Gruppo fotografico antenore



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GRUPPO FOTOGRAFICO ANTENORE, BFI

RASSEGNA STAMPA / WEB

Anno 5°, n.8- Novembre 2012

Sommario:

Il doppio (s)fondo delle immagini..........................................................(pag. 2)

Di fronte e di schiena.............................................................................(pag. 5)

Edward, le "parole" e le cose ................................................................(pag. 6)

Doisneau en Paris, rassegna fotografica a Roma...................................(pag. 8)

Cos'è davvero osceno per la fotografia?.................................................(pag. 9)

Finché c'è vita c'è fotografia..................................................................(pag.13)

In cerca d'immagini "amiche delle donne".............................................(pag.15)

Federico Garolla.....................................................................................(pag.19)

Fotografia professionale con fotocamera d'epoca in India.....................(pag.20)

La grande guerra al gigante bianco........................................................(pag.21)

Gabriele Basilico, Lezioni di fotografia...................................................(pag.23)

Giovanni Verga......................................................................................(pag.29)

Le nonne, che figurine!..........................................................................(pag.31)

L'anima Digitale di Fotografie Virtuali....................................................(pag.33)

Ma è vecchio l'abbraccio di Barack.........................................................(pag.34)

Parigi in bianco e nero...........................................................................(pag.37)

Natura morta con casco.........................................................................(pag.38)

Pesariis, il paese degli orologi...............................................................(pag.42)

Nell'oasi dell'inquadratura.....................................................................(pag.43)

"Wildlife Photographer of the Year" a Milano........................................(pag.45)

Quando Photoshop sarà uno stile vintage..............................................(pag.48)

Werner Bischof in mostra al Man di Nuoro.............................................(pag.50)

Voglio un'Amnesty per le foto................................................................(pag.52)

Irene Kung, Daydream..........................................................................(pag.55)

Visto dal finestrino................................................................................(pag.56)

Lou Reed fotografo e le "Rhymes" della luce.........................................(pag.57)

Vissute, smembrate, ritrovate, vendute................................................(pag.58)

"Retrospettiva" del fotografo Roberto Capuis.......................................(pag.60)

Toni, calvinista gentile..........................................................................(pag.61)

Gabriele Basilico fotografo misuratore..................................................(pag.64)




Il doppio (s)fondo delle immagini

di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it



Cosa sappiamo del Bahrain? Ammettiamolo: poco o nulla. Davanti a una cartina muta della Penisola Arabica saremmo un po’ in difficoltà a puntare il dito. Per dirla tutta: non sappiamo neppure  di preciso come si scrive.

Naturalmente c’è Wikipedia, e in due clic ci sembra di sapere tutto. Ex emirato, ora regno, miracolato dal petrolio, un milione di abitanti circa. E poi, per quelli che i giornali li leggono, qualche vago accenno a problemi politici, proteste, repressioni, un lembo meno noto delle “primavere arabe”.
Ma la domanda è: che immagini vi vengono in mente, se vi dico la parola Bahrain? Che cosa si forma nella vostra mente, che forme, che colori? (Proust pensava al viola se gli dicevano “Parma”, e a onor del vero era un proustismo un po’ banale…)
Dunque? Palme? Grattacieli con forme curiose? Cammelli? Regnanti obesi in caffetani sontuosi con un fazzoletto stretto alla testa da una corda d’oro? Sabilmenti balneari da ricconi? Forse un po’ di tutto questo, un immaginario generico da petrodollari.

Non crediate: se lo sono chiesti anche loro. Chi siamo agli occhi del mondo, come appare il nostro paese quando qualcuno nel mondo pensa a noi? Non è una domanda scontata, e non lo è neppure la risposta.

Il fascicoletto azzurro (anche grigio, o giallo, o bianco, cambiava solo la copertina), edito direttamente dal Reale ministero per la Cultura, era in dono ai visitatori del padiglionedel Bahrain alla scorsa Biennale dell’Architettura di Venezia. Ce n’erano interi bancali appoggiati per terra: le Loro Maestà non avevano lesinato sulle spese di tipografia.

Titolo: Background. Contenuto: ottanta pagine di immagini senza didascalie, quasi tutte in bianco e nero e stranamente sgranate. Solo un breve testo esplicativo sulle alette della copertina, in inglese e arabo. Ma davvero interessanti.
Di noi, scrive il curatore Noura Al Sayeh, conoscete solo gli sfondi. Dagli anni Cinquanta, quando la Bbc cominciò a mandare qualche troupe da queste parti, quasi sempre per occasioni ufficiali o curiose (come la visita ufficiale della regina Elisabetta nel 1979, o un’apparizione surreal-pop di Michael Jackson) o per occasionali reportage di tipo economico sul mercato del petrolio, l’immagine reale del nostro paese vi è stata offerta solo come sfondo accidentale, occhieggiante dietro alla schiena del reporter di turno, o alle spalle dei personaggi famosi in primo piano che tengono qualche discorso o inaugurano qualcosa.
Le immagini che il libretto contiene non son altro che ritagli e forti ingrandimenti di quei casuali, non premeditati sfondi televisivi, ecco perché quelle righelle, quelle sfocature. In quegli scampoli angusti di schermo si nascondono, confusi,  animali, esseri umani, grattacieli, automobili, palme, deserto, strade, ma si intuiscono appena, sgranati, nebbiosi, vaghi, minuscoli.

Immagini di risulta, para-immagini, che però adesso, amplificate e portate in primo piano sembrano dotate di senso proprio: un po’ come le rende il lavoro di tanti artisti concettuali che lavorano un questo modo sulle immagini ri-mediatizzate.

Sono scene inspiegabili, misteriose, una donna con una bandiera, una mano senza corpo che stringe un fiore, silhouette di palme che sembrano disegnate. Sono tessere di un mosaico che non riusciamo a ricomporre in un racconto unitario e sensato. Ecco, questo è il “vostro” Bahrain, ci dicono da laggiù, forse ironici, forse irritati, forse artisti. Ecco, questo è il vostro sguardo superficiale su di noi.



Ma siamo tutti come i cittadini del Bahrain. Non facciamoci illusioni: anche il nostro pase, quello dove viviamo, quello che crediamo di conoscere, nella sua concreta realtà  è spesso e volentieri solo un ritaglio di confusa impressione che sta ai margini delle immagini ufficali e perfino di quelle anti-ufficiali, un paese che traspare quasi per caso, non voluto, non richiesto, che si fa strada ai bordi delle immagini di consumo.
Nelle immagini mediatizzate, nelle fotografie controllate del mainstream  informativo, la realtà banale e semplice del nostro paesaggio è emarginata, cioè sta ai margini, fa capolino a volte solo all’estremo limite del soggetto predestinato e premeditato, tollerata forse solo perché passa sotto la soglia di censura dei gatekeeper del potere.
Ma sta lì. Possiamo andare a trovarla. Ribaltarla, riportarla al centro. È un’operazione rivoluzionaria. I funzionari culturali del Regno di Bahrain, ora così peoccupato per le proteste di piazza, forse non si sono resi conto (o forse sì? Chissà…) di aver indicato una strada efficacissima ai guerriglieri dell’immagine.

Ovvero, che anche le immagni prodotte dal potere possiedono doppi (s)fondi. Che nessuna immagine, neppure sorvegliata da un regime politico o mediatico, riesce a controllare davvero tutto quel che mostra.

Che la guerra delle immagini non si fa solo opponendo  immagini antgoniste a quelle ufficiali, ma a volte anche scavando nelle immagini di potere altre immagini non regolamentari, non univoche, non condizionate.

Tag: BahrainBbcBiennale Architettura di VeneziaMichael JacksonNoura al SayehQueen Elizabeth IItelevisione


Scritto in editingfotografia e societàvisione | 6 Commenti »

Di fronte e di schiena

MUSEO REGIONALE DI SCIENZE NATURALI MRSN, TORINO

Comunicato stampa da http://undo.net/it



18 gli autori selezionati che, attraverso il fil rouge "Di fronte e di schiena", generano inedite sfaccettature in un confronto di stili ed epoche frutto di una ricerca fotografica continua: Marina Ballo Charmet, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Bruno Cattani, Antoine D'Agata, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Goran Galic e Gian-Reto Gredig, Aino Kannisto, Martin Parr, Bernard Plossu, Pentti Sammallahti, Kai-Uwe Schulte-Bunert, Ferdinando Scianna, Klavdij Sluban, Alessandra Spranzi e Nicola Vinci.

A cura di Elio Grazioli 


Il visibile non è quello che ci sta davanti. È intorno, ai lati. Dietro. Si nasconde allo sguardo e va ricercato, scoperto. Ritrovato, ri-tratto. In esclusiva assoluta per l’Italia viene inaugurata martedì 6 novembre alle 18 al Museo Regionale di Scienze Naturali, la mostra Di fronte e di schiena, a cura di Elio Grazioli, organizzata da Pho_To Progetti per la fotografia, con il Patrocinio della Regione Piemonte, e tratta dalla Collezione di Fotografia Europea Reggio Emilia, un progetto culturale del Comune di Reggio Emilia che dal 2006 si confronta con la cultura internazionale dell’immagine e rivolge una particolare attenzione al territorio e ai giovani fotografi. 


Di fronte e di schiena è una selezione di autori, tra cui Luigi Ghirri, Martin Parr, Gabriele Basilico, Antoine D’Agata e Ferdinando Scianna, che compongono la collezione, acquisita nel corso delle sue sette edizioni e custodita nella Fototeca della Biblioteca Panizzi. 


La mostra è inserita come evento speciale nel programma di Photissima, la fiera torinese dedicata alla fotografia. 

Sprazzi di verità si rivelano a volte sbirciando attraverso le finestre di un asilo. Tra i palazzoni di una periferia, luogo “fuori centro” per eccellenza. Nella fugacità di un amplesso, o in ascolto fuori da una porta chiusa. “Talvolta è di fronte ma è invisibile, talvolta è di schiena ma si capisce tutto” spiega Elio Grazioli, curatore di Fotografia Europea che ha selezionato le opere in mostra.


Sono 18 gli autori selezionati tra gli oltre 100 che compongono la Collezione e che attraverso il fil rouge Di fronte e di schiena generano nuovi accostamenti, analogie impreviste, inedite sfaccettature in un confronto di stili ed epoche che è una ricerca continua, in perenne trasformazione. Marina Ballo Charmet, Giorgio Barrera, Gabriele Basilico, Antonio Biasiucci, Bruno Cattani, Antoine D'Agata, Vittore Fossati, Luigi Ghirri, Goran Galic e Gian-Reto Gredig, Aino Kannisto, Martin Parr, Bernard Plossu, Pentti Sammallahti, Kai-Uwe Schulte-Bunert, Ferdinando Scianna, Klavdij Sluban, Alessandra Spranzi e Nicola Vinci con i loro scatti site specific per Reggio Emilia, hanno interpretato liberamente il tema che ogni anno ha caratterizzato Fotografia Europea, con un’attenzione particolare al paesaggio urbano e alla figura umana, tra ricerca e sperimentazione. 


Oltre alle 30 immagini esposte, la mostra Di fronte e di schiena presenta anche una selezione di libri che compongono il progetto The Core of Industy, concorso internazionale di fotografia promosso nel 2008 dal Comune di Reggio Emilia e dall’Associazione Industriali della Provincia di Reggio Emilia nell’ambito del festival per mettere a fuoco l’essenza della realtà industriale europea e locale al tempo stesso. Gli autori - Carmen Cardillo, Luca Casonato, Karin Jobst, Florian Joye, Mindaugas Kavaliauskas, Hyun-Jin Kwak, Ernst van der Linden, Thomas Pospech - mettono a nudo, attraverso i loro scatti, scarni paesaggi e imponenti cisterne. Armadi pieni di fili e carrelli abbandonati, operai seduti in pausa pranzo e uomini che scaricano merci. Il paesaggio, l’architettura, l’ambiente e le persone diventano così gli oggetti di un’unica indagine per raccontare meglio di qualsiasi studio criticità, eccellenze e implicazioni sociali dei mutamenti industriali in atto. 


Inaugurazione: martedì 6 novembre, ore 18  - Museo Regionale di Scienze Naturali MRSN - via Giolitti, 36, Torino - fino al 02 dicembre 2012 -

Orari: tutti i giorni:10 –19 Chiuso il martedì - Biglietto: € 5,00 intero - € 2,50 ridotto
Edward, le “parole” e le cose

di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it


Un peperone, una duna, un seno, una cipolla, unsasso, un volto, un fungo, una conchiglia, una tazza diwc: queste disparate cose divennero improvvisamente tra loro sorelle, quando le toccò lo sguardo di Edward Weston e delle sue antiquate fotocamere di grande formato.
Perché tutte quante divennero fotografie: non più solo forme prelevate dal mondo ma anche nuoveforme gettate nel mondo, parole di un linguaggio visuale singolare e unico che prima non esisteva.

Edward Weston, Onion Halved, 1930, © 1981 Center for Creative Photography, Arizona Board of Regents, g.c.



Il riconoscimento di questo miracolo della transustanziazione, per quanto banale possa sembrarci ora, generò la nascita della fotografia moderna.
La retrospettiva che la Fondazione Fotografia di Modena dedica al maestro dello sguardo fotografico (chi l’avrà persa qui la può recuperare al Ciac di Foligno fino al 17 febbraio)  con le 110 stampe originali scelte e accostate con intelligenza da Filippo Maggia, è il certificato verbale di una radicale rivoluzione nel linguaggio visuale dominante del secolo delle immagini. Innescata da un uomo che tuttavia esitò a trarne tutte le conseguenze, e ne lasciò ad altri il compimento.
Uomo del Nord, dei grandi laghi dell’Illinois, Weston stesso si transustanziò negli anni Venti del Novecento in uomo del Sud, dei vasti spazi della California. Fotografo ambulante, ritrattista, irrequieto, s’abbeverò di quella cultura d’avanguardia, un po’ snob un po’ bohemienne, che spirava sulla West Coast negli anni folli.
Fu in Messico, suo esilio glorioso per quattro anni assieme a Tina Modotti, prima e forse più amata delle sue molte discepole-muse-modelle-amanti, che la luce abbagliante lo sedusse e lo invitò a chiudere il diaframma delle sue Graflex a f.64 (come battezzò poi il club di fotografi puristi fondato assieme ad Ansel Adams), fino a tenere tutto a fuoco, massima profondità di campo, assoluta nettezza.

Assassinò senza pietà la già moribonda estetica dei fotografi pittorialisti, che pure avevano avuto il merito di riscattare la fotografia dalla sua presunta “meccanicità”, di affermare il ruolo dell’Autore, ma lo fecero rifugiandosi timorosi negli strumenti tradizionali della pittura, pennelli, pigmenti e lavorazione manuale, lavorando solo sull’epidermide tattile dell’immagine.
La rimpiazzò con un’estetica che stava ancora tutta dentro la logica del “quadro”, ma non si vergognava più delle qualità specifiche, uniche del mezzo che utilizzava, che non rinnegava e non annegava il “dono della camera oscura” ma lo accettava e lo rilanciava.
Con le sue stampe lucide e nette, il suo rispetto assoluto del negativo (stampato sempre a contatto, dunque senza post-produzione), i suoi dettagli al massimo della definizione, la sua scelta di farsi emozionare dalle “cose ordinarie”, fuori dalla retorica delle “cose belle”, la sua etica dell’immagine fondata sulla “pre-visualizzazione” del risultato e refrattaria al ritocco, Weston fu il fotografo della generazione di mezzo, dopo Stieglitz e Steichen che intravidero e tennero a battesimo la rivoluzione della fotografia straight, diretta, ma non la praticarono, e prima di Evans e Strand che invece la portarono alle estreme conseguenze.
Weston è stato il Chaucer della fotografia del Novecento: le forgiò e le regalò il lessico e la sintassi, le conferì legittimità di linguaggio specifico e autonomo, indipendente dalla pittura; la sua opera è una straordinaria fondazione linguistica, senza la quale non avremmo avuto né il grande fotogiornalismo né la fotografia creativa dei decenni successivi.

Proprio per questo, passeggiando nella cronologia ultradecennale del suo lavoro, scorrendo la sua biografia, si resta un po’ interdetti dall’impermeabilità che Weston sembra mostrare nei confronti della realtà turbolenta che lo circonda.

Visse immerso nella baraonda politica del Messico dei Rivera e dei Siqueiros, nel West americano della Grande Depressione, passò attraverso due guerre mondiali: eppure nulla di tutto questo sembra trovare eco nella sua poetica degli “oggetti emotivi” e della stampa perfetta, di assoluta coerenza, sì, ma anche di incredibile lontananza dal mondo.

Le meravigliose conchiglie erotiche, gli alberi e le agavi, i peperoni sensuali e i nudi invece eterei e asessuati, vivono nelle sue immagini la loro eternità di oggetti trasfigurati in immagine, incorrotti: ma l’intensa emozione a cui debbono l’esistenza è spesso, oggi, per noi, ormai impercettibile.

Fondatore di un idioma puro, con la lingua da lui fondata i suoi successori esploreranno il mondo: Weston spalancò loro la porta, rimanendo sulla soglia.

[Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica Cult il 18 novembre 2012]
Tag: Alfred StieglitzEdward WestonFilippo MaggiaPaul Strandpittorialismostraight photography,Tina ModottiWalker Evans
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Doisneau en Paris, rassegna fotografica a Roma
di Giovanna La Padula da http://www.lunico.eu/










  

Più di 200 fotografie originali, scattate da Doisneau nella Ville Lumière tra il 1934 e il 1991 e raggruppate tematicamente, sono esposte in una grande rassegna antologica allestita a Palazzo delle Esposizioni dal 29 settembre 2012 al 3 febbraio 2013. Doisneau, dopo essersi diplomato alla Ecole Estienne, scopre la fotografia da giovane, mentre lavora in uno studio di pubblicità specializzato in prodotti farmaceutici. Nel 1931 è operatore da Vigneau e nel 1934 è fotografo per le officine Renault.

Nel 1939 diviene fotografo-illustratore free-lance e nel 1946 entra definitivamente all’agenzia Rapho. Nel 1974 la Galleria Chateau d’Eau di Toulouse espone le sue opere e, a partire dagli anni Settanta, ottiene i primi importanti riconoscimenti. Da allora le sue fotografie vengono pubblicate, riprodotte e vendute in tutto il mondo. Accanto alle foto che ritraggono la gente del mondo patinato della moda e della cultura Cocò Chanel, Paul Gautier, Simone de Beauvoir, troviamo quelle delle persone comuni i portinai, gli scolari con il grembiule, i poliziotti in mantellina, le prostitute. Il suo bighellonare tra le vie di Parigi lo porta a puntare l’obiettivo sui tesori nascosti che quotidianamente passano sotto gli occhi, ma che si rischia continuamente di non vedere. Doisneau ci mostra con tenerezza e humour, la “trascurabile realtà di esseri insignificanti quali sono quelli di un’epoca in cui Ulisse è diventato Leopold Bloom”. Non c’è un’idealizzazione dei gesti, non si allude ad un mondo epico, è un modo di raccontare rapido ed essenziale, del tutto libero da preoccupazioni intellettualistiche. Agli eroi fittizi e artificiosi si sostituiscono operai, macellai, tutti ritratti negli scatti del fotografo, che alla fine è riuscito a crearsi “ il suo piccolo teatro personale”. La dimensione collettiva di una Parigi, lontana dalle luci della ribalta, emerge modellata attraverso frammenti di un discorso sociale alla ricerca di una rappresentanza e di una rappresentabilità. Doisneau è un narratore capace di evocare un tempo passato, riesce a sottrarre la cosa o la sensazione alla sua essenza labile e momentanea rendendole presenti e perdute a un tempo, egli stesso affermava di essere deciso ad impedire al tempo di scorrere. Voleva mostrare un mondo, dove si era sentito bene, e le foto erano la prova dell’esistenza di questo mondo. Il “sì” finale di Doisneau alla vita riecheggia come sottofondo musicale in tutti gli scatti, lo sguardo di chi guarda emozionato e divertito allo svolgersi quotidiano della realtà, aspettando che si compia l’inatteso. (L'UNICO)

 

Palazzo delle Esposizioni Via Nazionale, 194 00184 Roma



Call center 06 39967500 www.palazzoesposizioni.it

Orario mostre: Martedì, Mercoledì, Giovedì: 10.00-20.00 Venerdì, Sabato:10.00-22.30 Domenica: 10.00-20.00. L'ingresso è consentito fino a un'ora prima dell'orario di chiusura. Lunedì: chiuso - Biglietti: Intero €12,50 Ridotto € 10,00






Cos’è davvero osceno per la fotografia?

di Michele Smargiassi da smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it


Vi siete mai chiesti se c’è qualcosa che la fotografia non abbia ancora raggiunto, inghiottito, ruminato e risputato?

Se ci sia qualche angolo del mondo fisico e antropico di fronte al quale l’impertinente occhio di vetro si sia fermato per timore, rispetto, imbarazzo? Esiste qualcosa al mondo che sia ancora un tabù per il più invadente, impertinente e maleducato medium che l’uomo abbia inventato?

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