Hegel butler



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4.4. Il modo di vivere, individualmente, socialmente e nella percezione politica, il genere rimanda al legame di origine che il genere conserva con la forclusione e la malinconia. La tesi già richiamata di Butler era che si può presentare «il genere come un tipo di melanconia, o come uno degli effetti della melanconia. … un’identificazione melanconica è centrale nel processo attraverso il quale l’io assume un carattere di genere.» (Butler 1997 La vita psichica, 127)

In ripresa (e richiamando Freud): «Esiste un modo nel quale le identificazioni di genere, o meglio, le identificazioni che diventano centrali nella formazione del genere, sono prodotte per mezzo dell’identificazione melanconica? Sembra chiaro che le posizioni di “maschile” e “femminile”, intese da Freud nei Tre saggi sulla teoria della sessualità (Freud 1905) come il risultato di un operare laborioso e incerto, siano stabilite in parte attraverso le proibizioni che pretendono la perdita di certi attaccamenti sessuali, chiedendo contemporaneamente che tali perdite non siano ammesse, né siano rimpiante. Se l’assunzione della femminilità e l’assunzione della mascolinità procedono attraverso la realizzazione di un’eterosessualità sempre debole, possiamo però comprendere la forza di questa realizzazione che si esprime imponendo l’abbandono degli attaccamenti omosessuali, o forse in modo più incisivo, prevenendo la possibilità di un attaccamento omosessuale, una forclusione della possibilità che produce un dominio di omosessualità intesa come passione da non vivere e perdita da non piangere.» (Butler 1997 La vita psichica, 129). «Se accettiamo la nozione che l’eterosessualità naturalizza se stessa insistendo sulla radicale alterità dell’omosessualità, allora l’identità eterosessuale è perseguita attraverso un incorporamento melanconico dell’amore che ripudia.» (Butler 1997 La vita psichica,133)

4.4.1. La costruzione del genere in forma di netta contrapposizione sociale e culturale, tra maschile e femminile (in forte e semplificata dicotomia oppositiva), tra omosessualità contro eterosessualità, è restrizione della libido nella forma di una «eterosessualizzazione del desiderio» (Butler 1997 La vita psichica, 129), «sacrificio del desiderio sotto la pressione della proibizione» (Butler 1997 La vita psichica, 131), e con il suo incanalamento costrittivo in forme sociali politicamente preordinate nei confronti del soggetto è una componente rilevante del suo assoggettamento in termini di sottomissione, nel campo personale e nel campo dell’affettività. «… la mascolinità e la femminilità sono rinforzati entro la matrice eterosessuale attraverso i disconoscimenti che operano. In contrapposizione al concetto di sessualità si dice “esprima” un genere, il genere stesso è qui inteso come composto precisamente da ciò che rimane non articolato nella sessualità.» (Butler 1997 La vita psichica, 134)

4.4.2. Si può qui riprendere il concetto di forclusione e di melanconia: si configura come proibizione preventiva che impedisce di conseguenza di gestire il lutto per la perdita di ciò che non poteva essere perduto in quanto ne era precluso il possesso o la possibile esperienza; quindi una perdita non tematizzabile, che non può essere pianta; in quanto era “passione da non vivere” allora è “perdita da non piangere”; è la perdita della perdita e la conseguente melanconia dell’essere o, in modo più ristretto, del genere. «Se questo amore è fuori discussione dall’inizio, allora non può accadere, e se accade, certamente non è accaduto. Se accade, accade soltanto sotto il segno ufficiale della sua proibizione e del suo disconoscimento.» (Butler 1997 La vita psichica, 133) Un sistema da cui deriva, per conseguenza, la debolezza di ogni forma di genere e di sessualità e, quindi, del vivere sociale o della relazione sociale. Nella eterosessualità coltivata attraverso proibizioni e ripudi prende corpo quella che Butler chiama una «angoscia di genere» (Butler 1997 La vita psichica, 130) che contribuisce a rendere costretta, debole, fragile e “malinconica” la sessualità della vita; in particolare a mostrare nella sua debolezza «la superficie naturalizzata della vita eterosessuale e allo stesso tempo la sua melanconia pervasiva» (Butler 1997 La vita psichica, 132). «La proibizione dell’omosessualità previene il processo del lutto e induce un’identificazione melanconica che effettivamente ripiega il desiderio omosessuale su se stesso. Questo ripiegamento su se stesso è precisamente l’azione di auto-rimprovero e colpa. Significativamente, l’omosessualità non è abolita bensì preservata, sebbene sia preservata precisamente nella proibizione dell’omosessualità.» (Butler 1997 La vita psichica,136)

4.4.3. Applicando sociologicamente: «La paura del desiderio omosessuale in una donna, quindi, può indurre uno stato di panico al pensiero che stia perdendo la sua femminilità, che non sia una donna, che non sia più una vera donna, che se non è neanche un uomo, comunque vi assomiglia, e quindi è in qualche modo mostruosa. Oppure in un uomo, il terrore del desiderio omosessuale può portare al terrore di essere giudicato femminile, femminilizzato, non essendo più propriamente un uomo, ma un uomo “fallito”, diventando quindi in un certo senso una figura mostruosa o abietta.» (Butler 1997 La vita psichica, 130) «Il suo desiderio sarà ossessionato dal terrore di essere ciò che desidera, così che il suo desiderio sarà sempre anche una forma di minaccia. Precisamente poiché ciò che viene ripudiato e quindi perduto si preserva come un’identificazione ripudiata, questo desiderio tenterà di sopraffare un’identificazione che non potrà mai essere completa.» (Butler 1997 La vita psichica, 131)

4.4.4. La consuetudine il rischio e l’utilità di una definizione e di una catalogazione. «Vorrei commentare che da un punto di vista fenomenologico vi sono molti modi di fare esperienza della sessualità e del genere che non si riducano a questa equivalenza, che non presuppongono che il genere sia stabilizzato attraverso l’insediamento di una eterosessualità sicura, ma per il momento preferisco evocare questa costruzione rigida e iperbolica della relazione tra genere e sessualità, allo scopo di risalire alla formazione di ciò che definiamo il carattere sessuato dell’io attraverso la questione della perdita che non è stata, né può essere, compianta.» (Butler 1997 La vita psichica, 130) La questione rimanda a una doppia prassi, antitetica e in difficile conciliazione.

4.4.4.1. La diagnosi, la catalogazione, e magari la cura e la sua tentazione ideologica e veritativa: «Venire diagnosticati con un disturbo dell’identità di genere (GID) in un certo senso significa scoprire di essere malati, disturbati, irregolari, difettosi, anormali ed essere soggetti, in conseguenza di tale diagnosi, a una certa stigmatizzazione. Come risultato, alcuni psichiatri attivisti e alcuni transessuali hanno dichiarato che la diagnosi dovrebbe essere eliminata del tutto, che la transessualità non è una malattia e quindi non dovrebbe essere concepita come tale, e che i transessuali dovrebbero essere considerati persone impegnate in una pratica di autodeterminazione, in un esercizio di autonomia. Quindi, da un lato la diagnosi continua a essere apprezzata perché facilita una modalità di trasformazione economicamente realizzabile. Dall’altro, essa viene risolutamente contrastata perché insiste a patologizzare come malattia mentale quella che invece dovrebbe essere concepita come una fra le molte possibilità dell’essere umano di determinare il proprio genere.» (Judith 2004 La disfatta del genere, 104)

4.4.4.2. L’esigenza di dotarsi di un volto, di una modalità, di una specificità accompagnata da riconoscimento e normalità. Ma l’assenza di modelli è astrazione astorica dal sociale e perdita dei suoi criteri di riferimento, per adozione o per rifiuto. La posizione precedente può creare un disagio; nell’attacco indiscriminato alle norme forse si trascura un aspetto: «Né vengono indagate le condizioni in cui le norme stesse potrebbero invece generare un senso di benessere, di appartenenza, o divenire il luogo per la realizzazione di determinate possibilità umane, che consentano a una persona di percepire il futuro, la vita, la prosperità.» (Judith 2004 La disfatta del genere, 125) Si può pensare, ad esempio, al movimento che si batte per i matrimoni gay.

«La cosa che più preoccupa, comunque, è il modo in cui la diagnosi esercita la propria pressione sociale, causando angoscia, stabilendo che alcuni desideri sono patologici, rafforzando la regolamentazione e il controllo di coloro che li manifestano in ambito istituzionale.» (Judith 2004 La disfatta del genere,129)
4.4.5. La domanda diventa politica. «Mi sono domandata quale configurazione di potere costruisse il soggetto e l’Altro, la relazione binaria tra "uomini" e "donne" e la stabilità interna di tali termini.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere, XXXVI) «Questa ricerca teoretica ha cercato di individuare il politico nelle stesse pratiche significanti che creano, regolamentano e deregolamentano l’identità. Questo tentativo è tuttavia possibile solo mediante l’introduzione di una serie di domande che estendono la nozione stessa del politico.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere, 212)

5. La decostruzione (undoing, “disfatta”) delle rigidità di genere e di identità e la nuova società

La rilevanza del tema e dell’impegno in esso profuso deriva dalla consapevolezza della natura del politico e del soggetto in esso quale emerge da una diagnosi di carattere genealogico già richiamata e che è bene riprendere almeno per spunti di carattere autobiografico (per Butler) e storico culturale: “la rinuncia accresce l’intolleranza” (Freud 1929 Il disagio della civiltà, pp. 610-619; Butler 1997 La vita psichica, 136)

5.01.«Nel discorso dominante della mia infanzia, combinare guai era qualcosa da evitare proprio perché ti avrebbe messo nei guai. La ribellione e il rimprovero parevano espressi in termini identici, un fenomeno che ha prodotto la mia prima intuizione critica sul subdolo inganno del potere: la legge prevalente minacciava di causarti dei guai, ti metteva persino nei guai, e tutto per tenerti fuori dei guai. Ho pertanto concluso che i guai sono inevitabili e che la sfida consiste nel trovare il modo migliore di combinarli, il modo migliore di cacciarvisi dentro. Con il passare del tempo, sono comparse sulla scena critica ulteriori ambiguità.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere, XXXV)

5.02. Va richiamata l’attenzione sulla “dimensione paradossale dell’agency, come afferma Butler; cioè: «L’essere costruita socialmente mi dà la possibilità di contestare le norme che mi determinano, ovvero, la consapevolezza della costruzione sociale del sé, pur enfatizzando la preesistenza di un mondo sociale che non si è scelto, rende possibile la volontà trasformativa di quello stesso mondo. Il gender, la norma che costruisce i soggetti socialmente e culturalmente come maschile o femminile, è anche l’ambito d’azione in cui è possibile contestare la fissità, la normalità, la permanenza, la stabilità di quelle categorie, di quei pannelli divisori che idealmente dividono l’umanità in due.» (Judith 2004 La disfatta del genere, Prefazione Olivia Guaraldo, 13)

«La mia agency non consiste nel negare le condizioni della mia costituzione. Il fatto stesso che io sia in grado di agire è reso possibile dalle circostanze stesse della mia formazione, la quale ha origine in un mondo sociale che non ho mai scelto. Il fatto poi che la mia agency sia lacerata dal paradosso non significa che sia impossibile. Significa solo che il paradosso è la condizione della sua possibilità. Ne consegue che l’“Io”, che io sono, si ritrova, a un tempo, costituito da norme e da queste dipendente, ma si sforza anche di vivere in modo da mantenere con esse un rapporto critico e trasformativo.» (Judith 2004 La disfatta del genere, 27) È questa la natura della determinazione: come essere entità determinate (alla Hegel) e quindi come agire secondo decisioni; la tesi dell’agire individuale comprensibile soltanto in contesto collettivo di possibilità d’azione e di interpretazione conoscitiva (espressa in modo sistematico anche in Durkheim, Le regole del metodo sociologico).

5.03. Perché il tema del genere, e la sua concezione, apre e spinge al tema del sociale e della sua organizzazione politica. «Né il genere né la sessualità sono esattamente qualcosa che si possiede, ma rappresentano un modo di essere spossessati, modi di essere per l’altro o in virtù dell’altro. Non si tratta semplicemente di proporre una visione relazionale al posto di una autonoma del sé, o di cercare di riformulare l’autonomia in termini di relazionalità. Il termine relazionalità viene a risanare la frattura nella relazione che cerchiamo di descrivere, una frattura che è costitutiva dell’identità stessa. Ciò significa che si deve andare cauti nel concettualizzare lo spossessamento.» (Judith 2004 La disfatta del genere,45) Spossessamento ed essenziale relazione all’altro che accadono nelle personali situazioni fondamentali: «alla passione, al dolore e alla rabbia, tutte cose che ci strappano a noi stessi, ci legano agli altri, ci trasportano, ci destabilizzano, ci coinvolgono in vite che non ci appartengono, e talvolta in modo fatale e irreversibile.» (Judith 2004 La disfatta del genere, 46)

La consapevolezza della essenziale caratterizzazione relazionale del genere (e della stessa identità) porta a comprendere anche, per rovescio, perché sia così ricorrente e spesso ossessiva la volontà del potere (politico e religioso) ad intervenire per definire il genere (così come la sessualità, l’identità) secondo norme e secondo modelli codificati, tendenzialmente rigidi fino a non ritrarsi di fronte all’inganno del dichiarare tali modelli naturali e renderli così coercitivi ed unici.

«Se qualcuno della sinistra pensava che tali preoccupazioni non fossero, propriamente e sostanzialmente, politiche, sono stati costretti a riconsiderare la sfera politica nei termini dei suoi presupposti sessuali e di genere. L’opinione che le figure del butch e della femme e i transgender non siano referenti essenziali per un rinnovamento della vita politica e per la creazione di una società più giusta ed equa, manca di riconoscere non solo la violenza subita dalle persone sessualmente non conformi alla norma, ma anche che la corporeità rimanda al contestato sistema di norme che stabiliscono chi conterà come possibile soggetto all’interno della sfera politica. […] … e ciò vale sia per quanto riguarda l’esperienza del proprio corpo che per l’esperienza del corpo altrui, e se si accetta il fatto che tale idealizzazione e tale cornice sono socialmente articolate, è possibile constatare che la corporeità non è pensabile se non in relazione a una norma o a un insieme di norme. La lotta per la riformulazione delle norme, in base alle quali si fa esperienza del corpo, diventa pertanto fondamentale …» (Judith 2004 La disfatta del genere, 54)

5.03.1. Occorre infatti ricordare come prima istanza: «La questione di chi e che cosa sia considerato reale e vero riguarda, apparenza, il sapere. Ma è anche, come puntualizza Michel Foucault, una questione di potere. Possedere, o apportare, “verità” e “realtà” rappresenta una prerogativa di enorme potere nel contesto sociale, una modalità attraverso cui il potere si dissimula come ontologia. Secondo Foucault, uno dei primi compiti di una critica radicale è discernere la relazione “tra i meccanismi di coercizione e gli elementi di conoscenza”.» (Judith 2004 La disfatta del genere, 53)

5.03.2. Come seconda istanza si può intravedere qui in opera la consapevolezza espressa nella logica di Hegel (sia nella Fenomenologia, che nella Logica): il determinato è compreso e indicato, definito dall’universale; questo costituisce la sua essenza. Ma l’universale, l’essenza che il determinato è (che noi siamo) non è qualcosa che si possiede, né in toto, né singolarmente; proprio l’essenza, in quanto universale, ci proietta all’esterno del finito e quindi rappresenta il modo in cui siamo spossessati, spossessati dalla e nella essenza, siamo altro da in noi stessi e noi stessi nel nostro essere altro; proprio l’essenza è il nostro essere altro, il nostro intrinseco e metafisico (non accidentale o solo morale e sociale) trovarci in relazione.



5.1. L’illusione della funzione descrittiva e i rischi di una pretesa fondazionalista: «Il potere giuridico "produce" inevitabilmente quel che sostiene di rappresentare soltanto»

«… i soggetti giuridici vengono invariabilmente prodotti tramite pratiche esclusive che non "si vedono" una volta creata la struttura giuridica della politica. In altre parole, la costruzione politica del soggetto procede con determinati fini legittimanti ed esclusivi, e tali operazioni vengono nascoste e naturalizzate efficacemente da un’analisi politica che scorge il loro fondamento nelle strutture giuridiche. Il potere giuridico "produce" inevitabilmente quel che sostiene di rappresentare soltanto; la politica deve quindi occuparsi di questa duplice funzione del potere: quella giuridica e quella produttiva. In pratica, la legge produce e quindi nasconde la nozione di "un soggetto prima della legge" per invocare quella formazione discorsiva come premessa fondazionale naturalizzata che in seguito legittima l’egemonia regolatrice della legge.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere,4-5)

5.1.1. Teorie classiche precedenti hanno fornito i concetti per un percorso di naturalizzazione astorica di ciò che è in realtà prodotto dal politico – storico [viene naturalizzato se si riesce a dimostrare che il prodotto esiste in natura e lo Stato lo scopre lo rispetta lo impone]. Qui giocano i concetti di stato di natura e di contratto sociale (presociale, in ingresso unico e definitivo nel sociale); con l’invenzione dello stato di natura, oltre a nascondere il fatto performativo politico e sociale del soggetto, si procura una fondazione ontologico-naturale allo Stato, attraverso, contemporaneamente, un altro atto performativo politico, il contratto di società. «La storia delle origini è quindi una tattica strategica all’interno di una narrazione che, fornendo un unico resoconto autorevole di un passate irrecuperabile, dipinge la costituzione della legge come un’inevitabilità storica.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere,56)

5.1.2. In alternativa e in uscita: non cercare fondamenti ma esaminare gli atti performativi, i discorsi che definiscono, creano, fissano e impongono (interiorizzando e incorporando), con riti quotidiani di ripetizione sociale oltre che con sistemi di ordine e di norme, identità e generi definiti “naturali”. «Entrare nelle pratiche ripetitive di questo terreno di significazione non è una scelta, perché l’"io" che potrebbe entrare è sempre già all’interno: non esiste alcuna possibilità di agenzia o realtà fuori delle pratiche discorsive che conferiscono a quei termini l’intelligibilità di cui sono provvisti. Il compito non consiste nel capire se ripetere, bensì nel capire come ripetere, anzi nel ripetere e, mediante una radicale proliferazione del genere, nel dislocare le norme di genere che permettono la ripetizione stessa. Non vi è un’ontologia di genere su cui costruire una politica, perché le ontologie di genere operano sempre come ingiunzioni normative in contesti politici creati, determinando che cosa si qualifica come sesso intelligibile, invocando e consolidando i limiti riproduttivi posti alla sessualità, definendo i requisiti prescrittivi tramite i quali i corpi sessuati o di genere conquistano l’intelligibilità culturale. L’ontologia non è dunque un fondamento, bensì un’ingiunzione normativa che opera insidiosamente installandosi nel discorso politico come la sua base necessaria.

La decostruzione dell’identità non è la decostruzione della politica; crea piuttosto come politici gli stessi termini attraverso i quali viene articolata l’identità.» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere,212-213)

5.1.3. «Se le identità non fossero più fisse come premesse di un sillogismo politico, e se la politica non venisse più intesa come un insieme di pratiche derivate dai presunti interessi che appartengono a una serie di soggetti preconfezionati, una nuova configurazione della politica emergerebbe senz’altro dalle rovine di quella vecchia. Le configurazioni culturali del sesso e del genere potrebbero allora proliferare, o meglio la loro attuale proliferazione potrebbe divenire articolabile nei discorsi che creano la vita culturale intelligibile, confutando lo stesso binarismo del sesso e denunciandone la fondamentale innaturalità. Quali altre strategie locali volte a innestare l’“innaturale” potrebbero condurre alla denaturazione del genere come tale?» (Butler 1990, 1999, Scambi di genere, 213-214)

Questa è l’estensione o la ripresa sociale del politico … oppure alla scoperta e ridefinizione del politico si giunge a partire dai gesti con cui le persone esercitano il loro ruolo di costituzione di genere come forme di vita proprie che hanno definizione e determinazione nel libero e non pregiudicato o imposto, né perciò subordinante, rapporto con l’altro; è dalla riflessione sul genere che parte il pensiero critico di Butler sulla politica; genere come gabbia e possibilità. Non è un caso che Olivia Guaraldo, nella Prefazione all’opera di Butler Judith 2004 La disfatta del genere, Meltemi Roma 2006 ponga come esergo la frase di Butler: «Il genere è il meccanismo attraverso cui vengono prodotte e naturalizzate le nozioni di maschile e di femminile, ma potrebbe anche rappresentare lo strumento tramite il quale decostruire e denaturalizzare tali termini».
5.2. Il fondamento (come postulato) della possibilità e delle prospettive: contro la tentazione, l’alibi e la scorciatoia del fatalismo l’emergenza della soggettività. Completando un’osservazione già riportata: «Sebbene il potere sociale stabilisca per quali perdite ci si possa addolorare, non è sempre così efficace come vorrebbe essere. La perdita non può essere interamente negata, ma non appare nemmeno in un modo che possa essere direttamente affermata. I “lamenti” del melanconico sono invariabilmente misdirezionati, eppure proprio in questo misdirezionamento risiede un nascente testo politico. La proibizione del dolore viene registrata dall’indirizzato come una perdita di parola. La sofferenza della perdita “accreditata” a colui che la patisce, al punto in cui la perdita viene intesa come una colpa o un danno che merita un risarcimento; si cerca risarcimento per i mali inflitti a se stessi, ma non lo si accetta da altri se non da se stessi. La violenza della regolamentazione sociale non si trova tanto nella sua azione unilaterale, quanto nella via tortuosa per la quale la psiche si auto-accusa del suo poco valore.» (Butler 1997 La vita psichica, 171-172)

Quindi la tesi comunque dell’emergenza della soggettività pur e nella sua intrinseca ambivalenza (prodotto del sociale che forma e assoggetta; sede in cui il potere sociale si sedimenta e agisce in termini di possibilità non previste né ipotecabili), nella sua emergenza: «Alcuni teorici psicoanalitici del sociale hanno argomentato che l’interpellazione sociale produce sempre un eccesso psichico che non può controllare; la produzione dello psichico come un distinto dominio psichico non può tuttavia annullare l’occasione sociale di tale produzione. […] Il potere imposto su un individuo è il potere che anima la sua stessa emergenza, e sembra non esserci via di fuga da questa ambivalenza. In effetti, sembra che non ci sia individuo senza ambivalenza, vale a dire che il raddoppiamento fittizio necessario per diventare un sé esclude la possibilità di un’identità precisa. Infine, allora, non può esserci ambivalenza senza perdita intesa come verdetto di socialità, verdetto che lascia la traccia del suo ripiegamento nella scena dell’emergenza di ogni soggetto.» (Butler 1997 La vita psichica, 184)

5.2.1. La diagnosi di Butler in un riferimento teorico ed empirico relativo alla tematica del genere: «… la coscienza non trova mai appagamento nella rinuncia, ma ne è paradossalmente rafforzata (“la rinuncia accresce l’intolleranza”, Freud 1929, pp. 610-619). La rinuncia non abolisce l’istinto; schiera l’istinto per i suoi obiettivi, in modo tale che la proibizione, e l’esperienza vissuta della proibizione come rinuncia ripetuta, sia nutrita proprio dall’istinto cui rinuncia. In questo scenario, la rinuncia richiede proprio l’omosessualità che condanna, [la richiede] non tanto come suo oggetto esterno, quanto come la sua più preziosa fonte di sostentamento. L’atto di rinunciare all’omosessualità rafforza così paradossalmente l’omosessualità, ma la rafforza precisamente come il potere della rinuncia. La rinuncia diviene lo scopo e il veicolo della soddisfazione. Potremmo quindi dire che è la paura di svincolare l’omosessualità da questo circuito di rinuncia che terrorizza enormemente i guardiani della mascolinità dell’esercito americano. Cosa “sarebbe” la mascolinità senza questo circuito aggressivo di rinuncia dal quale è plasmata? I gay nell’esercito minacciano di distruggere la mascolinità solo perché questa mascolinità è formata dall’omosessualità ripudiata.» (Butler 1997 La vita psichica, 136). Nella omofobia e nella ottusa e rabbiosa intolleranza con cui spesso si manifesta (e in svariate forme), così come nelle esibizioni machiste di mascolinità da preconfezione, è in azione una omosessualità rifiutata, non accettata che è diventata una paurosa ossessione nei confronti del suo ipotetico manifestarsi («l’omosessualità maschile disconosciuta culmina in una mascolinità accresciuta o consolidata, una mascolinità che mantiene il femminile come l’impensabile e l’innominabile.» Butler 1990, 1999, Scambi di genere, 99); la mancata accettazione di sé (la rinuncia, anche se inconsapevole, anzi, ancor più se inconsapevole) diventa rabbioso rifiuto di tutto ciò che ricorda il sé mancato, represso, inaccettato e forcluso (per usare la chiara espressione di Hegel «non lo intende, ma lo desidera ed elabora» [Fenomenologia, Ragione 2.]; interpretando: desidera quella omosessualità forclusa e la rielabora in omofobia spinta da profonda melanconia); l’eterosessuale per scelta personale di genere non è omofobico (come l’omosessuale non è ovviamente né omofobico né antieterosessuale); l’omofobia si nutre di una pulsione omosessuale repressa e dunque operativa in forme ossessive ed estremizzate. [Emblematica la sessuofobia e omofobia rabbiosa e ottusa manifestata pubblicamente dal parroco di Lerici (Genova), “don” (!?) Piero Corsi, e del sito internet (Pontifex, e analoghi siti ultracattolici e neonazi) da cui ricava e sbandiera i suoi proclami dalle bacheche della chiesa; il caso è del dicembre 2012.

E quanta forclusione c’è nel machismo omofobico di Vladimir Putin vista l’ottusa intolleranza e ostentata esibizione di muscoli con cui si esprime e legifera, senza mostrare nemmeno la più lontana ombra di dubbio (segno forse, per lui, di debolezza non maschile)?]

«Nella misura in cui gli attaccamenti omosessuali rimangono non riconosciuti entro l’eterosessualità normativa, essi non sono meramente costituiti come desideri che emergono e che successivamente vengono proibiti; piuttosto, questi desideri sono proscritti dall’inizio. […] Come tali, non saranno attaccamenti che possano essere pianti apertamente. […] E questa assenza produce una cultura di melanconia eterosessuale, melanconia che può essere letta nelle identificazioni iperboliche per mezzo delle quali la mascolinità e la femminilità eterosessuali mondane confermano se stesse. […] L’uomo eterosessuale diventa — mima, cita, si appropria — o assume la forma dell’uomo che non ha “mai” amato e “mai” pianto; la donna eterosessuale diventa la donna che non ha “mai” amato e “mai” pianto. È in questo senso, allora, che ciò che è apparentemente inscenato come genere è segno e sintomo di un disconoscimento pervasivo.» (Butler 1997 La vita psichica, 140)

5.2.2. Né fatalismo consegnato al dato dominante, né decisionismo creazionistico astratto dai dati storici e sociali. Decostruire non è il piglio del distruggere per poi creare ex-nihilo; Butler richiama un praticabile e critico processo decostruttivo. «Originale è, del resto, la sua pratica decostruttiva; fare e disfare il genere non sono attività creatrici e, per così dire, demiurgiche, come se a ciascuno fosse possibile pensarsi e realizzarsi ex nihilo. Butler afferma infatti che nessuno può rifare (non a caso il verbo usato qui è “to remake”) il mondo o se stessa come se ne fosse l’artefice. La fantasia di onnipotenza, implicita nel desiderio demiurgico di creare la propria identità, erroneamente scambia l’autonomia individuale, la possibilità del cambiamento, della trasformazione non solo personale ma anche sociale, con la necessità di fare tabula rasa dei propri legami e delle proprie imprescindibili appartenenze. La proposta della pensatrice americana è invece più complessa: “to do and undo one’s gender” significa quindi fare e disfare il genere sessuale non come se si trattasse di un prodotto fatto e finito, di cui ci si appropria o ci si sbarazza, ma come se nell’attività stessa del fare e disfare fosse in gioco la riconfigurazione costante dei parametri di intelligibilità che il gender produce. Detto altrimenti, il gender non è una fredda categoria di normalizzazione, ma un ambito di azione individuale e collettiva che può e deve costantemente essere occupato e contestato da soggetti e da pratiche a un tempo decostruttive e ricostruttive.» (Judith 2004 La disfatta del genere, Prefazione Olivia Guaraldo, 11)





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