I è un articolo del 1987 di Leonardo Sciascia chiamato ''i professionisti



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i è un articolo del 1987 di Leonardo Sciascia chiamato ''i professionisti 

dell'antimafia''. Secondo Castelli la vita di  Sciascia è molto simile a quella

di Pasolini Il titolo di tale articolo era prettamente redazionale, egli 

esprime delle riserve sul criterio in cui si erano svolte le nomine da 

procuratore del capo della repubblica di Marsala. Il capo della repubblica 

sarà  paolo borsellino. Un'icona di quella azione giudiziaria. Il problema 

nella assegnazione della qualifica, la magistratura non seguì più il criterio 

dell'anzianità ma premiava paolo borsellino per i meriti acquisiti sul campo

nella lotta contro la mafia. Il ragionamento di Sciascia (da ricordare che il 

garantismo di Sciascia era molto noto) si basava sulla critica dei criticheri 

di questa nomina (le regole dovevano essere cambiate prima e non volta 

per volta). L'errore commesso da Sciascia è quello di aver detto il nome di 

borsellino. Non c'è dubbio che il criterio usato dice Castelli per la nomina 

di Borsellino è un criterio giusto. Questa polemica esplode nel periodo 

della nascita del giornale partito. Che in questa dinamica contesta molto le 

idee di Sciascia Che Sciascia avesse ragione in linea di principio lo 

dimostra il giorno del compleanno di Borsellino: durante una seduta dei 

marescialli bisognava sostituire la guida del tribunale di Palermo nella 

carica di consigliere di istruttore di Antonino campognetto, il consiglio  

invece di darlo a Giovanni falcone  l'incarico, preferisce Antonio Mei, 

secondo la base del CRITERIO DI ANZIANITA'. Cosa che casualmente 

non accadde per Borsellino. L'allora relatore della pratica il giudice 

Umberto Marconi, motiva questa elezione di Mei con un comunicato che è

un esempio di sintassi funambolica vicenda dove si diceva che mei era 

l'uomo giusto secondo i canoni della legge. Il ragionamento di Sciascia si 

basa sull'affermare che non è possibile eleggere secondo diversi criteri in 

magistratura ma usare gli stessi criteri sempre. (borsellino no anzianità, 

mei si anzianità).  

Con Sciascia dirà castelli, scompare la figura dell'uomo intellettuale e quel 

posto e stato occupato dai giornalisti ( es se bisogna chiedere l'opinione su 

un tema non la si chiede a uno scrittore ormai viene meno secondo castelli 

la funzione stessa di letteratura). 

Un altro tema in forte che affronta i passaggi della vita di Sciascia è il tema

della solitudine, nonostante Sciascia avesse una rete di relazioni culturali, 

politiche e familiari. Castelli si riferisce non solo alla condizione di 

isolamento in cui Sciascia si trova negli ultimi anni della sua vita, sia per 

questa polemica che per tante altre ( es il caso moro) il magistero 

sciasciano viene messo in discussione sui giornali. Di Sciascia ci si ricorda

di più per le sue polemiche=saggistiche soprattutto nell'ambito dello studio




letterario odierno. Questa cosa accade anche a Pasolini. Le solitudini cui 

castelli fa riferimento sono solitudini tematiche di Sciascia con le quali si 

identifica (es majorana, moro, il vice del cavaliere della morte o laura di a 

ciascuno il suo: motivo dell' uomo solo, usato molto spesso). Quasi come a

dire che la solitudine è una condizione necessario per avere una purezza 

dello sguardo d'insieme. Sciascia dà una valenza positiva a queste 

tematiche. Es di valenza positiva sciasciana è il significato della parola 

cretino. Aggettivo usato spesso da Sciascia e bisogna distinguerlo: cretino 

era Laurana. Il cretino non è un imbecille, questo termine significa in 

latino ''senza armi, strategia etc''. La vicinanza che c'è fa il termine cretino 

e quello cristiano deriva dal francese ''creten''. La parola cretino adesso ha 

perso il suo significato semantico con cristiano. Nel medioevo veniva 

utilizzato per definire una persona che soffriva di ipotiroidismo, oggi 

invece si utilizza in modo completamente diverso. I cretini come vengono 

descritti nel 1907 da pienegiani , affetti da cretinismo (malattia diffusa tra i

valdesi della valle orientale) venivano descritti in modo angelico, con uno 

sguardo puro e ingenuo (storia ufficializzata dall'accademia della crusca). 

Il cretino di Sciascia è la persona che può permettersi al di fuori di ogni 

ipocrisia e in-fingimento di dire la verità che è la verità scomoda per via 

del suo candore. Poi negli ultimi anni la userà con accezione negativa '' il 

cretino fanatico o di sinistra''. Il cretino candido di Sciascia è descritto 

come un uomo solo e anche Sciascia a stesso aspirava alla condizione 

pirandelliana dell'uomo solo. In quella solitudine lui aspirava a quel 

riconoscimento di sé, una solitudine singolare che gli permetteva di 

guardare tutto il resto senza veli, contraddicendo e contraddicendosi, 

quando ad esempio lui si elegge al partito radicale, lui in principio disse 

che sarà solo scrittore ma dopo le elezioni Sciascia si difenderà dicendo 

''un uomo vivo ha diritto di contraddirsi''. 

Sciascia prende molto spunto da Tolstoj o Dostoevskij ma allo stesso 

tempo cercava di distaccarsi molto da loro, secondo castelli c'è una sorta di

imprinting genetico che danno '' i nostri padri intellettuali'' Sciascia ne 

coglie alcune sfumature ma allo stesso tempo cerca di smarcarsi. 

Un idea altrettanto forte in Sciascia è quella della fraternità. Sciascia aveva

un fratello, Giuseppe di cui non ne parlerà mai questa biografia procede 

per ipotesi e congetture questo fratello morirà suicida, le ragioni sono 

tutt'ora oscure. Questo motivo della fraternità in Sciascia esplode quando 

muore Pasolini, quest'ultimo all'uscita del primo libro di Sciascia gli 

scriverà ''la nostra amicizia è alimentata da un commosso senso di 

fraternità'' e sappiamo come per Pasolini fosse importante questo tema 



avendo avuto anche lui un fratello morto da partigiano ( si costruirà il mito

del fratello morto, ''mito di Poseidone''>>> voleva essere come il fratello 

Zeus) 

cera tra Sciascia e Pasolini l'ombra di un pregiudizio che gravava sulla loro



amicizia (per via dell'omosessualità di Pasolini) dopo la morte di Pasolini, 

nell'introduzione al libro dell affare moro scriverà una lettera a Pasolini 

definendolo fratello ideale. Nonostante Sciascia era l'antipasolini nel modo

di porsi e di scrivere. Ma loro funzionavano in modo complementare 

soprattutto nel loro modo di ragionare per contraddizione, per loro è un 

modo di avvicinarsi alla verità. Questo modello di funzione intellettuale 

era già utilizzato da Zola, stesso elemento usato da Pasolini che dirà di 

sapere chi c'è dietro le vari stragi che segnano l'Italia degli anni 70 perché 

lui da scrittore sa la verità- Pasolini e Sciascia vedevano questa idea della 

letteratura come unica forma di dimostrazione della verità. Sciascia 

quando dice di preferire la definizione di uomo di lettera piuttosto che 

intellettuale è dovuta al fiducia di Sciascia nei confronti della letteratura. 

Sciascia aveva molto a cuore la Spagna (Guerra civile Spagnola che era un

mito della generazione di Sciascia) 

Noto è l’attaccamento dello scrittore siciliano per la cultura francese (la “forma di felicità” Parigi, Diderot, Voltaire, 

l’amatissimo Stendhal); forse meno appariscente la passione per la Spagna. Eppure Sicilia e Spagna hanno già nella 

conformazione del loro territorio affinità evidentissime, che proprio Sciascia sottolinea nel magnifico 

racconto L’Antimonio, dedicato alla Guerra Civile spagnola (poi inserito nella raccolta Gli zii di Sicilia), in cui dà voce a un

volontario italiano, un povero zolfataro, spedito in Spagna a fare la guerra contro il governo legittimo dei “Rossi”:

«Non ho buona memoria per i luoghi, ma per i luoghi della Spagna ancora meno… perché i paesi somigliavano

molto a quelli che conoscevo fin da bambino… ed anche a Siviglia mi pareva di camminare per le strade di

Palermo intorno a Piazza Marina. E anche la campagna era come quella della Sicilia… ma più vasta desolazione

e   solitudine;   come   se   il   Padreterno,   dopo   aver   buttato   giù   la   Sicilia,   si   fosse   dilettato   a   fare   un   gioco   di

ingrandimento con uno di quegli apparecchi che vendono nelle fiere… pantografi si chiamano».

 

Alla somiglianza del territorio si accompagna una comune geografia “sociale”: grandi feudi in mano all’aristocrazia che in



combutta con preti e potere costituito (i “furbi”) sfruttano, vessano i contadini, i poveri, che non a caso si schiereranno,

durante la Guerra Civile, a favore della Repubblica.

 

Una Spagna ancora rurale, così simile appunto ai paesaggi della Sicilia, e così ancora ben piantata nelle sue radici 



cattoliche più profonde, più radicalmente conservatrici (la “Cattolicissima Spagna” della Semana Santa di Siviglia). Lo 

sguardo di Sciascia guarda all’indietro, al momento in cui comincia la sua storia nella Storia: ancora alla Guerra Civile 

Spagnola. È lì che comincia l’allontanamento del ragazzo dall’epica fascista, quando osserva i zolfatari siciliani, i 

pezzenti senza lavoro (come il personaggio de L’Antimonio) che vengono chiamati dal regime di Mussolini a combattere 

in appoggio delle truppe franchiste e di quelle tedesche, mentre i “quaquaraquà” del partito fascista rimangono a 

pontificare nel loro guscio isolano, intenti ad appuntarsi le mostrine sulle divise e a lucidare gli stivali da parata. Sono 

proprio quei volontari, quegli uomini di Sicilia tornati sull’isola, che porteranno con loro, come “prede di guerra”, libri che 

poi il giovane Leonardo scoverà in qualche vecchia bottega: le Obras

 

di Ortega y Gasset e l’edizione spagnola de Il 





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