Gmg madrid 2011



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GMG Madrid 2011

Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede (cfr. Col 2,7)

Alcorcón – San Pedro Bautista, 17 agosto 2011


PRIMA CATECHESI

Saldi nella fede

Carissimi giovani,

la straordinaria stagione dell’esistenza che state attraversando è ricolma di domande e di attese, di sogni e di progetti, ma anche di sfide e di inquietudini: siete alle prese con il vostro presente e con il vostro futuro; siete alle prese con la vita, perché essa possa diventare sempre più compiutamente una vita buona e realizzata. Ogni vostra ricerca, ogni vostro sforzo, ogni vostra relazione e ogni vostra scelta sono orientati a questo obiettivo. Lo sguardo di ciascuno di voi si spinge lontano, nel domani, e poi, continuamente, si misura con la quotidianità: in questa duplice prospettiva, tra l’“oggi” e il “per sempre”, voi mettete in gioco le vostre risorse migliori, superate le paure paralizzanti, cercate i legami autentici e gli equilibri armonici; affrontate le domande serie dell’esistenza, sostenete le delusioni, lottate contro la fragilità e l’incertezza per poter trovare la felicità vera. Come ogni uomo, anche voi siete cercatori di gioia; ma perché il vostro impegno non vi deluda e perché il vostro cammino non si smarrisca, voi dovete diventare naviganti dell’infinito: dovete cioè diventare degli autentici e sinceri cercatori di Dio. Soltanto incontrando lui la vostra vita sarà piena e il vostro orizzonte abbraccerà l’eternità.
Il punto di partenza di ogni cammino di ricerca è costituito dal luogo e dal tempo in cui si è posti. Dobbiamo chiederci: «Dove mi trovo?», e dobbiamo declinare questa domanda secondo prospettive molteplici. A livello personale: «quali sono le mie certezze e le mie relazioni, la mia vocazione e le mie prospettive?». A livello sociale e culturale: «quali pensieri attraversano il mondo, e quali eventi stanno segnando la storia? Cosa mi offre e cosa mi chiede la società in cui abito?». In questo punto di partenza abbiamo già una certezza, importante e per nulla scontata: non siamo uomini per caso. Non siamo venuti al mondo e non lo abitiamo per una coincidenza fortuita o casuale; ciascuno di noi è ben più della somma degli elementi chimici che lo compone e della natura biologica che lo struttura. Intuiamo che all’origine sta un mistero che ci ha generato e che ci ha posto sulla terra con un disegno solido ed un progetto d’amore. È una certezza grande!

L’ospite gradito

L’uomo, cercatore di gioia, sa che può trovarne la sorgente nell’appartenere a qualcuno. La più grande tristezza è la solitudine; anche quella della propria origine. Essere frutto del caso significa non essere di nessuno, mentre sapersi creati da Dio per amore significa collocarsi dentro un pensiero ed un cuore grandi di Qualcuno che ci ha preceduto e che ci ha voluto. Fin dal primo istante della mia esistenza io sono un uomo che è stato pensato e che è stato posto nel mondo. Lo stesso concepimento da parte dei genitori e lo stesso parto della donna dicono questa verità: noi siamo stati attesi, desiderati e messi al mondo da altri. Con questa consapevolezza dobbiamo allora orientarci nel mondo e dobbiamo percorrere la nostra strada.


Eppure la nostra società sembra aver dimenticato Dio o essere indifferente nei suoi confronti. Non ci sono solo un rifiuto positivo o un ateismo pratico, fatto di scelte e di criteri lontani dalla trascendenza; c’è piuttosto la presunta consapevolezza di poter fare a meno di Dio: un dio che non è più necessario, perché l’uomo può cavarsela da solo. La conseguenza di questa presunzione conduce l’uomo alla solitudine e alla rassegnazione dinnanzi al suo limite; l’uomo che si pensa semplice frutto del caso è destinato al fatalismo: la sua vita sarà affidata alle sole sue mani e alla benevolenza della sorte. Un rischio troppo grosso.
Ma, nonostante tutto, nell’uomo contemporaneo permangono una nostalgia di Dio e un desiderio sincero di trascendenza. L’uomo ha bisogno di un respiro che lo porti oltre il proprio limite ed oltre il confine delle sue possibilità: possibilità intellettuali, di potere e di ricchezza. Lo scrittore Erri De Luca, nel breve romanzo Il peso della farfalla, fa dire al cacciatore di cervi, prossimo alla morte, che la sua vita «era da restituire, sgualcita dopo averla usata. Che creditore di manica larga era quello che gliela aveva prestata fresca e se la riprendeva usata, da buttare. Gli serviva credere che c'era un capomastro e che il mondo era il suo manufatto? Non serviva per parlargli, per crederlo in ascolto, però era un pensiero che teneva compagnia. […] L'uomo prosperava in sua assenza. Aveva imparato il bene e il male servendosi da solo. Era impossibile un padrone di tutto, però quell'impossibile teneva compagnia. Gli piaceva dire di fronte al cielo che calava in terra per la sera, un grazie al capomastro».1
Per l’uomo in ricerca, Dio è, inizialmente, un pensiero che tiene compagnia; ma questo pensiero ha bisogno di un volto, e questa compagnia ha bisogno di un legame di reciprocità.
Gli esperti di sociologia e psicologia sostengono che le nuove generazioni sono abitate dall’ospite inquietante del nichilismo che «penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui».2 Sono certo, invece, che i giovani siano abitati anche da un ospite gradito, capace di riempire di senso i loro giorni, di dare ragione della propria origine e di svelare un futuro affascinante ma non utopico e praticabile; un ospite in grado di soddisfare le domande serie sulla vita e sulla morte, sul dolore e sulla giustizia, sugli affetti e sulla vocazione. Questo ospite gradito è Dio, il Padre di Gesù Cristo, il Padre di tutti gli uomini. È un ospite discreto che si nasconde nell’intimo di ciascuno e parla al cuore; lo fa, però, senza alzare la voce e senza imporsi con arroganza. Così aveva fatto con Elia sull’Oreb: il profeta, perseguitato ed angosciato, si era rifugiato sul monte in cerca di speranza e di salvezza; lì Dio gli parla e gli indica il suo futuro, non attraverso la voce forte del vento impetuoso, del terremoto o del fuoco, ma attraverso «il sussurro di una brezza leggera» (1Re 19, 12).
Tra tante parole urlate per imporsi e tra molti brusii logoranti c’è ancora il sussurro di una brezza leggera che domanda di essere accolta ed ascoltata; c’è un ospite gradito che cerca lo spazio di un incontro e la promessa di una relazione. Quell’impossibile che tiene compagnia può diventare possibile nella vita di ciascuno, e sarà un ospite non solo gradito, ma a cui essere grati. Dio è la presenza discreta che interpreta la vita e la apre a un orizzonte di gioia e di verità. Il capomastro, o l’ospite gradito, o il sussurro della brezza domandano il coraggio di un affidamento: un atto di fede; esigente, ma possibile.
La fede è un dono

La fede è una grazia che l’uomo riceve. La scopre dentro di sé nell’intimità dei propri pensieri e dei propri affetti; la scorge nelle vicende che hanno costellato e costellano la sua vita, nella propria biografia, fatta di incontri, di scelte, di volti. È come il respiro e il battito del cuore, che fanno di ciascuno di noi un essere vivente. Non è un sentimento, perché il sentimento è fragile: oggi c’è ma domani non si sa, a volte è intenso, altre volte è debole. La fede è una grazia che rende unica l’esistenza, la fa essere speciale, vale più della vita stessa: senza di essa la vita sarebbe in bilico sul vuoto. Questa grazia è la presenza di Dio in noi; o meglio, è il nostro vivere in Dio, è il nostro essere in lui. In origine Dio ha plasmato l’uomo dalla terra, gli ha dato una forma, lo ha creato a sua immagine; ma non si è fermato lì! Infatti, dopo averlo fatto con la polvere del suolo, Dio «soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). È la presenza dello Spirito di Dio in noi che fa della nostra vita una vita autentica: è questa la grazia che ci precede prima che ciascuno possa formulare un pensiero o compiere una scelta. All’inizio sta un Dio che ha voluto abitare in noi; di questa grazia dobbiamo essere riconoscenti, nel segno dello stupore e dell’accoglienza.
La grazia della fede abita la storia. I testi della Sacra Scrittura sono il racconto dell’agire della grazia di Dio nel mondo, nella storia degli uomini e – allo stesso tempo, estensivamente – di ogni singola persona, dall’origine fino al compimento nella pasqua di Gesù; in questo compimento noi oggi viviamo e ne siamo collaboratori. Attraverso parole e segni, persone e popoli, Dio ha tracciato il suo disegno sul mondo: ha sancito un’alleanza con il popolo d’Israele, ha scelto re e profeti, e dentro le pieghe della storia ha rivelato la sua misericordia e la sua giustizia. La grazia della presenza di Dio non è mai stata una grazia astratta e incessabile; anche nei momenti del peccato e della distanza da lui, l’uomo ha potuto constatare che Dio tornava a cercarlo, a parlargli e a convertire il suo cuore. Così Dio ha rivelato il suo nome e il suo volto, non si è nascosto, ma si è messo in gioco con questa umanità. Ha creduto in noi e ha rischiato tutto, anche il proprio figlio. Così, ogni volta che la Scrittura parla di Dio ce ne parla come di un Dio in relazione profonda e quasi di appartenenza con qualcuno: è il Dio dei padri, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, è il Dio di Israele; un Dio che intesse legami e che fa la storia. Credere significa allora riconoscere e coltivare questo legame con lui; significa costruire con lui la nostra storia.
Un giovane che riflette e s’interroga sulla propria fede deve ricostruire la storia del suo legame con il Signore. Deve pensare ai volti delle persone che gliene hanno fatto dono e lo hanno introdotto in questa grazia: dai genitori ai nonni, dalla propria comunità a qualche amico o amica. Deve ritrovare le tappe più significative che hanno segnato i passaggi e le svolte, gli eventi che hanno caratterizzato il proprio percorso. Oserei dire che parlare di grazia della fede, di dono, vuol dire parlare della mia storia con Dio; nel gergo giovanile, nel vostro parlare ordinario, usate spesso l’espressione: «avere una storia con…»: vuol dire costruire un legame speciale con un ragazzo o una ragazza, qualcosa di profondo e di intimo. Quando invece dite che una storia è finita evidenziate che si è concluso o si è rotto qualcosa di importante. Credere è avere una storia con Dio. Un’appartenenza unica, un legame radicato, qualcosa che mi mette in gioco nel profondo e qualcosa per cui ne va della mia stessa vita.
Questa storia è una grazia perché il primo passo è sempre quello di Dio che ci sta accanto ogni giorno: non ci ha soltanto messo al mondo, ma in questo mondo cammina con noi. Il Signore aveva camminato di fianco al suo popolo nel deserto, verso la terra della libertà, e lo aveva fatto nel segno della nube e del fuoco, nella parola scritta sulle tavole di pietra e dentro la tenda del convegno. Gesù ha camminato insieme ai suoi discepoli lungo le strade della terra d’Israele fino a Gerusalemme, la città della pasqua e del compimento: ha camminato ascoltando ed insegnando, consolando e guarendo.
La grazia della fede, segno dell’origine e della presenza di Dio dentro la storia di ciascuno e in quella dell’umanità, è una grazia che ci precede e che, nello stesso tempo, ci interpella; è una grazia che ci dà forma e ci domanda una risposta; è una grazia assolutamente libera e gratuita, un amore che non pretende nulla in cambio ma, nello stesso tempo, ci coinvolge da protagonisti nel grande disegno di creazione e redenzione del mondo. A questa grazia ci dobbiamo abbandonare come il bimbo che si consegna nelle braccia della madre con la fiducia e con la certezza che, da quell’abbraccio, non sarà deluso. Il salmo 131 al secondo versetto dice: «Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia».

La fede è una scelta

Credere è una scelta libera e intelligente. La grazia della fede che precede ogni nostro pensiero ed ogni nostra azione attende una risposta. L’uomo, di fronte all’agire di Dio, non può restare passivo, ma è chiamato a coinvolgersi e a diventare protagonista della relazione con lui. Mentre le divinità dei greci e dei romani esigevano sacrifici ed offerte per sedare la collera e frenare la vendetta, per essere benevoli e generosi, il Dio di Gesù Cristo chiede un affidamento libero ed una relazione personale.
Il bambino che corre tra le braccia della madre per cercare consolazione nel pianto, per soddisfare un bisogno di coccole o per condividere la sua gioia compie una scelta intelligente: è un bimbo che ha compreso, grazie alla storia dei segni di cura, di parole, di attenzioni che ha ricevuto, che la madre è la persona giusta a cui affidarsi e con cui confidarsi. Non si butta tra le braccia del primo capitato; il suo atto di fiducia è intelligente perché tiene conto della storia della relazione e si fonda sulle prove della cura che hanno preceduto ogni suo pensiero ed ogni suo atteggiamento.
Nel film Decalogo 1 del regista polacco Krzysztof Kieślowski, il protagonista, un professore universitario, separato dalla moglie, si trova costretto a crescere il proprio figlio, Paweł, da solo. È un grande appassionato di computer e pensa che tutta la vita possa essere descritta matematicamente attraverso l'uso del computer. Secondo lui non esiste una dimensione trascendente della realtà: non esiste nessun Dio e quando si muore il cervello smette semplicemente di funzionare. Ma ad un certo punto Paweł chiede alla zia, molto credente: «Tu ci credi che Dio esiste? Chi è, lo sai?». La zia lo stringe a sé, abbracciandolo forte e dicendogli: «Dimmi cosa senti adesso». Lui risponde: «Ti voglio bene», la zia conclude: «Esatto, e lui è in questo».
La nostra vita ruota sempre attorno ad atti di fiducia: non possiamo vivere senza fidarci di qualcuno, del mondo che abitiamo ed anche di noi stessi. I momenti più belli della nostra esistenza e gli eventi più grandi che segneranno la nostra storia si fondano su atti di fiducia; senza non potremmo vivere o vivremmo nell’angoscia. Ci fidiamo delle piccole cose quotidiane: che il treno ci porti a destinazione, che il cibo sia buono, che nessuno voglia farci del male. Ma ci fidiamo anche quando compiamo le scelte definitive della nostra vita. Due giovani che decidono di sposarsi compiono un grande atto di fiducia reciproca: si sono incontrati e conosciuti, hanno condiviso insieme emozioni e progetti, hanno ragionato sui loro caratteri e sul loro futuro; poi hanno considerato tutte le ragioni buone di una vita di coppia, così che la loro scelta sia davvero consapevole e ragionevole. Ma alla fine, il gesto più grande, di amore e di libertà, è quello di un affidamento reciproco, che si rinnova ogni giorno.
La stessa dinamica sostiene l’esperienza della fede. Abbiamo conosciuto Dio attraverso molte persone che ci hanno parlato di lui, mediante la catechesi e lo studio personale; ne abbiamo riconosciuto i segni della vicinanza e abbiamo compreso che veniamo da lui e in lui troviamo il senso vero dell’esistenza: per questo, ragionevolmente, possiamo credere in lui con un sincero atto di fiducia. La fede esige l’intelligenza, e la nostra intelligenza comprende che l’atto più grande che un uomo possa compiere nella sua esistenza è quello di un affidamento libero e riconoscente, nel segno della verità e dell’amore.
Per questo un giovane deve coltivare non solo la propria intelligenza, ma anche la propria libertà. La fede esige la libertà. Essa chiede di essere educata ed esercitata, di essere custodita come un dono e di essere usata bene. Essa esprime la disposizione interiore a mettere in gioco tutto se stesso, nella propria intelligenza e nella propria corporeità, nei sentimenti e nelle emozioni, nelle azioni e nei segni, per qualcosa che riempie la propria esistenza e dà compimento ai propri progetti. La libertà autentica non è mai deresponsabilizzante; al contrario, è profondamente esigente: infatti la libertà autentica fa di un giovane il protagonista del suo presente e del suo futuro, ma gli consegna anche la certezza che non sarà mai abbandonato a se stesso.
Credere in Dio non limita la nostra libertà, e i suoi comandamenti non impoveriscono la nostra intelligenza: solo in lui, infatti, scorgiamo la possibilità di realizzarci come uomini e donne, dentro le sfide di questo tempo, senza smarrirci nella complessità della nostra storia. Nella relazione personale con Dio, coltivata ed accresciuta dentro la comunità cristiana, noi possiamo costruire un legame che non delude e non inganna; possiamo rinvenire i segni promettenti del nostro futuro e raggiungerli con il nostro metterci in gioco. Soltanto nell’atto di fede possiamo fare della nostra vita qualcosa di grande e possiamo fare dei nostri sogni qualcosa che si compie.

La fede è il futuro

Il dono della fede è certezza del nostro futuro. La fede illumina la vita del credente, la trasforma, la arricchisce di valori indelebili e le svela il segreto di legami duraturi. Nel segno del dono di sé e dell’abbandono fiducioso il giovane che sta saldo nella fede diventa capace di una speranza indistruttibile e diventa artefice del domani: del proprio e di quello del mondo. Gli appassionati di calcio dicono che il calciatore bravo è colui che, nel momento di tirare, non guarda il pallone ma la porta in cui deve segnare. Vale lo stesso per il credente: il suo sguardo deve essere fisso sul futuro che avrà il compimento nell’eternità di Dio. L’orizzonte nel quale un giovane pone le sue scelte e i suoi valori è l’orizzonte della fede, e quindi quello dell’infinito amore di Dio Padre: per questo il respiro di un credente sarà sempre universale ed infinito.
Uno dei più grandi pensatori ebraici del secolo scorso, Abraham Joshua Heschel, scriveva che «I giovani non hanno bisogno di tranquillanti religiosi, della religione come diversivo, della religione come intrattenimento, ma di audacia spirituale, di succo intellettuale, di potenzialità di sfida».3 La nostra fede nel Dio di Gesù Cristo sia proprio questo: abbia l’audacia della profezia in questo tempo e quella della vita spirituale che sostiene il cammino personale; sappia confrontarsi con intelligenza e rispetto con le domande e le complessità che la cultura e la scienza pongono al credente; si eserciti a sostenere le sfide che un giovane deve affrontare circa i propri affetti e il proprio futuro, la sua vocazione e il suo posto nel mondo.
La fede è la grazia di Dio: un Dio che si prende cura di noi, avvolgendoci di misericordia; ma è anche una scelta di affidamento e di sequela, maturata nella storia e messa in gioco nella libertà. L’intelligenza della fede trova in Dio l’origine ed il senso dell’esistenza, trova in lui la mèta ed il compimento della propria vocazione e dei sogni più grandi: per questo nella fede scorgiamo la nostra identità e il nostro futuro. In essa restiamo saldi perché lì possiamo trovare il segreto della comunione con Dio e con l’uomo, lì scorgiamo la possibilità di una vita buona e felice. In Dio troviamo le risposte alle questioni decisive dell’esistenza: il dolore e la morte, la giustizia e la verità; troviamo i criteri per interpretare il nostro tempo e quanto avviene in noi, e troviamo le logiche per confrontarci con la scienza e la tecnica. Per questo ogni giorno ripeteremo, come i discepoli di Gesù: «Accresci in noi la fede» (Lc 17, 6).


1 Erri De Luca, Il peso della farfalla, Feltrinelli, Milano 2009, p. 42.

2 Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007, p. 11.

3 Abraham Joshua Heschel, Il canto della libertà, Qiqajon, Magnano 1999, p. 67.




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