Hegel. Moderno navigatore dell’infinito



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09.01.2018
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Hegel. Moderno navigatore dell’infinito

La vita


Georg Wilhelm Friedrich Hegel (Stoccarda 1770 – Berlino 1831) è stato uno dei massimi filosofi di tutti i tempi. Compiuti gli studi classici a Stoccarda, si iscrisse all'Università di Tubinga, dove strinse amicizia con il filosofo Friedrich Schelling. Terminati gli studi di filosofia, Hegel lavorò come precettore privato. Nel 1801 si trasferì a Jena, dove terminò uno dei suoi capolavori, la Fenomenologia dello spirito (1807). Nel 1817 pubblicò un'esposizione completa e sistematica della sua filosofia, l'Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817). Nel 1818 gli venne offerta la cattedra di filosofia che era stata di Johann Fichte all'Università di Berlino, dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1831 a causa di una epidemia di colera.

Le grandi questioni della filosofia hegeliana

I capisaldi del sistema

  1. La risoluzione del finito nell'infinito


La realtà non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario di cui tutto ciò che esiste è parte o manifestazione. Questo organismo è Assoluto ( non ha nulla fuori di sé, in quanto ab-soluto cioè sciolto da qualsiasi relazione) e Infinito (non ha limiti-confini).

Quindi gli enti finiti ( = le cose del mondo) non esistono come tali ( come sostanze autonome), ma solo come manifestazioni dell’Infinito: il finito esiste unicamente nell’infinito e in virtù di esso.

Quindi l’unica realtà è l’infinitoIl finito si risolve nell’infinito: Il finito, in quanto reale, non può essere che lo stesso infinito (se l’infinito è tutto, il finito non può essere qualcosa d’altro rispetto ad esso).

L’hegelismo è una forma di monismo panteistico: teoria che vede nel mondo ( = il finito) la manifestazione o realizzazione di Dio ( = l’infinito).

Mentre per Spinoza l’Assoluto = sostanza (statica) = natura, per Hegel Assoluto = Soggetto spirituale in divenire, di cui tutto ciò che esiste è un “momento”, una “tappa” della sua realizzazione. La realtà non è “sostanza statica”, ma Soggetto, cioè non è qualcosa di immutabile e di già dato, ma un processo di auto-produzione che soltanto alla fine, cioè con l’uomo ( = spirito), giunge a rivelarsi per quello che è veramente. “Il vero è l’intero… ma l’intero si completa mediante il suo sviluppo… l’Assoluto è Risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità”.

  1. Identità di ragione e realtà


Il Soggetto spirituale in divenire è detto da H. Idea o Ragione  la Realtà = Ragione (pensiero ed essere coincidono). “Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”.

Ciò che è razionale è reale = la razionalità non è pura astrazione, ma la forma stessa di ciò che esiste (la Ragione è la struttura intrinseca-immanente del mondo).

Ciò che è reale è razionale = la realtà non è una materia caotica, ma il dispiegarsi di una struttura razionale (Idea o Ragione) che si manifesta in modo inconsapevole nella natura e in modo consapevole nell’uomo.

Da ciò deriva anche l’identità fra essere e dover essere: ciò che è (il mondo, le cose che accadono) è ciò che razionalmente deve essere. Il mondo, in quanto razionalità che si dispiega, manifesta l’Idea o Ragione (la razionalità) attraverso una serie di momenti necessari (“tappe” dello Spirito, che non possono essere diversi da come sono).



La Realtà è assoluta necessità (totalità processuale necessaria): tutto ciò che esiste (le cose del mondo) esiste per necessità: tutto è necessario perché il reale è manifestazione o realizzazione della Razionalità (e la Razionalità è la struttura intrinseca-immanente del mondo).
  1. Funzione giustificatrice della filosofia


Poiché tutto è necessario, il compito della filosofia consiste nel prender atto della realtà (di ciò che accade) e nel comprenderne l’intrinseca struttura razionale.

La filosofia deve rinunciare alla pretesa assurda di determinare e guidare la realtà; deve soltanto portare nella forma del pensiero ciò che accade, ovvero elaborare in concetti l’esperienza, dimostrando come essa sia necessaria e razionale  la filosofia deve solo giustificare il reale (la presenza, il fatto): deve far vedere come tutto ciò che esiste esiste per necessità (è necessario che sia e sia così).

La filosofia secondo Hegel è come la "nottola di Minerva" che scende sul mondo a giorno fatto e chiarisce ciò che è stato.

Idea, Natura e Spirito. Le partizioni della filosofia


L’Assoluto = Soggetto spirituale in divenire: non è sostanza statica, ma Soggetto che si sviluppa e solo alla fine diviene ciò che è in verità. Questo processo di auto-produzione passa attraverso tre momenti (triade dialettica): Idea in sé (tesi), Idea fuori di sé (antitesi), Idea che ritorna in sé (sintesi).

  1. Idea in sé (o Idea pura) = Idea considerata in se stessa a prescindere dalla sua concreta realizzazione nel mondo ossatura logico-razionale della realtà. (Realtà considerata in maniera astratta, solo come struttura razionale).

  2. Fuori di sé o Idea nel suo esser altro = la Natura, cioè l’estrinsecazione o alienazione dell’Idea nelle realtà spazio-temporali del mondo.

  3. L’Idea che ritorna in sé = lo Spirito, cioè l’Idea che dopo essersi fatta natura torna presso di sé (bei sich) attraverso l’uomo. (È la realtà finalmente compiuta, è il divenire dell’Assoluto concluso, giunto a termine).

Questa triade non è da intendersi in senso cronologico, ma ideale. Infatti ciò che concretamente esiste è lo Spirito (la sintesi), il quale eternamente si manifesta (dispiega, estrinseca, aliena) nella Natura (antitesi) e tutto ciò ha come presupposto l’ossatura razionale, cioè l’Idea (la tesi).

A questi tre momenti dell’Assoluto corrispondono le tre sezioni della filosofia:



  1. La logica, che è scienza dell’Idea in sé e per sé (pura), considerata a prescindere dalla sua concreta realizzazione nella natura e poi nello spirito.

  2. La filosofia della natura, che è la scienza dell’Idea nel suo alienarsi da sé.

  3. La filosofia dello spirito, che è la scienza dell’Idea che dal suo alienamento ritorna in sé.

La Dialettica


L’Assoluto è divenire. La legge di tale divenire è la dialettica, che è al tempo stesso legge (ontologica) di sviluppo della realtà e legge (logica) di comprensione della realtà.

Tre momenti o aspetti del pensiero: astratto o intellettuale; dialettico o negativo-razionale; speculativo o positivo-razionale.



  1. Momento astratto o intellettuale: consiste nel concepire l’esistente sotto forma di una molteplicità di determinazioni statiche e separate. È il grado più basso della ragione, il pensiero si ferma alle determinazioni rigide della realtà, considera le cose sono nelle loro differenze reciproche, secondo il principio di identità e non contraddizione.

  2. Momento dialettico o negativo-razionale: mostra come tutte le determinazioni sono in relazione con altre determinazioni. Poiché ogni determinazione è una negazione, ogni affermazione sottintende una negazione: specificare ciò che una cosa è implica chiarire ciò che essa non è (omnis determinatio est negatio). Ad es. il concetto di “uno” non appena venga smosso dalla sua rigida astrattezza richiama quello di molti, a cui si oppone.

  3. Momento speculativo o positivo-razionale: consiste nel cogliere l’unità delle determinazioni opposte, ossia nel rendersi conto che tali determinazioni sono aspetti di una realtà più alta che li ricomprende o sintetizza entrambi. Ad es. si scopre che “uno” e “molti” non sono più concetti opposti e separati perché ogni realtà è unità che vive attraverso la molteplicità (si pensi al corpo umano: sintetizza l’unità, in quanto è un corpo, e la molteplicità, in quanto costituito da molti organi).

Dunque la dialettica, globalmente considerata (dal punto di vista ontologico e logico) consiste:

  1. nell’affermazione o posizione di un concetto astratto e limitato (tesi)

  2. nella negazione di questo concetto attraverso un concetto opposto (antitesi)

  3. nella unificazione dell’affermazione e della negazione in una realtà che li comprende entrambi (sintesi). La sintesi è una riaffermazione potenziata della tesi, ottenuta tramite la negazione della negazione (cioè dell’antitesi).  Hegel descrive la sintesi con il termine tedesco aufheben che significa allo stesso tempo togliere (l’opposizione fra tesi e antitesi) e conservare (la verità della tesi, dell’antitesi e della loro lotta).

Spunti di riflessione sulla dialettica:

  • La dialettica rappresenta la crisi del finito e mostra come esso si risolva necessariamente nell’infinito.

  • Poiché ogni sintesi rappresenta a sua volta la tesi di un’altra antitesi, cui succede un’ulteriore sintesi e così via, sembrerebbe una processo sempre aperto (sintesi aperta). In realtà per Hegel questa sarebbe una “cattiva infinità”, un processo che spostando indefinitamente la meta da raggiungere toglierebbe impedirebbe allo spirito di realizzarsi. Dunque la sintesi è chiusa: ha un suo preciso punto di arrivo, ovvero lo Spirito, l’Idea che è ritornata in sé.


Analisi delle Opere

La Fenomenologia dello Spirito (1807)


Hegel sviluppa il tema della risoluzione del finito nell'infinito nella Fenomenologia dello Spirito (fenomenologia = Scienza di ciò che appare).

Il principio della risoluzione del finito nell’infinito è illustrato da Hegel in due forme:



    1. La prima forma è la via che la coscienza umana (finito) ha dovuto percorrere per giungere all’Infinito o, detto in altri termini, la via che lo stesso principio infinito ha dovuto percorrere, attraverso la coscienza umana, per giungere a se stessoFenomenologia dello spirito

    2. La seconda forma è l’illustrazione del principio in tutte le sue determinazioni fondamentali  Enciclopedia delle scienze filosofiche.

Le vicende dello spirito narrate nella Fenomenologia sono le vicende del principio Infinito nel suo progressivo svilupparsi attraverso una serie di figure ( = entità ideali-e-storiche che esprimono delle tappe ideali dello Spirito esemplificate nel corso della storia: la fenomenologia è allo stesso tempo cammino della coscienza umana e storia complessiva culturale dell’umanità).

La fenomenologia è la storia romanzata della coscienza, che, attraverso erramenti, contrasti, scissioni e quindi infelicità e dolore, esce dalla sua individualità per farsi universalità (si riconosce come ragione che è realtà e realtà che è ragione).

In pratica è come se esistessero due “viaggi” (percorsi), il primo è quello dello Spirito Assoluto, il secondo è quello della Coscienza individuale.

Lo Spirito Assoluto ha già percorso tutto il “viaggio” (dialettica dello spirito: parte da sé – esce da sé – ritorna in sé).

Ma la Coscienza individuale deve ripercorrere tutte le tappe dello Spirito Assoluto, e solo dopo molti travagli, viene ad identificarsi con esso.



Da ciò prende l'avvio una delle più famose figure della Fenomenologia dello Spirito, vale a dire quella della Coscienza infelice cioè quella coscienza che non sa di essere tutta la realtà (non sa di essere essa stessa spirito), e che pertanto viene dilaniata da opposizioni interne che riesce a superare solo comprendendo di essere il tutto. La prima parte della Fenomenologia si divide in tre momenti (secondo quella struttura triadica tipica del pensiero hegeliano): coscienza, autocoscienza, ragione.

1. La coscienza


Il momento da cui inizia la consapevolezza di sé (coscienza) è rappresentato dall'incontro dell'individuo con l'oggetto. È attraverso il confronto sensibile con gli oggetti che ci rendiamo conto della nostra esistenza. L'incontro con l'oggetto si sviluppa attraverso tre fasi:

  • certezza sensibile: si è certi che esiste l'oggetto rivelato dai sensi, in un dato luogo e in un certo momento.

  • percezione: che cosa fa di una molteplicità di proprietà un oggetto? La filosofia ha individuato la soluzione nel sostrato, la sostanza presente in tutte le cose, ma la ricerca di questa sostanza ha dimostrato che l'uomo non riesce a coglierla.

  • intelletto: visto che non siamo in grado di conoscere questo sostrato sul quale ineriscono le qualità dobbiamo pensare che l'unità non stia nell'oggetto, ma nel soggetto che unifica le sensazioni tramite l'intelletto. La consistenza fenomenica della realtà viene superata non ricercandola nella sostanza ma riportandola alla funzione dell'intelletto. (Ogni fatto, secondo l'idealismo, rimanda all'atto che lo pone.)

A questo punto la coscienza ha interiorizzato l'oggetto in sé stessa ed è diventata coscienza di sé, ovvero autocoscienza che non ha più bisogno di riferirsi agli oggetti per avere coscienza di sé, ha capito che la certezza della propria esistenza è data dalla sua attività intellettuale.

2. Autocoscienza


In questa sezione dell’opera si trovano le più celebri figure della fenomenologia dello spirito. Il centro dell’attenzione si sposta dall’oggetto al soggetto
2.1 Signoria e servitù

L'autocoscienza per Hegel è tale solo se esistono altre autocoscienze che la riconoscono in quanto tale. Il riconoscimento deve passare attraverso la lotta, la sfida. Il conflitto spinge alcuni individui a sfidare la morte per potersi affermare, mentre altri hanno paura e finiscono per subordinarsi ai primi. Si instaura così un rapporto di signoria e servitù. Tuttavia presto si verifica una inversione dei ruoli: il padrone ha raggiunto il suo scopo, e non ha più bisogno di affermarsi. Lo schiavo, invece, riesce lentamente ad autoaffermarsi attraverso il proprio lavoro. Infatti il padrone non riesce più a fare a meno del servo, che costruisce gli oggetti di cui ha bisogno. Il padrone diviene servo del servo, e il servo diviene padrone del padrone.

I tre momenti della progressiva acquisizione di indipendenza da parte del servo sono "paura della morte, servizio, lavoro".



  • Paura della morte. Lo schiavo è tale perché ha tremato dinanzi alla morte. Ma proprio in virtù di tale paura che non è paura di questo o quello, ma della perdita assoluta della propria essenza, lo schiavo ha potuto sperimentare il proprio essere come distinto o indipendente dal mondo delle certezze naturali che prima gli apparivano fisse, mentre ora la realtà si fluidifica per mezzo dell’angoscia della morte.

  • Servizio. Nel servizio la coscienza si autodisciplina e impara a vincere gli impulsi naturali.

  • Lavoro. Nel lavoro il servo, trattenendo il proprio appetito e non usufruendo dell’oggetto, imprime nelle cose una forma, nella quale si riflette l’autonomia del servo dalle cose stesse. Il lavoro è formativo, perché il servo, nella sua produzione, rispecchia la propria essenza, mentre il padrone si limita ad utilizzare-consumare gli oggetti prodotti dal servo. Il servo imprime nelle cose una forma che dura nel tempo. E, poiché le cose non sono di sua proprietà, il servo riesce a dominare i propri desideri: dunque attraverso il lavoro, l'autocoscienza acquisisce dignità.
2.3 la coscienza infelice

La scissione diventa esplicita in quella spaccatura che l'uomo avverte fra se stesso e Dio. Questa scissione appare evidente nell'ebraismo, dove il Dio è visto come un essere totalmente trascendente, padrone della vita e della morte, ovvero un rapporto di signoria-servitù fra Dio e l'uomo. In un secondo momento, cioè con il cristianesimo medioevale, il Dio viene a toccare l'uomo, incarnandosi. Tuttavia, nulla viene risolto: Cristo, da un lato, sottolineando la propria resurrezione, ritorna ad allontanarsi dall'uomo. Dall'altro lato, la lontananza con Cristo viene avvertita anche in senso temporale, vale a dire che Cristo è vissuto secoli prima di molte altre persone,che dunque non hanno potuto godere del miracolo dell'incarnazione di Dio. Pertanto, anche in questo secondo momento, la scissione è tutt'altro che risolta, e la coscienza, sentendosi ancora separata dall'Assoluto, permane nell'infelicità.

Dopo aver toccato il punto più basso con la mortificazione di sé a favore di Dio (ascetismo e umiliazione della carne), il singolo trapassa nel suo punto più alto con il Rinascimento, quando la coscienza diventa consapevole della propria forza ed inizia il cammino per raggiungere l'Assoluto ed infine si rende conto di essere lei stessa Dio, ovvero l’Universale o Soggetto assoluto. Questa consapevolezza è autocoscienza perché il mondo che la coscienza crede altro-da-sè è in realtà il Sé, è un'unica realtà con l'io che lo pensa, come già mostrava Kant.


3. Ragione


In questa fase Hegel mostra come se ci si pone dal punto di vista dell’individuo si è inevitabilmente condannati a non raggiungere mai l’universalità. Tale universalità si raggiunge soltanto nella fase della eticità, intendendo con ciò la ragione che si è concretizzata nelle istituzioni storico-politiche di un popolo e soprattutto dello Stato. La ragione reale non è quella dell’individuo ma dello spirito che in questa fase è lo Stato.

La filosofia dello spirito (terza parte dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche del 1817)


Lo spirito si compone di tre momenti: spirito soggettivo, spiritio oggettivo, spirito assoluto.

1. Spirito soggettivo


È il momento di transizione in cui lo Spirito emerge dalla Natura

2. Spirito oggettivo


Se lo spirito soggettivo è lo spirito individuale, la sua antitesi non può essere che lo spirito collettivo, vale a dire lo spirito oggettivo. Esso si manifesta nelle istituzioni storiche in cui l'uomo vive. Anche lo spirito oggettivo si struttura in tre momenti.
2.1 Diritto

Il diritto è l'insieme delle norme che regolano la vita esteriore degli individui, considerati come privati cittadini, le cui volontà vengono sì limitate dalla legge, ma anche garantite. La libertà si realizza attraverso la proprietà, cioè con il possesso di qualcosa. Ma perché sia possibile la proprietà è necessaria una condizione fondamentale, vale a dire il riconoscimento e il rispetto fra gli uomini, cosa che avviene attraverso il contratto. L'antitesi del diritto è il delitto, laddove la libertà viene minacciata e limitata da un'altra entità, mentre la sintesi di questi due momenti è la pena, in cui il diritto viene di nuovo sancito, mentre il delitto viene punito. Tuttavia la pena, se non viene interiorizzata dal condannato, non è più formativa in modo efficace. Perché avvenga l'interiorizzazione della pena è necessario interessarsi di un'altra sfera dialettica, quella della moralità.
2.2 Moralità

La moralità è la sfera della volontà soggettiva. Si propone di realizzare il bene, ma non è detto che esso si realizzi effettivamente. Questa sfera è infatti dilaniata dalla contraddizione fra essere e dover essere, in quanto sussiste una spaccatura fra soggettività, che deve realizzare il bene, e il bene che deve essere effettivamente realizzato. Per superare questa contraddizione è necessario passare in un nuovo momento, che è quello della eticità.
2.3 Eticità

L'eticità è quella sfera in cui il bene non è più intenzionale, bensì realizzato. E questa realizzazione avviene nelle istituzioni storiche in cui siamo chiamati a vivere, le quali sono: famiglia; società civile; stato.

L'eticità concilia il diritto e la moralità, supera la spaccatura tra l'interiorità propria della morale e l'esteriorità del diritto, in quanto il bene non è più un ideale, un dover essere, ma trova un contenuto concreto nei compiti etici che attendono ciascun individuo e che sono determinati dal proprio ruolo familiare, sociale e politico. D'altra parte il singolo non avverte il dovere (la legge) come un qualcosa di estraneo, un obbligo imposto dall'esterno, bensì come partecipazione intima e consapevole di quella condizione in cui ciascuno è posto.


2.3.1 Famiglia

La famiglia è caratterizzata da legami non solo biologici, ma anche da sentimenti di fiducia, cioè da un'unità spirituale.
2.3.2 Società civile

Con l'educazione e l'allontanamento progressivo, le famiglie originarie si sciolgono. I figli abbandonano la famiglia per andare a formarne delle nuove. Queste nuove famiglie non sono più legate da un legame spirituale, e per questo motivo giungono ad un momento in cui sussiste una perenne conflittualità. La società civile è il sistema dei bisogni e la cura degli interessi, come Hegel la definisce. La funzione è dunque simile a quella della famiglia, ma questa volta l'intervento avviene a livello giuridico, in cui bisogni e interessi vengono difesi dagli apparati stali, quali la polizia, la giustizia e le corporazioni. Uno dei compiti fondamentali della società civile è l'educazione dei giovani, che ha il fine di creare una famiglia universale di tutti gli individui. Un altro compito è dato dal controllo degli egoismi privati, in cui la società deve intervenire su coloro che concentrano nelle mani troppa ricchezza a scapito degli altri. Al fine di tutelare tutti gli individui, la società deve promuovere la formazione di organizzazioni sindacali e di corporazioni professionali.
2.3.3 Stato

Lo Stato rappresenta la sintesi di famiglia e società civile, ed il momento più alto dell'eticità. Hegel la intende come una famiglia in grande, in cui i legami fra le persone sono affini a quelli affettivi, familiari. È un tipo di stato, denominato Stato etico, che è affine ai regimi totalitari che stavano per piombare nella storia.

Hegel definisce lo Stato la realtà dell'idea etica, in quanto in esso si realizza l'intera eticità. Lo stato viene visto da Hegel come la prima manifestazione dell'assoluto. Lo stato nasce non da un contratto stipulato fra gli individui, bensì fondato sull'idea di Bene universale. Pertanto, non sono gli individui a formare lo Stato, bensì è lo Stato a formare gli individui. È infatti impossibile, per Hegel, pensare uno stato di modello liberale, che altrimenti finirebbe per perdere ogni sua funzione nel semplice compito di tutelare gli interessi delle parti, ma anche di stampo democratico, in quanto la sovranità non può appartenere al popolo, perché il popolo senza lo Stato altro non è che una massa informe. D'altra parte lo Stato è un'idea che non può esistere senza una materia reale, che è il popolo. Lo Stato è tutt'uno con il popolo. Per questo Hegel rigetta sia il contrattualismo, che il giusnaturalismo, in quanto in Hegel è inaccettabile che esista un diritto prima e oltre lo Stato. Tuttavia, lo Stato hegeliano non è da vedersi come dispotico, in quanto esiste pur sempre un sistema di leggi che chiunque deve rispettare, secondo una tradizione che parte da Thomas Hobbes e finisce a Rousseau.

Per Hegel <<Lo Stato è un Dio reale>> che realizza l'identità fra demo-crazia e teo-crazia, fra governo-di-dio e governo-del-popolo che è considerato una teofania, una manifestazione dell'Assoluto.

La guerra viene vista come un atto necessario per stabilire i rapporti di forza, e stabilire le misure dei diritti dell'uno sull'altro. Pertanto, la guerra, essendo sempre espressione di razionalità di una manifestazione dell'Assoluto, aveva una sua giustificazione etica.


La filosofia della storia


La storia, prima di Hegel, veniva sempre vista come un susseguirsi caotico di eventi, suddivisibili in primis in epoche dominate dalla ragione ed in epoche oscure: tale era la concezione propria dell'illuminismo, che aveva giudicato, per esempio, l'età di Pericle un'era illuminata e il Medioevo un'epoca buia, senza però considerare mai i rapporti che potevano sussistere fra due evi, anche se distanti fra loro. Hegel, invece, rigetta l'idea della casualità a favore della causalità. Se l'Assoluto è ragione, allora essa dominerà anche la Storia: ma dire che la storia è razionale, significa che essa non è un succedersi casuale di eventi, bensì è basata su un rapporto di causa-effetto, in base al quale la distinzione fra essere e dover essere svanisce. La storia, in pratica è già come dovrebbe essere, e non potrebbe essere altrimenti.

I grandi uomini della storia sono la più alta manifestazione di questa idea: con una sorta di astuzia, la Ragione spinge i grandi eroi della storia (come Giulio Cesare o Napoleone) a seguire e realizzare le proprie passioni e ambizioni. Ma se prima o poi essi sono destinati a perire o a soccombere, non è così per la Storia universale, che invece continua il suo progresso grazie alla caduta di questi grandi uomini. Hegel vede infatti nello Stato prussiano, e nella sua abolizione dei privilegi nobiliari, la migliore manifestazione dello Stato. Infatti solo l'uguaglianza fra tutti i cittadini fa si che il singolo individuo possa sentirsi parte del tutto.


3. Spirito assoluto


Lo spirito assoluto rappresenta il momento in cui l'idea giunge alla coscienza di sé stessa, della propria infinità e assolutezza, ovvero del fatto che tutto è Spirito, e che il finito non esiste. Anche lo spirito assoluto si struttura in tre momenti, che se non sono diversi in quanto a contenuto (ovvero tutti e tre i momenti sono manifestazioni dell'Assoluto a sé stesso), lo sono in base alla forma, ovvero alla strada scelta per raggiungere l'autocoscienza.
    1. Arte

Con l'arte si ha il primo gradino su cui lo Spirito si manifesta a sé stesso. È il gradino più basso, perche l'autocoscienza si realizza in modo intuitivo, attraverso le forme dell'arte (la musica, le parole, le figure...).
    1. Religione

La religione è il secondo momento dello spirito assoluto, momento in cui è la Divinità ad essere al centro. La religione si basa sulla fede, ovvero sulla coscienza immediata dell'Assoluto, basata sul sentimento. La religione, cioè, è in grado di affermare l'esistenza di Dio, senza però avere strade per giustificare questa affermazione.
    1. Filosofia

Così come nella Religione, anche nella Filosofia è presente lo stesso contenuto, ovvero l’Assoluto (lo Spirito). Nella Religione questo rapporto è già dettato (rivelato), e deve essere solo appreso per fede, mentre nella Filosofia la comprensione di questo rapporto è data tramite ragionamenti.

La Filosofia è quindi l'ultimo momento dello spirito assoluto. Anche essa è frutto di un processo storico che vede ogni filosofia negare la precedente. Questo processo che va dalla filosofia greca a quelle di Fichte e Schelling si conclude con l'idealismo: la filosofia giunge finalmente a compimento con Hegel. Le filosofie precedenti non devono quindi essere viste negativamente ma piuttosto come un insieme di tappe necessarie che man mano negano quelle precedenti e vengono negate da quelle successive in un processo che termina con l'ultima filosofia: quella di Hegel.



La filosofia giunge sempre troppo tardi perché arriva quando la realtà si è già compiuta ("E' come la nottola di Minerva che si alza in volo sul far della sera").


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