Greco classe terza indirizzo classico



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Certamen Senecanum

Bassano 10 aprile 2011
Sezione: Interpretare Seneca
Tipologia B
Eam partem philosophiae quae dat propria cuique personae praecepta nec in universum componit hominem sed marito suadet quomodo se gerat adversus uxorem, patri quomodo educet liberos, domino quomodo servos regat, quidam solam receperunt, ceteras quasi extra utilitatem nostram vagantis reliquerunt, tamquam quis posset de parte suadere nisi qui summam prius totius vitae conplexus esset. Ariston Stoicus e contrario hanc partem levem existimat et quae non descendat in pectus usque, anilia habentem praecepta; plurimum ait proficere ipsa decreta philosophiae constitutionemque summi boni; “quam qui bene intellexit ac didicit quid in quaque re faciendum sit sibi ipse praecipit”. Quemadmodum qui iaculari discit destinatum locum captat et manum format ad derigenda quae mittit, cum hanc vim ex disciplina et exercitatione percepit, quocumque vult illa utitur (didicit enim non hoc aut illud ferire sed quodcumque voluerit), sic qui se ad totam vitam instruxit non desiderat particulatim admoneri, doctus in totum, non enim quomodo cum uxore aut cum filio viveret sed quomodo bene viveret: in hoc est et quomodo cum uxore ac liberis vivat. Cleanthes utilem quidem iudicat et hanc partem, sed inbecillam nisi ab universo fluit, nisi decreta ipsa philosophiae et capita cognovit. ….........................(omissis).........................................................

Quid enim interest inter decreta philosophiae et praecepta nisi quod illa generalia praecepta sunt, haec specialia? Utraque res praecipit, sed altera in totum, particulatim altera.

La/lo studente:



  • traduca il testo;

  • produca un saggio breve (max. 5/6 colonne) in cui, a partire dalla posizione di Seneca

esposta nel passo, risultino rielaborate alcune delle riflessioni contenute nel materiale

del dossier;



  • proponga un titolo al saggio.


DOSSIER

1) Decalogo

Io sono il Signore, tuo Dio, che ti fece uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi.

- Non avrai altro Dio all'infuori di me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti.

- Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.

- Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

- Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio.

- Non uccidere.

- Non commettere adulterio.

- Non rubare.

- Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

- Non desiderare la casa del tuo prossimo.

- Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

[Esodo, 20, 2-17]


2) Elogio dell'Attica

Essi (i caduti per la Patria) nacquero nobili, poiché ebbero la vita da padri nobili; esaltiamo innanzi tutto la loro buona nascita e, in un secondo momento, il modo in cui furono allevati ed educati, per giungere infine a dimostrare come il compimento delle loro imprese sia stato conseguente e degno di queste premesse.

(...) Dopo averli nutriti e allevati fino all'età della giovinezza, questa terra introdusse come loro guide e maestri gli dei, che ci aiutarono ad adattare la nostra vita alle esigenze quotidiane, educando noi per primi alle arti ed insegnandoci a procurarci le armi e ad usarle per la difesa del paese.

Generati ed allevati in tal modo, i progenitori di costoro vivevano secondo un ordinamento politico da loro predisposto, che è giusto ora brevemente ricordare. È infatti la costituzione dello stato che forma gli uomini, buoni, se essa è buona, malvagi in caso contrario; si deve mostrare come i nostri antenati crebbero in un buon regime politico, grazie al quale divennero virtuosi sia loro che gli uomini di oggi di cui fanno parte i caduti; quel regime allora, come ai giorni nostri, è il medesimo, l'aristocrazia, da cui siamo retti e che ci è conservata, da quel tempo fino a oggi, quasi ininterrottamente: uno la chiama democrazia, un altro con un altro nome che gli piace, in verità si tratta di un'aristocrazia, accompagnata dal consenso popolare.

[Platone, Menesseno: Socrate riferisce l'elogio funebre pronunciato da Aspasia]
3) I sofisti e l'educazione

Protagora dimostra che la vita dell'individuo si trova già sottoposta ad influenze educative sin dalla nascita. Nutrice, madre, padre e pedagogo gareggiano nel formare il fanciullo, ammaestrandolo e mostrandogli che cosa sia giusto ed ingiusto, bello e brutto. Cercano di raddrizzarlo, come un fusto che si pieghi e si storca, con minacce e percosse. Poi egli va a scuola, impara a conoscere l'ordine e acquista le nozioni del leggere e scrivere e suonare la cetra. Superato questo stadio, il maestro gli propone poesie di buoni poeti e gliele fa imparare a memoria. Esse contengono molti ammonimenti e racconti che esaltano uomini eminenti, il cui esempio deve stimolare il fanciullo all'imitazione. Mediante l'insegnamento della musica egli è inoltre educato alla sophrosyne e distolto dalle monellerie. Segue lo studio dei poeti lirici, le cui opere sono recitate sotto la forma di composizioni musicali. Esse rendono familiari alle anime giovanili il ritmo e l'armonia, per farle docili, giacché la vita umana abbisogna d'euritmia e di giusta armonia. Questa deve esprimersi in tutto ciò che dice e fa l'uomo veramente colto.

[W. Jaeger, Paideia, Berlin 1933 (Firenze I936), v. I, pp. 530-31]
4) Regola benedettina. (VI secolo) Prologo

Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore; accogli volentieri i consigli ispirati dal suo amore paterno e mettili in pratica con impegno, in modo che tu possa tornare attraverso la solerzia dell'obbedienza a Colui dal quale ti sei allontanato per l'ignavia della disobbedienza.

Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell'obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.

Prima di tutto chiedi a Dio con costante e intensa preghiera di portare a termine quanto di buono ti proponi di compiere, affinché, dopo averci misericordiosamente accolto tra i suoi figli, egli non debba un giorno adirarsi per la nostra indegna condotta. Bisogna dunque servirsi delle grazie che ci concede per obbedirgli a ogni istante con tanta fedeltà da evitare, non solo che egli giunga a diseredare i suoi figli come un padre sdegnato, ma anche che, come un sovrano tremendo, irritato dalle nostre colpe, ci condanni alla pena eterna quali servi infedeli che non lo hanno voluto seguire nella gloria.

Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l'incitamento della Scrittura che esclama: "E' ora di scuotersi dal sonno!" e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio: "Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!" e ancora: " Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!".

E che dice? " Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio. Correte, finché avete la luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte".

Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: "Chi è l'uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?" Se a queste parole tu risponderai: "Io!", Dio replicherà: "Se vuoi avere la vita, quella vera ed eterna, guarda la tua lingua dal male e le tue labbra dalla menzogna. Allontanati dall'iniquità, opera il bene, cerca la pace e seguila". Se agirete così rivolgerò i miei occhi verso di voi e le mie orecchie ascolteranno le vostre preghiere, anzi, prima ancora che mi invochiate vi dirò: "Ecco sono qui!".

Fratelli carissimi, che può esserci di più dolce per noi di questa voce del Signore che ci chiama? Guardate come nella sua misericordiosa bontà ci indica la via della vita! Armati dunque di fede e di opere buone, sotto la guida del Vangelo, incamminiamoci per le sue vie in modo da meritare la visione di lui, che ci ha chiamati nel suo regno.

Se, però, vogliamo trovare dimora sotto la sua tenda, ossia nel suo regno, ricordiamoci che è impossibile arrivarci senza correre verso la meta, operando il bene. Ma interroghiamo il Signore, dicendogli con le parole del profeta: "Signore, chi abiterà nella tua tenda e chi dimorerà sul tuo monte santo?".

E dopo questa domanda, fratelli, ascoltiamo la risposta con cui il Signore ci indica la via che porta a quella tenda: "Chi cammina senza macchia e opera la giustizia; chi pronuncia la verità in cuor suo e non ha tramato inganni con la sua lingua; chi non ha recato danni al prossimo, né ha accolto l'ingiuria lanciata contro di lui"; chi ha sgominato il diavolo, che malignamente cercava di sedurlo con le sue suggestioni, respingendolo dall'intimo del proprio cuore e ha impugnato coraggiosamente le sue insinuazioni per spezzarle su Cristo al loro primo sorgere; gli uomini timorati di Dio, che non si insuperbiscono per la propria buona condotta e, pensando invece che quanto di bene c'è in essi non è opera loro, ma di Dio, lo esaltano proclamando col profeta: "Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria!". Come fece l'apostolo Paolo, che non si attribuì alcun merito della sua predicazione, ma disse:" Per grazia di Dio sono quel che sono" e ancora: "chi vuole gloriarsi, si glori nel Signore".

Perciò il Signore stesso dichiara nel Vangelo: "Chi ascolta da me queste parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio il quale edificò la sua casa sulla roccia. E vennero le inondazioni e soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia".
5. Il cortigiano

Se con l'essere nobile, aggraziato e piacevole, ed esperto in tanti esercizii, il Cortegiano non producesse altro frutto che l'esser tale per sé stesso, non estimarei che per conseguir questa perfezion di Cortigiania dovesse l'omo ragionevolmente mettervi tanto studio e fatica, quanto è necessario a chi la vole acquistare. Anzi direi che molte di quelle condizioni che se gli sono attribuite, come il danzar, festeggiar, cantar e giocare, fussero leggerezze e vanità, e in un omo di grado piuttosto degne di biasimo che di laude. Perché queste attillature, imprese, motti, e altre tai cose che appartengono ad intertenimenti di donne e d'amori, ancori che forse a molti paia il contrario, spesso non fanno altro che effeminar gli animi, corromper la gioventù, e ridurla a vita lascivissima.

[B. Castiglione, Il Cortegiano, Libro IV,4. (1528)]
6. Il catechismo del Concilio di Trento

Sant'Agostino (cf. 2 super Exod., q. 130) esalta apertamente il Decalogo come sintesi e riassunto di tutte le leggi: "Molte cose aveva detto il Signore, eppure due sole tavole di pietra furono date a Mosè, dette "tavole della testimonianza futura nell'arca"; perché tutto il resto che il Signore aveva comandato si intende compreso nei dieci comandamenti incisi nelle due tavole. Come del resto i medesimi dieci comandamenti dipendono a loro volta dai due dell'amore di Dio e del prossimo, in cui sta, in sintesi, tutta la Legge e tutto l'insegnamento dei Profeti".

(...)

In queste esposizioni il pastore proponga a sé e agli altri argomenti capaci di indurre all'obbedienza della Legge.



Ora, tra le ragioni che possono spingere gli spiriti degli uomini al rispetto dei precetti della Legge, quella che riveste maggiore forza è questa: Dio ne è l'autore. Sebbene si dica consegnata dagli angeli (Gal. 3,19), nessuno può revocare in dubbio il fatto che Dio stesso ne è l'autore. Ne danno ampia testimonianza non solamente le parole dello stesso legislatore, che commenteremo fra poco, ma passi quasi innumerevoli delle Scritture, che agevolmente occorreranno ai pastori. Del resto chi non sente una legge divina inserita nel cuore, in virtù della quale sa distinguere il bene dal male, l'onesto dal turpe, il giusto dall'ingiusto? E poiché la forza regolatrice di questa legge naturale non è diversa affatto da quella scritta, chi mai oserà negare che come Dio è l'autore della legge naturale, non lo sia anche della Legge scritta?

[capp. 298-299]


7. La metodologia didattica di Comenio

Il merito maggiore di Comenio ... è di essere stato il primo moderno cultore di metodologia didattica. Tuttavia, per capire meglio la sua personalità non si può evitare di ricordare che Comenio fu principalmente un teologo e un educatore religioso del popolo: il suo ideale principale era la "pansofia" e il suo risvolto pedagogico la "pampedia". La prima era l'idea di una cultura il più possibile unitaria e messa alla portata di tutti; la seconda è spiegata dalle stesse parole di Comenio: «La pampedia è l'educazione universale di tutta l'umanità. In greco, infatti, paideia vuol dire educazione e il sapere di cui gli uomini si impossessano; pan esprime il tutto, l'universalità. Voglio dire dunque che tutti devono essere educati in tutto e per tutto. Tutto, nel senso di giungere a un'educazione universale che assicuri all'uomo, come immagine divina, il più alto sviluppo nel mondo terreno».

[A. Santoni Rugiu, Storia sociale dell'educazione, Milano 1986 p. 257]
8. I problemi dell'educazione infantile

È questo il tempo, mi risponderete, di correggere le cattive inclinazioni dell'uomo; è nell'età dell'infanzia, in cui le pene sono meno sensibili, che bisogna moltiplicarle, per risparmiarle poi nell'età della ragione. Ma chi vi dice che tutto questo accomodamento sia a vostra disposizione, e che tutte queste belle istruzioni di cui aggravate il debole spirito di un fanciullo non gli saranno un giorno più perniciose che utili? Chi vi assicura che risparmiate qualche cosa con i dispiaceri che gli procurate? Perché addossate più mali che non comporti il suo stato, senza essere sicuri che questi mali presenti siano a scarico dell'avvenire? E come mi proverete voi che queste cattive intenzioni, di cui pretendete guarirlo, non gli vengano dalle vostre cure mal comprese, anziché dalla natura? Disgraziata previdenza, che rende un essere attualmente miserabile, con la speranza bene o mal fondata di renderlo un giorno felice!

[J.J. Rousseau, Emilio, 1758 (ed. Sansoni 1972), cap. 2.]
9. Principi, massime, imperativi

I principi pratici sono proposizioni che contengono una determinazione universale della volontà, la quale ha sotto di sé parecchie regole pratiche. Essi sono soggettivi, ossia massime, se la condizione viene considerata dal soggetto come valida soltanto per sua volontà; ma oggettivi, ossia leggi pratiche, se la condizione viene riconosciuta come oggettiva, cioè valida per la volontà di ogni essere razionale.

Se si ammette che la ragion pura possa contenere in sé un motivo pratico, cioè che basti alla determinazione della volontà, allora vi sono leggi pratiche; se no, tutti i principi pratici saranno semplici massime. Nella volontà affetta patologicamente di un essere razionale si può trovare un contrasto delle massime con le leggi pratiche riconosciute dalla stessa volontà.

(...)


La regola pratica è sempre un prodotto della ragione perché prescrive l'azione intesa come mezzo in vista dell'effetto inteso come fine. Ma per un essere, per cui il motivo determinante della volontà non è unicamente la ragione, questa regola è un imperativo, cioè una regola che vene caratterizzata mediante un dovere esprimente la necessità oggettiva dell'azione: essa significa che, se la ragione determinasse interamente la volontà, l'azione avverrebbe immancabilmente secondo questa regola. Gli imperativi hanno dunque valore oggettivo, e sono affatto differenti dalle massime, in quanto queste sono principi soggettivi.

[I. Kant, Critica della ragion pratica, Riga 1788, libro I, cap. I]


10. Il curricolo e la scuola di oggi in Italia

Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende, con l’originalità del suo percorso individuale e le aperture offerte dalla rete di relazioni che la legano alla famiglia e agli ambiti sociali. La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni e capacità e delle sue fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione.

Lo studente è posto al centro dell’azione educativa in tutti i suoi aspetti: cognitivi, affettivi, relazionali, corporei, estetici, etici, spirituali, religiosi.

In questa prospettiva, i docenti dovranno pensare e realizzare i loro progetti educativi e didattici non per individui astratti, ma per persone che vivono qui e ora, che sollevano precise domande esistenziali, che vanno alla ricerca di orizzonti di significato.

Sin dai primi anni di scolarizzazione è importante che i docenti definiscano le loro proposte in una relazione costante con i bisogni fondamentali e i desideri dei bambini e degli adolescenti. È altrettanto importante valorizzare simbolicamente i momenti di passaggio che segnano le tappe principali di apprendimento e di crescita di ogni studente.

(...)


La scuola persegue una doppia linea formativa: verticale e orizzontale.

La linea verticale esprime l’esigenza di impostare una formazione che possa poi continuare lungo l’intero arco della vita; quella orizzontale indica la necessità di un’attenta collaborazione fra la scuola e gli attori extrascolastici con funzioni a vario titolo educative: la famiglia in primo luogo. Insegnare le regole del vivere e del convivere è per la scuola un compito oggi ancora più ineludibile rispetto al passato, perché sono molti i casi nei quali le famiglie incontrano difficoltà più o meno grandi nello svolgere il loro ruolo educativo.

La scuola non può interpretare questo compito come semplice risposta a un’emergenza. Non è opportuno trasformare le sollecitazioni che le provengono da vari ambiti della società in un moltiplicarsi di micropro-

getti che investano gli aspetti più disparati della vita degli studenti, con l’intento di definire norme di comportamento specifiche per ogni situazione. L’obiettivo non è di accompagnare passo dopo passo lo studente nella quotidianità di tutte le sue esperienze, bensì di proporre un’educazione che lo spinga a fare scelte autonome e feconde, quale risultato di un confronto continuo della sua progettualità con i valori che orientano la società in cui vive.



[Ministero della pubblica istruzione, Roma 2007: Indicazioni per il curricolo per la scuola dell'infanzia e per il primo ciclo di istruzione, pp. 17-18]







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