Hegel butler


soggetto in “assoggettamento” e la forma psichica assunta dal potere



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2.1. soggetto in “assoggettamento” e la forma psichica assunta dal potere (vita psichica del potere): una teoria del potere e una teoria della psiche (potere e soggetto)

«il potere, che inizialmente appare come esterno, imposto al soggetto, in grado di porre il soggetto in uno stato di subordinazione, assume una forma psichica che costituisce l’identità stessa del soggetto.» (Butler 1997 La vita psichica, 9)

2.1.1. Attaccamenti appassionati; assumersi rivoltandosi contro di sé. La natura sospetta delle teorie in cui si parla, ripetutamente (dalla filosofia, alla sociologia, alla psicanalisi…) di «attaccamenti appassionati» (passionate attachment) alla propria subordinazione. Assoggettamento come fatale interiorizzazione della subordinazione trasformatasi ormai inesorabilmente nel meccanismo dell’autosubordinazione. Il sospetto è che tali teorie ospitino e alimentino la rassegnazione con cui l’uomo si sottopone al potere fino a condurre «il soggetto, che contemporaneamente viene formato e subordinato» ad ignorare (rimuovere e non notare) il processo di assoggettamento a cui consegna la propria formazione e perciò la natura del potere politico.

«Attaccamenti appassionati L’insistenza sull’affermazione che un soggetto è appassionatamente attaccato alla propria subordinazione è stata invocata criticamente da coloro che cercano di ridimensionare le richieste dei subordinati. Al di là e contrariamente a questa visione, ritengo che l’attaccamento all’assoggettamento venga prodotto tramite le azioni del potere e che l’operato del potere sia parzialmente esemplificato proprio da tale effetto psichico, uno dei più insidiosi tra le sue produzioni. Se, in senso nietzschiano, il soggetto è formato da una volontà che si ripiega su se stessa, assumendo una forma riflessiva, allora il soggetto è la modalità del potere che si volta su se stesso: il soggetto è l’effetto del contraccolpo del potere.» (Butler 1997 La vita psichica, 12)

La ripresa analitica della tesi mette in luce, sotto altra forma, l’ambivalenza dell’assoggettamento e il coinvolgimento inesorabile del soggetto e del potere in questo processo di assoggettamento (esplicito è il richiamo alla dialettica servo / padrone presentata da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito).

2.1.1.1. Si tratta, in qualche modo, di una situazione socialmente obbligata: «… nessun soggetto emerge senza un attaccamento appassionato nei confronti di coloro dai quali dipende in maniera fondamentale (anche se tale passione, in senso psicoanalitico, è “negativa”). […] Questa situazione di dipendenza primaria, inoltre, condiziona la formazione politica e la regolazione dei soggetti e diventa tramite della loro soggettivazione. Se non c’è formazione del soggetto al di fuori di un attaccamento appassionato a coloro ai quali si è subordinati, allora la subordinazione si dimostra indispensabile al divenire del soggetto. In quanto condizione necessaria al divenire soggetto, la subordinazione implica uno stato di sottomissione obbligata. Il desiderio di sopravvivere, di “essere”, inoltre, è un desiderio pervasivamente abusabile. Colui che ha in mano la promessa della continuità di un’esistenza gioca con il desiderio di sopravvivenza.» (Butler 1997 La vita psichica, 12-13). Concorrono dunque nel processo di formazione / subordinazione: la relazione primaria dell’uomo e lo stato di dipendenza in cui nasce, la constatazione che il contesto sociale risulta necessario per vivere e operare, l’attaccamento al vivere (“Preferisco esistere in uno stato di subordinazione piuttosto che non esistere”. Butler 1997 La vita psichica, 13).



2.1.1.2. Si tratta di una situazione obbligata ma non univoca, né monodirezionale; [a] se, e questa è la tesi, si utilizza la situazione di dipendenza iniziale e vitale per imprimere un percorso di formazione socialmente e politicamente precostituito e mondirezionale; è qui che il processo di formazione diventa processo di subordinazione; è qui che nasce l’equivoco secondo cui: «un soggetto non solo viene a formarsi nella subordinazione, ma anche che tale subordinazione rappresenta la condizione continuativa di possibilità» (Butler 1997 La vita psichica, 13), cioè di esistenza del soggetto stesso. [b] Ma, nell’assoggettamento e nel diventar soggetto vi è anche una appropriazione del potere e questo può dar luogo anche a forme di resistenza, o può crearne le condizioni materiali. «L’assoggettamento è, sì, un potere esercitato su un soggetto, ma ciononostante è anche un potere assunto dal soggetto, assunzione, questa, che costituisce lo strumento stesso del divenire del soggetto. […] l’atto di appropriazione, viceversa, può comportare un’alterazione del potere tale che il potere assunto operi in contrapposizione al potere che ha reso possibile l’assunzione. Laddove le condizioni della subordinazione rendono possibile quell’assunzione di potere, il potere assunto rimane legato a tali condizioni, ma in maniera ambivalente; il potere assunto, infatti, può al tempo stesso trattenere la subordinazione e resistere a essa.» (Butler 1997 La vita psichica, 17, 18) «In quanto condizione, il potere precede il soggetto. Tuttavia, perde la sua apparente priorità quando viene assunto dal soggetto, situazione questa che dà luogo alla prospettiva inversa per cui il potere è l’effetto del soggetto e il potere è ciò che i soggetti effettuano. […] La nozione del potere all’opera nell’assoggettamento appare dunque in due modalità temporali incommensurabili: innanzitutto, come ciò che precede sempre il soggetto ed è esterno a esso; in secondo luogo, come effetto volontario del soggetto.» (Butler 1997 La vita psichica, 19) «Sebbene il potere sociale stabilisca per quali perdite ci si possa addolorare, non è sempre così efficace come vorrebbe essere. La perdita non può essere interamente negata, ma non appare nemmeno in un modo che possa essere direttamente affermata.» (Butler 1997 La vita psichica, 171) E questo esito configura una nuova sede e un nuovo volto del potere e ciò nelle due unite direzioni: teoria del potere e teoria della psiche. Torna la riserva nei confronti delle analisi di Foucault. Foucault mette in luce la logica del potere nel processo di assoggettamento degli individui ma non in modo altrettanto analitico (a quanto pare) le ripercussioni sul volto del potere (sulla sua dinamica, sulla sua “vita psichica”) come conseguenza dell’assoggettamento in quanto esso è processo di asservimento ma anche di iniziativa con conseguenti ripercussioni in termini di mutamento del volto del potere, così come è del resto indicato e come viene impostato nel passaggio di Hegel su servo e padrone, presentato nella Fenomenologia dello Spirito.

La chiave di comprensione delle opere di Butler, del modo con cui individua il suo campo di indagine e della sfida che lancia nelle sue analisi è da individuare in quello iato e in quello spazio di iniziativa che si individua e si crea nel momento in cui si avverte l’insopprimibile ambivalenza dell’assoggettamento; cioè, più nello specifico di quanto sembri fare Foucault, nella constatazione già riportata secondo cui: «L’assoggettamento è, sì, un potere esercitato su un soggetto, ma ciononostante è anche un potere assunto dal soggetto»; è qui che si definisce, con concretezza, lo spazio di azione e di progetto del soggetto.

2.1.2. In ripresa e approfondendo. Se dunque è vero che l’assoggettamento in quanto dipendenza e formazione del soggetto comporta un incorporamento delle norme, occorre affrontare con maggior serietà e concentrazione il tema di come avvenga questo incorporamento, come incida sulla formazione della psiche o quale topologia della psiche determini, fino a spiegare il tanto sbandierato processo attraverso il quale il soggetto si consegna, esso stesso, alla propria subordinazione (volge l’impulso contro se stesso, come Hegel descrive nella “coscienza infelice”, e come Nietzsche affida al ruolo della coscienza morale presentandone la dinamica in termini di auto-punizione; «Considerato dal punto di vista di Nietzsche e di Hegel, il soggetto si impegna ad auto-ostacolarsi, realizza il proprio assoggettamento, desidera e dà forma alle catene che lo legano e, così facendo, si rivolta contro un desiderio che sa essere — o sapeva essere — il proprio.» (Butler 1997 La vita psichica, 28) e come tale autoconsegna formi un elemento costituente dello stesso cammino di formazione di sé o del diventar soggetto. «Se alcune forme di potere regolatore sono parzialmente sostenute attraverso la formazione di un soggetto e se tale formazione avviene secondo i requisiti del potere e particolarmente tramite l’incorporazione di norme, allora una teoria della formazione del soggetto deve fornire una descrizione di tale processo di incorporazione e la nozione di incorporazione deve essere esaminata per accertare quale topografia psichica essa assuma. Come avviene che la soggettivazione del desiderio richieda e istituisca il desiderio per l’assoggettamento? Pur sostenendo che le norme sociali sono internalizzate, non abbiamo ancora spiegato cosa effettivamente sia l’incorporazione o, più generalmente, l’internalizzazione, né cosa significhi per una norma venire internalizzata o cosa succeda a una norma nel processo di internalizzazione. […] Come possiamo, in particolare, spiegare il desiderio per la norma, e più in generale per l’assoggettamento, in termini di un desiderio pre-esistente per la vita sociale, desiderio sfruttato dal potere regolatore? » (Butler 1997 La vita psichica, 24)

2.1.2.1. Siamo di fronte a una situazione di carattere strutturale. Non vi è una alternativa al sociale, esso forma il contesto unico della nostra formazione all’esistenza. E quel sociale come luogo dal quale non si può prescindere è un sociale storicamente strutturato, non in chiusura totale, né in modo definitivo e immodificabile ma certo non a disposizione del soggetto al suo primo arrivo; egli dunque si caratterizza, nella sua apertura, in termini di fragilità ed è esposto alla vulnerabilità. Questa è la sede in cui la domanda va posta ed è anche la sede in cui si trova una parziale risposta. «Perché il soggetto può essere sfruttato? Perché è vulnerabile a essere soggiogato in virtù della sua stessa formazione? Costretto a cercare la conferma della sua stessa esistenza in categorie, termini e nomi di produzione non sua, il soggetto è alla ricerca di segni della sua esistenza al di fuori di se stesso, in un discorso che è, al tempo stesso, dominante e indifferente. Le categorie sociali sono segno, contemporaneamente, di subordinazione e di esistenza. In altre parole il prezzo dell’esistenza all’interno della soggettivazione è la subordinazione. Il soggetto insegue la promessa di esistenza insita nella subordinazione proprio nel momento in cui la scelta è impossibile. Tale ricerca non è una scelta, ma non è nemmeno una necessità. La soggettivazione sfrutta il desiderio per l’esistenza lì dove l’esistenza è sempre conferita da qualche altro luogo; essa sottolinea una vulnerabilità primaria nei confronti dell’Altro allo scopo di esistere.» (Butler 1997 La vita psichica, 25)

Sul versante del sociale politico l’assoggettamento mette in atto un cammino di formazione in termini di selezione e restrizione: «… la costruzione del soggetto, il principio di regolazione attraverso il quale il soggetto viene formulato o generato. La soggettivazione, così intesa, è una forma di potere che non solo agisce unilateralmente su di un dato individuo come forma di dominazione, ma al tempo stesso attiva o dà forma al soggetto. Il processo di soggettivazione, dunque, non si esaurisce semplicemente nella dominazione di un soggetto, né nella sua generazione, ma indica piuttosto una certa modalità di restrizione nella generazione, una restrizione senza la quale la generazione del soggetto non può avvenire, una restrizione attraverso la quale avviene tale generazione.» (Butler 1997 La vita psichica, 80)

2.1.2.2. Ma, di nuovo e di converso (quasi hegelianamente), si dà il caso che il sociale (il sistema) non resti inalterato e indifferente di fronte al nuovo arrivo; l’esplicazione del potere nella formazione del soggetto, nell’assoggettamento, diventa di fatto anche una trasmissione del potere al soggetto e trasmissione che ha effetti retroattivi tali da chiamare in causa l’assetto di quel potere da cui è partito il cammino di assoggettamento. Le linee del progetto in un passaggio di Butler: «Un’analisi critica della soggettivazione comprende: (1) una descrizione delle modalità con le quali il potere regolatore mantiene i soggetti in uno stato di subordinazione attraverso la produzione e lo sfruttamento del desiderio di continuità, visibilità e posizione (2) il riconoscimento del fatto che il soggetto, pur prodotto come continuo, visibile e localizzato è, ciononostante, tormentato da un residuo inammissibile, una melanconia che segna i confini della soggettivizzazione; (3) una spiegazione dell’iterabilità del soggetto che mostra come l’agency possa consistere esattamente nell’opposizione e nella trasformazione delle condizioni sociali dalle quali è stata generata. Per quanto la prospettiva centrata sul soggetto richieda l’estromissione della prima persona, una sospensione dell’“io” necessaria all’analisi della formazione del soggetto, la riassunzione della prospettiva in prima persona viene però richiesta dalla questione dell’agency. L’analisi della soggettivazione è sempre duplice, e traccia contemporaneamente le condizioni necessarie alla formazione del soggetto e la necessità per il soggetto — e la sua prospettiva — di rivoltarsi contro tali condizioni per poter emergere.» (Butler 1997 La vita psichica, 33)

2.1.3. Dunque il tema centrale: «Se, dunque, la sottomissione è una condizione della soggettivazione, è sensato chiedersi quale sia la forma psichica assunta dal potere. Un progetto come questo richiede che si pensi contemporaneamente a una teoria del potere e a una teoria della psiche» (Butler 1997 La vita psichica, 8) La tesi: «Se le condizioni di potere non producono unilateralmente dei soggetti, qual è allora la forma temporale e logica di tale assunzione di potere? Per chiarire il processo attraverso il quale il potere sociale produce riflessività nel momento stesso in cui limita le forme di socialità, è necessaria una nuova descrizione del dominio della soggettivazione a livello psichico. Si può dire, in altre parole, che le norme che operano come fenomeni psichici, limitando e contemporaneamente producendo desiderio, governino anche la formazione del soggetto e circoscrivano il dominio di una socialità vivibile. L’operazione psichica della norma offre al potere regolatore una strada più insidiosa di quanto non sia la coercizione esplicita, strada il cui successo permette la tacita operazione del potere nella vita sociale. Essendo psichica, inoltre, la norma non ripristina semplicemente il potere sociale, ma piuttosto diventa formativa e vulnerabile in modo altamente specifico. Le categorizzazioni sociali che determinano la vulnerabilità del soggetto al linguaggio sono esse stesse vulnerabili tanto rispetto al cambiamento psichico quanto a quello storico.» (Butler 1997 La vita psichica, 26) Torna il doppio tema: quello della potenza regolatrice della norma nel circoscrivere una socialità vivibile, quello della vulnerabilità storica della stessa norma – sistema (del resto la norma, per quanto sclerotizzata, è pur sempre una norma prodotta).

In altri termini. L’analisi dell’assoggettamento, che è presentato come la realizzazione della funzione politica propria del potere, diventa analisi dell’ingresso del soggetto nelle norme e quindi nel sistema delineato dal potere, è anche il costituirsi del soggetto secondo potenzialità di forme che si rivolgono contro il contesto in cui il soggetto è iniziato. Nell’assoggettamento, costruito con la logica della diversione (il soggetto si assoggetta negli “attaccamenti appassionati” alla propria subordinazione), il potere domina, esclude ed include, ma attiva anche quella logica di diversione da cui può essere travolto; si tratta di indicarne le basi e la dinamica.



2.2. Nel progetto centrale di ricerca, «Se, dunque, la sottomissione è una condizione della soggettivazione, è sensato chiedersi quale sia la forma psichica assunta dal potere.», fa la sua comparsa il concetto e la dinamica della forclusione e la situazione della melanconia.

Si tratta di cogliere il legame tra assoggettamento e melanconia; la radice del loro incontro viene individuata nel processo di forclusione, dinamica inclusa ed attiva nell’assoggettamento.

2.2.1. Forclusione: la presentazione di Freud (e di Lacan). «Freud distingue tra repressione e forclusione, suggerendo che un desiderio represso possa avere avuto una vita separata dalla proibizione, ma che un desiderio forcluso sia rigorosamente escluso e costituisca il soggetto tramite una qualche forma di perdita preventiva.» (Butler 1997 La vita psichica, 27) «La forclusione di certe forme di amore suggerisce come la melanconia che fonda il soggetto (e che, in quanto tale, minaccia sempre di destabilizzare e dissestare quelle fondamenta) segnali un dolore incompleto e irrisolvibile. Misconosciuta e incompleta, la melanconia rappresenta il limite del senso di pouvoir del soggetto, il senso di ciò che può realizzare e, quindi, il senso del suo potere. La melanconia squarcia il soggetto, segnando il limite di quanto esso può accettare. Dal momento che il soggetto non riflette su tale perdita — e non può farlo — tale perdita segna il limite della riflessività, ciò che supera (e condiziona) i suoi circuiti. Tale perdita — intesa come forclusione — inaugura il soggetto e lo minaccia di dissoluzione.» (Butler 1997 La vita psichica, 28)

2.2.2.1. Il termine forclusione e il tema che affronta compare nelle opere di Sigmund Freud, ma acquista una rilevanza analitica nella psicanalisi impostata da Jacques Lacan e diventa qui un passaggio centrale per la riflessione sulla tematica del genere impostata da Judith Butler; da lei inoltre viene caricato di senso nella sua funzione attraverso la sua connessione con il concetto di mestizia e malinconia messo in evidenza da Hegel sia nella Fenomenologia dello Spirito che nella Scienza della logica. Butler introduce così il tema della forclusione nell’analisi della destrutturazione e quindi gestione del genere come fatto socio-culturale tendenzialmente (erroneamente e opportunisticamente) biologizzato o naturalizzato e nella politica di negazione delle relazioni di umanità che ne conseguono. A fornirne una presentazione preliminare che permetta di cogliere le tesi di Butler è utile richiamare il significato e la funzione la forclusione assume nella teoria di Lacan, procedendo per passaggi centrali. Una ricostruzione argomentativa per passaggi-esposizione del tema forclusione, legato e applicato al tema della “disfatta” o gestione del genere, connesso inoltre al tema della conduzione politica del sociale (vita psichica del potere) come appare nella teoria di Butler, vista la sua ampiezza, viene, più analiticamente, collocato in appendice di questo testo.

2.2.2. Come una definizione (spesso poi ripresa e precisata). Forclusione: una perdita che non può essere né pensata né pianta. Melanconia: il sentimento per una perdita (per una mancanza, un vuoto) non avvertita come tale in quanto il processo (l’impulso, il desiderio, il progetto…) che vi corrisponde non era concesso, non era consentito dalle norme di assoggettamento /soggettivazione, non era pensabile e proponibile nella normalità del discorso condiviso. L’assoggettamento comporta esclusioni per aspetti del vivere che, in quanto esclusi e riprovati, non possono essere vissuti come perdite, anzi la loro assenza è normalmente considerata successo e regolarità; tuttavia quelle esclusioni precludono o riducono il campo delle possibilità. Non si tratta di rimozioni, queste infatti vengono compensate e riformulate in sublimazioni, ma di assenza e vuoto non specificabili, non determinabili, vissuti con un sentimento di indistinta melanconia. (Vengono alla mente le parole di Lucilio a Seneca: «Esaminandomi nell’intimo, Seneca… mi trovo in una condizione che, se non è la peggiore, certo è quanto mai dolorosa e strana: non sto né male né bene. … Ti dirò quel che mi accade e tu troverai il nome alla malattia» Seneca, I dialoghi, Laterza, Bari 1978, II, 323)

[un esempio preliminare, detto in forma sbrigativa: forclusione e omofobia. Omofobia: una reazione impaurita e intollerante a fronte della propria inammissibile omosessualità, poiché un simile legame affettivo fa riferimento alle potenzialità compositive del genere in cui si iscrive il progetto di ogni persona; l’omofobia è momento della reazione malinconica ad una perdita non avvertita come tale in quanto riferita a ciò che socialmente e personalmente viene considerato come inammissibile. Una analogia filosofica può esserci fornita dalla filosofia di Kierkegaard: l’incapacità a sostenere l’angoscia di fronte alla possibilità, intesa nella sua definizione fondante e totale come il non poter essere definiti dalle forme sociali codificate e condivise, avvertita e considerata essenza dell’esistenza, porta il soggetto alla sua trasformazione e dislocazione nel campo delle paure e delle preoccupazioni sempre più concrete e determinate, paure e preoccupazioni che consegnano il soggetto alla cura del quotidiano nella sua condivisa ripetitività.]

«Affinché una perdita possa prefigurare il soggetto, affinché lo renda possibile (e impossibile), dobbiamo considerare quale parte giochi la perdita nella formazione del soggetto. Esiste una perdita che non può essere pensata, né può essere posseduta o pianta, che rappresenta la condizione di possibilità per il soggetto? Non è questa, forse, ciò che Hegel chiamò “la perdita della perdita”, una forclusione che fonda un’inconoscibilità senza la quale il soggetto non può perdurare, un’ignoranza e una melanconia che rendono possibili, come proprie, tutte le dichiarazioni di conoscenza? Non c’è forse un desiderio di piangere — e al tempo stesso un’incapacità di piangere — ciò che non si è mai riusciti ad amare, un amore cui vengono a mancare le “condizioni necessarie all’esistenza”? Questa non è semplicemente la perdita dell’oggetto o di un qualche insieme di oggetti, ma della possibilità propria dell’amore: la perdita della capacità di amare, il lutto infinito per ciò che fonda il soggetto. » (Butler 1997 La vita psichica, 28)

Come confronto, nei termini filosofici: «… così come l’oblio di qualcosa è dimentico di sé, e si ritrae nel gorgo dell’oblio» Heidegger Martin 1949/1950 La svolta, il Melangolo, Genova 1990, 27) (l’oblio dell’oblio; l’oblio è efficace nella sua funzione di dimenticare, produrre l’oblio, quando dimentica di essere una dimenticanza, un oblio; una reduplicazione che rafforza, come accade all’abitudine che dimentica di essere un’abitudine).

2.2.3. In che modo la forclusione forma il soggetto, o della “melanconia”. «La melanconia, da un lato, è un attaccamento che sostituisce un attaccamento spezzato, perduto o impossibile; dall’altro lato, essa continua, per così dire, la tradizione di impossibilità che appartiene all’attaccamento sostituito. […] Cosa succede, però, quando una certa forclusione dell’amore diviene condizione possibilitante per l’esistenza sociale? Non produce, forse, una socialità afflitta da melanconia, una socialità nella quale la perdita non può essere pianta perché non riconosciuta come perdita, perché ciò che si è perduto non ha mai avuto alcun diritto all’esistenza? » (Butler 1997 La vita psichica, 28-29) E ancora, per definire la situazione della melanconia, il richiamo alla riflessione di Freud: «In Lutto e melanconia, la melanconia sembra essere, in primo luogo, un’aberrante forma di lutto, nella quale un individuo nega la perdita di un oggetto (di un altro individuo o di un ideale) e rifiuta il compito cui il dolore chiama, compito che si traduce nel distacco da ciò che si è perso. L’oggetto perduto [proprio per il fatto che è perduto ma se ne nega la perdita, non si vive la perdita, non si rielabora il dolore della perdita che non viene ammessa come tale; una perdita che c’è ma che non si tematizza perché risulta impossibile potesse accadere; non si può infatti perdere ciò che si nega di aver mai posseduto, “una perdita che non può essere riconosciuta e quindi, non può essere pianta” Butler 1997 La vita psichica, 141] viene magicamente trattenuto come parte della vita psichica dell’individuo. Il mondo sociale sembra eclissarsi in uno stato di melanconia, e, di conseguenza, emerge un mondo interno strutturato nell’ambivalenza. Non è immediatamente chiaro come la melanconia debba essere letta in termini di vita sociale, o meglio, nei termini della regolamentazione sociale della vita psichica. La spiegazione della melanconia, tuttavia, rimanda al modo in cui le dimensioni psichiche e sociali si formano in relazione l’una con l’altra. Potenzialmente, quindi, la melanconia offre uno spunto per comprendere come si istituiscano e si mantengano i confini del sociale, non soltanto a danno della vita psichica, ma anche legando la vita psichica a forme di ambivalenza malinconica.» (Butler 1997 La vita psichica, 157)

Le regole sociali normalizzanti che “assoggettano” per formazione e dipendenza escludono preventivamente ambiti e percorsi, soprattutto nel campo dell’affettività, degli impulsi, delle passioni. Un « ideale regolatore, un ideale secondo il quale alcune forme di amore diventano possibili, mentre altre rimangono impossibili. […] In quanto forclusione, la sanzione non opera per proibire desideri già esistenti, ma per produrre alcuni tipi di oggetti e per impedire ad altri di accedere al campo della produzione sociale. In questo modo, la sanzione non agisce secondo l’ipotesi repressiva, così come viene postulata e criticata da Foucault, ma come meccanismo di produzione in grado, tuttavia, di operare sulla base di una violenza originaria.» (Butler 1997 La vita psichica, 29) Dunque una esclusione che si colloca prima della stessa consapevolezza (è una “violenza originaria”) e che dunque depriva il soggetto senza che tale perdita possa essere accompagnata in lui da consapevolezza e possa essere, attraverso la conoscenza, compianta come perdita. La melanconia (che richiama ancora una volta la mestizia che contraddistingue, secondo Hegel, la coscienza infelice) accompagna essenzialmente il soggetto nelle sue relazioni sociali; dunque prende forma l’aspetto psichico individuale e quello sociale della melanconia, di cui occorre individuare e presentare le manifestazioni e la loro presa in atto dalle norme, più o meno preventivamente.

2.2.3.1. la dinamica della forclusione: investe su ciò che esclude, interiorizza ciò che perde o, all’inverso, lo esclude coinvolgendolo, disconosciuto viene conservato: Aufhebung (secondo la nota dialettica dell’Aufhebung espressa da Hegel nella Fenomenologia, in particolare alle sezioni coscienza e autocoscienza). «In Lutto e melanconia, Freud interpreta gli atteggiamenti autocritici del melanconico come il risultato dell’interiorizzazione di un oggetto d’amore perduto. […] Il melanconico rifiuta la perdita dell’oggetto, e l’interiorizzazione diviene una strategia per resuscitare magicamente l’oggetto perduto. […] le identificazioni sostituiscono le relazioni oggettuali e sono conseguenza della perdita, l’identificazione di genere è un tipo di melanconia in cui il sesso dell’oggetto proibito viene interiorizzato come proibizione.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere, 88, 90); e in quanto interiorizzato come proibizione corrisponde ad una interiorizzazione di ciò che non può essere perso; o si tratta di una perdita che non può considerarsi tale, vista la sua appartenenza al campo del proibito; dunque una perdita che non può essere riconosciuta come tale, non può essere compianta proprio nel momento, però, in cui viene interiorizzata. «Le identificazioni derivanti dalla melanconia sono modi per conservare le relazioni oggettuali irrisolte… misconosciuto, non viene risolto.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere,91)

2.2.3.1.1. Applicando la strategia alla libido: «La repressione della libido è sempre compresa come se essa stessa fosse una repressione investita di libido. Quindi, la libido non viene totalmente negata attraverso la repressione, ma diviene piuttosto lo strumento del suo stesso assoggettamento. La legge repressiva non è esterna alla libido che reprime, ma la reprime al punto tale che la repressione diventa un’attività libidica. Inoltre, le proibizioni morali, specialmente quelle rivolte contro il corpo, sono mantenute proprio dall’attività corporea che cercano di tenere a freno. … In altre parole, la proibizione diventa il luogo sostitutivo della soddisfazione per l’“istinto” o il desiderio proibito, un’occasione per rivivere l’istinto nell’ambito della legge accusatoria. […] Se la soppressione del corpo è in se stessa un movimento strumentale del e dal corpo, allora il corpo è inavvertitamente preservato nello e dallo strumento della sua soppressione. […] In Hegel, la soppressione della vita corporea mostra di aver bisogno proprio del corpo che cerca di sopprimere; in questo senso il corpo viene preservato proprio nell’atto e dall’atto stesso della soppressione.» (Butler 1997 La vita psichica, 54-57 passim)




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