Guida alla visita Sale 1 e 2



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Guida alla visita
Sale 1 e 2

Archivio Mosca
Le prime due sale espongono le 10 tavole prestate dall’Archivio dott. ing. Leopoldo Mosca.

Grazie alla generosità dei familiari dell’ingegnere è esposto il progetto Busti stragrendi presentato al concorso per il Piano Regolatore della Città di Busto Arsizio del 1933 che, pur non classificatosi tra quelli vincitori, viene segnalato dalla commissione giudicatrice per alcune soluzioni innovative adottate.

Agli inizi degli anni Trenta, Busto Arsizio dovette affrontare con urgenza il problema urbanistico in nome del risanamento igienico e dell’adeguamento funzionale.

Il nuovo Piano Regolatore doveva risolvere la necessità di risanamento igienico della zona interna ad Ovest della piazza Santa Maria, che presentava gravi problemi di sovraffollamento. Inoltre si dovevano conservare tutti gli edifici storici, creando al loro interno spazi proporzionati e rispettosi della loro importanza. Veniva anche richiesto il coordinamento della rete viaria con particolare riguardo alle sistemazioni di facile comunicazione fra le stazioni ferroviarie, per l’autostrada e con i vari quartieri della città. In ultimo si richiedeva di individuare dei luoghi nei quali prevedere la sistemazione di edifici di uso pubblico, e di presentare proposte progettuali tali da evitare inutili demolizioni, di facile esecuzione ed a costo contenuto.

La figura di Leopoldo Mosca ha sicuramente il merito di aver saputo cogliere gli stimoli provenienti anche fuori città che hanno conferito alla sua attività una maggior ampiezza di vedute1.
Sala 3

Deposito
Sala 4


La prima sala ospita tra le più significative opere d’arte contemporanea presenti nella collezione museale, frutto di alcuni acquisti provenienti dai Premi di pittura della Città di Busto Arsizio degli anni 1996, 2001 e 2004.
Grande interno di Giancarlo Ossola (1980), opera acquisita nel 2001, che propone il tema principale della ricerca pittorica matura dell’artista, lo spazio interno, reso con tratto filamentoso e frammentario e con una tavolozza di bruni e grigi.

L’opera vincitrice del premio di pittura del 2004 Sipario (2003) di Salvatore Lovaglio appartiene al ciclo “Appunti di guerra” dedicato ai disastri della guerra. L’opera fa riferimento al conflitto in Kosovo: la tavolozza cromatica evoca il fuoco e le ceneri, mentre su sfondo azzurro pallido si muovono ombre e sagome appena intuibili.

Segue Senza titolo di Antonio Marchetti Lamera, un’opera rappresentativa della ricerca pittorica dell’artista che lavora su una “non immagine”: oggetti modulari e pittura monocroma in rapporto alla luce su cui si intravedono i segni evanescenti tracciati sul colore di fondo.

L’opera Tentativo di esistenza (2004) di Giovanni Manfredini pone al centro dell’indagine il corpo, strumento pittorico immediato ed elementare ma al contempo portatore di molti significati: l’artista si stende direttamente sulla tavola preparata con uno strato di nerofumo, polvere di conchiglie e colla e lascia la sua impronta, nel tentativo di rendere in pittura l’idea dell’esistere con un’immagine che appare nel buio, come richiama il titolo stesso.

Segue Encroyable (1994) di Claudio Olivieri, vincitore con l’opera del Premio Editrice Varesina: una pittura riflessiva, di forte intensità, giocata su variazioni di toni grigio, azzurro, bianco, un’epifania del colore che rende la tela immateriale e simbolica.

Infine Autoritratto (2001) di Marco Catti, tela monocroma bianca con zone estroflesse, in cui l’artista utilizza il linguaggio braille, in un’operazione metartistica di riflessione sui linguaggi, data la volontà di indagare sulla sensibilità percettiva sia tattile sia visiva. Generare giudizi semiotici (2003) di Fabio Bracciotti, che accosta due zone di colore opposte (neutro e nero) e riprende temi matematici e Angeli di Pino Mantovani del 1993, tempera su tela di juta.


Sala 5
Questa sala ospita opere contemporanee di diversa provenienza, a volte frutto di donazioni.

Spazio-luce di Amleto Emery, proveniente da donazione, è un significativo esempio di ricerca astratta tra informale e gestuale nell’accostamento di linee di colore acceso, Le ultime parole di Cristo sulla croce (2001) di Salvator Presta, tema sacro trattato in maniera inusuale tramite quadratini colorati di legno appesi a fili di nylon. Il gioco di luci e ombre e di trasparenze accomuna l’opera a Network (2003) di Dario Caria, plexiglass dipinto con acrilico fluorescente e fosforescente, che ha partecipato al Premio di pittura del 2004.

A seguire in senso antiorario un bronzo di Filippo Montalto, L’elettronica uccide la fiaba (1988) e la scultura di Arrigo Minerbi Resurrezione, dono della famiglia Stoeckel e Sfondo grigio (1993) di Ernesto Saracchi.


Sala 6
Nella sala si trova Caduta (1961-62) di Tino Vaglieri, un’opera incentrata sul rapporto tra la figura umana, trasfigurata attraverso l’uso di colori scuri ed una complessa articolazione, e il contesto in cui la stessa si muove, allusivo alla tragedia degli incidenti nei cantieri edili. Senza titolo n.2 (1995) di Tino Repetto rielabora in maniera astratta suggestioni naturalistiche con elementi di matericità ed improvvise aperture di colore (ocra, rosso, bianco e nero di fondo).
Sala 7
La sala accanto alla Libreria d’Arte, utilizzata anche come sala conferenze, ospita diverse opere. Tra queste, Paesaggio (1998-99) dell’artista milanese Giorgio Albertini, un’opera appartenente al ciclo I fiori, i colori, presentato alla Galleria Vinciana di Milano nel 1998, che accosta due tele di diversa misura e stile: una piccola natura morta realizzata con realismo fotografico e una più ampia superficie trattata con stile astratto e vicino all’action painting, sviluppando così il contrasto tra due opposte tradizioni pittoriche. Robot R4 (2000) di Sergio Sarri, opera concentrata sul rapporto tra uomo e macchina (tema centrale della ricerca dell’artista) reso attraverso una figurazione onnivora che accosta tramite collage una rilevante quantità di immagini provenienti da fonti diverse, e a seguire Scarpe nere (1991) di Alberto Magnani, opera che rappresenta un’anticipazione della ricerca su cui l’artista si concentra a partire dagli anni 2000, in cui scarpe e capi d’abbigliamento diventano protagonisti assoluti dell’opera, indagati analiticamente e in scala monumentale.

Segue Muro (2010) dell’importante artista bustocco Aldo Alberti, opera astratta resa con toni grigi e azzurri e pittura materia, e Grande autoritratto con sigaro (1998) di Luca Vernizzi, reso con pennellate veloci di tempera che lasciano trasparire il colore del legno della tavola, sottolineando l’immediatezza della stesura.


Sala 8
La Libreria d’Arte ospita opere acquisite in occasione dei Premi di pittura della Città:

Costellazione (1998) di Gabriella Benedini presenta una pittura polimaterica, Senza titolo (1994) di Luigi Carboni, olio e smalto su tela estroflessa, e la più recente Burka (2003) di Annamaria Redolfi De Zan, opera realizzata con tecnica mista e applicazione di vetri e corda verniciata,

“assemblaggio realizzato con materiali elementari e di recupero all’interno di strutture dalla forme rigorose, testo materico, in cui i frammenti diventano stimolatori di sensazioni dimenticate”2 come dice la stessa artista veneziana.


Sala 9-10

La sezione di arti grafiche ospita diverse opere, tra cui l’incisione Luna nuziale (1983) di Giancarlo Pozzi di forte intensità poetica, le acquaforti di S. Alberti, Zappalà, Mirek, Salaino (La notte, Muse) e Gli attrezzi dell’artista (1982) di Gianfranco Ferroni, opera fortemente rappresentativa della produzione degli anni Novanta, incentrata su soggetti come gli interni delle abitazioni, raffigurati con analiticità nella loro intimità e realismo.

Dispiegata per tutta la lunghezza della scalinata la grande opera di Azelio Corni rappresentante una Torre moderna, con colori accesi e caldi.
Sala 11
Nel corridoio del primo piano trovano collocazione tre sculture di Dino Baranzelli (Busto Arsizio, 1934 – 1977) intitolate Babylon, realizzate in bronzo e ottone lucido.
Sala 12

Donazione Federica Giglio
La recente donazione (maggio 2012) dell’artista romana Federica Giglio, Mostramostro al tempo stesso prodigio, mostrum, e frutto di un accurato ascolto interiore, è composta da un’unica opera costituita da due installazioni, un video e un catalogo.

Il progetto dell’opera nasce da una necessità dell’artista: raccontare con il linguaggio artistico che la contraddistingue e con molto coraggio una malattia, vissuta in prima persona, chiamata Disturbo Bipolare, che si intreccia nella vita di tutti i giorni e alla quale l’artista ha voluto dare una forma visibile per raccontare la sofferenza e diffonderne la conoscenza.

La prima installazione, Benedetta da Dio, è un calco iperrealista dell’artista seduta su uno sgabello e trafitta da lance argentate. L’opera mette il corpo umano e il suo silenzioso martirio al centro del viaggio espositivo. L’artista clona la propria fisicità per riconoscere la propria conoscenza davanti al dolore.

La seconda installazione è una cassettiera con cassetti di varie dimensioni contenenti oggetti, storie e memorie di persone legate a Federica Giglio da un rapporto di amicizia ed affetto. Reperti emozionali vanno ad incrociarsi con il vissuto del pubblico chiamato ad entrare, aprendo i cassetti, nell’intimità dell’artista.

Il video d’artista racconta e segue le fasi di realizzazione del calco iperrealista.

Infine il catalogo contiene tutto il materiale documentario della mostra, che l’artista definisce trama e tessuto connettivo dell’opera.

Nello spazio l’esperienza dell’artista si disegna e prende forma e con la sua assoluta contemporaneità parla all’osservatore3.
Sale 13, 14 e 15

Premio di Pittura Città di Busto Arsizio
Le sale 13, 14 e 15 ospitano alcune opere risalenti alle passate edizioni del Premio di Pittura Città di Busto Arsizio, evento nato per promuovere gli artisti locali e incrementare, valorizzandola, la collezione di Palazzo Marliani Cicogna. Si possono contare, fino ad oggi, quattro edizioni del premio: la prima nel 1996, le successive nel 1999 e nel 2001, e l’ultima nel 2004.

Assolutamente degna di nota, nella tredicesima sala, l’opera Intrumentum verandi di Marco Baj (Magenta, 1978): l’artista, che ha frequentato lo studio di Enrico Baj, e che comincia la sua ricerca pittorica con lavori di matrice divisionista astratta, genera quest’opera da disegni concentrici che, però sono solo un pretesto per far emergere, tramite il colore, una sensazione di arcano.

Tra le altre opere qui presenti sono interessanti Radical writings, Schrift-Atem-Bild di Irma Blank (Celle, Germania, 1934) che indaga su un’idea di scrittura totale, riferendosi alle origini stesse del gesto e alla sua fisicità, e Quando s’alza il vento, sempre del premio del 2004, di Guido Giavini (Busto Arsizio, 1927), in cui l’artista fa riferimento al cambiamento.

Nella sala 14 si trova un premio di pittura del 1999 di Attilio Forgiali, Scarpe, dove l’oggetto quotidiano diventa protagonista dell’indagine pittorica con uno sguardo pop alla realtà.

Nell’ultima sala contemporanea, la numero 15, l’opera di Sandro Taliani Riaccendilo, del Premio di Pittura del 2004: la ricerca poetica dell’artista è focalizzata sull’uomo in relazione al suo ambiente e alle sue oppressioni fisiche e psichiche, fino alla sopraffazione dell’individualità. L’autore stesso, in una descrizione dell’opera, si chiede: “Riaccendilo cosa? Il televisore?...o l’uomo?”.
Sala 16

Giuliano Vangi
La sala raccoglie le opere dell’ artista Giuliano Vangi (Barberino diMugello, 13.03.1931) che sono pervenute alla collezione del museo nel 2012, in comodato d’uso, dalla raccolta dell’artista Aldo Alberti, amico di Vangi .

Vangi, artista noto a livello internazionale, al quale è dedicato un intero museo in Giappone, a Mishima, è soprattutto scultore dalle straordinarie doti plastiche e dalla forza espressiva che esprime in modo efficace lo spirito del nostro tempo.

Suo soggetto preferito è l’uomo contemporaneo. L’uso di materiali diversi (pietra, legno, ferro ecc) e il gioco della policromia sono caratteristica delle sue opere.

Importanti sue creazioni si trovano in luoghi-simbolo della cultura e della spiritualità: dal Crocifisso e nuovo presbiterio della Basilica del Santo di Padova, alla grande scultura in marmo posta all’ingresso dei Musei vaticani, dal titolo Varcare la soglia, all’ambone in pietra garganica con la Deposizione, per la chiesa dedicata a San Pio di Pietralcina a San Giovanni Rotondo.

Importante la sua collaborazione con grandi architetti, tra i quali Mario Botta e Renzo Piano.

Nella sala trovano collocazione un disegno con Nudo femminile del 1966, un altro disegno a carboncino e sanguigna, del 1970, raffigurante un Busto femminile nudo, un Ritratto di uomo del 1973, disegno a matita, carboncino con pastello rosa e azzurro, un Nudo maschile in piedi, del 1973 circa, disegno ad inchiostro, e una Donna seduta, tempera su tavola del 1977.


Sala 17

Arturo Tosi
La sala è dedicata ad Arturo Tosi (Busto Arsizio, Varese 1871 – Milano 1956) che approfondì la sua formazione a Brera e presso importanti artisti del tempo.Si orientò verso un espressionismo naturalistico, in cui forma e colore si compongono per ricostruire non solo l’esteriorità, ma il paesaggio interiore, filtrato attraverso il cuore e la mente dell’artista.

La Città di Busto Arsizio, in sinergia con il Comune di Rovetta ( ove l’artista amava soggiornare e dipingere durante la stagione estiva) gli ha dedicato una importante mostra nel 2006, a cinquant’anni dalla scomparsa. La mostra, dal titolo “Umori di buona terra. I luoghi della pittura di Arturo Tosi”, a cura di Giuseppe Pacciarotti, era corredata da un interessante catalogo.

Nelle Civiche Raccolte si segnalano in particolare le seguenti opere:

- Natura morta con piatto e frutta, Olio su tavola, cm 32 x 40, provenienza: acquisto, 1989. Il dipinto fu acquistato dall’Amministrazione Comunale nel 1989. Pur non essendo datato, esso si può accostare alle numerose Nature morte che Tosi dipinse intorno al 1940, tutte opere ben lontane da una descrizione realistica.L’artista fa degli oggetti, della frutta e dei fiori, come scrisse Lamberto Vitali (1933, p.661), un “puro pretesto per una materia pittorica squillante, smaltata, preziosa che rende il godimento intenso quanto immediato di cui é stato partecipe l’artista nel breve e veloce atto creativo”. Quest’opera ben testimonia quella sintesi fra materia, colore e luce di cui Tosi fu sperimentatore sensibilissimo.

- Autoritratto, Olio su tela, cm 8 x 10, provenienza: deposito Associazione “La Famiglia Bustocca”, 1995. Questo Autoritratto fu donato da Arturo Tosi a don Piergiorgio Perico, parroco a Clusone e biografo del maestro, il quale, a sua volta, lo regalò al commendatore Stefano Ferrario, che lo donò alla Famiglia Bustocca. Questo sodalizio nel 1995 lo ha concesso in deposito, insieme con la grande tela dal titolo Pace, sempre dipinta da Tosi, alle Civiche Raccolte d’Arte.

Dopo i primi anni di attività, Tosi abbandonò la figura, mai più riproponendola se non in qualche suo raro ritratto. In uno Tosi si raffigurò davanti al cavalletto; un altro, di identico formato di quello della Famiglia Bustocca, fu donato dall’artista allo scrittore Cesare Zavattini per la sua raccolta di quadri di formato 8 x 10.



- Pace, Olio su tela, cm. 70 x 90,firmato e datato in basso a destra A. Tosi 1924, provenienza: in deposito da Associazione Famiglia Bustocca. Come segno di gratitudine per essere stato nominato nel 1952 primo “socio onorario” della Famiglia Bustocca, questo dipinto fu offerto da Arturo Tosi al sodalizio che nel 1995 lo concesse in comodato alle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna.

Il quadro, sempre rimasto nella casa milanese dell’artista e da lui spesso inviato, per essere esposto, ad importanti rassegne, fu certamente molto caro a Tosi che quasi con dispiacere se ne separò.

Tosi intese a fondo la potente costruzione spaziale di Cèzanne e la rielaborò in modo personale, approdando, senza una svolta brusca, a quegli esiti di pittura che determineranno il classico, aristocratico ed inconfondibile suo modo di intendere il paesaggio.
Sala 18

Donazione Crespi-Legorino
La sala ospita la prima donazione di una certa consistenza pervenuta alle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna nel 1991 da Gaetano Crespi Legorino.

Doveroso qualche accenno ai tre fratelli Crespi, figli dell’industriale cotoniero Giovanni Crespi e della marchesa Agnese Rusconi: Gaetano, poeta dialettale, fu un eminente studioso della poesia di Carlo Porta, mentre Enrico e Ferruccio, rispettivamente pittore e scultore, lasciarono Busto per Milano, dove vissero e lavorarono intensamente.

La donazione consta di un nutrito gruppo di ritratti di famiglia, tra i quali merita di essere menzionato il Ritratto del pittore Enrico crespi a 23 anni (1877) di Gioacchino Banfi (Milano 1851-1883). Il dipinto, firmato in alto a destra, si segnala per la stesura libera e disinvolta della pennellata, che fa emergere la figura dall’ombra, e testimonia l’amicizia tra i due pittori, che risaliva agli anni di studio presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.

Si ricorda anche il Ritratto del poeta Gaetano Crespi (1900-1901) di Cesare Tallone (Savona 1853- Milano, 1919) che dal 1898 ricopre la cattedra di pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera. L’opera colpisce lo spettatore sia per lo sguardo vivido del personaggio ritratto sia per la stesura pittorica, caratterizzata da larghe pennellate dai toni bruni.

In ultimo va considerata la Vignarella, scultura in terracotta di Ferruccio Crespi (Busto Arsizio,. 1857 – Milano 1891). La figura, il cui modellato rapido e profondo consente alle superfici di brillare alla luce, è colta in un atteggiamento pensoso e malinconico del volto.
Sala 19

Pittura lombarda nella seconda metà dell’Ottocento: Enrico Crespi ed Emilio Magistretti
La sala è dedicata interamente ai ritratti di Enrico Crespi (Busto Arsizio, 1854 – Milano, 1929) ed Emilio Magistretti (Milano, 1851 – 1936), entrambi allievi di Hayez.

Del Magistretti si segnala Signora in bianco (1906), tela probabilmente presentata all’ Esposizione nazionale di Milano del 1906 secondo la ricostruzione di Sergio Rebora (2008). Nel dipinto l’artista ricorre ad una tavolozza cangiante, in cui al bianco dell’abito indossato dalla modella si accompagna quello del fondale.

Degna di nota per resa pittorica Nudo femminile di spalle (1913) del Magistretti, donato dalla Società Bustese di Storia e d’Arte nel 1931. Nella composizione l’artista sceglie per la modella una posa introspettiva, privilegiando toni caldi e soffusi.

Notevolissima anche La filatrice (1906) di Enrico Crespi, nella cui pittura sono spesso presenti i bambini, colti con occhi affettuosi e paterni in momenti di vita quotidiana. Qui la bambina ritratta è efficacemente descritta con pennellate ad impasto, mentre l’effetto di luce, ottenuto con pennellate filamentose, rimbalza dai capelli alla veste, dall’arcolaio al pavimento.

Va infine ricordata La Vita (1906-1910) del Crespi, che era il pannello centrale del trittico Le voci della vita, affiancato a destra da Dolore, di ubicazione sconosciuta, a sinistra da Bambini che giocano in giardino, mai realizzato. L’opera, vicina alle istanze simboliste, presenta un’ambientazione notturna e onirica che dimostra la conoscenza delle illustrazioni per i Racconti di Edgar Allan Poe, realizzate da Gaetano Previati tra il 1887 ed il 1890. L’influenza del Previati si coglie anche nella tavolozza cromatica e nelle lunghe pennellate filamentose.
Sala 20

Deposito
Sala 21



Neoclassicismo e Verismo
La sala accoglie opere tra le più significative dell’Ottocento verista e della produzione di Giuseppe Bossi (Busto Arsizio, 1777 – Milano, 1815), poeta, artista, collezionista ed estimatore di Bambagia, nonché Segretario dell’Accademia di Belle Arti di Brera dal 1801.

Squisiti esempi di ritrattistica del Bossi, il Ritratto virile, databile intorno al 1805, e il Ritratto di Alessandro Volta, del 1812 circa, recentemente donato in memoria del professor Michele Crespi.

Accanto al Ritratto di Alessandro Volta, Il Sacrificio di Lucrezia Romana, del 1800 circa, anch’esso di Giuseppe Bossi. La scena del suicidio di Lucrezia in seguito alla violenza subita da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, è composta come una sorta di “compianto laico”, sull’esempio delle più note raffigurazioni quattrocentesche, nelle quali ogni personaggio è caratterizzato da gestualità essenziale ed eloquente.

Nella sala trova collocazione anche il Ritratto del Conte Ambrogio Nava (1852) di Francesco Hayez (Venezia 1791 – Milano, 1882), in deposito dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Qui Hayez, che ritrasse gli uomini più celebrati del suo tempo, quali Gioacchino Rossini, Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Antonio Rosmini, Cavour, coglie il personaggio in atteggiamento assorto, volto a registrare la caducità della condizione umana.


Sala 22

Pittura sacra di ambito lombardo
Le opere accolte nella sala, dedicata alla pittura sacra di ambito lombardo, risalgono ai secoli XVI, XVII e XVIII. Tra queste, degna di nota L’Ostensione del corpo di Cristo (ultimo decennio del XVI secolo - primo decennio del XVII secolo), dipinto pervenuto alle Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Marliani Cicogna nel 1956 come dono degli eredi dell’avvocato Antonio Vitali. L’opera, attribuita, tra gli altri, a Sebastiano del Piombo, a Pontorno, a Giulio Cesare Procaccini e alla Maniera toscana, è stata ascritta al manierismo lombardo, nella fase 1590-1610, in seguito ad una giornata di studi del 1997.

Isolato su un’altra parete, il Noli me tangere (1697 circa) di Giuseppe Nuvolone (Milano, 1619 – 1703 circa).

Giuseppe Nuvolone, nato e vissuto a Milano, cremonese d’origine, è portatore di uno stile classico e al contempo estremamente elegante, che ben rappresenta la temperie culturale della pittura milanese nella seconda metà del secolo XVII. La sua attività si svolse tra Milano, Cremona, Bergamo, Brescia e Chiavenna.

Le opere della maturità sono ormai orientate verso il gusto settecentesco, distinguendosi dal severo e solenne impianto tipico del Seicento milanese per una notevole vivacità di tinte e per una sottesa e più leggera grazia e armonia compositiva.


Il dipinto delle Civiche Raccolte bustesi è pervenuto per donazione nel 2002, in memoria di Carlo Augusto Brazzelli, con una attribuzione a Giuseppe Nuvolone, e con il titolo Cristo e la Samaritana al pozzo. L’attribuzione è stata confermata da esperti della Soprintendenza ai beni artistici di Brera

(Marelli, 2002) e dal prof. Filippo Maria Ferro, profondo conoscitore del lavoro dell’artista.

Il soggetto della scena è verosimilmente il momento dell’apparizione di Cristo alla Maddalena dopo la Resurrezione, tradizionalmente indicato come noli me tangere. La parte inferiore del dipinto è andata perduta, compromettendo in parte la leggibilità della composizione, tuttavia la parte più importante dell’opera- il dialogo di sguardi e gesti tra la figura il Cristo e la Maddalena- rimane nella sua integrità e si offre allo spettatore in tutta la sua intensità e dolcezza.

Solo un paesaggio, accennato sullo sfondo, fa da cornice al muto dialogo tra i personaggi, che contrastano e al contempo si integrano in perfetta armonia compositiva, anche grazie ai luminosi accostamenti cromatici delle vesti.

La datazione dell’opera, su proposta di F.M.Ferro, per ragioni stilistiche è stata collocata verso il 1697 circa. La cornice risale all’ingresso nel museo.

Da segnalare anche la presenza di due affreschi staccati del canonico Biagio Bellotti (Busto Arsizio, 1714 – 1789): il Cristo deposto pianto dalla Vergine e la Madonna con il Bambino dormiente, entrambi ascrivibili al sesto decennio del Settecento e provenienti dalla demolita casa Candiani Curti Sala in via S. Gregorio.

Nei due affreschi si colgono caratteri pienamente bellottiani, quali il volto liscio, arrotondato e di profonda dolcezza della Vergine, la cromia di ascendenza tiepolesca e l’anatomia improbabile e gonfia del Cristo, riscontrabile anche in alcune figure degli affreschi del presbiterio e dell’abside di San Giovanni.
Sala 23

Testimonianze di pittura devozionale
La sala ospita testimonianze pittoriche e scultoree provenienti dalle cascine cittadine, in particolare dalla Cascina dei Poveri.

A fare da tre d’union con la sala precedente, il Progetto per basamento di Pala d’altare (1780 circa), uno dei pochi disegni di Biagio Bellotti conservatisi, in cui l’artista si preoccupa di ideare, fin nei minimi particolari, l’arredo ornamentale dell’altare.

Dall’Oratorio, dedicato a San Bernardino, della Cascina dei Poveri sono pervenuti al museo l’ Acquasantiera in pietra (XVII secolo) che stava all’ingresso del piccolo luogo di culto, la Statua di San Bernardino da Busto (XVII secolo), in origine ospitata in una nicchia nella parte superiore della facciata, e la Lapide con iscrizione dedicatoria alla Beata Giuliana (XVII secolo). In essa si ricorda che la Beata Giuliana nacque nel 1427 in cascina, dove visse la sua fanciullezza, prima di dedicarsi alla vita contemplativa sul Sacro Monte di Varese.

Dall’Oratorio di S. Bernardino proviene anche l’ Annunciazione (1680 circa) di Antonio Crespi Castoldi, artista, appartenente ad una famiglia di pittori bustesi attivi a Como, nel novarese e a Busto Arsizio, che in città si dedicò a ritrarre Madonne, santi bustocchi e canonici, lasciando i segni della sua attività non solo nelle chiese del borgo – S. Giovanni, S. Antonio – ma anche nelle cappelle di campagna come la Madonna in Veroncora.

Dalla demolita cascina detta “La Ciama” in via Silvio Pellico giunge nelle collezioni la Crocifissione, un affresco settecentesco strappato.
Sala 24

La Donazione Don Marco Rossi
La Donazione Don Marco Rossi, a cui la sala è interamente dedicata, è pervenuta al museo nel 1994 ed è costituita da 14 dipinti risalenti al XVII e al XVIII secolo e facenti parte della collezione d’arte antica del sacerdote.

L’ Adorazione dei pastori, una delle opere più significative della donazione, è stata studiata da Marco Rosci che ne coglie la derivazione da un incisione di Johann Sadeler, tratta da un perduto dipinto di Polidoro Caldara da Caravaggio (Caravaggio, Bergamo 1499/1500 – Messina 1543). Secondo lo studioso la realizzazione della tela sarebbe da attribuire a copisti della prima metà del Seicento, riassunti nel nome del Volpino. Fedele alla stampa di riferimento anche l’iconografia della copia, in cui la Madonna svela il Bambino, con gesto allusivo sia del parto sia della piena umanità di Gesù.

Di grande impatto visivo tre dipinti, che probabilmente appartenevano ad un ciclo più ampio della Passione di Cristo: l’ Orazione nell’Orto, la Flagellazione e l’Incoronazione di spine. Andrea Spiriti li data all’ultimo decennio del Cinquecento e rigetta l’attribuzione, finora proposta, a Giovan Ambrogio Figino (Milano, 1548/50 – 1608), il maggior rappresentante della cultura michelangiolesca nella pittura milanese nell’età di Carlo Borromeo. Preferisce invece collocare le opere all’interno della bottega del maestro, pensando ad un suo collaboratore.

Si menziona infine il Ritratto di Francesco Bonaventura Cavalieri, attribuito da Rossana Bossaglia a Giacomo Cavedoni (Sassuolo, Modena 1577 – Bologna 1660). Il dipinto, di pregevole fattura e di grande intensità emotiva, ritrae un famoso matematico gesuato costantemente presente a Bologna dal 1629 alla morte nel 1647. Secondo Boscaglia confrontando il ritratto con il suo corrispettivo conservato alla Galleria degli Uffizi si evince che l’esemplare esposto a Palazzo Cicogna è l’originale, mentre la versione fiorentina ne è la copia.


Scalone 25

Vedute della città
Lo scalone d’uscita ospita tre bozzetti preparatori risalenti agli anni Sessanta, degli affreschi che si trovano al Palazzo di Giustizia di Busto Arsizio.

Lungo la scala, si possono riconoscere alcuni scorci della città, realizzati da alcuni pittori locali, e tra cui si segnala il Mortorio di San Michele, interni ed esterni della Basilica di Santa Maria e il Duomo di San Giovanni, via Montebello e riproduzioni di affreschi strappati da alcune cascine cittadine prima della loro demolizione.

In questo modo il museo si apre e dialoga con lo spazio della città.

BIBLIOGRAFIA




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A.A.V.V., Le Civiche Raccolte d’Arte di Palazzo Cicogna: note introduttive e critiche alle sezioni della collezione, Busto Arsizio 1997.
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A.A.V.V., 2Premio di Pittura Città di Busto Arsizio, catalogo della mostra a cura di S. Sanvito, (Busto Arsizio, Palazzo Marliani Cicogna, 2004-2005), Busto Arsizio 2004.
2006
A.A.V.V., 3Mostramostro, catalogo della mostra di Federica Giglio (Roma, Ala Mazzoniana della Stazione Termini), Formia 2006.
2008
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A.A.V.V., 1Spazi per l’abitare. Busto Arsizio fra le due guerre: idee, architetture, interni, Brescia 2008.
R
Protocollo n.
ep. n. 361 del 12 luglio 2012




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