Huxley, l'eminenza grigia



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Aldous Huxley
L'EMINENZA GRIGIA
Traduzione di Edoardo Bizzarri

Mondadori



Aldous Huxley nacque a Godalming, Gran Bretagna, nel 1894. Suo padre, Leonard Huxley, era direttore del «Cornhill Magazine»; suo nonno, Thomas Henry, fu scienziato di grandi meriti, seguace dell'evoluzionismo darwiniano. Il fratello di Aldous, Julian Sorrell, più anziano di sette anni, è biologo e saggista assai noto, deciso sostenitore della teoria della evoluzione ch'egli collega non soltanto al progresso dell'uomo ma a una vera filosofia della storia. Il clima intellettuale e psicologico della famiglia Huxley spiega anche le ragioni per cui Aldous volle avviarsi agli studi di medicina, che però gli furono impediti da una grave malattia agli occhi. Fu comunque educato a Eton e al Balliol College di Oxford e, lasciata l'università, insegnò per qualche tempo a Eton. Il suo esordio letterario avvenne già nel 1916, con un volumetto di versi, «The Burning Wheel», (La ruota ardente) dove si rivela l'influsso esercitato dai simbolisti francesi. Nel 1918 pubblica un secondo libro di versi in cui appare anche una magistrale traduzione de «Il pomeriggio di un fauno» di Mallarmé. A questo punto gli interessi di Huxley si allargano ed egli sente di poter scrivere in prosa e affronta il genere-narrativa. Il primo romanzo, «Giallo cromo», testimonia una sorprendente maturità intellettuale; segue, nel 1928, «Punto contro punto», romanzo che ebbe un rapido successo ma che fu variamente recensito. Nel 1932 appare «Il mondo nuovo», romanzo fantastico-satirico che godette di grande popolarità. Secondo alcuni critici l'opera di Huxley si divide in due versanti, separati da uno spartiacque; il primo versante, umanista, fortemente ancorato alla tradizione letteraria europea, corre fino al 1930, e «Punto contro punto» ne è l'esperienza più riuscita. Da allora il substrato mistico, che già affiorava nelle opere precedenti, si accentua e la critica huxleyana al mondo contemporaneo si fa più acre e vivace, mentre sempre più chiara è in lui la visione delle «politiche» che stavano per condurre l'umanità verso un secondo macello. La realtà delle cose, vista sotto questo angolo visuale, spinge progressivamente Huxley verso il trascendente, con una propensione assai marcata verso le filosofie orientali. E quando, verso gli anni quaranta, egli affronta il contradditorio personaggio di padre Giuseppe da Parigi, nella storia aneddotica «L'eminenza grigia», è già pronto il tessuto psicologico intellettuale e morale della nuova opera. La storia ch'egli scrive è una documentata biografia del padre cappuccino, al secolo François Leclerc du Tremblay; ma si tratta di una biografia assai particolare poiché a Huxley importava dimostrare, fra l'altro, l'impossibile sintesi dell'idea politica e dell'idea religiosa, quasi l'una appartenesse alla sfera del Diavolo, l'altra a quella di Dio. Infatti egli chiarisce come «più e più volte uomini di chiesa e laici devoti sono divenuti uomini di stato con la speranza di elevare la politica al loro livello morale, e sempre la politica è riuscita a trascinarli giù al loro livello morale su cui gli uomini di stato, in quanto fanno della politica, sono costretti a vivere». Padre Giuseppe, ministro degli esteri permanente e consigliere di Richelieu, è alla fine vittima di una contraddizione in termini poiché - ce lo dice lo stesso Autore citando una frase basilare e chiarificatrice della filosofia mistica: «più c'è della creatura meno c'è di Dio» Giova a Huxley il personaggio storico dell'Eminenza Grigia, anche per approfondire l'intervallo fra idea politica e idea religiosa, per ancorare i problemi di quel tempo ai nostri, per negare il preteso «progresso attraverso la crisi», per svalutare la storia stessa, la quale «se è espressione della volontà di Dio, lo è soprattutto in senso negativo». Uscita nel 1941, «L'Eminenza Grigia» è un'opera di raccordo con i «Diavoli di Loudun», pubblicato nel 1952, uno dei suoi testi più ambiziosi e forse il più ricco di interesse. Gli ultimi libri di Huxley, e fra l'altro l'originalissima raccolta di saggi «Adonis and the Alphabet», («Adonis e l'alfabeto»), confermano anch'essi la paradossale figura di un intellettuale che non ha fiducia nell'intelletto, di un uomo che non vuole credere nell'uomo d'oggi ma che scruta, attraverso il passato e il presente, l'incerto futuro con un atto di fede non esplicito ma implicito. Anche «L'altra visita del mondo nuovo», ultima opera significativa, del 1958, denuncia la condizione di asservimento dell'uomo così come si va profilando nella nostra società meccanicistica, mentre al tempo stesso è un accorato appello all'uomo perché difenda la sua libertà, perché allontani le minacce alla sua stessa «essenza». Huxley, che da molti anni viveva negli Stati Uniti, in California, è morto a Los Angeles nel 1963.

Capitolo 1


SULLA VIA PER ROMA
Il frate s'era tirato su il saio e aveva i polpacci nudi infangati fino al ginocchio. Le piogge di primavera avevano trasformato la strada in un pantano. L'ultima volta che v'era passato, ripensò il frate, quella strada era come una fornace da calce. E gli tornò alla mente una poesia che aveva scritto a proposito di un altro viaggio:

"Quand au plus chaud du jour l'ardente canicule

fait de l'air un fourneau,

des climats basanes mon pied franc ne recule,

quoy que je coule en eau."

Quell'estate del 1618, quando in tre avevano preso la strada per la Spagna! Povero fra Zeno da Guingamp era morto d'un colpo di sole a Tolosa. Una settimana dopo, vicino a Burgos, padre Romano s'era ammalato di dissenteria. In tre giorni era finito. Ed egli era entrato solo a Madrid, zoppicante. E anche ora sarebbe entrato a Roma solo e zoppicante. Padre Angelo era dovuto restare indietro, con i cappuccini di Viterbo, colpito da un febbrone che non gli aveva permesso di fare un altro passo. Che Dio lo facesse rimettere presto!

Ni des Alpes neigeux, ni des hauts Pirenées

le front audacieux

N'a pu borner le cours de mes grandes journées,

qui tendent jusqu'aux cieux.

Cher Seigneur, si ta main m'enfonça la blessure

de ce perçant dessein,

j'ay droit de te montrer ma tendre meurtrissure

et descouvrir mon sein."

"'La blessure de ce perçant dessein'" ridisse tra sé. La frase era particolarmente felice: quasi latina nella sua limpida consistenza, come una di quelle frasi di Prudenzio...

Il cappuccino sospirò profondamente. Quella ferita rifletté era ancora aperta e lui, stimolato dal pungolo del profondo disegno di Dio, correva ancora, alla media di sessanta chilometri al giorno, per tutta Europa. Quando quel disegno sarebbe stato tradotto in realtà? Quando sarebbe stato concesso a un altro Goffredo di Buglione di conquistare Gerusalemme? Non per qualche tempo ancora, a quel che si poteva vedere: non finché le guerre non fossero finite, e la Casa d'Austria umiliata, e la Francia divenuta forte abbastanza da poter condurre le nazioni nella nuova Crociata. Quanto tempo ancora, o Signore, quanto?

Sospirò di nuovo, e la tristezza dei pensieri gli si rifletteva nel volto. Era il volto di un uomo di mezza età, provato dalle intemperie, reso smunto dai volontari patimenti, solcato e consunto dall'incessante travaglio della mente. Sotto la larga fronte pensosa, gli occhi chiari e prominenti si aprivano grandi, quasi sbarrati. Il naso era fortemente aquilino. Una barba rossiccia, già brizzolata, gli copriva le guance e il mento; ma la bocca risoluta, dalle labbra ben rilevate, faceva indovinare sotto la barba lunga e incolta una mascella non meno decisa. Era il volto di un uomo forte, di un uomo di volontà ferma e di intelligenza poderosa, di un uomo dotato, per giunta-sotto la seconda natura impostagli da un quarto di secolo di vita religiosa - di passioni potenti e di un'impetuosa intensità di sentimento.

A piedi nudi - s'era tolto i sandali e li portava in mano camminava nel fango, tutto assorto nei suoi melanconici pensieri. A un tratto, riprendendosi, si rese conto di quel che stava facendo. Chi era "lui" per criticare le vie seguite dal Signore? La sua tristezza era un'accusa alla Provvidenza, un'aperta disobbedienza a quella volontà divina, cui era unico scopo della sua vita obbedire. E doveva essere obbedita senza riluttanza, con tutto il cuore, con gioia. L'essere tristi era un peccato e, in quanto tale, un ostacolo che si frapponeva tra l'anima e Dio. Egli si fermò e rimase immobile per più di un minuto in mezzo alla strada, coprendosi il volto con le mani. Solo le labbra gli si muovevano. Invocava, con la preghiera, il perdono.

Riprese a camminare con animo contrito. Pensava all'uomo naturale, al vecchio Adamo: quale insonne ostilità verso Dio portava ogni uomo nel fondo della mente e del corpo! Quale costante proposito di peccato! E

quanta ricchezza di risorse nell'arte di peccare, quanta abilità - una volta che si era superata la tentazione - nello scoprire un altro male, più sottile, cui arrendersi! Né v'era altro rimedio, se non una perpetua vigilanza. Sentinelle sempre in guardia contro gli stratagemmi del nemico. "Timeo Danaos et dona ferentes". Ma c'era anche il grande alleato: l'amico divino, senza il cui aiuto la guarnigione era destinata a immancabile distruzione. Oh, fatelo venire! Aprite le porte! Spazzate le strade e ornate la città di fiori!

Il sole uscì da dietro le nubi. Il cappuccino guardò verso il cielo e calcolò che dovevano esser passate da poco le due. Rimanevano ancora dodici chilometri per arrivare a Roma. Non c'era il tempo di fermarsi.

Avrebbe dovuto praticare il suo annullamento nella Volontà Essenziale, mentre camminava. Ebbene, non sarebbe stata la prima volta.

Ripeté la Preghiera del Signore lentamente, ed alta voce; quindi si dedicò alla fase iniziale dell'esercizio, l'atto dell'intenzione pura.

Fare la volontà di Dio, la volontà esterna, la volontà interna, la volontà essenziale. Farla solo per amore di Dio, e senza riferimento con i propri desideri, o con le proprie speranze, o col guadagno che se ne potrebbe trarre in questo mondo o in quello futuro... Annullare in sé quanto egli pensava e sentiva e faceva, sì che non ne rimanesse nulla se non lo strumento della volontà di Dio e un'anima unita, per grazia di Dio, con quella sostanza divina, che si identificava con la volontà divina, essenziale. Fissò la mente su questo unico proposito, per più di duecento metri. Quindi riprese a parlare. «Aprirmi a Dio, preparare la mia anima alla sua venuta, vigilante e reverente.

Volgermi, spoglio di ogni altro intento e di ogni altro sentimento, pensiero e ricordo, verso quella luce di amore e di sapienza divini che Dio può degnarsi di concedermi. E anche se Egli non mi dovesse concedere niente, anche se fosse sua volontà lasciarmi senza luce e consolazione, volgermi nondimeno a Lui con gratitudine e con piena fede. "Qui adhaeret Deo, unus spiritus est".»

«Unirsi» ripeté «unirsi...»

Dall'atto dell'intenzione pura passò a quello dell'adorazione e dell'umiltà. "Dio per se stesso e senza alcun pensiero del mio essere." Cos'era, infatti, questo suo essere? Un nulla, ma un nulla attivo, capace di peccare e pertanto capace di tagliarsi fuori dal Tutto. Un nulla attivo che doveva essere annientato in una nullità passiva, perché fosse fatta la volontà di Dio.

Egli aveva lavorato duro per annientare quel nulla attivo, e Dio, nella sua grande misericordia, gli aveva concesso molti favori: la forza di dominare almeno gli istinti più grossolani della natura, consolazioni sensibili, visioni e rivelazioni, e in certi momenti gli aveva aperto l'accesso fino alla soglia della presenza divina. Ma, nonostante tutto questo, il suo nulla attivo persisteva ancora; ed egli cadeva ancora in negligenze e in imperfezioni di palese colpevolezza, come il compiacersi nel ricordare il proprio lavoro e i favori ricevuti da Dio. Il vecchio Adamo sapeva servirsi perfino degli sforzi che l'anima compiva per annientare il vecchio Adamo, e traendo orgoglio da tali sforzi era capace di distruggerne i risultati e rafforzare la sua propria resistenza a Dio. Sì, le stesse grazie del Signore, se l'anima non stava incessantemente in guardia, potevano essere trasformate in un inciampo e in una fonte di gravi peccati e d'imperfezione. Il Figlio di Dio, la fonte incarnata di ogni grazia, come aveva proclamata la sua divinità? Con l'umiltà, l'adorazione e la carità.

«Carità, carità, carità» ripeté il cappuccino, «umiltà e carità, umiltà del nulla di fronte al tutto, carità e adorazione del tutto da parte del nulla, carità...»

Callosi come quelli di un selvaggio, per il loro incessante marciare avanti e indietro attraverso l'Europa, i suoi piedi scalzi sguazzavano nelle pozzanghere, calcavano sicuri le pietre, battendo il ritmo delle parole.

«Carità, amore di Cristo, carità...» Si diceva che il Cardinale Nipote fosse stato offeso dal comportamento dell'ambasciatore di Sua Maestà Cattolica. «Amore di Cristo, amore di Cristo...» Questi spagnoli si stavano rovinando da loro stessi, con la loro stupida arroganza.

«Carità, carità, carità...» Ebbene, tanto meglio per la Francia. Di colpo si rese conto che le parole che continuava a ripetere a se stesso si erano venute staccando dal corso dei pensieri: la fiamma che si era venuta alimentando, si era estinta.

"Marta, Marta, tu ti affanni e t'inquieti per un gran numero di cose; eppure una sola è necessaria." Allontanò dalla mente il Cardinale Nipote e l'ambasciatore spagnolo e ricollegò i pensieri con le parole.

"Carità, carità, carità, amore di Cristo..." La piccola fiamma ardeva di nuovo. Egli la tenne accesa in sé, fermamente, mentre percorreva altri quattrocento metri. Era tempo, ora, di passare all'azione: ripudiare quei pensieri che lo distraevano da Dio e decidere di bandirli dalla mente.

Il Cardinale Nipote e l'ambasciatore spagnolo... Più di venticinque anni erano passati da quando padre Benedetto da Canfield gli aveva insegnato a pregare. Più di, venticinque anni... e non aveva ancora un pieno controllo della sua mente: i demoni della distrazione avevano ancora la forza, a volte, d'insinuarsi perfino nel santuario della preghiera. Né v'era alcun rimedio definitivo, se non la grazia di Dio.

Frattanto, uno poteva solo proporsi di bandire i pensieri distraenti, ogni volta che essi riuscissero a penetrare attraverso le difese. Il persistere nella lotta, la fatica dura e paziente sarebbero stati, senza dubbio, considerati come un merito. Dio conosceva le debolezze di ognuno e gli sforzi che ognuno faceva per vincerle.

Muovendo nella direzione opposta, una fila di animali da soma provenienti da Roma gli passarono vicino lentamente con tinnir di sonagli. I mulattieri interruppero per un momento i loro discorsi e si levarono rispettosamente il berretto. Mezzo cieco com'era, per aver logorato la vista su libri e documenti, il frate vide quel gesto come una macchia di movimento contro il cielo. Ne distinse l'intento, e sollevò la mano in una benedizione; quindi tornò subito alla sua preghiera.

Nel genere di preghiera ch'egli era solito praticare, agli esercizi preparatori faceva seguito un atto di meditazione in forma discorsiva.

Il tema che egli aveva scelto per quel giorno era la carità. Seguendo l'ordine fissato per il discorso, si rivolse anzitutto a considerare Dio come fonte della carità. "Pater noster, qui es in coelis. Qui es in coelis". Dio, l'Essere infinito ed eterno. Ma quando un essere finito si abbandona all'Essere Infinito, l'Essere Infinito veniva appreso come Amore. Così, l'Essere Infinito era al tempo stesso un Padre amoroso, ma di figlioli tanto ribelli e ingrati che facevano sempre tutto il possibile per staccarsi dal suo amore. Si staccavano dal suo amore e, per ciò stesso, si staccavano dalla loro stessa felicità e dalla loro salvezza.

"Qualsiasi forma di virtù e di bontà" bisbigliò tra sé il cappuccino, "e perfino quel Bene Eterno, che è Dio stesso, non può rendere un uomo virtuoso, buono e felice, finché gli rimanga fuori dell'anima."

Alzò la testa per un momento. Nella volta azzurra del cielo lavato dalla pioggia, tra le nuvole, il sole brillava radioso. Ma se uno avesse chiuso le palpebre di fronte alla luce, così... ebbene, allora era cieco e camminava nelle tenebre. Dio era amore; ma questo era pienamente noto solo a chi per parte sua amasse Dio.

Questo pensiero gli servì di ponte tra il primo e il secondo stadio della meditazione, tra Dio come fonte di amore e le sue manchevolezze di uomo come amante di Dio.

Egli non amava Dio abbastanza perché non era abbastanza staccato dal mondo degli esseri tra cui doveva svolgere il suo lavoro. "Factus est in pace locus ejus. Dio può essere amato perfettamente solo da un cuore che sia stato santificato dalla presenza divina; e Dio è presente solo in un cuore che sia in pace. Il travaglio dell'animo lo tiene lontano, anche quando questo travaglio nasce solo da una preoccupazione per le opere di Dio. Le opere di Dio vanno compiute; ma se non sono compiute nello stato di pace di una perfetta astrazione allontanano l'anima da Dio. Lui stesso si era avvicinato al massimo a quella perfetta astrazione nei giorni in cui era tutto dedito alla predicazione e all'istruzione spirituale. Ma ora Dio lo aveva chiamato a compiti più difficili nel mondo dei grandi avvenimenti, e gli era divenuto sempre più difficile raggiungere la pace di quell'astrazione.

Permanere nella volontà essenziale di Dio mentre si stanno facendo negoziati con il duca di Lerma o, che so io, con il principe di Condé: questa era davvero una cosa difficile. E tuttavia quei negoziati andavano fatti: erano un dovere ed era volontà esterna di Dio che venissero fatti. Non ci si poteva tirare indietro da tali compiti. Se, nell'assolverli, egli vedeva sfuggirgli la pace, ciò dipendeva dalla sua debolezza e dalla sua imperfezione. Il più alto grado della preghiera - l'annientamento attivo di se stesso e di tutte le creature nella volontà essenziale di Dio - era ancora al di là delle sue forze.

Non c'era altro rimedio se non la grazia di Dio, né altro modo per guadagnare la grazia di Dio se non la preghiera costante e la costante umiltà e l'amore costante. Solo così poteva entrare in lui il regno di Dio, ed esser fatta la volontà di Dio.

Era tempo ora di passare alla terza fase della meditazione: la riflessione sugli atti e sulle sofferenze del Salvatore in rapporto con l'amore di Dio. "Fiat voluntas tua". Una volta in tutta la storia la volontà di Dio era stata fatta, in modo pieno e completo: Dio era stato amato e adorato da un essere che, divino egli stesso, era stato capace di una devozione commisurata all'oggetto. L'immagine del Calvario si drizzò alla mente del frate: l'immagine che l'aveva ossessionato fin da quando, fanciulletto appena, gli era stato raccontato per la prima volta quel che gli uomini cattivi avevano fatto a Gesù. Fermò quell'immagine nella sua fantasia, ed era più reale, più viva della strada stessa che si vedeva sotto i piedi.

"Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno." Pietà e amore e adorazione gli pervasero tutto l'essere, quasi con un calore sensibile che era al tempo stesso una specie di dolore.

Deliberatamente, distolse il pensiero da quell'immagine. Non era ancora giunto il momento per quell'atto di amore e di volontà. Egli doveva ancora meditare, in forma discorsiva, sugli scopi per cui il Salvatore aveva così sofferto. Pensò ai peccati del mondo, ai suoi propri peccati, e come egli avesse contribuito a tagliare la croce e a forgiare i chiodi, a intrecciare la sferza e la corona di spine, ad affilare la punta della lancia e a scavare il sepolcro. Eppure, nonostante ciò, il Salvatore lo amava e, per amor suo, aveva sofferto, sofferto, sofferto. Aveva sofferto affinché il prezzo del peccato di Adamo fosse pagato. Aveva sofferto affinché, attraverso il suo esempio, i figli di Adamo imparassero a vincere il male che era in loro. "Le sono rimessi molti peccati, perché molto ha amato." Amando, si otteneva il perdono; ottenuto il perdono, si diveniva capaci di perdonare; perdonando, si apriva l'anima a Dio, si era in grado di amare ancor più intensamente; e così l'anima poteva innalzarsi ancora un poco sulla spirale ascendente che conduce l'anima verso l'unione perfetta. "Ama, et fac quod vis".

"Che ci sia amore" ripeté, passando dalla fase meditativa a quella affettiva della preghiera, trasformandola da atto dell'intelletto che ragiona in atto d'amore della volontà che rinuncia a se stessa. "che ci sia amore." E la sua capacità d'amore, quel nulla peccaminosamente attivo che era lui stesso, egli offrì come un sacrificio, come un olocausto che dovesse essere consumato nel fuoco dell'amore di Dio.

Perdere la vita per salvarla. Morire, sì che la vita potesse essere nascosta con Cristo in Dio. Morire, morire, morire. Morire sulla croce della mortificazione, morire nell'annientamento continuo e volontario del proprio nulla attivo e passivo.

Morire, morire, morire, morire... In un atto di pura contrizione egli supplicò il perdono di Dio per essere ancora se stesso, Giuseppe da Parigi, e non ancora per intero lo strumento della volontà divina, con l'animo in pace pur nei momenti dell'azione, e staccato dal mondo pur nel tumulto delle faccende.

Morire, aiutami a morire, aiutami ad amare in modo che possa essere aiutato a morire. Egli depose tutta la sua capacità d'amore su un altare interiore e pregò che vi si consumasse, pregò che potesse sorgerne, dalle ceneri, un nuovo uccello d'amore.

Sopraggiunse trottando, alle sue spalle, un giovane cavaliere, con piume vivaci, la sella borchiata in argento e due belle pistole dal calcio damascato che sporgevano dalle fondine. Interruppe il suo fischiettare per gridare un amichevole buon giorno. L'altro non rispose, non sollevò neppure la testa reclinata.

«E' forse sordo?» esclamò il cavaliere, nel portarsi all'altezza del frate. Allora, per la prima volta, vide la faccia sotto il grigio cappuccio. La vista di quelle palpebre abbassate, di quelle labbra che si muovevano quasi impercettibilmente nella preghiera, quell'espressione di calma intensa e concentrata, fecero ammutolire il giovane, confuso. Borbottò una parola di scusa, si levò il cappello, come davanti all'immagine di un santuario posto lungo la via, e si fece il segno della croce; quindi spronò il cavallo e si allontanò di galoppo, lasciando il frate a compiere indisturbato il suo atto di autoimmolazione.

Con quanta delicatezza il sacrificio doveva essere compiuto! Con quanta accortezza, e senza sforzo, e senza nulla di brusco! Si davano circostanze in cui si poteva usare la violenza per entrare nel Regno dei Cieli; ma non era questo il caso. Un violento annientamento del suo essere avrebbe mancato allo scopo che egli si proponeva; poiché tale violenza apparteneva alla volontà meramente umana, e il ricorrere a essa avrebbe soltanto rafforzato quella volontà in contrasto con la volontà di Dio. In quest'atto di auto-abnegazione bisognava in certo modo agire senza sforzo; o meglio, permettere che su se stessi, quale oggetto passivo, operasse la volontà divina... Nella faccenda della Valtellina, naturalmente, Sua Santità aveva maggiori ragioni di temere una più stretta unione tra la Spagna e l'Austria che non di adirarsi con i francesi perché avevano tolto di mezzo una guarnigione papale.

Il Cardinale Nipote avrebbe probabilmente... Il frate si rese conto, ancora una volta, che la preoccupazione per l'opera di Dio aveva steso una nube oscura, quasi un'eclissi, tra lui e Dio. Frenando un primo impulso di appassionato rimprovero, che avrebbe soltanto resa più completa l'eclissi, egli dolcemente mutò il fuoco della sua visione interiore, guardando oltre il Cardinale Nipote, oltre la Valtellina e la Spagna e la Francia verso la pura volontà di Dio, che era al di là, al di sopra e all'interno di loro. La nube si allontanò: egli era di nuovo esposto alla luce. Pazientemente, delicatamente, egli si aprì a quella radiosità purificatrice e trasfiguratrice.

Passò del tempo e alla fine giunse il momento in cui gli sembrò di essere idoneo a passare nel successivo stadio di contemplazione. Lo specchio della sua anima era pulito; la polvere e i vapori che d'ordinario s'interponevano tra lo specchio e quel che doveva riflettere, s'erano depositati o dissolti. Se ora egli volgeva l'anima verso Cristo, l'immagine divina vi si sarebbe riflessa chiaramente e senza empie deformazioni: l'immagine del Salvatore crocifisso sarebbe stata in lui, si sarebbe impressa sulla sua volontà, sul suo cuore, sulla sua intelligenza, modello divino da imitare, spirito da animare e vivificare.



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