Hegel, Fenomenologia dello spirito



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16.12.2017
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Hegel, Fenomenologia dello spirito
Il boccio dispare nella fioritura, e si potrebbe dire che quello viene con­futato da questa; similmente, all'apparire del frutto, il fiore viene dichiarato una falsa esistenza della pianta, e il frutto subentra al posto del fiore come sua verità. Tali forme non solo si distinguono ; ma ciascuna di esse dilegua anche sotto la spinta dell'altra, perché esse sono reciprocamente incompatibili. Ma in pari tem­po la loro fluida natura ne fa momenti dell'unità orga­nica, nella quale esse non solo non si respingono, ma sono anzi necessarie l'una non meno dell'altra; e questa eguale necessità costituisce ora la vita dell'intiero. (Prefazione, p.2)
La sostanza viva è bensì l'essere il quale è in ve­rità Soggetto, o, ciò che è poi lo stesso, è l'essere che in verità è effettuale, ma soltanto in quanto la so­stanza è il movimento del porre se stesso, o in quanto essa è la mediazione del divenir-altro-da-sé con se stesso. Come soggetto essa è la pura negatività semplice, ed è, proprio per ciò, la scissione del semplice in due parti, o la duplicazione opponente; questa, a sua volta, è la negazione di questa diversità indifferente e della sua opposizione; soltanto questa ricostituentesi eguaglianza o la riflessione entro l'esser-altro in se stesso, — non un'unità originaria come tale, né un'unità immediata come tale, — è il vero. Il vero è il divenire di se stesso, il circolo che presuppone e ha all'inizio la propria fine come proprio fine, e che solo mediante l'attuazione e la propria fine è effettuale. (Prefazione, p.14)
Il vero è l'intiero. Ma l'intiero è soltanto l'essenza che si completa mediante il suo sviluppo. Dell'Assoluto dire che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità; e proprio in ciò consiste la sua natura, nell'essere effettualità, sog­getto o divenir-se-stesso. Per quanto possa sembrare i contraddittorio che l'Assoluto sia da concepire essen­zialmente come risultato, basta tuttavia riflettere al­quanto per rendersi capaci di questa parvenza di contraddizione. (Prefazione, p.15)
La mediazione non è altro che la moventesi eguaglianza con sé o la riflessione in se stesso, il momento dell'Io che è per sé, la nega­tività pura o abbassata alla sua pura astrazione, il Divenire semplice. L'Io o il divenire in generale, que­sto atto del mediare, in virtù della sua semplicità è appunto l'immediatezza che è in via di divenire, non­ché l'immediato stesso. (Prefazione, p.16)
Se, indubbiamente, l'embrione è in sé uomo, non lo è tuttavia per sé; per sé lo è soltanto come ragione spiegata, fattasi ciò che essa è in sé; soltanto questa è la sua effettuale realtà. Ma tale risultato è esso stesso im­mediatezza semplice; esso è infatti la libertà autoco­sciente, che riposa in se stessa, senza aver messo da parte, per poi lasciarvela abbandonata, l'opposizione; che è, anzi, conciliata con l'opposizione. (Prefazione, p.16)
L'individuo particolare è lo spirito non com­piuto: una figura concreta, in tutto il cui essere determinato domina una sola determinatezza, e nella quale le altre sono presenti soltanto con tratti sfumati. Nello spirito che sta più su di un altro, la concreta esistenza inferiore è decaduta a momento impalpabile; ciò che prima era la cosa stessa, non è che una traccia ; la sua figura è velata e divenuta una semplice ombreggiatura. L'individuo percorre questo suo passato, la cui sostanza è quello spirito che sta più su, proprio come colui che è sul punto di avventurarsi in una scienza superiore percorre le cognizioni preparatorie, già in lui da lungo tempo implicite, per rendersi presente il loro contenuto; e le rievoca senza che quivi indugi il suo interesse. Il singolo deve ripercorrere i gradi di formazione dello spirito universale, anche secondo il contenuto, ma come figure dallo spirito già deposte, come gradi di una via già tracciata e spianata. (Prefazione, p.22)

I.
La certezza sensibile o il questo e l'opinione.


Il sapere che da prima o immediatamente è nostro oggetto, non può essere niente altro da quello che è esso stesso sapere immediato, sapere dell'immediato o dell'essente. Il nostro comportamento dovrà essere non meno immediato; dovremo quindi apprendere questo sa­pere come si offre, senza alterare niente in esso [an ihm]; e dal nostro assumere dovremo tener lungi il concepire.

Il contenuto concreto della certezza sensibile fa sì che essa appaia immediatamente come la conoscenza più ricca, come una conoscenza d'infinita ricchezza per la quale non è dato trovare un limite, sia che noi trascorriamo fuori nello spazio e nel tempo, dov'essa si espande; sia che noi prendiamo una parte di tanta abbondanza e in essa penetriamo dentro con una sud­divisione. Questa conoscenza appare inoltre come la più verace; infatti niente ancora dell'oggetto essa ha tralasciato, anzi lo ha in tutta la sua pienezza dinanzi a sé. In effetto però tale certezza si dà a divedere essa stessa come la verità più astratta e più povera. Di ciò che essa sa, non enuncia che questo: esso è; e la sua verità non contiene che l'essere della cosa. Da parte sua in questa certezza la coscienza è soltanto come puro Io; o Io vi sono soltanto come puro questi, e l'oggetto similmente soltanto come puro questo. Io, questi, sono certo di questa cosa non già perché Io mi sia svilup­pato come coscienza o abbia mosso variamente il pen­siero. E neppure perché, secondo una moltitudine di caratteri distinti, la cosa di cui io sono certo sia un ricco rapporto in lei stessa, o una molteplice relazione verso altre. Tutto ciò non riguarda la verità della cer­tezza sensibile. Né Io né la cosa ha qui il significato di una varia e molteplice mediazione; Io non ha il si­gnificato di un rappresentare o di un pensare molte­plice e vario; né la cosa ha il significato di moltepli­cità di caratteri vari: anzi la cosa è, ed è soltanto perché è; essa è, — ecco ciò che per il sapere sensibile è l'es­senziale; e questo puro essere o questa semplice im­mediatezza costituisce la verità della cosa medesima. Altrettanto, in quanto rapporto, la certezza è immediato, puro rapporto: la coscienza è Io e niente altro, un puro questi; il singolo sa il puro questo, ossia sa il singolo.



Ma nel puro essere, che, costituendo l'essenza di questa certezza, è da lei proferito come verità di lei stessa, vi è in gioco, se noi ben guardiamo, molto altro ancora. Una reale certezza sensibile non è sola­mente una siffatta pura immediatezza, ma è anche un esempio di essa e di quanto vi ha gioco. Tra le innumerevoli differenze che ivi vengono in evidenza, noi troviamo ovunque la differenza principale: che cioè in tale certezza escono tosto fuori dal puro essere i due già ricordati questi: un questi come Io, e un questo come oggetto. Se noi riflettiamo su tale differenza, risul­terà che né l'uno né l'altro sono nella certezza sensibile soltanto immediati, ma vi sono in pari tempo come mediati: io ho la certezza mediante qualche cos'altro, ossia mediante la cosa, e anche questa è nella certezza mediante qualche cos'altro, ossia mediante Io.






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