I ‘Concatenati dolori’



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04.01.2018
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I ‘Concatenati dolori’. I temi dell’esilio, della scrittura e della censura nella autobiografia letteraria e nel poema L’esule dei due omonimi Pietro Giannone
Cominciarono in questo nuovo anno i miei concatenati dolori “a rendersi più sensibili”, i quali sempre più esacerbandosi, per proprio esperimento mi fecer conoscere che la fortuna non comincia mai per poco.

(Giannone, Vita 234)


La vicenda umana e la parabola letteraria e filosofica In Giannone si intersecano e si corrispondono strettamente, entrambe segnate dallo spartiacque traumatico e decisivo dell’esilio.1 La stessa impostazione edificante ed esemplare della autobiografia risente in misura determinante di una visione paradigmatica che interessa gli eventi chiave di un’esistenza travagliata dal trauma della separazione rispetto al contesto culturale ed affettivo originario, ma soprattutto segnata dal ripetersi costante ed inesorabile di una serie concatenata e ciclica di dolori, generati dall’esilio forzato iniziale, ma alimentati dalla incessante persecuzione ecclesiastica e curiale. Il Proemio illustra in forma affastellata e caotica le tematiche essenziali orbitanti intorno all’esilio, che saranno sviluppate più distesamente ed ordinatamente nel corso della trattazione, a cominciare dalla decisione di compilare l’autobiografia in circostanze disagiate ed oppressive che impediscono di tramandare all’esterno la propria esperienza intellettuale secondo i canali convenzionali, con l’intento di costruire sapientemente un documento letterario e umano che immortali la condizione universale del cittadino virtuoso oppresso dalla corruzione del sistema degradato e degradante che lo circonda. Si alternano e si compongono a ritmo febbrile ed in ordine sparso, nell’incalzante flusso delle argomentazioni addotte dal recluso e sfiduciato Giannone, la consapevolezza di una vita non eccezionale o memorabile ma ordinaria e dignitosa, sottoposta tuttavia a vessazioni intollerabili ed emblematica di una determinata, sfavorevole e perigliosa, temperie storico-culturale; l’onta della congiura e della maldicenza; la necessità morale di ripristinare la verità storica e documentaria dei fatti, distorti dagli artificiosi commenti mistificatori dei suoi detrattori, basati su dati falsificati e spuri ed agevolati anche dalla irrimediabile perdita dei propri scritti, unici depositari del vero pensiero dell’autore.

Giannone evidenzia così il carattere esemplare delle vicissitudini di un proscritto, rivelatore dell’iniquità dell’italiano settecentesco che vanifica il desiderio di virtù e di conoscenza in studi sterili e superficiali; in ultima analisi, emerge prepotentemente alla ribalta la inquietante decadenza dei costumi morali che alimenta la schiavitù materiale e la sudditanza psicologica nei confronti del dominatore straniero:


Prendo a scrivere la mia vita e quanto siami accaduto nel corso della medesima, non già che io presuma di proporla a’ lettori per esempio da imitare le virtù forse da me esercitate, o da sfuggire i vizi de’ quali fui contaminato; ovvero perché contenesse fatti egregi e memorandi e fuor del corso ordinario delle umane cose adoperati—poiché son persuaso che, sicome in me non furono estreme virtù od estrema dottrina da imitare, così mi lusingo che non vi saran estremi vizi oppure estrema ignoranza da fuggire. Prendo a scriverla perché, trovandomi ritenuto fra le angustie d’un castello, dove privo di ogni umano commercio traggo miseramente i miei giorni; e dubitando, per la mia età cadente, non dovessi quivi finirla […] Sono ancora a ciò spinto dal riflettere che, avendomi il mio destino condannato ad esser bersaglio dell’invida maladicenza di molti miei nemici, i quali non meno presero a malmenare i miei libri che a detrarre e malignare le mie azioni, intendo che gli amatori della verità ne abbiano una sincera e fedele narrazione, e non si dia occasione a’ maligni di oscurarle, o vividamente rapportarle. E poiché, dopo il mio naufragio, vari miei scritti andarono sparsi di qua e di là, perché tutti sappiano separare i veri da falsi, che potrebbero gli invidiosi, forse, a me ascrivere, manifesto qui fedelmente, uno per uno, quali fosser i miei propri e legittimi parti. Ma soprattutto prendo a scriverla perché sia a gli altri di documento, e specialmente a gli uomini probi ed onesti ed amanti del vero, quanto sia per essi dura e malagevole la strada che avran da calcare per passar la loro in questo mondo liberi e sicuri, fra la turba di gente improba ed infedele e tra l’infinito numero degli sciocchi e de’ malvagi, massimamente a chi avrà sortito la disgrazia di nascere sotto grave e pesante cielo, ed in terreno servo e soggetto e ferace di pungenti spine e d’inestricabili pruni e triboli […] Forse potrà anche riuscire di loro utile, in leggendo nel corso della medesima quanto gli uomini sovente si affatichino indarno fra studi vani ed inutili, e le preziose ore del tempo inutilmente consumino fra le ricerche di cose vane che niente conducono, né per reggere la nostra vita nella strada della virtù […] né per illuminare le nostri menti nelle cognizioni delle scienze utili e necessarie; anzi per maggiormente invilupparle tra questioni vane ed astratte. Delle quali, doppo essersi lungamente affaticati, ne sapranno molto meno di prima, quando cominciarono ad investigarle. (Vita 3-4)

Questo incombente ostacolo alla libera propagazione dei saggi storico-giuridici sfocia in una messa al bando non solo della persona fisica di Giannone, ma, umiliazione più cogente, dei suoi scritti. Si instaura così il circolo vizioso cruciale che travaglia ed inibisce la produzione autobiografica e filosofico-giuridica del riformatore napoletano; tale reiterazione ossessiva della stessa sequenza di paradigmi culturali ed esistenziali ad un tempo viene rispecchiata fedelmente, con l’aggiunta di una retrospettiva venatura fatalistica, nella rievocazione autobiografica. La costellazione di poli tematici emblematici si articola in una triade di categorie semantico--culturali onnipresenti e complementari. La scrittura consiste nella proposizione del proprio pensiero con fini pedagogici e morali e nella investigazione introspettiva delle ragioni esistenziali e psicologiche delle formulazioni teoretiche più ardite e polemiche. La censura implica l’esclusione dal circuito comunicativo della cultura ufficiale tramite una proscrizione dispotica arbitraria e priva di riscontri probanti con il testo, seguita dalla pubblicazione su commissione curiale di opuscoli polemici e denigratori, che veicolano un’immagine deformante e palesemente scorretta sul piano filologico-ecdotico della originale fattura filosofica insita nelle opere di Giannone. La logica conseguenza degli stadi precedenti del calvario ideologico di Giannone è rappresentata dalla stampa clandestina, cioè dalla circolazione limitata, occulta ed alternativa alla edizione corrente, di un numero esiguo di copie degli scritti composti durante l’esilio, sottoposti ad una sorta di autocensura preventiva per renderli meno indigesti all’inquisizione ecclesiastica e destinarli ad una cerchia di mentori ed amici; essi rivestono la duplice funzione di salvaguardare comunque un legame con la cultura italiana e di rettificare le calunnie e le estrapolazioni od interpolazioni infamanti compiute dagli estensori dell’Indice pontificio, e dai loro scrivani ideologicamente scorretti, per garantirsi una documentazione difensiva autentica e accurata, corredata anche da sorvegliate e certificate versioni in lingua straniera tese a ristabilire la propria reputazione etica e specialistica all’estero.2 Questa combinazione di fattori condizionanti esercita il suo influsso decisivo sulle teorie giannoniane, principalmente nefasto, ma in parte anche foriero di un ripensamento degli aspetti più radicali della dottrina giurisdizionalista circa l’equilibrio gerarchico tra il primato politico e civile del potere temporale laico e lo statuto legittimo del potere spirituale ecclesiastico.3 Del resto, la tendenza a discostarsi dalla tradizione di un insegnamento superficiale ed inadeguato ed a correggerne le mende più vistose tramite integrazioni argute e personali si evidenzia fin dal giudizio caustico espresso sul suo primo maestro; questi viene esplicitamente bollato da Giannone di incompetenza giuridica ed ottuso autoritarismo, ma soprattutto stigmatizzato per la mancanza di acribia filologica e di dimestichezza diretta con i testi primari affrontati impropriamente non sulla scorta dell’originale ma tramite compendi arbitrari e denigratori, come lo studioso napoletano evince da un confronto sinottico e sistematico con altre fonti più valide ed acclarate:
Giunsi in Napoli ne’ principi del mese di marzo 1694, da que’ ai quali io fui raccomandato, non per mancanza di affetto, ma per poca conoscenza che aveano de’ più insigni professori di legge civile e canonica in casa d’un lettore, il quale, secondo che col progresso e più per l’avvertimento di altri più saggi conobbi dapoi, poco sapeva dell’una e meno dell’altra, dei di cui nome io non voglio per ciò ricordarmi; poiché, oltre ad insegnare sopra alcuni scritti da altri scipitamente composti, l’avea ripieni d’inutili questioni […] e se io le leggi ed i canoni che si allegavano voleva cercarli e riscontrargli nel Corpo del ius civile o canonico, o non le trovava affatto, o pure le ravvisava tutte mal a proposito alligate, guaste e non intese: ciò che mi dava indizio che il mio maestro erasi poggiato su l’altrui fede, non ch’egli l’avesse mai lette ed osservate. Posto in questa confusione ed intrighi, da’ quali, come poteva meglio, m’andava distrigando colla lettura de’ testi originali e con comunicare le mie difficoltà ad altri d’età e di dottrina più avanzata, de’ quali io cominciava ad acquistar conoscenza ed amicizia […]. (Vita 8-9)

Il crocevia decisivo per l’allineamento dei poli della scrittura e della censura sul versante obbligato dell’esilio, cioè dell’esclusione dalla libertà di espressione e di circolazione della propria persona e delle proprie idee nel contesto culturale d’appartenenza, coincide con la pubblicazione del trattato storico-politico Istoria civile del Regno di Napoli (1723, Vita 68-76). Giannone descrive dettagliatamente l’occasione e le circostanze della edizione dell’opera, delineando un modello rappresentativo che risulterà costante e sarà replicato a più riprese nel corso dell’autobiografia ed assume quindi un carattere paradigmatico. Esso è costituito dalla stampa in tiratura limitata con dediche mirate; dalla censura ufficiale della Chiesa; dalla divulgazione clandestina, frammentaria e incompleta dell’opera, che esula dalla cerchia limitata dei destinatari indicati dall’autore e si sparge in infinite versioni parziali ed anomale presso un bacino di utenza abnorme ed incontrollabile; dalla conseguente proscrizione ecclesiastica dell’opera e del suo autore che innesca una nuova smentita da parte dell’interessato e riavvia l’intero processo circolare:


Compita la stampa, e fatti condurre gli essemplari in mia casa, al numero di mille— che tanti se ne imprimerono in carta ordinaria, ed altri cento in carta reale, col ritratto dell’imperadore, a chi l’opera era stata dedicata, e con mia divota lettera al medesimo consacrata, --ne feci di questi ligar uno nobilmente ornato, e lo presentai al cardinal viceré […] Di questi medesimi essemplari di carta reale ne feci ligar altri, e gli presentai, uno per uno, a tutti i reggenti del Collaterale ed a gli altri supremi ministri a cui eran dovuti, i quali, oltre di cortesemente ricevergli, me ne rendettero molte grazie. Presentai de’ consimili esemplari, uno per uno, a tutti gli Eletti della città di Napoli, in nome della quale mi furon rese le grazie, accompagnate con un dono d’argento, in memoria della loro gratitudine, e con eleggermi avvocato ordinario della Città. Altro esemplare, riccamente ornato, come quello che doveva presentarsi alla Maestà di Cesare, fu disposto per l’imperial corte di Vienna, insieme con altri esemplari che doveano presentarsi al presidente, a’ reggenti ed altri consiglieri, secretari e ministri, che componevano in Vienna il Consiglio di Spagna […] Non passarono quindici giorni, che leggendosi questa mia opera a pezzi, quasi tutti si arrestavano a gli ultimi capitoli de’ libri ove trattasi della politica ecclesiastica; e dall’indice de’ capitoli scoperta l’idea dell’opera, sembrò nuova e da altri non ancora tentata. Alla plebe de’ letterati e degli avvocati, ed a’ mezzi dotti ciò recò invidia, e con lividi occhi cominciarono a leggerla, attenti a notare solamente ciò che ne’ capitoli della politica ecclesiastica sembrava loro di strano; poiché, ignari dell’origine e progressi di questo Stato, credevano che il mondo così fosse sempre stato, com’essi l’avean trovato: e sentendo da’ profondi e dotti uomini lodarla, ciò maggiormente aguzzò l’invida loro maladicenza. (Vita 70-71)

Giannone accusa la plebe dei mediocri, accidentale ed indebita esaminatrice di uno scritto complesso e riservato ad un pubblico di specialisti, di un atteggiamento invidioso e astioso, dettato dal complesso di inferiorità stimolato da un’opera pregevole, lodata da un consesso di illustri studiosi e apprezzata nelle alte sfere del potere imperiale e laico. Questa pregiudiziale si sposa perfettamente con la insinuazione e l’ipotesi forzata ed incongruente con il profilo intellettuale indipendente e solitario di Giannone che questi si sia umiliato a plagiare una fantomatica e non meglio identificata fonte manoscritta, ora attribuita all’Argento, ora all’Aulisio, entrambi ligi e compassati raccoglitori di dati archivistici, la cui statura culturale si situa certo ad un livello incomparabilmente inferiore rispetto a quella dell’inclito e accreditato esperto partenopeo di diritto civile e canonico (Vita 71-72). L’ambiguo carattere inquisitorio della censura curiale si manifesta nei due strumenti persecutori complementari della diffamazione e della falsificazione di prove a carico dell’indagato, mediante la diffusione di una versione mistificata e spuria del testo in questione. Questa operazione di contraffazione semantica della matrice filosofica e teorica originaria della Istoria si rivela talmente stringente e soffocante da indurre l’autore ad una veemente smentita, ad una rettifica documentata e circostanziata, coincidente con la stesura e la pubblicazione di uno scritto apologetico del proprio pensiero. Tale strategia ha anche lo scopo parallelo di delineare le tesi incriminate e di smussarne gli aspetti più scabrosi in accordo con una revisione tattica e diplomatica che ne ridefinisce più oculatamente i contorni concettuali e ne rafforza i margini di ammissibilità all’interno del codice culturale canonico vigente, dedito alla sistematica demonizzazione ed alla distorsione interpretativa premeditata di ogni atto eversivo, od omissione, da parte dell’imputato di eresia:


E poiché fra l’altre imposture si era dato a credere che io reputassi lecito il concubinato, non capendo-o non volendo intendere-che io parlava dell’antico concubinato de’ Romani; alcuni, confondendo questo concubinato colla semplice fornicazione, riputarono che io non la tenessi per peccaminosa. La qual dottrina a molti, i quali forse n’eran contaminati, piaceva assai; onde uno di costoro, sedendo io a’ tribunali, mi si accostò e, presami forte la mano, me la strinse, dicendomi che finalmente avea io discoverta questa verità […] Allora, con riso anch’io, gli replicai […] che io non parlava ivi della semplice fornicazione, ma del concubinato antico de’ Romani, riputato lecita congiunzione, ch’era tutto altro di quello che al presente si intende, e molto differente […] Da questa falsa credenza, e dall’aver i monaci, fra l’altre calunnie, addossatemi, sparso da per tutto che io riputassi lecito il concubinato presente, fui costretto, per disingannar i semplici, di dar fuori una dissertazione, non però data alle stampe: Dell’antico concubinato de’ Romani ritenuto nell’Imperio anche doppo la conversione di Costantino Magno. (Vita 74)

Lo schema generale dell’opera saggistica a carattere esplicativo, intesa come memoria difensiva e commento divulgativo ed esegetico al trattato specialistico accusato di eterodossia ed oscurità, si mantiene inalterato in tutta la parabola letteraria susseguente all’esilio e potrebbe essere eletto a contrassegno inconfondibile di tutta la produzione saggistica giannoniana a partire dal 1723 in poi.4 Ad ogni riaffacciarsi della condanna dell’Indice, Giannone risponde puntualmente annunciando la realizzazione e la circolazione, circoscritta ad una elite di estimatori ed amici, di un nuovo trattato chiarificatore.



La descrizione delle vicende tribolate che accompagnano la partenza affrettata da Vienna lascia trasparire la tipica predilezione dello studioso napoletano per la sua biblioteca personale. In questa fase iniziale del suo calvario itinerante per l’Italia e l’Europa alla ricerca di una nuova identità geografica e culturale omogenea al suo status di intellettuale libero ed indipendente, la cura meticolosa nella salvaguardia delle proprie opere manoscritte riveste un significato quasi sacrale e salvifico, in grado di garantire un’immunità spirituale dalle imminenti bolle di scomunica artificiosamente sancite dalla corrotta e manipolatrice burocrazia curiale; le notizie calunniose sul suo conto vengono divulgate da fogli pubblici di sospetta inattendibilità perché diramati dal potere ufficiale, tanto da sollecitare una verifica sulla scrittura privata del fratello, in un paradossale e allarmante ribaltamento gerarchico di affidabilità tra comunicati statali contraffatti e missive personali veritiere. La omissione censoria della partenza forzata di Giannone è finalizzata a spacciarlo per un transfuga ed a precludergli la possibilità di elaborare una linea difensiva, tramite la mancata consegna della citazione che contiene il fantomatico ed insussistente dispositivo documentario del provvedimento, ragione per la quale il giurista argomenta il diritto di appellarsi in favore dell’annullamento della sentenza di scomunica. Nella rete intricata di corrispondenze negative tra vari livelli di scrittura ufficiale adulterata ed infamante, si innesta perfettamente la subdola maldicenza diffusa verbalmente, e quindi in una forma inconfutabile ed aleatoria, ma anche esiziale ed irreparabile, da monaci al servizio della Inquisizione, al fine di screditare la reputazione dello storico nella città natale, di isolarlo dai suoi concittadini ed espellerlo alla stregua di un corpo estraneo dal tessuto socio-culturale di riferimento:

Vedendo, adunque, il tutto riposto alla discrezione di que’ curiali, pensai affrettar maggiormente la mia partenza per Vienna; tanto più che si avvicinava il primo sabato di maggio, che in quest’anno 1723 veniva a cadere al primo dì del mese […] e fatti prestamente riporre più essemplari dell’opera dentro una cassa, che portai meco, con quello già apparecchiato per Cesare, partii da Napoli, verso la fine di aprile, per Manfredonia, dove credeva trovar pronto imbarco per Fiume o Trieste. In questo mio viaggio da Napoli a Manfredonia fu d’uopo che io cambiassi nome, poiché, in passando per gli alberghi, non trovava osteria nella quale da’ viandanti partiti da Napoli per loro affari non si parlasse che del fatto mio; e, se vi capitava qualche frate o monaco, i discorsi ed i contrasti erano più lunghi e fervorosi, che io sovente sentiva colle proprie orecchie, chi prendendo un partito, e chi un altro; e con stupore, mi avvidi che i monaci ne aveano empite le province e tutti i loro conventi […]. Giunsi a Vienna ne’ principi di giugno […] io era da molti con impazienza aspettato, resi curiosi non pur da’ privati avvisi venuti da Napoli della mia partenza, ma da più gazzette pubbliche che ne parlavano, che me le portò a leggere; ed in quelle lessi non pur la mia partenza, ma la scomunica, che la corte arcivescovile di Napoli aveami lanciata appresso; e credendola una delle solite fole de’ gazzettieri, mi affrettai ad aprir il piego, che mio fratello mi mandava da Napoli, e trovai che quelle dicevan vero. Poiché m’avvisava che il vicario, credendo che io stassi nascosto, non già che fossi partito, mandò un cursore della sua Curia in mia casa col monitorio, per intimarmelo; e dicendogli mio fratello che io non vi era, gli rispose che avea ordine di lasciarlo a chiunque trovava in casa, e che stasse pur sicuro che avrebbe fatta sua relazione d’averlo così lasciato […] Ma poiché il vicario avea in testa in tutte le maniere volermi scomunicare, dicendo che nel mio caso non era bisogno di citazione, essendo notoria la mia trasgressione di non aver cercata licenza della sua Curia di stampar l’opera—[…] non si ristette, mentr’io era in viaggio, contro un assente scagliar sua scomunica ed affigger cedoloni per tutti gli angoli della città; e fu notato d’avergli affissi anche se ne’ luoghi insoliti più bassi della città, dove più numerosa la vil plebe, perché anche per questa via mi rendesse più odioso alla cieca multitudine. (Vita 79-80; 84-85)

Si configura sempre più chiaramente nella rappresentazione autobiografica un’antitesi irriducibile tra la sfera semantica a carattere geografico-culturale della ostile e scostante patria, simulacro dell’oscurantismo dispotico, sottomessa al giogo pontificio dell’Inquisizione e mantenuta in stato di arretratezza culturale da un’oligarchia arbitraria di burocrati e censori, e l’ospitale ed accogliente territorio europeo, oasi di progresso civile e di indipendenza individuale, prototipo di cosmopolitismo ideale e di tolleranza universale e fucina di indomiti e liberi ingegni, in grado di sviluppare serenamente le proprie facoltà creative e potenzialità conoscitive, in una paritetica comunità di intenti che si manifesta in uno spontaneo e solerte associazionismo intellettuale, sorretto da una proficua osmosi di stimoli culturali e dalla concorde legittimazione ideologica dei suoi illustri sodali.5 Il riscatto agognato dalle umiliazioni subite ad opera del complotto ecclesiastico avviene all’insegna di un generale risveglio di interesse nei suoi confronti da parte delle più importanti autorità politiche e culturali internazionali che reclamano unanimi l’onore di apprezzare il trattato nella sua prestigiosa versione originale e sollecitano l’invio di altre opere specialistiche, caldeggiando di fatto la creazione di un circolo variegato ma autorevole di destinatari ideali del pensiero innovativo di Giannone.6

Se tuttavia sul piano della reputazione morale e intellettuale il soggiorno a Vienna e a Ginevra si rivela un trionfo indiscusso, per il consenso unanime e l’alta risonanza che riscuotono la dottrina e la personalità del pensatore partenopeo, ben diversamente si pone la questione spinosa relativa alla necessità impellente, mai soddisfatta completamente, di sottrarsi realmente alla giurisdizione ecclesiastica. La persecuzione dell’Inquisizione non conosce frontiere culturali o nazionali e prosegue incessante anche all’estero, riducendo progressivamente, ad un ritmo inesorabile, i margini già assottigliati di libertà di pensiero e di azione, fino ad annichilirli irrimediabilmente tramite l’arresto e la reclusione definitiva nel castello di Miolans, che sancisce l’irrevocabile condanna alla segregazione materiale e simbolica dal mondo della cultura europea, il troncamento netto dei legami con l’ambiente filosofico cosmopolita saggiato in precedenza e, soprattutto, la rescissione inappellabile dell’autore censurato, e dunque oscurato totalmente in patria, dal sistema editoriale internazionale che regola il circuito pubblicistico e garantisce la diffusione delle opere stampate (Vita 325-36). Dopo l’incarcerazione Giannone lascia solo frammenti aneddotici e annotazioni quotidiane sparse e sconnesse di un’autobiografia ormai divenuta sterile ed improduttiva, che si riduce a registrare unicamente il fallimento pragmatico— contrappunto doloroso del successo etico ed ideale che gli arride presso gli esperti del settore— del suo contenzioso secolare con l’arrogante ed accentratore potere religioso.7 Quest’ultimo giunge a vietargli di editare altri scritti o anche di sorvegliare le numerosi traduzioni in lingua straniera autorizzate, su commissione di acclarate istituzioni o incliti personaggi del mondo storico, politico, ma anche giuridico e filosofico, da lui in passato sempre curate scrupolosamente, con attenzione minuziosa alla fedele trasposizione del pensiero originale, in quanto riguardate come una sorta di testimonianze certificate per la posterità della obiettività metodologica che sostanzia le sue investigazioni teoriche.8

L’ansia di evasione dagli angusti schemi dottrinari dominanti naufraga miseramente sullo scoglio insormontabile di una censura aprioristica e protocollare, sintetizzata nella formula latina sclerotizzata, deterrente per ogni barlume di confronto dialettico, adottata canonicamente dall’Indice per sottintendere, esimendosi dal comprovarlo con il riscontro testuale, il presunto carattere eterodosso ed ereticale delle tesi dell’inquisito; questa dicitura arcana e sentenziosa distende sul suo operato un velo di delegittimazione sistematica ed emarginante, destinato ad espungere dal repertorio letterario ogni scritto sospetto che si ispiri o contenga anche una semplice citazione occasionale dell’architesto proibito:

Fu adunque proibita la mia opera, non già che quella Congregazione di Roma istessa ed i suoi qualificatori avesser potuto ravvisare in essa alcuna preposizione ereticale, ma perché, secondo le loro massime, la credettero contenere proposizioni erronee, empie, offensive, alle pie orecchie, calunniose, scismatiche, che rovesciavano la gerarchia ecclesiastica, ingiuriose alla Santa Sede e che sapessero d’eresia. Ciascun sa che in Roma si è introdotto formolario di queste proibizioni e non vi è libro, che si opponga alle sue massime, che non vi stia soggetto. E a’ qualificatori costa poca fatica, così perché non espongono le loro censure a gli autori, affinché si difendano, ma si guardano bene di tenerle segrete ed ascose, come anche perché non sono astretti a separatamente manifestare quali fossero le proposizioni scismatiche, empie, ingiuriose, erronee, etc.; ma se ne sbrigano con una sola parola, respective, e così lasciano gli autori ed i lettori in maggior confusione ed oscurità di prima.[…] A ciò si aggiunge che, proibendo ogni libro, che non sia conforme alle sue idee, ne ricava, che se mai questo libro volesse in qualche contesa allegarsi, ancorché scritto da persona cattolica, savia, dotta e di autorità, e contenente dottrina sana, si sbrigano presto per la risposta e senza impegnarsi ad altro, basta, perché non facci alcuna autorità e riesca di niun peso, che si dichi esser dottrina di libro proibito e dannato. (Vita 93-94)

La stessa costellazione di fattori semantici orbitanti intorno al dilemma del nesso tra produzione culturale e censura durante l’infinito travaglio dell’esilio si definisce come espropriazione degli affetti personali ed esclusione dall’ambiente sociale di appartenenza. Questa correlazione significativa si ritrova tradotta in un linguaggio più sorvegliato e composto, levigato dall’adozione di un diaframma retorico di ascendenza illustre e radicato nella tradizione letteraria italiana, nel poemetto parenetico ed eroico di argomento storico-allegorico e di intonazione eroica e celebrativa intitolato scontatamente L’esule e composto dall’omonimo Pietro Giannone, patriota modenese, probabilmente emulo degli ideali civili e celebratore delle stesse virtù morali del maestro. Questo personaggio oscuro ricalca con scrupolosa deferenza e mimetismo letterario impalpabile lo sventurato ed errabondo curriculum esistenziale e l’identico anelito, che azzera le disparità culturali e le divergenze ideali tra il modesto epigone e l’illustre pensatore, ad eternare il proprio infelice destino nella monumentale consolazione della scrittura personale e parenetica ad un tempo.9 Si riscontrano tuttavia, due macroscopiche diversità strutturali ed estetiche. In primo luogo, risalta il trapasso dalla impostazione autobiografica oggettivante, che impone una sostanziale aderenza alla realtà documentabile dei fatti e dei comportamenti propri ed altrui, ad una concezione poetica trasfigurante, che mette in secondo piano gli aspetti esteriori della vicenda e focalizza il piano dell’opera sulle tematiche chiave di ordine psicologico ed esistenziale, consentendo un’ampia libertà di invenzione creativa.10 In secondo luogo, si assiste alla amplificazione retorica della figura di Giannone che da vittima impotente dei soprusi del potere si tramuta nell’esule per antonomasia, nello strenuo difensore dei valori civili e morali che ritorna in una patria disegnata a tinte fosche e sinistre e devastata dall’impronta corruttrice dell’invasore, allo scopo di rivedere la famiglia per vendicarsi nel nome di un ideale di giustizia assoluto e incontrovertibile:

Alla barchetta incontro i pescatori

Tutti a gara concorrono, e agli estrani

offron la preda di che il mar fu largo.

Soli Enrico e l’ figliuol, sebben curvati

sovra i remi sudassero, più tardi

Giunser perché più lungi, e invan di pochi

pesci fer mostra. I marinai stranieri,

Due forme erculee, azzurri i rai, le chiome

Bionde, alle offerte lor risposta fero

Con un sogghigno di pietà, schernendo

O lor poca destrezza, o lor fortuna:

Mentre gli altri cantando, all’acque loro

Tornavano e balzar nella dischiusa

Mano facean l’avuto prezzo. Enrico

profondamente respirò, con gli occhi

fermi sovra gl’ignoti, e tanta il guardo

Spirò mestizia, e sì dolente all’aure

Schiuse il sospiro, che giurato avresti

Cagion diversa da cagion sì leve

l’un e l’altro eccitar. Come riscosso

Da sonno, allor si tolse onde giacea

un terzo sconosciuto: ampio ed oscuro

Mantello aperse che il volgea, la manca

Mosse a fermar de’ suoi l’impetuosa

Voga e dell’altra al pescator fe’ cenno

D’approssimarsi «Ecco, diss’ei con chiara

Italica favella, allor che giunte

fur le due prode, eccovi in parte il prezzo

delle vostre fatiche» ed al sospeso

giovinetto la man prese, che grave

D’oro a sé la ritrasse. Alto stupore

Se gli dipinse in volto è ver, ma tanto

Non fu, che immota fra le fauci affissa

Gli ristesse la voce, e volse i lumi

D’acuta gioia splendidi alla riva,

Questi mandando affettuosi accenti

Dal cor commosso. Oh madre, oh suora mia,

Bambinella innocente! Io lo dicea; Veglia il Cielo su voi, veglia e da lunge

Nobil alma ne invia: questi d’aspetto

e di cor generoso. […].

Ah! Quella voce, quando ben s’ascolta,

Dolce suona all’orecchio, ed al pensiero

Sembra dir che non è la prima volta.

Straniero par, ma sarà poi straniero

L’uom che vedemmo, Edmondo? E tu sapresti in luce trar da sì gran nebbia il vero?

No; ma pur lo vorrei: che, sebben mesti

Gli atti, e mesto il sembiante, e mesto il suono

Della voce che nota a noi vorresti

Tratto ver lui soavemente io sono;

E certo l’uom che gli infelici aita,

Noto o no, sia qual vuolsi, è sempre buono.

Giovine e bello par, ma illanguidita

Sembrano averne la beltà primiera

Tutte le angosce d’una lunga vita.

Pur su quel volto, che non fia quel ch’era,

Brilla un raggio di vivido splendore,

Segno d’un’alma indomita ed altera;[…]. (I, vv 54-96, pp 12-13)

Procellosa è la notte, inconsueta

Nella stagion che volge, e mal viäggio

Avrà il nocchier, cui di bianca paura

In volto spesso tingerà l’aspetto

Della terra temuta, ove lo spinge

Libeccio impetuoso.—Oh! del nocchiero

Abbia pietade il ciel; ch’oltre ogni stima

Fiera su l’onde fremerà fortuna […] Vero è quel che ne udii? Cento infelici,

Che lui dicean cagion d’ogni sventura,

Ne deturpar la fama, ed il suo nome

Ne’ lidi estrani un traditor già suona,

Parla; è causa egli ancor del mio viaggio. (II, vv 28-35, pp 24-25)


Ma nell’istante che le spalle diede

Alla infelice, circondato e stretto

Da varia gente ei fu: d’Emilia in traccia

La mandava la madre, paurosa

Del suo sparire e della sua dimora.

Essi in veder la giovane prostrata,

Pallida, semiviva, e lui fuggente

In atto d’uom, cui sdegno ad una, e tema

E ribrezzo assaliscano, fur presi

Da strano error. Morte all’iniquo! grida

Ciascun di loro, all’assassino! E intorno

Schiamazzando lo serrano, rabbiosi

E risoluti, come chi s’aizzi

D’amata cosa a vendicar l’offesa.

L’esule non s’arresta, e, da maggiore

Cagion sospinto, i più vicini investe/ Ferocemente e li rovescia, e s’apre

Un varco sui caduti. A tergo, a’ fianchi

Prorompon gli altri, e per cammin, che certo

Scer non vorria, lo cacciano; e dovunque

A’ fianchi a tergo d’abbattuti è pieno



Il calle indarno contrastato. […]. (VI, vv 1-23, pp 109-10)

La proiezione avventurosa e mitica dello squallido e desolante episodio dell’arresto, trasformato in una memorabile impresa di resistenza epica, denota la volontà di non lasciarsi abbattere dalle sventure e di interporre l’assennato schermo della riflessione letteraria all’incalzare vertiginoso di un tragico destino persecutorio. Quasi a sinistro presagio, o, più propriamente, presentimento della irrevocabilità dell’esilio e della conseguente reiezione dal tessuto civile e culturale, il secondo Giannone trasferisce le sue strenue e trepidanti speranze di una riabilitazione umana e scientifica sul piano classico ed utopico insieme della finzione estetica, che immortala il costante antagonismo filosofico con il suo inadeguato ambiente culturale e l’odissea patita a causa di una forza arcana e imperscrutabile che detta i ritmi del pellegrinaggio itinerante in terra straniera e lo incatena in una schiavitù prostrante, impedendogli la via dell’agognato nostos.

Il poemetto si qualifica nella sua funzione celebrativa come monumentum letterario di secondo grado, modesto per spessore artistico, ma sufficientemente ben confezionato retoricamente e scaltrito formalmente grazie allo studio diligente e scrupoloso del genere classico da potersi inserire senza traumi nel repertorio ufficiale della letteratura d’occasione, per figurare come testimonianza culturale, più che poetica, indelebile della statura morale e giuridica del suo reietto artefice. Le allusive confidenze destinate agli amici nella dedica preliminare confermano questa ipotesi interpretativa che coinvolge non solo gli aspetti stilistici, ma la genesi ideale dell’opera, antidoto consolatorio all’otium forzato ma anche eredità culturale e soprattutto civile tangibile per la posterità elargita da uno scrittore ancora vivente, sovrastato tuttavia da un fato catastrofico che gli detta le volontà testamentarie morali attraverso un semplice ma emblematico componimento in versi. Questo scritto afferisce alla duplice dimensione pubblica e privata, personale ed universale, e viene eletto dal patriota Giannone (perfettamente identificatosi nel mondo culturale opprimente e nella temperie prosaica che angariano il primo, del quale risulta debitore per varie accortezze retoriche e strategie comunicative) a pretesto per ritagliarsi uno spazio riservato all’epigrafe commemorativa, che concerne non la sua infelice e marginale biografia esteriore e aleatoria, bensì l’interiore e quintessenziale paradigma etico della sua parabola umana e professionale, irrealizzabile in un determinato contesto storico-culturale, e quindi proiettata, come quella del più famoso e rinomato predecessore, in un orizzonte fatalmente utopico ed acronico:

Quando vi ho detto altre volte che nel comporre questo lavoro la mia mente volgevasi a voi quasi ogni momento, e godeva immaginare quello nel quale avrei potuto leggervelo, ed ottener, se non laude, almeno, un gradimento amichevole, v’è mai caduto in pensiero che volessi dedicarvelo un giorno? Che non oso mettere il vostro nome, scorgetene manifesto il perché e vogliate sapermene grado. Voi rivedrete la nostra bellissima patria, dove certo l’amicizia di un esule non sarebbe corteggio troppo sicuro per chi abbia fama ed elevatezza di sensi.[…] La mia gratitudine vorrai ben darvi più gran prova che questa non è; ma sebbene io duri ancora imperterrito contro i crudeli spasimi dell’animo e i non minori della persona; sebbene l’amarezza dell’esilio non sia ancor giunta a tormi ogni dolce affezione dal cuore ed a renderlo inerte, e la sventura né abbattesse fin qui, ne sia per abbattere mai il mio ardire; tutte queste cose affievoliscono ad ogni modo quell’ingegno qualsiasi ch’ebbi in dono nascendo, e non posso perciò offrirvi maggior cosa di questa.[…] Che se mai questi versi avessero in parte l’altezza del sentimento che gli ha dettati, e fama quindi e diuturnità, e la fortuna mi precludesse pur sempre il mio paese natale, mi resterebbe almeno un conforto; quello che i nostri nomi vivrebbero entrambi nella voce de’ posteri a provare ognor più, che gli animi in cui arde veracemente l’amore del Bello, sono tratti a cercarsi per tutto, e si trovano spesso, e s’apprezzano anche nella perversità de’ costumi e del secolo e in disparatissimo stato. Conforto che nessuno può rapirmi sin d’ora, perché….. Nella tomba, ove tacciono e le ire degli altri e le nostre paure, non riderete voi d’ogni persecuzione come io ne rido vivendo? (L’esule v-viii)


Il Giannone modenese effettua, in definitiva, a compimento di tale processo di appropriazione legittimante delle coordinate letterarie e biografiche che inquadrano il calvario storico del suo ispiratore, una commemorazione ideale e letteraria della patria negata, ricorrendo a scopo celebrativo ed a carattere solennizzante alla commistione tra scrittura pubblica documentaria e scrittura privata creativa, come risulta dalla esplicita inserzione della lettera di un patriota (moltiplicazione ennesima del soggetto narrante, che sancisce la prospezione nello spazio paratestuale di una triade di auto-rispecchiamenti equipollenti, in sequenza progressiva dal reale transitando per l’equivoco dell’omonimia fino all’alter ego concreto) nel tessuto ufficialmente epico-lirico del componimento.11


NOTE BIBLIOGRAFICHE


1 P. Giannone, Vita 85-336. Per un approfondimento critico e bibliografico, si consulti Bertelli 340-66.


2 Per il continuo contessersi, con poche e scarne varianti secondarie rispetto ad un denominatore simbolico esplicito e costante, dei temi summenzionati e l’importanza risolutiva della scelta di ricorrere ad edizioni tipografiche mirate per la diffusione settoriale delle proprie teorie specialistiche, si passino in rassegna a titolo esemplificativo: Vita 70-74; 90; 97-99; 117-19.
3 Sull’evoluzione del pensiero di Giannone si veda un’illuminante riflessione del pensatore napoletano circa il carattere collaudato delle sue dottrine e la esplicita referenza alle fonti storiografiche più autorevoli: “Come se io insegnassi cose nuove, e non già vecchie, scritte da’ più accurati, dotti, seri e gravi scrittori, che io, fuor del costume degli altri storici, additava nel margine, perché ciascuno potesse riscontrargli e non si abbandonasse alla sola mia narrazione; sicché io soleva dire a coloro che mal riferivano, che mi mostrassero qual fosse questa nuova dottrina che io insegnava, giacché mi riputavano capo d’una nuova setta” (Vita 132). Si consideri anche l’ammissione di una radicale svolta programmatica nello studio antropologico—filosofico, che slitta da una prospettiva esclusivamente teorica e tecnico—giuridica ad un piano più eclettico, frammisto di cognizioni storiche e culturali mutuate dalle fonti documentarie antiche e di intuizioni illuministe (Vita 193-95).
4 Vita 96-98; 123-26.; 132-35; 148-50; 197-200.
5 In merito alla trionfale fortuna di Giannone all’estero, grazie alla diffusione capillare della Istoria in tutti i paesi più avanzati culturalmente, ed al conseguente accentuarsi della sua prospettiva cosmopolita, aperta ed antidogmatica, si confrontino Vita 89-92; 110-14; 130-135; 155-158; 172-73; 178 sgg.
6 Tra gli estimatori più ferventi si annoverano il Riccardi ( Vita 89-92); l’Imperatore in persona ( Vita 102-103); il cavalier Garelli, medico a Corte ( Vita 108-10). Per un breve periodo si costituisce anche un cenacolo di ammiratori tra i letterati veneziani: Vita 257-58.
7 Si veda il passo premonitore in cui si adombra l’ineluttabilità della detenzione e la dolorosa constatazione dell’isolamento culturale definitivo: “Pochi giorni dopo il mio arrivo a Miolans ricevei dal general comandante Picon una gentilissima lettera de’ 11 aprile […] nella quale […] mi imponeva che le mie robe, scritture e quanto avea lasciato a Ginevra le facessi pervenire a Champéry, in sue mani, che avrebbe egli pensato di mandarmele. Compresi da ciò, che non si voleva che io più pensassi al ritorno di Ginevra […] scrissi a monsieur Fernet che que’ miei pochi libri, scritture e il forziere […] gl’inviasse a Champéry; e sopra tutto, aspettando io da Milano i manuscritti che dovean servire per la stampa del quindo tomo […] gli mandasse pure a Champéry, al governatore […] siccome lo stesso dicesse al Pellissari, che intorno alla traduzione francese pensasse ad altri, poiché io non poteva più pensarci, disciogliendo con ambidue ogni trattato […] Di questa e di altre mie lettere scritte a Milano non ebbi alcun riscontro; e avendomi detto il comandante Le Blanc che non occorreva scriver più a Milano, non potendo ricever altre mie lettere, se non quelle che scriveva a Champéry ed a Ginevra, compresi che non si mandarono; né potei saper mai se i manuscritti che aspettavo da Milano si fosser mandati a Ginevra, ovvero fosser rimasti ivi, o capitati in altre mani.” (Vita 328-29).
8 Vita 155-56; 174-79; 270-71; 296-97; 301; 307; 313-14.
9 D’ora in poi solo L’esule, seguito dal numero romano del canto, da quello arabo del verso, ricostruito manualmente vista l’assenza di indicazioni nel testo originale, e da quello di pagina. Per un approfondimento storico e documentario, Spallicci 43-58.
10 L’esule, I, vv 126-42, p 9; III, vv 1-340, pp 37-43 sgg.; VI, vv 24-110, pp 110-13.
11 L’esule, V, vv 36-58, p.73; pp 297-98.

OPERE CITATE



Bertelli Saverio. Introduzione a Giannone Pietro, Vita, Torino, Einaudi, 1977.
Giannone Pietro, L’esule: poema, Parigi, Delaforest, 1829.
Giannone Pietro, Vita, a cura di S. Bertelli, Torino, Einaudi, 1977.
Spallicci Anna, Pietro Giannone e il suo poema ‘L’esule’, Torino, A.M.I., 1958.




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