Hegel per I ragazzi



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Hegel
Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831).1 Di modesta famiglia protestante, dopo gli studi nello Stift di Tubinga, con Hoelderlin e Shelling, più giovane di lui di 5 anni, completa la sua formazione a Berna ed a Francoforte, dove vivrà facendo il precettore. All’iniziale entusiasmo per la rivoluzione francese, celebrata con l’amico Hoelderlin piantando l’albero della libertà nel parco dello stift, subentrò la delusione per gli esiti infausti della rivoluzione. Come studioso si occuperà di Kant, di Fichte e Spinoza. Nel periodo di Tubinga ed in quelli di Berna e Francoforte prevalgono in lui gli interessi religiosi, non disgiunti da quelli politici. Hegel aveva ricevuto una profonda educazione religiosa ed aveva letto con interesse i progetti di riforma politica contenuti negli scritti di Rousseau e Lessing e non va dimenticato che in Germania, centro della riforma protestante, la questione religiosa non era mai separata da quella politica. Negli scritti della maturità invece prevarrà l’interesse storico-politico. Fu professore a Jena, ad Heidelberg, dove compose i suoi scritti più sistematici, ed a Berlino. Serio, taciturno, lontano dal modo affascinante di Schelling di interpretare il ruolo del “genio” romantico, Hegel pervenne lentamente alla costruzione del suo immenso sistema filosofico che fu in grado di influenzare la filosofia in modo definitivo, al pari di quello d’Aristotele o di Kant. I suoi scritti più importanti sono La fenomenologia dello Spirito (1807), nella cui prefazione prendeva le distanze dalla dottrina di Schelling, La scienza della Logica (1812-1816) e L’enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio ( 1817) che è la sua opera più sistematica. A Berlino pubblicò i Lineamenti di filosofia del diritto ossia diritto naturale e scienza dello stato(1821). Morì in questa città per un’infezione di colera.
Nonostante la fama di svevo inesorabile e caparbio, dall’incredibile capacità d’astrazione e complessità concettuale, Hegel fu una persona dotata di profonda spiritualità, di umanità e concrete esperienze di vita. Soprattutto gli interessi religiosi, che caratterizzarono la sua gioventù, mostrano una grande capacità di amore e comprensione per il mondo umano.
I. Gli scritti giovanili (1793-1800).

I suoi scritti giovanili, scoperti e riproposti soltanto di recente, hanno dato nuova linfa agli studi hegeliani, in quanto hanno mostrato che egli maturò i propri concetti confrontandosi direttamente con l’Illuminismo e con la tradizione cristiana.



Gli scritti giovanili più importanti sono: Positività della religione cristiana (= Gesù era il maestro di una pura religione morale, i suoi discepoli trasformarono questa morale in una religione “positiva”, codificata, fondata su dogmi, istituzioni e precetti fino a farne una religione pubblica nelle cui leggi esteriori sarebbe naufragato il profondo messaggio interiore del maestro); Lo spirito del cristianesimo e il suo destino (= nell’opera giovanile più importante, pubblicata a Francoforte nel 1817, Hegel prende in considerazione le religioni, greca, ebraica e cristiana. A differenza dei Greci, che avevano un rapporto sereno con la divinità e con le sue manifestazioni naturali, il popolo ebraico entra in conflitto con il suo unico Dio e con la sua opposta manifestazione che è la natura. Dio punisce gli uomini attraverso la pioggia e, per salvarsi, l’umanità, soggiogata dal diluvio, sottoscrive un patto di sudditanza con la divinità. In questo modo gli ebrei, orgogliosi del loro rapporto preferenziale con la divinità, scelgono di vivere in sdegnosa ostilità con gli altri uomini e con la natura. Cristo è colui che cerca di ricomporre la frattura che oppone il suo popolo a tutti gli altri ed alla divinità che lo tiene soggiogato, contrapponendo alla cieca sottomissione la forza della armonia e dell’amore, per dio e per tutti gli altri uomini. Al dio despota egli contrappone il dio padre, al concetto di rivalità con gli altri popoli contrappone il concetto di fratellanza universale. Egli morirà senza essere stato compreso, ma morirà senza risentimento: “Padre, perdonali” saranno le sue ultime parole. Gesù dunque cerca di riportare tra gli uomini quell’atmosfera di serenità e di unità con il divino e con la natura che era della Grecia antica, Non però la serenità bucolica, ingenua e fanciullesca com’era quella dei Greci, ma un unità consapevole, ricercata dopo il dolore della frattura).

La prima opera teoretica. Differenza tra il sistema filosofico di Fichte e quello di Schelling, Fu composta a Jena, nel 1801, dove si era recato, su invito di Schelling, per iniziare la carriera accademica. In questo scritto Hegel rileva la superiorità del sistema di Schelling in quanto restituisce alla natura l’importanza negatale da Fichte (che l’aveva ridotta ad “immagine prodotta”, non a realtà esistente in sé) giungendo ad una filosofia dell’assoluta identità tra l’Io e la natura.

II. I capisaldi del sistema. Gli assunti fondamentali da ricordare.


  1. Il rapporto finito/infinito. “Il Vero è l’Intero”.

Riassunto in questa formula, contenuta nella prefazione alla Fenomenologia dello Spirito, vi è l’intento speculativo di Hegel (= la sua intenzione filosofica). Tale intento è quello di congiungere le opposizioni di “finito e infinito”, di “universale e particolare”, di “unità e molteplicità”, nella ferma convinzione che la realtà possa risiedere solo nella loro unità.

La realtà (= “ciò che è vero”) per Hegel non è un insieme disordinato di sostanze autonome, ma è un organismo unitario (= “l’Intero”), il quale, non avendo nulla al di fuori di sé, coincide con l’infinito (che chiama anche l’Idea, = il Razionale, = lo Spirito). “Ciò che è vero” non è il singolo componente di un Tutto, ma è soltanto il Tutto, ossia “l’Intero” ed esso è un “soggetto spirituale infinito”.

I vari enti che compongono il mondo sono detti “Il finito”. Sono chiamati così, però, solo impropriamente, in quantoIl finito” per Hegel tecnicamente non esiste, perché ciò che chiamiamo “finito” è soltanto l’espressione parziale dell’Infinito. Come in fisiologia si comprende la funzione di un organo soltanto contestualizzandolo in un corpo, così la filosofia può capire il contingente solo analizzandolo come parte di un tutto. * Soltanto quest’ultimo, per Hegel, è vivente. E lo è non in maniera accidentale e provvisoria, come qualunque individualità particolare (che rappresenta il finito), ma è vivente nel senso che è vivente “assoluto”, al di fuori di esso non c’è nulla e non conosce morte.

* Il tutto, per Hegel è maggiore della semplice somma delle parti. Ricordiamo l’esempio fatto in classe. L’automa composto dall’insieme delle lattine di Coca cola. Una lattina sola è una cosa, se combinata con perizia tecnologica diviene parte di un organismo semovente, composto da tante lattine come quella; e così un organismo vivente è più di una semplice somma di cellule e organi. Così l’organismo statale, lo vedremo, per Hegel è più di una semplice somma di cittadini.

Quello di Hegel è un modello monistico, in senso spinoziano, ma, a differenza di Spinoza che considerava la Natura come sostanza unica e statica, Hegel concepisce lo Spirito come attività dinamica, in cui tutto ciò che esiste è una “tappa” del processo di realizzazione, che termina con la finale coscienza di sé, con l’uomo. L’Infinito, come l’Assoluto di Schelling, è un soggetto spirituale in fieri (= in divenire), che, tramite un lungo percorso di ri-co-no-sci-men-to, tende alla consapevolezza di sé. Tale percorso si sviluppa in tre “momenti”. La schematizzazione di questi tre stadi è stata utilizzata per comodità dagli storici della filosofia posteriore ad Hegel, nei termini di Tesi, Antitesi e Sintesi, termini che Hegel per la verità non ha mai utilizzato e che vedremo più avanti nel dettaglio quando analizzeremo la Dialettica.


  1. Il rapporto ragione/realtà.Ciò che è reale è razionale; ciò che è razionale è reale”.

Questo aforisma, notissimo, è contenuto nella prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto e riassume il senso stesso dell’Hegelismo. In questo secondo punto sono contenute tre domande chiave:

1) Che cos’è la realtà?

2) Tutto ciò che esiste è necessario o puramente fortuito? Ossia: Potrebbe ciò che esiste (che è esistito o esisterà) essere diverso da com’è (com’è stato e come sarà)?

3) Esiste il caso (l’accidentale) o il mondo è retto solo dalla necessità?2



La realtà per Hegel, lo abbiamo visto, è un soggetto in divenire, che possiede una sua intrinseca intelligibilità, e che Hegel identifica soprattutto con i termini di Idea e Ragione. Ma cosa significa precisamente?  Pensiamo a tutto ciò che esiste, l’universo, le stelle, la natura, le persone, la civiltà e tutto quello che ancora non conosciamo: questo è il Reale. Ed è reale soltanto dal momento che è “tutto ciò che esiste” in sé e non dipende da altro. Tutto quello che vediamo, che è, che è stato e che deve ancora venire è un soggetto spirituale in divenire che egli identifica con la pura razionalità (Ragione) e che chiama anche l’Assoluto. Soltanto l’assoluto, il tutto, ha la sua ragione d’essere. Nessun elemento contingente ha senso e razionalità se non inserito in un contesto. Nessun evento storico, ad esempio, è razionale di per sé, ma lo è solo se è visto come tappa di una sequenza necessaria: ricordiamo che per Hegel si può capire ogni “finito” solo partendo dall’”Infinito” (* cfr. Il tutto è maggiore della somma delle parti).

La frase “Ciò che è reale è anche razionale significa che la razionalità è la sostanza stessa di ciò che esiste, intendendo con ciò “la perfetta identità di realtà e ragione”.

Dunque, La Ragione coincide con la Realtà. Fin qui ci siamo. Ma… “La Ragione”, di cui Hegel parla, è la ragione umana? Quella che consente agli uomini di fare i calcoli o prendere decisioni, di progettare una casa, di fare le parole crociate o di ascoltare la musica? Certo, anche quella. Ma non solo. È questo il concetto più importante e complesso della filosofia di Hegel, ma anche facilmente comprensibile se lo affrontiamo per gradi.



    • La razionalità per Hegel non è semplice prerogativa umana, non è esclusivamente la facoltà che consente all’uomo di interpretare il mondo a suo modo e di imprimergli una forma (alla maniera dell’Intelletto di Kant, cha attraverso le categorie imprime un ordine alla realtà). No. La razionalità è nell’uomo perché è anche nel mondo. L’uomo “legge” il mondo esattamente così come il mondo è. E questo perché la “sostanza” che compone l’Assoluto coincide con la ragione umana! La realtà, l’Assoluto, lo Spirito, non è una materia caotica alla quale l’essere umano imprime una regola, ma è il dispiegarsi stesso di una struttura razionale che è già razionale anche fuori dall’uomo, la quale in modo inconsapevole si manifesta nella natura ed in modo consapevole nell’uomo. (… chi aveva affermato che il logos regge il mondo?).

La realtà è ragione in movimento, un organismo in fieri che si esprime attraverso la razionalità. Quindi, la struttura della realtà è intelligibile, per l’uomo, perché tale struttura coincide esattamente con la struttura della ragione umana. Forse sarà più semplice alla luce di un confronto. Kant aveva sostenuto che la realtà ultima, la struttura in sé delle cose, il noumeno, fosse in-conoscibile all’uomo in quanto l’uomo possiede un apparato intellettivo fatto in un certo modo, capace di cogliere, della realtà, soltanto l’aspetto fenomenico. In altre parole, attraverso le categorie, l’intelletto umano interpreta la realtà in un certo modo, ma nessuno ci assicura che quello sia il vero aspetto della realtà. (Cfr. il film Matrix). Il fenomeno è soltanto quello che riusciamo a percepire della realtà. Hegel, al contrario, afferma che quel che vediamo, udiamo o percepiamo, lo vediamo, udiamo e percepiamo perché la realtà è esattamente così come ci appare, dato che anche noi siamo razionali, e la nostra ragione è la stessa ragione che dà la forma al mondo. La celebre formula di Hegel, tuttavia, non vuole esprimere solamente la possibilità che la realtà sia penetrata, o intesa, dalla ragione, ma intende affermare la necessaria, totale e sostanziale identità della realtà e della ragione.



    • Tale sostanziale identità implica anche quella conseguente tra essere e dover essere, in quanto ciò che “è” risulta esattamente ciò che razionalmente “deve essere”. Il mondo si manifesta attraverso una serie di momenti necessari che non possono essere diversi da ciò che sono. La realtà è una totalità processuale necessaria formata da una serie ascendente di “gradi” che rappresentano ognuno il risultato di quelli precedenti ed il presupposto di quelli seguenti, non c’è spazio per la casualità. L’idea di Hegel è che tutto ciò che è reale (tutto ciò che esiste in natura e tutti gli eventi della storia umana) è di per sé razionale e quindi necessario. “Ciò che è reale è razionale” significa, per Hegel, soprattutto che quello che è è e-sat-ta-men-te ciò che deve essere: ogni fatto che si manifesta del mondo risponde a una legge razionale; tutto ha una sua logica, ogni cosa buona e ogni cosa cattiva, il giusto e l’ingiusto, ciò che sembra assurdo e ciò che non lo è. La razionalità permea ogni cosa ne-ces-sa-ria-men-te, ogni cosa, anche quando sembra secondaria, ha in realtà la sua ragione nel “gioco” del Tutto. Ogni cosa è quindi giustificata e trova giustificazione; vi è sempre una giustificazione per ogni evento, nulla è casuale.


c) La funzione della filosofia. “La filosofia è come la nottola di Minerva che inizia il suo volo sul far del crepuscolo”.

L'identità assoluta della realtà con la ragione porta con sé la conseguenza che compito della filosofia sia l’occuparsi di ciò che è, e non del dover essere. “Ciò che è” è la ragione e “intendere ciò che è” è il compito della Filosofia. Essa ha la funzione, per Hegel, di prendere atto della realtà e comprenderne le strutture razionali che la compongono. La filosofia, insomma, non deve immaginare come dovrebbe essere il mondo ma limitarsi a spiegarlo. “Rinunciare alla pretesa di plasmare la realtà e limitarsi a giustificarla razionalmente, questo il ruolo della filosofia”. Essa arriva come la nottola di Minerva, al calare della sera, ossia quando la realtà ha già compiuto il suo processo di formazione.3 Infatti la filosofia è l’ultima e la più alta manifestazione del dispiegarsi della razionalità nella storia umana, che supera l’arte e la religione quali tentativi di spiegare la realtà. Abbiamo detto, tutto ciò che è avvenuto non è avvenuto per caso; tutto ciò che avviene ha una profonda ragione d’essere ed il mondo non potrebbe essere diverso da come è. Appare evidente quindi, anche ad una prima sommaria lettura, che l’hegelismo può a ragione essere interpretato come “giustificazionismo”, nonostante l’interpretazione che ne volle dare il filone di pensatori, da Engels a Marcuse, che ha cercato di mostrare come la filosofia di Hegel possa venir letta anche in modo rivoluzionario o socialmente dinamico. Questo discorso sulla dinamicità della filosofia di Hegel c’introduce direttamente nel cuore del suo pensiero, la Dialettica.



III. La Dialettica.

“Dialettica” è il termine chiave per individuare immediatamente la filosofia di Hegel, una “regola” applicabile tanto alla realtà quanto al pensiero umano.



III. 1. La Realtà.

La Realtà, per Hegel, come per Schelling, è un divenire, ossia un farsi man mano di quell’Assoluto o Spirito che chiama Idea o Ragione, che costituisce la totalità del “reale”(come anticipato nei Capisaldi del sistema).



La nozione hegeliana di realtà è complessa: in senso proprio Reale è soltanto lo Spirito (= l’Assoluto). Solo lo Spirito esiste in sé e non dipende da altro. Lo spirito è qualcosa di più che la somma delle sue manifestazioni particolari. Infatti se consideriamo ciascun elemento individuale, ciascuna individualità componente il mondo umano e naturale, indipendentemente dal rapporto con lo spirito, ossia col tutto, abbiamo soltanto una povera cosa contingente. Qualsiasi evento o cosa individuale è reale non in sé, staccata dal resto, come un amorfo mucchio di sassi, ma è reale soltanto in relazione con il tutto. Solo questo tutto è realtà.

Tale Assoluto, o Idea, si manifesta attraverso tre momenti che Hegel indica con l’antico termine di Dialettica.4 In Hegel la dialettica è al contempo la legge di sviluppo della realtà e la legge di comprensione della medesima e consiste nei tre momenti della Tesi (affermazione), della Antitesi (negazione) e della Sintesi (l’unificazione comprensiva delle prime due). Quindi:

  • Tesi: (= l’Idea in sé, o Idea Pura).

  • Antitesi: (= l’Idea fuori di sé).

  • Sintesi: (= l’Idea che ritorna in sé).

Questa è la Triade dialettica per cui è famoso Hegel, esposta nella sua Enciclopedia.

Ma cosa significa?

  • L’idea in sé, secondo il paragone di Hegel, corrisponde a “Dio prima della creazione”.5 O meglio al programma di sviluppo del mondo, un progetto che non è imposto dall’esterno perché è un progetto immanente (= interno) al mondo stesso.

  • L’idea fuori di sé è la Natura, l’estrinsecazione dell’Idea nella realtà spazio-temporale del mondo: è l’applicazione del programma.

  • L’Idea che ritorna in sé è lo Spirito. Lo Spirito è l’Idea (il programma) che, dopo essere uscita da sé facendosi natura (l’Antitesi), torna presso di sé con l’intelligenza dell’uomo (la Sintesi).

Ovviamente vale per Hegel il discorso fatto per Schelling, ossia che questa triade non è da intendersi in senso cronologico, come se prima ci fosse l’Idea in sé, poi la Natura e infine lo Spirito, ma in senso logico. Ciò che concretamente esiste è lo Spirito che ha come co-eterna condizione la Natura e come co-eterno presupposto il programma rappresentato dall’Idea pura.6

Hegel applica la dottrina del divenire dialettico a qualsivoglia elemento della realtà, ogni aspetto della realtà si afferma, si nega e si supera. Quindi la trasformazione è una legge universale (nulla n’è immune) regolata dai tre momenti. Per esistere ogni cosa deve trasformarsi, cambiare, dunque questo implica che ogni cosa debba negare se stessa, divenire l’opposto di se stessa per poi trovare una sintesi. Ogni stato della realtà, ogni essere si trova in ogni istante in una condizione contraddittoria, ciò che è si afferma attraverso la negazione, divenendo qualcos’altro. Hegel insomma condivide l’idea di Eraclito che ogni essere, esistendo, realizza un’unità di contrari. Pensare la realtà dunque significa pensarla dialetticamente, interpretarla come una totalità processuale che procede secondo lo schema triadico di Tesi, antitesi e sintesi (e con ciò direi di avere riaffermato a sufficienza il concetto).
III. 2. Il Pensiero.

Come funziona il pensiero dell’uomo?

Anche il pensiero soggiace alla dialettica, ossia si presenta diviso in tre “aspetti”.



  1. L’aspetto astratto (o intellettuale).

  2. L’aspetto dialettico (o negativo-razionale).

  3. L’aspetto speculativo (o positivo-razionale).

Questi tre momenti, non soltanto il secondo, compongono la dialettica e sono momenti di ogni atto logico.

  • Il primo aspetto, quello astratto, consiste nel concepire ogni cosa, ogni determinazione, come se fosse separata dalle altre (in sé). Questo è il momento più basso del pensiero, proprio dell’Intelletto, che riesce a considerare la realtà soltanto come molteplicità di cose divise le une dalle altre e viste solo in base alle loro differenze, secondo l’antico principio “d’identità e non contraddizione” (= per cui ogni cosa è se stessa e assolutamente separata dalle altre). A questo momento corrisponde la Tesi.7

  • Il secondo aspetto è quello negativo, o propriamente dialettico, che dà il nome a tutto il procedimento. Esso mostra l’insufficienza del principio d’identità, tipico dell’Intelletto e la necessità di un suo superamento, semplicemente dimostrando come ad ogni affermazione corrisponda ne-ces-sa-ria-men-te una negazione perché per specificare ciò che una cosa è, occorre implicitamente riferirsi a ciò che essa non è (ad esempio, il concetto di uno, per essere chiarito, deve essere messo in contrapposizione a quello di molti, il concetto di finito a quello di infinito, il concetto di bene a quello di male e così via): a questo momento corrisponde l’Antitesi.

  • Il terzo aspetto, quello positivo o speculativo, consiste nel cogliere l’unità delle opposte determinazioni, che altro non sono se non aspetti unilaterali di una realtà più ampia che li comprende e li sintetizza: a questo ultimo aspetto corrisponde la Sintesi. La sintesi è il momento più alto del pensiero razionale ed è una ri-affermazione della affermazione iniziale, potenziata tramite l’azione della negazione intermedia. Questa unificazione, questa sintesi, è da Hegel chiamata Aufhebung, termine che possiede il doppio significato di togliere e conservare.

Ai tre “momenti” dell’assoluto Hegel farà corrispondere le tre “sezioni” in cui divide il sapere filosofico.


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