Hegel butler



Scaricare 329.22 Kb.
Pagina1/8
02.02.2018
Dimensione del file329.22 Kb.
  1   2   3   4   5   6   7   8


Judith Butler (1956 Cleveland USA)
1. Processi di scoperta/costruzione di sé e mestizia: contesti di riferimento storico

2. Potere e assoggettamento: «… il soggetto è formato nella sottomissione»

3. Formazione delle identificazioni che costituiscono l’io; coscienza, incorporamento, sostituzioni, identità, racconto di sé.

4. Questioni di genere nel binomio natura e cultura

5. La decostruzione (undoing, “disfatta”) delle rigidità di genere e di identità e la nuova società

Opere


Butler Judith 1990, 1999, Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Milano 2004

Butler Judith 1993, Corpi che contano, Feltrinelli, Milano 1996

Butler Judith 1997, La vita psichica del potere. Teorie della soggettivazione e dell’assoggettamento, Meltemi, Roma 2005

Butler Judith 2004, La disfatta del genere, Meltemi Roma 2006 (disfatta o meglio decostruzione)

Butler Judith 2005, Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006
1. Processi di scoperta / costruzione di sé e mestizia: contesti di riferimento storico filosofico esplorati da Butler come riferimenti irrinunciabili: Kant, Hegel, Nietzsche, Freud, Adorno, Foucault, Lacan, Althusser…

1.1. Kant: l’isola e il mare

«Noi abbiamo fin qui non solo percorso il territorio dell’intelletto puro esaminandone con cura ogni parte; ma l’abbiamo anche misurato, e abbiamo in esso assegnato a ciascuna cosa il suo posto. Ma, questa terra è un’isola, chiusa dalla sua stessa natura entro confini immutabili. È la terra della verità (nome allettatore!), circondata da un vasto oceano tempestoso, impero proprio dell’apparenza dove nebbie grosse e ghiacci, prossimi a liquefarsi, danno a ogni istante l’illusione di nuove terre, e, incessantemente ingannando con vane speranze il navigante errabondo in cerca di nuove scoperte, lo traggono in avventure, alle quali egli non sa mai sottrarsi, e delle quali non può mai venire a capo.» (Kant Critica della ragion pura, 243)

L’assedio del mare e le illusioni, o meglio allucinazioni, create dalla volontà di terraferma, quasi in posizione di difesa nei confronti del mare, indicano in immagine e in metafora l’ansia del definire, del tracciare confini, delimitare aree note e stabilizzate e l’insoddisfazione di fronte alla consapevolezza della precarietà di ogni equilibrio raggiunto e apparentemente conquistato. La stessa volontà di difesa e di conquista tiene desti il timore della fine e la mestizia del conquistare per delimitare ed escludere.
1.2. Hegel: formazione (Bildung) e mestizia nel viaggio dell’anima verso l’Assoluto

[Butler racconta che trascorreva le giornate della sua giovinezza a leggere Hegel (certo non solo quello e spesso al bar) Butler Judith 2004 La disfatta del genere, Meltemi Roma 2006, 245; eloquente questa valutazione generale da lei espressa sulla filosofia di Hegel: «C’è indubbiamente molta luce nella stanza di Hegel, e gli specchi hanno la fortunata coincidenza di essere generalmente anche delle finestre.» (Butler Judith 2005, Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006, 59) Osserva Giulia Gigante: «Come il sogno, infatti, lo specchio ha una funzione di disvelamento e rappresenta il varco verso un’altra realtà in cui i desideri repressi, talora inconfessabili, possono essere realizzati» (in presentazione di Cajanov Aleksandr, Lo specchio veneziano, Elliot Lit edizioni, Roma 2013, 6).

La Fenomenologia dello Spirito, pubblicata nel 1807, è un romanzo di formazione (un Bildungsroman) di carattere filosofico per lo stile, il linguaggio, il tema, lo scopo e il risultato. L’opera racconta «la storia particolareggiata della formazione (Bildung) della coscienza stessa a scienza» e «La scienza di questo itinerario è scienza dell’esperienza che la coscienza fa». (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Prefazione, 36 [pagine riferite al testo tedesco, riportate in ed. La nuova Italia, Firenze 1985]). L’impianto dell’opera richiama quei «romanzi di formazione dell’anima» (i Bildungsromane) (composti tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’800, in piena stagione detta romantica) nei quali soggetti eroici, passando attraverso drammatiche esperienze sentimentali ed esistenziali, maturano nella sofferenza una piena consapevolezza di sé e della condizione umana; si tratta qui di una iniziazione alla filosofia come sistema scientifico ed è la presentazione di come un genere nuovo di scrittura filosofica, la fenomenologia della coscienza, apra al sapere assoluto. «Il compito di accompagnare l’individuo dalla sua posizione incolta fino al sapere, era da intendersi nel suo senso generale, e consisteva nel considerare l’individuo universale, lo spirito autocosciente nel suo processo di formazione.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Prefazione, 28) «Nello studio della scienza tutto sta quindi nel prendere su di sé la fatica del concetto» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Prefazione, 58)

1.2.1. Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel ricostruisce infatti la via che la coscienza percorre per giungere alla piena autocoscienza e al principio razionale e sistematico dell’intera realtà, lo Spirito, l’Assoluto. L’intreccio è serrato, costruito intorno al percorso contemporaneo di tre soggetti: la coscienza (l’individuo), l’umanità (la storia), lo Spirito (il principio): nel percorso della sua formazione (ontogenesi) la coscienza percorre l’intero arco delle tappe culturali dell’umanità (filogenesi), tappe che, nella consapevolezza finale, risultano essere fin dal principio espressione, manifestazione e realizzazione storica (manifestazione-deduzione) dello Spirito Assoluto.

1.2.2. Si tratta di un racconto che narra un cammino formato da rivolgimenti e conversioni, superamenti e ravvedimenti; una vera e propria conversione del soggetto e dell’umanità alla filosofia esposto in una fenomenologia della coscienza. «…questa presentazione… può venir considerata come l’itinerario della coscienza naturale, la quale urge verso il sapere; o come l’itinerario dell’anima percorrente la serie delle sue figurazioni quali stazioni prescrittele dalla sua natura perché si rischiari a spirito e, mediante la piena esperienza di se stessa, giunga alla conoscenza di quello che essa è in se stessa…» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 5)


1.2.3. Gli ostacoli, i pericoli, gli inganni e i blocchi che la coscienza deve superare (mestizia fenomenologica e il suo destino).

1.2.3.1. Superare il proprio sentirsi perennemente estranei, esterni; sensazione consegnata alla tradizionale opposizione tra coscienza e Assoluto, e ratificata nella paura che di fatto tale opposizione nutre e nasconde: «una tale paura [di errare] presuppone rappresentazioni del conoscere, inteso come strumento e mezzo… ma, sopra tutto, presuppone che l’Assoluto se ne stia da una parte e il conoscere dall’altra»; è necessario interrompere «inutili immaginazioni e chiacchiere di un conoscere separato dall’Assoluto e di un Assoluto separato dal conoscere.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 2)


1.2.3.2. Si tratta del dramma, della disperazione della coscienza nello scoprirsi come sapere non reale: «…la coscienza naturale mostrerà di essere soltanto concetto del sapere, ossia sapere non reale. Ma giacché quella ritiene sé, immediatamente, il sapere reale, questo itinerario ha per lei significato negativo e, rispetto a lei, ciò che è realizzazione del concetto vale più tosto come perdita di se stessa. In questo itinerario, infatti, tale coscienza perde la sua verità.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 6) L’ingresso nel vero o il primo incontro con esso (in generale, con una nuova situazione esterna) è vissuto come perdita di sé e non ritrovamento di sé nel vero; il sapere è in tal modo esterno alla coscienza e il cammino si arresta nel dubbio. La scoperta e constatazione del proprio sapere apparente viene vissuta come esperienza del dubbio, anzi della disperazione: il dubbio infatti non è esteso a questa o quella verità, ma è totale (come ricostruito nelle Meditazioni filosofiche di Descartes). Tuttavia proprio in questa estensione non è fine ma inizio: «soltanto lo scetticismo rivolgentesi all’intero ambito della coscienza apparente, rende capace lo spirito di esaminare che cosa sia la verità, inducendo a disperare delle così dette rappresentazioni…» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 6)

Hegel assume l’apparire, momento iniziale del sapere, rispettandolo nella sua dimensione aconcettuale e collocandolo come momento autonomo e irrinunciabile in un percorso dialettico verso il sapere concettuale. In tale contesto e a questo scopo svolge un ruolo determinante il dubbio inteso non nella sua dimensione determinata circa un sapere parziale ma nella sua procedura totale così come la tradizione scettica lo ha collocato nella filosofia. Esso tuttavia, in questa veste, non attua una crisi del sapere e della certezza che lo accompagna, ma ne è mentore e propedeutica.

1.2.3.3. In realtà vi è il fondato sospetto che «una tale paura di errare non sia già essa stessa l’errore» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 2); il vero errore è la paura di sbagliare quando questa si traduce in scetticismo fine a sé; anche perché una simile situazione posta a non riconoscere il ruolo di un sapere apparente, dell’apparire, nel cammino della coscienza. Vista dal cammino, quindi in divenire, e dall’esito, quella disperazione è solo un trapasso e un momento, ed esprime il vero ruolo del dubbio: il dubbio è il «consapevole discernimento della non verità del sapere apparente» e si trasforma in «storia particolareggiata della formazione stessa della coscienza a scienza» (in fenomenologia); «la presentazione della coscienza non verace nella sua non verità non è un movimento meramente negativo, qual è invece secondo il modo di vedere unilaterale della coscienza naturale; e un sapere che di tale unilateralità faccia la propria essenza, è una delle figure della coscienza imperfetta e, come tale, rientra a sua volta nel corso di tale itinerario, e ivi verrà a mostrarsi.»

«Ma la coscienza è per se stessa il suo concetto, ed è quindi, immediatamente, l’atto di sorpassare il limitato, e, poiché questo limitato le appartiene, del sorpassare se stessa. […] La coscienza subisce quindi da lei medesima la violenza del guastarsi ogni appagamento limitato. Nel sentimento di tale violenza, l’angoscia avrà un bell’arretrare di fronte alla verità, per tentar di salvare a sé ciò, la cui perdita incombe; ma l’angoscia non potrà trovar pace, sia che essa voglia adagiarsi in un’obliosa inerzia, — il pensiero guasta la festa al torpore mentale e la sua inquietudine guasta l’inerzia, — sia ch’essa si corrobori in una sensitività la quale assicura di trovare che tutto è buono, a modo suo; ma tale assicurazione viene inficiata dalla ragione, la quale intanto trova che qualcosa non è buono, in quanto esso è un modo. Ossia la paura della verità potrà ben occultarsi a sé e agli altri dietro la finzione che l’ardente zelo per la verità stessa le renda difficile, anzi impossibile, trovare un’altra verità al di fuori di quella unica della vanità d’esser sempre più intelligente di qualsivoglia pensiero, provenga esso da se stesso o da altri; questa vanità che è capace di vanificare ogni verità per tornarsene poi in se stessa, e che si pasce del suo proprio intelletto il quale, dissolvendo ogni pensiero, non sa ritrovare un contenuto, ma soltanto l’arido Io, questa vanità è una soddisfazione che deve venir lasciata solo a se stessa; essa, infatti, fugge l’universale e cerca soltanto l’esser-per-sé.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 8) Affermare la difficoltà del vero è pretesto (magari inconsapevole) per nascondere altro e magari giustificarlo o nutrirlo: la paura, la vanità e il loro reciproco alimentarsi

1.2.3.4. i termini della fenomenologia (presentazione della coscienza che si apre al vero) diventano i termini del Sistema, o della scienza piena dispiegata in concetto. L’innovazione che la fenomenologia porta con sé quando si presenta come filosofia consiste nella consapevolezza che il cammino, il mutamento e gli stati di tensione e ansia che lo caratterizzano, le tappe e le stesse soste, gli arretramenti… non sono considerati come momenti esterni allo Spirito, superati e da abbandonare a traguardo raggiunto. Il fine e il traguardo sarebbero in tal caso situazione di vuotezza e di nulla; l’intera concretezza delle vicende di formazione, rimosse e dimenticate, darebbero vita a un sapere vuoto o meglio a un non sapere, la vita alla fine è un freddo cadavere; si tratta di un sapere dogmatico inefficace; la vera natura del dogmatismo è la paura della verità.

Al contrario è nei momenti e nelle manifestazioni dinamiche e tormentate dell’Assoluto, quindi nella propria storia, che l’Assoluto, attraverso la ricostruita consapevolezza del proprio sviluppo, trova la sua pienezza e concretezza. «… infatti la cosa stessa non è esaurita nel suo fine bensì nella sua attuazione; né il risultato è Intiero effettuale, anzi questo è il risultato con il suo divenire»


I termini usati per indicare il “cammino” della coscienza, presentata nelle sue figure (processo, concatenazione, movimento, cammino, itinerario, formazione [Bildung]) e per indicare l’esito del cammino, sbocciato, aperto, oltre se stesso… diventano i termini di un sapere completo che non ha bisogno di andare oltre se stesso: sia gnoseologicamente: «ma al sapere è di necessità inerente non meno la meta che la serie del processo […] la meta è là dove il sapere non ha bisogno di andare oltre se stesso», sia ontologicamente «dove il concetto corrisponde all’oggetto e l’oggetto al concetto.» (le citazioni sono da Hegel, Fenomenologia dello Spirito, La Nuova Italia editrice, Firenze 1973, pp.65-78 passim)
1.2.4. l’essere determinato e il suo destino: la finitudine e il suo destino o la mestizia della determinazione logica (mestizia logica e il suo destino); l’essere e il nulla, l’analisi della relazione con l’altro; processo e realtà logica presentati in quattro movimenti sullo sfondo di una consapevolezza generale: «Dal divenire sorge l’essere determinato. L’essere determinato è il semplice essere uno dell’essere e del nulla. […] L’esserci o l’esser determinato è in generale, conformemente al suo divenire, un essere con un non essere.» (Hegel Logica 103). Dunque, il finito e la dialettica del determinato nella concretezza della relazione con l’altro: «LA FINITÀ Qualcosa e un altro» in quattro movimenti (individuati per selezione e sintesi).
[1.] Qualcosa ed altro son tutti e due in primo luogo degli esserci che sono o dei qualcosa.
[2.] In secondo luogo ciascun de’ due è anche un altro. È indifferente quale dei due si chiami per il primo, e solo per ciò, qualcosa […] Tutti e due sono in pari maniera altri. […]

[3.] Tutti e due son determinati tanto come qualcosa quanto come altro. […] Questa medesimezza delle determinazioni cade però anch’essa soltanto nella riflessione esterna, nel confronto delle due…

[4.] Il qualcosa si conserva nel suo non essere; è essenzialmente uno con cotesto non essere, e essenzialmente non uno con esso. Sta dunque in relazione col suo esser altro; non è puramente il suo esser altro. L’esser altro è in pari tempo contenuto in lui, e in pari tempo ancora da lui separato; è esser per altro. […] L’esser per altro e l’essere in sé costituiscono i due momenti del qualcosa. […] L’essere e il nulla nella loro unità, che è l’esser determinato o l’esserci, non son più come essere e nulla. Non son così che fuori della loro unità. Così nella loro unità inquieta, nel divenire, 1’essere e il nulla sono il nascere e il perire. (citazioni da Hegel Logica 112-115,passim).

In sintesi: «Da prima la determinatezza sembra essere tale soltanto perché si riferisca ad altro, e il suo movimento sembra impostole da una violenza estranea; ma già in quella semplicità del pensiero è implicito che la determinatezza ha in se stessa il suo esser-altro e che è automovimento» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Prefazione, 55)

1.2.5. La mestizia del finire (la struggente e dolce mestizia) e il destino di fine dello stesso finito, dunque una singolare infinità.

«La finità. L’esserci è determinato. Il qualcosa ha una qualità, e in questa qualità non è soltanto determinato, ma ha un limite. La sua qualità è il suo limite, come affetto dal quale esso riman dapprima un esserci affermativo, quieto. Ma …[…] Quando delle cose diciamo che son finite, con ciò s’intende che non solo hanno una determinatezza … ma che anzi la lor natura, il loro essere, è costituito dal non essere. Le cose finite sono, ma la lor relazione a se stesse è che si riferiscono a se stesse come negative, che appunto in questa relazione a sé si mandano al di là di se stesse, al di là del loro essere. […]

Il pensiero della finità delle cose porta con sé questa mestizia … perché alle cose nella semplicità di cotesta determinazione, non è più lasciato un essere affermativo distinto dalla lor destinazione a perire. […]

Se non che tutto sta a vedere se in questo modo ci si ferma all’essere della finitezza, se la caducità, cioè, persiste, oppure se la caducità e il perire perisce. […] Questo è da portare alla coscienza; e lo sviluppo del finito fa vedere che, essendo questa contraddizione, il finito si distrugge in sé, ma risolve effettivamente la contraddizione, non già ch’esso sia soltanto caduco e che perisca, ma che il perire, il nulla, non è l’ultimo, ossia il definitivo, ma perisce.» (Hegel Logica 128-130 passim)

1.2.5.1. Inteso filosoficamente il perire della finitezza è il movimento di negazione della separatezza e presunta indipendenza del finito ed è movimento che dà avvio al conservarsi del finito, del determinato nella concretezza dialettica del concetto e del sistema, come dunque un suo logico momento; entra nel mondo delle determinazioni del sistema diventando realtà effettuale e non solo realtà pensata, cioè isolata e astratta. Questa situazione implica e fornisce un corretto concetto di universale e di sistema: un universale concreto. Infatti, non è all’esterno delle determinazioni o del finito, non è a prescindere da esse con un semplice moto di negazione, che si raggiunge l’universale o il concetto; uscendo dalle determinazioni non resta che il nulla; l’essere inteso nella sua assoluta e astratta universalità, unità dimentica della determinazioni o che da esse astrae, coincide con il nulla (l’assenza delle determinazioni). «… chi ha occhi non vede né nella pura luce né nella pura tenebra, proprio come il cieco non vedrebbe il tesoro in mezzo a cui si trovasse» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Coscienza, 57). È nella finitezza che si vive, con immediatezza, l’assoluto reale e l’infinito perché il finito ha nel proprio essere determinato anche il proprio estinguersi; e l’estinguersi del finito è un infinito inteso come movimento e divenire. Qui si colloca la vita dialettica della coscienza [come già citato]: «… la coscienza è per se stessa il suo concetto, ed è quindi, immediatamente, l’atto di sorpassare il limitato, e, poiché questo limitato le appartiene, del sorpassare se stessa.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 8)

1.2.5.2. La mestizia del finito nel perire dei suoi momenti e nel suo stesso estinguersi, seguendo il destino e la nozione di finito, è dunque però togliersi del finito per stare nel movimento dell’infinito dall’interno stesso della finitudine, tendere all’Infinito con struggente (romantica e logica) mestizia.

«L’infinità o quell’assoluta inquietudine del puro automovimento per cui ciò che è in qualche guisa determinato, per es. come essere, è piuttosto il contrario di tale determinatezza, è invero l’anima di tutto ciò che finora è stato; ma soltanto nell’interno quest’anima è alfine liberamente sbocciata.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Coscienza, 74)

La logica che Hegel mette in narrazione quando discorre della coscienza e del suo passaggio all’autocoscienza è la logica di un continuo sdoppiamento tra sé e altro, altro riconosciuto come sé … e queste scissioni e lacerazioni sono luogo di mestizia e anche sede di anelito e cammino per una conciliazione di unificazione densa e non astratta dal cammino stesso e dalla sofferenza che lo accompagna; sembra qui prender forma anche la situazione e il sentimento della “forclusione”, termine certamente non hegeliano (anzi se per forclusione si intende il riferimento a un vissuto mancato o negato di cui rimuoviamo la rimozione e di cui non è possibile esplicitare il rimpianto, questo, nel progetto, nei termini e nella logica, sembra estraneo alla filosofia sistematica di Hegel che si presenta come il regno della logica, di carattere dialettico in forza del negativo ma dalla piena esplicitazione razionale e conservazione logica del negativo stesso).

1.2.6. il movimento di “forclusione” (applicando e anticipando il termine psicanalitico) della “coscienza infelice”; «singolarità come contraddizione inconsapevole, la quale si esplica in un movimento senza sosta» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Autocoscienza, 51). L’ansia del vero e la struggente mestizia che accompagna il cammino, l’anelito e lo struggimento della coscienza verso di esso (dall’interno stesso della coscienza e a partire dalla sua dialettica: «essa è in lei uno per un altro» Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 12), danno vita alla dimenticanza di ciò da cui ci si sta allontanando per desiderio di oltrepassamento. Il primo sentire dell’esperienza e della coscienza di sé, pieno e indistinto, viene quindi e progressivamente consegnato all’apparenza (all’apparire e quindi anche per definizione, cioè in quanto mera apparenza, al suo inevitabile scomparire) e da esso la coscienza si allontana senza vivere questo allontanamento come una perdita, come un lutto, perché ciò che attrae e che rappresenterà la vera tragica perdita è quel vero e quel tutto sistematico verso cui essenzialmente anela. Svanisce dalla consapevolezza quel primo apparire e accadere del vero nella coscienza, ma resta tuttavia un ineliminabile e insopprimibile “primo apparire” (esperienza prima) da cui la coscienza, pur non avvertendone la perdita, non potrà mai prescindere come dalla sua prima singolare universalità. A seguito di quella scomparsa del primo apparire, pur non compianta e proprio per questo, resta al centro dell’esperienza della coscienza (“infelice”) un senso di vuoto inconsapevole, non afferrabile, inconscio ma attivo, per ciò che non si avverte come perdita ma che resta perdita primaria; vuoto, sepolcro inconsapevole e cancellazione che, nelle tappe descritte da Hegel, attende di essere cancellato (la cancellazione della cancellazione) per fare spazio alla presenza di una piena coscienza di sé. Per intanto si posiziona progressivamente al centro della coscienza la melanconia o il senso di distanza e perdita che accompagna il perdurante riferimento alla totalità vissuto nell’oblio del sorgere primo della coscienza stessa, di quel denso e originario apparire che ora è dimenticato, non compianto. Malinconia, dunque, in due direzioni o in tensione: per quel vuoto non avvertito o negato, per l’astratta totalità verso cui si anela, lontana e trascendente. L’anelito verso di essa è melanconia struggente in quanto la coscienza non mette in conto, nel viverne la distanza e, in realtà, la perdita, l’astrattezza e perciò la non-realtà di quella trascendente totalità; non avverte l’impossibilità di quella perdita che rappresenterebbe l’unico modo per sopire la melanconia della perdita se, appunto, colta come perdita impossibile.

1.2.6.1. il «movimento di infinita nostalgia»: «Si presenta così l’interiore movimento del puro animo che sente bensì se stesso, ma si sente dolorosamente come scissione; movimento di una infinita nostalgia la quale ha la certezza di avere a propria essenza un siffatto puro animo, — puro pensare pensantesi come singolarità, — da venir conosciuta e riconosciuta da quell’oggetto, proprio perché quell’oggetto stesso pensa sé come singolarità. Ma nello stesso tempo siffatta essenza è l’irraggiungibile al di là che sfugge, anzi è già sfuggito nell'atto in cui si tenta d’afferrarlo. È già sfuggito: infatti esso è da una parte l’intrasmutabile che pensa sé come singolarità…» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Autocoscienza, 52) (la non narrabilità di sé, l’incapacità di dar conto di sé, cfr. Butler)

1.2.6.2. un prima e un poi perché il mondo diventi verità effettuale per la coscienza in piena esperienza di sé, «soltanto … quando il sepolcro della sua verità è andato perduto, quando anche il cancellare la sua effettualità è esso stesso cancellato» (“forclusione”): «Intendendosi a questo modo, quella autocoscienza viene a trovarsi in tal condizione come se il mondo le si presentasse ora per la prima volta. Per lo innanzi non lo intende, ma lo desidera ed elabora; essa ritraesi da quello in se stessa, e lo cancella per sé; e cancella anche se stessa come coscienza, — come coscienza di quel mondo quale essenza, nonché come coscienza della nullità di esso. Soltanto di poi, quando il sepolcro della sua verità è andato perduto, quando anche il cancellare la sua effettualità è esso stesso cancellato, e quando a lei la singolarità della coscienza è in sé essenza assoluta, essa coscienza scoprirà quel mondo come suo nuovo mondo effettuale che per lei ha interesse nel suo restare, mentre prima lo aveva soltanto nel suo dileguare; il sussistere del mondo le diviene infatti una verità e una presenzialità sua propria; la coscienza è certa che qui farà esperienza soltanto di sé.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Ragione, 2)

1.2.7. la perdita del negativo. Ciò che è in atto nella forclusione è la perdita del negativo attraverso il suo travisamento e (paradossalmente) attraverso la sua negazione o dimenticanza rimossa. È in atto qui una terribile confusione tra risultato e processo, imputabile al “cattivo” scetticismo. Il nulla o il fallimento di un risultato in rapporto al sapere è sempre un nulla relativo, rivolto all’oggetto; il nulla, invece, il non-essere, è un modo di essere tanto del pensiero quanto della realtà se si vuole un sapere determinato, che definisca una realtà in forza del limite, del suo non essere, del suo rapportarsi all’altro; concretezza che porta a concetto la realtà se non ci si accontenta delle astrazioni di un universale che si ferma al primo momento del suo cammino, quello che consiste nel prendere le distanze dalla realtà particolare allo scopo di coglierla, poi, con un universale che ne indichi l’essenza. Il negativo invece, come negativo “in assoluto”, come l’altro in assoluto (o come genere, così come lo presentava Platone), indica e supporta la capacità logica di definizione e di oltrepassamento di ogni determinazione possibile, oltrepassamento a cui il pensiero deve la propria concretezza, la propria vita e il proprio essere dinamicamente tutto, a cui deve quindi la propria infinità oltre il suo ricorrente parziale arresto. Il “cattivo” scetticismo disprezza e nega la ragione quando avverte la negatività dei suoi risultati, l’impossibilità a definirli con verità assoluta, ma così non coglie la funzione logica del negativo e della stessa ragione, riferisce il negativo agli oggetti, alle cose e lo pone con ciò all’esterno del pensiero, fino ad immaginare uno pseudo oggetto come il non vero, il non essere, privando la ragione del vero e della concretezza e bloccandone il movimento. Qui lo scetticismo, nel tentativo di nasconderla, consacra la paura di errare («che una tale paura di errare non sia già essa stessa l’errore» Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 2), solidifica il pensare e si fa dogmatismo, consegna la coscienza e la mente al mutevole empirismo bloccando il pensiero. «Ma la coscienza è per se stessa il suo concetto, ed è quindi, immediatamente, l’atto di sorpassare il limitato, e, poiché questo limitato le appartiene, del sorpassare se stessa.» (Hegel 1807 Fenomenologia dello spirito, Introduzione, 8)

Lo stesso accade nella esclusione del negativo, nella negazione della negazione (nella forclusione). L’oggettivazione del negativo e la sua conseguente estromissione dalla coscienza, la sua alienazione / estraneazione, cioè la sua oggettivazione alienata, è anche la perdita del negativo da parte della coscienza, e la perdita della negazione è contemporaneamente il blocco del movimento proprio della coscienza nella sua dialettica singolarità universale e nel suo cammino di pensiero e di conoscenza verso il vero e il reale a partire dal principio di razionalità che lo costituisce. La gravità sta nel fatto che la perdita del negativo non viene avvertita come una perdita ma come un successo, proprio perché ciò che si perde o da cui ci si allontana è il negativo; e quindi si tratta di una perdita non vissuta come tale, di un lutto non avvertito, non compianto, non elaborato, non accolto, destinato a creare un vuoto tanto più fonte di malinconia quanto più è destinato a restare nella non consapevolezza e non ammissione della sua perdita e della sua inconsapevole rimozione.

1.2.7.1. Un sospetto (probabilmente da fugare): che anche in Hegel si passi dalla mestizia dell’essere determinato alla forclusione. Sembra comparire, nei due ambiti, una stessa logica dialettica operativa che fa sorgere il sospetto che il sistema di Hegel viva di forclusione: è possibile dedurre, nel sistema della filosofia, il finito, il determinato, ciò che è singolare e individuale dall’Assoluto come un suo momento o una sua determinazione solo se si è rimosso il determinato nella sua assoluta e originaria singolarità e si è rimossa questa stessa rimozione, questo abbandono e questa negazione di cui non si rischia ora di conservare realmente alcuna rilevante consapevolezza e per la quale non vi è alcuna elaborazione del lutto o della perdita. Saremmo allora di fronte ad un sistema segnato da una doppia mestizia o meglio melanconia: dell’Assoluto, non raggiunto, del finito, perso. Non è un caso che la filosofia dopo Hegel gli rimproveri di aver parlato tanto di alterità ma di avere soltanto il pensiero dell’alterità non il reale altro (Feuerbach) (è un altro dedotto logicamente; è il reale logico, non il reale che accade e resta unico nella sua singolarità), e che prenda corpo ripetutamente (e ossessivamente) l’ipotesi di rovesciamento dell’impostazione di Hegel e di uscita dal sistema. Il come uscire dal sistema diventa esplorazione delle autonegazioni e soprattutto delle negazioni dimenticate fonte di una mestizia tanto più profonda quanto meno avvertita.




Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5   6   7   8


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale