l’unico “globale”, assicurandosi il controllo dei meccanismi (tra i quali anche le fonti di informazione) che determinano il permanere e lo stabilizzarsi su scala planetaria del proprio predominio economico e del proprio vantaggio. “Lo stile di vita americano non è negoziabile”: questa frase, detta pubblicamente da Bush padre al Vertice Onu su “Ambiente e Sviluppo” del 1992, e ribadita da Bush figlio, spiega di più sulla globalizzazione che tanti editoriali.
Ed è per questo che faticherebbe assai chiunque volesse rintracciarvi due aspetti che in un qualsiasi “sistema globale” dovrebbero essere determinanti: 1) modelli di governance politica (sistemi di governo) davvero globali e sovranazionali; 2) politiche di redistribuzione del reddito e di riduzione del divario tra Nord e Sud, tra centro e periferia, tra inclusi ed esclusi, tra “connessi” e non, tra obesi e affamati. Non è un caso, né un errore: questo è il modello di sviluppo volutamente perseguito. Non da quella globalizzazione in astratto, intesa in senso generale e teorico, che spesso risulta essere l’unico oggetto di analisi e approfondimento di tanti intellettuali o mass media, o di chi banalizza il messaggio “no global” (d’altra parte anch’esso a volte altrettanto banale e schematico). Ma da “questa” globalizzazione, quella che si realizza qui ed ora grazie al perseguimento dello smantellamento di qualsiasi sistema di governo mondiale sovranazionale e condiviso, e di politiche tese alla redistribuzione, alla partecipazione ed al riequilibrio su scala planetaria. Come spiegare allora (ancora con il “destino”?) il fallimento clamoroso e irreversibile (almeno per l’attualità ed il futuro prossimo) del sistema delle Nazioni Unite, ridotte ad essere un centro studi e di organizzazione di world conference senza alcuna influenza pratica, sorta di guardaroba giuridico e logo cui si accede per legittimare le proprie politiche (soprattutto quelle militari) su scala globale, ma che si tiene accuratamente fuori dalla porta laddove si prendono le decisioni o ci si occupa di conflitti particolarmente significativi (tipo Israele/Palestina)? Il decennio tra il 1992 ed il 2002 è stato caratterizzato da una densità mai vista di megaconferenze dell’Onu, iniziato e chiuso sui temi dell’ambiente e dello sviluppo, e da una produzione di studi e statistiche impressionante che hanno sviscerato tutti i temi globali: popolazione, donne/genere, povertà, acqua, esclusione sociale, alimentazione ed agricoltura. I risultati sono sugli occhi di tutti, ed i termini delusione e fallimento sono stati quelli più utilizzati dai mass media. Contemporaneamente negli ultimi 18 mesi gli Stati Uniti si sono ritirati, o non hanno aderito, ad una quantità impressionate di trattati internazionali, spesso promossi o gestiti dall’Onu. Tanto per citare i più significativi: quello per il divieto di qualsiasi esperimento nucleare, quello sulla diminuzione dell’effetto serra (protocollo di Kyoto), quello per l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale. C’è una relazione tra questi due fatti? Nella ridondante e quotidiana dose di dibattiti sulla globalizzazione e le sue problematiche, non troverete alcuna risposta a tale domanda. Nella vetrina del neoliberismo vi è una esposizione continua di dati e statistiche che dimostra come a livello mondiale – grazie al trionfo di quel mercato globale, che esiste ma che non è libero – le condizioni sociali del mondo sono complessivamente migliori (meno affamati, più scolarizzazione, più democrazia), ma nulla troverete sui dati disaggregati che dimostrano l’espandersi sempre più forte della distanza tra i più ricchi e i più poveri (se nel 1960 il 20% della popolazione mondiale aveva un reddito pari a 30 volte quello del 20% più povero, oggi tale divario è salito a 82 volte!), sul non rispetto di tutti gli obiettivi di riduzione delle problematiche sociali e ambientali, sugli effetti disastrosi sulle popolazioni locali di politiche economiche globali decise altrove. Nessuno racconta alcuni aspetti curiosi della globalizzazione, per esempio la “hamburger connection”: per permettere ai nostri adolescenti di consumare enormi quantità di carne macinata a basso prezzo occorre mantenere (al Sud del pianeta, soprattutto in America Latina) enormi estensioni di terre a pascolo, causando l’estromissione o il non accesso di milioni di contadini alla terra... Sarà anche per questo che secondo l’Undp in base ai risultati ed alle politiche attuali ci vorranno almeno 130 anni per eliminare la fame dal pianeta, e che forse nel frattempo avremo perso l’Africa. Nelle lamentazioni sulla povertà, i morti per fame ed i bambini sfruttati, si ragiona sempre di cifre investite per debellare questi problemi. Ma da nessuna parte troverete proposte politiche per evitare l’impatto che ha sui poveri, sugli affamati, sui bambini la costante diminuzione dei prezzi delle materie prime. Oppure ragionamenti sui dati forniti a Johannesburg dall’Unesco, secondo cui investendo in 10 anni il 30% (110 miliardi di dollari) di quanto il Nord investe ogni anno in sussidi all’agricoltura, si assicurerebbe a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso ad acqua potabile (1,4 miliardi di persone) ed ai servizi sanitari di base (2,4 miliardi di persone). Ma un accordo politico che si ponesse tali obiettivi, renderebbe meno globalizzato il mondo nel quale viviamo? No, assolutamente. Ma andrebbe contro il principale dogma globale che determina questa globalizzazione: la politica su scala globale serve non per orientare le scelte, ma eventualmente solo per “ridurre il danno”. A determinare le scelte su scala globale è sempre l’economia. Cioè: gli interessi economici connessi alla parte politica dominante. Questa globalizzazione è il trionfo del fattore economico (e quindi della massimizzazione dei profitti) sul fattore politico, sulle sue istanze e sui suoi meccanismi di rappresentanza. “People over profit” (le persone prima del profitto) gridavano i partecipanti alle manifestazioni di Seattle e Porto Alegre. Affinché sia l’Organizzazione Mondiale del Commercio a doversi subordinare ai protocolli Onu (o di qualsiasi altro ente politico sovranazionale) su Ambiente, Sviluppo, Povertà e Agricoltura (e non il contrario, come ora) non è necessario abolire la globalizzazione e la libertà, come vogliono farci credere. Sarebbe sufficiente ragionare sulle alternative e sui contenuti. Rifiutarsi di accettare che globalizzazione fa rima con monocultura. “Le monoculture della mente cancellano la percezione della diversità e insieme la diversità stessa. La scomparsa delle diversità fa scomparire le alternative…” (Vandana Shiva).
Ma una lettura unicamente economicista della globalizzazione è errata. Essa mette in gioco anche altri aspetti sociali e culturali, modificandone significato e portata. Per esempio, l’attuale processo di globalizzazione è portatore di una monocultura globale, che tende lentamente a imporsi ad ogni latitudine. E’ appunto quel fenomeno più volte citato come occidentalizzazione del mondo. Ora, va da sé che una minore distanza tra le differenze culturali del pianeta sia un fatto molto positivo. Ma è quanto sta accadendo? Non lo sappiamo. Ma sappiamo per certo che qualsiasi cosa stia accadendo su questo piano, esso arriva prima o poi ad incidere direttamente su tematiche come differenza e uniformità, relativismo e universalismo, sviluppo e arretratezza, modernità e tradizione… Cioè, su tutte quelle tematiche anche in base alle quali costruiamo la nostra immagine dell’Altro da sé, e la percezione della differenza culturale. Ecco perché il piano inclinato della globalizzazione inevitabilmente invade (con le sue bugie e la sua portata ideologica) anche gli spazi ove si determinano le dinamiche interculturali, modificando la percezione delle culture altre, della stessa diversità culturale. E rifornendoci tutti di significati in base ai quali incontriamo e interpretiamo la differenza culturale. Incontro che avviene sempre sulla base (reciproca) di pregiudizi e rapporti di forza preesistenti, che producono sempre (inizialmente) dinamiche latenti di gerarchia e conflitto. Oggi la globalizzazione (l’alto impatto emotivo che induce associato alla disinformazione che l’accompagna) produce una informazione relativa agli “altri” tale da rinforzare in modo irresistibile il senso di superiorità della cultura occidentale, i cui parametri e valori divengono sempre più quelli universali dell’umanità. La globalizzazione ed il pensiero unico che l’accompagna propongono quotidianamente a tutti noi (ed anche agli abitanti dei paesi del Sud del mondo, migranti compresi) una lettura delle condizioni di arretratezza (valutate con parametri apparentemente neutrali e oggettivi, e ignorando quelle altre informazioni o chiavi di lettura i cui esempi ho cercato di portare precedentemente) come direttamente derivate e conseguenti dall’arretratezza dei sistemi culturali e sociali di quei paesi stessi, e quindi dei loro abitanti. Sappiamo bene che ciò in parte è sempre avvenuto o possibile: oggi abbiamo un formidabile rinforzo di massa, e su scala planetaria, a questa interpretazione etnocentrica, che spinge fortemente ad omogeneizzare a sé stessi, ai propri parametri e valori culturali, ogni cultura differente, deducendone “a priori” una (apparentemente ovvia e scontata, e quindi proprio per questo fortissima e senza necessità di conferme) gerarchia di valori culturali tra “noi” e “loro”. Comunque la pensiamo su globalizzazione o immigrazione, credo che chiunque si occupi di intercultura colga come tutto ciò, che ci interessi o meno, alla fine ricade anche sul suo lavoro. E si traduce in una domanda difficile: come fare interculturalità, in un contesto che tende a globalizzare aprioristicamente la percezione dell’altro/a non occidentale come proveniente da una cultura inferiore? Come produrre strategie, didattica, educazione interculturale in un mondo dove sempre più (anche per chi è fuori dall’occidente) i nostri valori divengono i valori, assoluti ed universali? Questo tema di grande complessità non può essere eluso nelle attività interculturali, pena il rimanere in un contesto educativo astratto, o l’evocare un mondo buono e ideale sempre altrove rispetto al mondo reale, e rimanendo in definitiva incapaci di affrontare la percezione della diversità che l’esperienza quotidiana di tutti i giorni produce. La globalizzazione e la monocultura che l’accompagna costituiscono oggi una risposta concreta e pragmatica (sorta di ipotesi di soluzione finale) alle problematiche poste dal confronto con la diversità culturale, che la globalizzazione ha sicuramente ravvicinato e reso quotidiano. E costituiscono quindi un polo educativo implicito con il quale è necessario confrontarsi, in quanto spesso base di quello schema di riferimento e sistema di valori e significati con i quali le persone – soprattutto gli adolescenti e gli adulti – si confrontano con la diversità, ed anche con qualsiasi iniziativa a carattere interculturale. Questo polo educativo produce anch’esso una cultura dell’integrazione, dove il superamento del conflitto interculturale, globale o locale che sia, avverrà solamente quando l’umanità avrà adottato una unica cultura condivisa: la nostra.
L’operatore interculturale si trova di fronte quindi ad un paradosso, che complica assai il suo ruolo, offrendogli una opportunità ed allo stesso tempo tendendo a negargliela. L’opportunità è fornita dal lato positivo della globalizzazione, quello di interconnessione delle culture e delle differenze, che fa emergere come mai prima d’ora le differenze culturali in modo vivo e (relativamente) accettato. Ma nel momento stesso nel quale il processo storico in atto rileva le diversità culturali, tende anche a cancellarle, integrandole ed omogeneizzandole in un mondo ad una dimensione ove il superamento della diversità avviene attraverso l’imposizione (o la vittoria) di una cultura omogenea, che permette a noi “uomini bianchi” di esportare ed assolutizzare – senza colpa o peccato - i nostri pregiudizi. Come già detto, non neghiamo nell’affermarsi di una cultura almeno in parte condivisa anche valori positivi. Ma onde evitare che l’educazione e la pratica interculturale non rinunci al proprio ruolo educativo (e quindi di cambiamento), riducendosi ad “ancella” che accompagna e convalida le dinamiche in atto senza interferirvi, sarebbe bene investire anche nel “capire la globalizzazione”, anche per adeguare le nostre pratiche educative e la nostra cultura di base a questo oramai irreversibile mondo globalizzato. Basterebbe, tra l’altro, che la nostra scuola si occupasse di più e meglio dell’attualità politico sociale, uscendo dall’ossessione che vede come determinante per i futuri cittadini del mondo che dovrebbe formare la conoscenza dettagliata della nostra cultura e radice classica e italica, mantenendoli invece semi-ignoranti sulle dinamiche contemporanee. O che l’ambito politico e sociale proponesse con minor timidezza una lettura non stereotipata e più ricca di capacità critica e interpretativa del presente e soprattutto del futuro… ma mi rendo conto che non sono queste le tendenze in atto. Più semplicemente, mi limito a fornire come materia di studio una pagina che l’antropologo americano Ralph Linton scriveva nel 1936, in un trattato di antropologia, e che a mio avviso continua ad essere in cerca di commentatori: “Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente ma che venne poi modificato nel Nord Europa prima di essere importato in America. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente addomesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini, inventati dagli indiani delle contrade boscose dell’Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee ed americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani (…). Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che sono una antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia inventato in Cina; il suo coltello è d’acciaio, lega fatta per la prima volta nell’India del Sud, la sua forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell’originale romano (…). Quando il nostro amico ha finito di mangiare si appoggia alla spalliera della sedia e fuma, secondo un’abitudine degli indiani d’America (…). Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi semiti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che s’agitano all’estero, se è un buon cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica di averlo fatto al cento per cento americano.” (in U. Fabietti, L’identità etnica, 1998)


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