Hegel butler


Centralità della forclusione e della melanconia nell’assoggettamento in contesto sociale



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2.3. Centralità della forclusione e della melanconia nell’assoggettamento in contesto sociale.

la dinamica della melanconia: la forma del coinvolgimento sociale attraverso l’assoggettamento e, nello specifico, in tre ambiti (oggetto di analisi in schema):

2.3.1. formazione delle identificazioni che costituiscono l’io; coscienza, incorporamento, identità, racconto di sé. «… Freud ne L’Io e l’Es riconosce che la melanconia, il processo incompiuto del lutto, è centrale alla formazione delle identificazioni che costituiscono l’io. In realtà, le identificazioni generate dal lutto incompiuto sono i modi nei quali l’oggetto perduto viene incorporato e preservato fantasmaticamente nell’io ed è contemporaneamente parte di esso.» (Butler 1997 La vita psichica, 127) [punto 3.]

2.3.2. formazione delle identificazioni nel processo di formazione del genere; si può presentare « il genere come un tipo di melanconia, o come uno degli effetti della melanconia. … un’identificazione melanconica è centrale nel processo attraverso il quale l’io assume un carattere di genere.» (Butler 1997 La vita psichica, 127) [punto 4.]

2.3.3. la disfatta delle rigide identità e del genere e la nuova società. [punto 5.]
3. Formazione delle identificazioni che costituiscono l’io; coscienza, incorporamento, sostituzioni, identità, racconto di sé.

3.1. Forclusione, melanconia e il formarsi della “coscienza” nell’incorporamento.

3.1.1. «L’indicibilità e l’irrappresentabilità di questa perdita si traduce direttamente in un’intensificazione della coscienza.» (Butler 1997 La vita psichica, 171) Si tratta dunque di un tema che rimanda ad uno scenario più ampio, delineato dallo stesso Freud; infatti: «Ciò che Freud definisce il “carattere dell’Io” sembra essere la sedimentazione degli oggetti amati e perduti, i cimeli archeologici di un lutto insoluto. […] … si potrebbe concludere che l’identificazione melanconica permette la perdita dell’oggetto in un mondo esterno precisamente in quanto fornisce un modo per conservare l’oggetto come parte dell’io, e quindi per prevenirne la perdita definitiva. Qui vediamo che lasciar andare l’oggetto significa, paradossalmente, non tanto un abbandono pieno dell’oggetto, quanto un trasferimento dello stato dell’oggetto da esterno a interno. Abbandonare l’oggetto diventa possibile soltanto a condizione di un’interiorizzazione melanconica, oppure — cosa che sarebbe ancor più importante per i nostri obiettivi — di un incorporamento melanconico. Se nella melanconia viene rifiutata una perdita, non per questo essa viene abolita. L’interiorizzazione mantiene la perdita all’interno della psiche; più precisamente, l’interiorizzazione della perdita è parte del meccanismo del suo rifiuto. Se l’oggetto non può più esistere nel mondo esterno, allora esisterà internamente, e tale interiorizzazione sarà un modo per rinnegare la perdita, per tenerla a bada, per posticipare il riconoscimento e la sofferenza che ne deriva.» (Butler 1997 La vita psichica, 128-129); in una battuta, che riprende direttamente e immediatamente il concetto dialettico di Aufhebung [togliere conservando, negare assumendo] hegeliano: «un abbandono che viene rifiutato e, come tale, incorporato» (Butler 1997 La vita psichica, 174).

3.1.2. la sede della melanconia: una interiorizzazione che è incorporamento, proprio per il processo incompiuto del lutto, l’impossibilità del compiangere la perdita. Si rende utile richiamare una distinzione, in termini di confronto, tra introiezione e incorporazione. « Secondo Abraham e Torok, l’introiezione è un processo che serve al lavoro del lutto (dove l’oggetto non è solo perduto, ma anche riconosciuto come tale). L’incorporazione [il diventar corpo, l’essere collocato materialmente nella sede corporea], invece, appartiene più propriamente alla melanconia, allo stato di cordoglio disconosciuto e sospeso in cui l’oggetto viene magicamente sostenuto, in qualche modo, “nel corpo”. […] Mentre l’introiezione fonda la possibilità della significazione metaforica, l’incorporazione è antimetaforica proprio perché mantiene la perdita come radicalmente innominabile; in altre parole, oltre ad essere l’incapacità di nominare o ammettere la perdita, l’incorporazione erode anche le condizioni della stessa significazione metaforica. […] Quando consideriamo l’identità di genere una struttura melanconica, ha senso scegliere l’“incorporazione” [e non l’interiorizzazione] come strumento attraverso il quale si verifica l’identificazione. […] l’identità di genere verrebbe infatti creata mediante un rifiuto della perdita che si cripta nel corpo… si presenta dunque come fatticità del corpo…» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere, 96,97) «un rifiuto imposto dal tabù sociale e appropriato attraverso gli stadi evolutivi, sfocia in una struttura melanconica capace di racchiudere quell’aspirazione e quell’oggetto entro lo spazio corporeo creato mediante una negazione duratura.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere,99)

In sintesi e schema possibile: il lutto è 1. Perdita (dell’oggetto, spazio vuoto), 2. Riconosciuta (presente alla coscienza), 3. Narrata (offerta alla parola); la melanconia 1. Non è vissuta o ammessa o nota come perdita, 2. Non è ammessa alla coscienza e non viene riconosciuta, 3. Non è narrata, non è offerta alle parole ma è incorporata e resta attiva nella sua negazione non ammessa.

[Per richiamare Hegel, si tratta dei diversi livelli o delle diverse forme dell’Aufhebung; un togliere conservando che è mestizia, malinconia e, fisicamente/culturalmente, incorporazione. «La conservazione melanconica di quell’amore viene salvaguardata in modo ancor più sicuro tramite la traiettoria totalizzante della negazione.» Butler 1990, 1999, Scambi di genere, 98) si intravede il gioco conservazione / negazione, l’Aufhebung della melanconia]

Lo studio analitico della densità dei processi coinvolti nell’incorporamento è svolto da Butler nell’opera del 1993 Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso” (Feltrinelli, Milano 1996) e sviluppato a partire dalla funzione performativa degli apparati sociali e pubblici del discorso.

«In che modo, allora, la nozione di performatività di genere si collega all'idea della materializzazione? In primo luogo, la performatività non deve essere intesa come un "atto” singolo o deliberato, ma, piuttosto, come la pratica citazionista reiterata attraverso la quale il discorso produce gli effetti che esso nomina. Nelle prossime pagine emergerà chiaramente, almeno spero, che le norme regolative del “sesso" operano in maniera performativa per costituire la materialità dei corpi e, più precisamente, per materializzare il sesso dei corpi e la differenza sessuale a vantaggio del consolidamento dell'imperativo eterosessuale.

In tale prospettiva, ciò che costituisce la fissità del corpo, i suoi lineamenti, i suoi orientamenti, sarà visto come pienamente materiale; ma la materialità sarà riconsiderata come effetto del potere, anzi l'effetto più produttivo del potere.» (Butler Judith, 1993 Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”, Feltrinelli, Milano 1996, 2)



3.2. «la perdita dell’oggetto sottratta alla coscienza»

La melanconia, o meglio il fatto che «nella melanconia …“la perdita dell’oggetto è sottratta alla coscienza”: non solo l’oggetto è perso, ma la stessa perdita è persa, ritirata e preservata nel tempo sospeso della vita psichica. In altri termini, come direbbe il melanconico, “non ho perso nulla”» (Butler 1997 La vita psichica,171), prende forma un processo psichico individuale e una sua ricaduta o rappresentazione sociale; quindi un doppio percorso di analisi: individuale e sociale.

3.2.1.individuale: quel voltarsi (forclusione) dall’oggetto produce l’io come oggetto, ma nella incompletezza e fragilità prodotta dalla perdita doppia in atto (dell’oggetto e della consapevolezza della sua perdita) e dalla melanconia come conservazione nel soggetto di quella inconsapevole perdita. Quindi due momenti. Il primo, il costituirsi dell’io come oggetto: «Il “ripiegamento” che segna la risposta melanconia alla perdita sembra avviare il processo di raddoppiamento dell’io in quanto oggetto; […] Il voltarsi dall’oggetto all’io produce l’io, il quale sostituisce l’oggetto perduto. Questa produzione è una generazione tropologica e deriva dal bisogno psichico di sostituire gli oggetti perduti. In questo modo, nella melanconia non solo l’io diventa sostituto dell’oggetto, ma questo atto di sostituzione istituisce l’io come una risposta necessaria o una “difesa” contro la perdita. Nella misura in cui l’io è “un sedimento degli investimenti oggettuali abbandonati”, coincide con il congelamento di una storia di perdita, la sedimentazione di relazioni di sostituzione nel corso del tempo, la risoluzione di una funzione tropologica nell’effetto ontologico del sé.» (Butler 1997 La vita psichica, 158) Il secondo, la fragilità dell’io come oggetto (come oggetto prodotto da una voltura, come oggetto sostituto) «In aggiunta, questa sostituzione dell’oggetto attraverso l’io non funziona adeguatamente. L’io è un povero sostituto dell’oggetto perduto, e il suo fallimento come sostituto soddisfacente (ovvero in grado di superare il suo status di sostituto) conduce all’ambivalenza che contraddistingue la melanconia. Il voltarsi dall’oggetto all’io non può mai avvenire definitivamente; implica una rappresentazione dell’io sul modello dell’oggetto (come suggerito nei paragrafi introduttivi ne Il narcisismo); implica anche credere inconsapevolmente che l’io possa compensare la perdita sofferta. Nel momento in cui l’io fallisce nel fornire tale compensazione, appaiono le falle delle sue fondamenta instabili. La perdita che il ripiegamento sembra voler compensare non è superata e l’oggetto non è recuperato; piuttosto, la perdita diventa la condizione opaca per l’emergenza dell’io, una perdita che lo minaccia dall’inizio come qualcosa di costitutivo e ammissibile.» (Butler 1997 La vita psichica, 158-159)

3.2.2. sociale. Per un verso «La melanconia è precisamente l’effetto di una perdita inammissibile. In quanto perdita che precede la verbalizzazione e l’ammissione, essa rappresenta la condizione limitante della sua stessa possibilità: un ritirarsi e un arretrare dalla parola che rende la parola possibile.» (Butler 1997 La vita psichica, 159) Ma, per un altro verso, poiché quella perdita non narrata produce per voltura il soggetto come oggetto, e lo produce nella fragilità che caratterizza il suo costituirsi, allora: «La melanconia genera la possibilità di rappresentazione della vita psichica.» (Butler 1997 La vita psichica, 166) Con l’esito sociale cui può giungere una comunicazione e una narrazione che ha al proprio principio un costituirsi che nasce da una perdita inconsapevole e perciò la conserva (cioè, l’inconsapevolezza è all’origine della conservazione della perdita; essa resta conservata in quanto non è compianta come perdita). «Nella melanconia, non solo è persa alla coscienza la perdita di un altro o di un ideale, ma è perso anche il mondo sociale nel quale tale perdita è divenuta possibile. Il melanconico non si limita a ritirare l’oggetto perduto dalla coscienza, ma ritira nella psiche anche una configurazione del mondo sociale. In questo modo, l’io diventa un “governo” e la coscienza una fra le sue “grandi istituzioni”, precisamente in quanto la vita psichica ritira un mondo sociale in se stessa nel tentativo di annullare le perdite che il mondo impone. All’interno della melanconia, la psiche diventa il topos nel quale non c’è perdita, e dunque, nemmeno negazione. La melanconia rifiuta di ammettere la perdita, e in questo senso “preserva” i suoi oggetti persi come effetti psichici.» (Butler 1997 La vita psichica,169-170) Si chiede conclusivamente Butler: «Questo problema della perdita inconscia, la perdita rifiutata che sottolinea la melanconia, come ci riporta al problema della relazione tra lo psichico e il sociale?» (Butler 1997 La vita psichica, 171) La narrazione di sé cui la melanconia può dar vita e voce conserva dentro di sé quell’esterno sociale da cui è partita la forclusione o conserva e conferma la storia di una perdita che non potrà mai essere ammessa e quindi di un sistema che esclude preventivamente; la conserva ma non diventa fatale né può fornire alibi alla rassegnazione e alla rinuncia.

«Laddove ci si potrebbe aspettare che la coscienza aumenti e diminuisca in base all’intensità di proibizioni imposte dall’esterno, sembra che la sua intensità abbia più a che fare con l’aggressione schierata con il rifiuto ad ammettere una perdita già avvenuta, il rifiuto di perdere un tempo già andato. […] Piuttosto, emergono forme di potere sociale che regolano e stabiliscono per quali perdite bisogna addolorarsi o meno; nella preclusione sociale del dolore possiamo trovare ciò che alimenta la violenza interna della coscienza.» (Butler 1997 La vita psichica, 171)

3.3. La narrazione di sé. Il (mancato, la sua intrinseca e strutturale difficoltà o impossibilità…) racconto di sé e la relazione sociale.

Un lontano presupposto nella storia della filosofia, Socrate. «Se, poi, vi dicessi che il bene più grande per l'uomo è fare ogni giorno ragionamenti sulla virtù e sugli altri argomenti intorno ai quali mi avete ascoltato discutere e sottoporre ad esame me stesso e gli altri, e che una vita senza ricerche non è degna per l’uomo di essere vissuta; ebbene, se vi dicessi questo, mi credereste ancora di meno. Invece, le cose stanno proprio così come vi dico, o uomini. Ma il persuadervi non è cosa facile». (Platone, Apologia di Socrate, 38a)

3.3.1. Il contesto della narrazione di sé come sede imprescindibile. «… non esiste nessun "io" che possa concepirsi come assolutamente separato dalle condizioni sociali del proprio emergere, nessun "io" che non sia implicato in un quadro di norme morali che lo condizionano, che cioè, in quanto norme, possiedono un carattere sociale che eccede ogni significato meramente personale e distintivo. […] Quando l'“io” cerca di dar conto di sé può anche partire da sé, ma scoprirà che il suo sé è già implicato in una temporalità sociale che eccede le sue stesse capacità di narrazione. In realtà, quando l'“io” tenta di dar conto di sé, quando cioè tenta di restituire un racconto che includa le condizioni del suo stesso emergere, dovrà necessariamente diventare un teorico sociale.» (Butler Judith 2005, Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006, 16)

3.3.2. Contesto e sede di moralità vissuta (non subita). « Ma questa espropriazione, questa perdita di possesso, non implica lo smarrimento di un fondamento soggettivo dell'etica. Al contrario, può rappresentare la condizione specifica dell'indagine morale, la condizione per cui la moralità stessa emerge. Il fatto che l' "io" non sia tutt'uno con le norme morali significa solo che il soggetto deve deliberare su queste norme e che questa sua facoltà comporterà in parte una comprensione critica della loro genesi e del loro significato sociale. In questo senso, allora, la deliberazione etica è intimamente connessa a un'operazione di critica. […] La divergenza è sempre tra l'universale e il particolare, e diviene condizione per l'interrogazione morale: non solo l'universale diverge dal particolare, ma questa stessa divergenza è ciò di cui l'individuo fa esperienza, ciò che diviene per l'individuo esperienza inaugurale della moralità.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 17,18)

3.3.3. Le radici strutturali dell’assoggettamento in forza del passaggio in altro. «Iniziamo a render conto di noi solo perché interpellati in quanto esseri che possono dar conto di sé in virtù di un sistema giuridico e punitivo. Questo sistema non esiste da sempre, ma nel suo divenire si afferma come istituito al di là del tempo, imponendo un prezzo molto alto agli istinti umani.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 20) «Ciò che si riconosce del sé nel corso di questo scambio è la condizione "ontologica" di un essere per cui lo stare dentro di sé si rivela impossibile. Si è continuamente spinti e agiti fuori di sé; ci si rende conto che il solo modo per conoscersi è attraverso una mediazione che ha luogo fuori di sé, che è esterna, in virtù di una convenzione o di una norma che non si è mai scelta o prodotta, e per cui non è possibile rappresentarsi come autori o agenti di si ciò che si fa.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 42)

3.3.4. La strutturale opacità a se stessi come atto di nascita e definizione delle origini. «L’opacità del soggetto può avere origine nel suo essere concepito come un essere relazionale, come un essere, cioè, le cui prime e più precoci relazioni non sono sempre recuperabili a una conoscenza consapevole. Momenti di non-conoscenza di sé tendono a emergere nelle relazioni con gli altri, suggerendo come tali relazioni si richiamino a forme primarie di relazionalità che non sempre si lasciano sottoporre a una tematizzazione esplicita e riflessiva. Se davvero siamo formate/i in un contesto di relazioni che risultano parzialmente irreperibili e irreparabili, questa opacità sembra radicarsi nell'atto stesso della nostra formazione e derivare dal nostro status di esseri che si formano in una relazione di dipendenza. […] Più precisamente, se è proprio in virtù delle relazioni con gli altri che si è opachi a se stessi, e se queste relazioni con gli altri sono il luogo della propria responsabilità etica, allora significa che è proprio in virtù dell'opacità verso di sé che il soggetto si espone e accetta alcuni dei più importanti vincoli etici. (Butler 2005, Critica della violenza etica, 31, 32)

3.3.5. La melanconia e il proposito di una narrazione totale. Le radici della melanconia si possono riportare alla pretesa di una narrazione totale che misconosce (e continua a tenere nella dimenticanza) la non narrabilità delle origini, e quindi l’impossibilità del dar conto di sé secondo le pretese di una completezza di carattere volontaristico razionale. Le proprie origini accadono nella logica e nella funzione dell’assoggettamento, nel passaggio attraverso l’altro, una alterità che come tale è negazione di sé per una dialettica costituzione di sé. La mancata accettazione della propria impossibile messa in narrazione, l’oblio di una dimenticanza strutturale e originale (di una forclusione) è melanconia. Quella mestizia inenarrabile per la cui presentazione Butler fa riferimento al passaggio della “coscienza infelice” esposto nella Fenomenologia di Hegel, e agli studi di Foucault.

3.3.5.1. «Il corpo singolare cui la narrazione si riferisce non può essere catturato da una narrazione totale, non solo perché quel corpo possiede una storia della propria formazione che resta inaccessibile alla narrazione, ma anche perché le relazioni primarie sono costitutive in modo tale da rendere necessariamente opaca proprio la comprensione di noi stessi.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 32)

3.3.5.2. «Nel modo in cui Foucault descrive il processo di costituzione del sé, argomento al centro dei suoi ultimi lavori, uno specifico "regime di verità" definisce i termini in base ai quali il riconoscimento di sé è possibile. Si tratta di termini che in una certa misura sono esterni al soggetto, ma che vengono anche presentati come le norme accessibili per cui il riconoscimento di sé può aver luogo, in modo tale che, quasi alla lettera, ciò che io posso “essere" è predefinito costrittivamente da un regime di verità che stabilisce quale sarà o meno una forma d'essere riconoscibile. Se è vero che un regime di verità decide a priori la forma che può assumere il riconoscimento, è altrettanto vero che non potrà mai costringere del tutto questa forma.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 34)

Dunque, due fattori determinano il carattere sempre aperto e la narrazione non totale della identità, della costituzione e del dar conto di sé: 1. l’ambivalenza dell’assoggettamento e, in particolare, del suo atto di origine 2. l’opacità del soggetto nella relazione, nelle relazioni con gli altri, se l’altro, individuale e sociale, è rispettato come tale e non ridotto a una propria eco. «… finiremmo probabilmente per perdere di vista quanto l'essere stesso del sé dipenda non solo dall'esistenza dell'altro nella sua singolarità (come sosterrebbe Lévinas), ma pure dal carattere sociale del sistema di norme che presiede alla scena del riconoscimento.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 36) 3. la non dicibilità linguistica totale della corporeità, sede prima del linguaggio: «A mio parere, la performatività non riguarda solo l’atto linguistico, ma anche quello corporeo. La relazione tra corpo e linguaggio, che in Corpi che contano definisco “chiasmo”, è alquanto complicata. Esiste sempre una dimensione della vita corporea che non può essere del tutto rappresentata, sebbene costituisca la condizione di attivazione del linguaggio.[…] … le significazioni del corpo eccedono le intenzioni del soggetto.» (Judith 2004 La disfatta del genere, 232)

3.3.6. Identità aperte «Contro la violenza etica». «Se l'identità che noi diciamo di essere non può catturarci una volta per tutte, e allude immediatamente a un eccesso e a un'opacità che fuoriescono dalle categorie dell'identità stessa, allora ogni tentativo di “dar conto di sé" dovrà necessariamente fallire per avvicinarsi a una qualche verità. Nella misura in cui chiediamo di conoscere l'altro, o chiediamo che l'altro dica, una volta per tutte e in modo definitivo, chi lui o lei sia, sarà necessario non aspettarsi una risposta che possa davvero soddisfarci. Solo non aspirando a tutti i costi a una risposta esaustiva, e lasciando che la domanda resti aperta, che addirittura continui a insistere noi lasceremo davvero vivere l'altro — dal momento che la vita può essere intesa proprio come ciò che eccede ogni tentativo di dar conto di essa. Se lasciar vivere l'altro è parte essenziale di ogni definizione etica del riconoscimento, allora questa versione del riconoscimento si fonderà meno sulla conoscenza che sulla percezione e l'assunzione consapevole di certi limiti epistemici, di certe pretese di verità.» (Butler 2005, Critica della violenza etica, 61)

4. Questioni di genere nel binomio natura e cultura

Uno dei campi principali in cui la forclusione e il sentimento della melanconia che la esprime accompagna la formazione del soggetto è dunque quello della costruzione individuale e sociale del genere, della propria affettività e della consapevolezza sessuale di se stessi. Sulla scia delle riflessioni di Freud (L’Io e l’Es): «“l’io è innanzitutto un’entità corporea”, non una mera superficie, ma “la proiezione di una superficie”. Inoltre, questo io corporeo assume una morfologia di genere, così che è anche un io di genere.» (Butler 1997 La vita psichica, 127)

Il tema e le ricerche sul genere, al centro delle riflessioni e delle battaglie di Judith Butler, diventano il passaggio che permette di definire con concretezza storica una teoria del potere e una teoria della psiche tra loro connesse nel processo di costruzione (formazione e sottomissione) del soggetto (assoggettamento).

La nostra è «una cultura di melanconia di genere […] la mascolinità e la femminilità sono rinforzati entro la matrice eterosessuale attraverso i disconoscimenti che operano» (Butler 1997 La vita psichica,134) « Il gender — e questo è il punto cruciale non solo di questo libro, ma dell’intera produzione butleriana sin dalla fine degli anni Ottanta — rappresenta una direttrice del sapere, come direbbe Foucault, un criterio per la distinzione, l’ordinamento, l’assoggettamento dei corpi, e, come tale, anche e soprattutto, un’istanza disciplinante, normalizzatrice.» (Judith 2004 La disfatta del genere, Prefazione Olivia Guaraldo, 12)

È bene da subito indicare l’impegno e la direzione morale, politica e disciplinare che Butler persegue: «… vorrei situare il tipo di scrittura che sto proponendo come un certo impegno culturale con la teoria psicoanalitica che non appartiene né all’ambito della psicologia né a quello della psicoanalisi, ma che tuttavia cerca di stabilire una relazione intellettuale fra quegli ambiti disciplinari.» (Butler 1997 La vita psichica, 132) Impegno culturale che si concentra nella definizione aperta di genere, nella critica alle nozioni restrittive e rigide del gender, nella indicazione di come nella gestione del gender si giochi l’intera vita delle persone e delle relazioni sociali e politiche di un periodo storico.




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