I filosofi della Physis



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26.01.2018
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I filosofi della Physis
La Scuola di Mileto

Il problema del principio (archè tôn pantôn): i primi filosofi partono dalla constatazione della molteplicità degli enti (= delle cose) che abitano questo cosmo e dal loro eterno divenire. Ciò li spinge a domandarsi se essi abbiano qualcosa in comune e se vi sia qualcosa da cui essi derivano e in cui si risolvono. Nasce il problema del principio, inteso, secondo l’immagine del fiume, come: 1) il “ciò da cui” (la causa; la sorgente) tutte le cose si generano, nascono o scaturiscono; 2) il “ciò a cui” (lo scopo o il fine, la destinazione necessaria; la foce); 3) il sostrato, cioè l’elemento o la sostanza che accomuna tutte le cose e che le “alimenta” (il letto o alveo); 4) il principio del divenire, il “motore” del fluire degli eventi (la corrente d’acqua).


Talete individua il principio nell’acqua, intesa come elemento divino che vivifica tutte le cose. L’acqua di Tale non coincide con quella che vediamo in questo cosmo: tutto è alimentato dall’acqua e l’acqua che vediamo è solo una delle sue manifestazioni. Talete sembra aver operato questa equazione: acqua = umidità = vita. Tutto è vivo e lo è grazie all’acqua (ilozoismo = la materia è dotata di vita). Dunque, l’acqua sta a fondamento di tutto, come principio illimitato (infinito). Se l’acqua è divina ed è presente in tutte le cose, “tutto è pieno di dei”. Significato dell’ “ateismo” di Talete. Anche l’anima è vivificata dall’acqua, che in questo caso funge da principio di movimento (come nel magnete).
Aporie di Talete: 1) se l’acqua è un principio illimitato, gli altri tre elementi della tradizione (aria, terra e fuoco) sembrano annichiliti; 2) Talete non spiega come possa l’acqua trasformarsi nell’altro da sé; 3) non spiega “perché” l’acqua si trasforma in tutte le altre cose (aitia, causa); 4) non spiega nemmeno “come” essa si trasforma, cioè il criterio o la regola (logos).
A queste aporie cerca di rispondere Anassimandro, che per primo usa il termine archè. Il principio è l’a-peiron (indeterminato, indefinito, indistinto, infinito). L’indeterminatezza va intesa in senso spaziale (infinitezza: il principio non ha confini, poiché altrimenti questi sarebbero il suo principio) e in senso qualitativo (non è determinato, poiché altrimenti non potrebbe assumere tutte le forme). La “causa” del divenire è individuata in un’ingiustizia o colpa primordiale e, dunque, nella necessità di espiare tale colpa, e il “criterio” del divenire consiste nell’ordine del tempo. Tali affermazioni derivano probabilmente dall’influsso orfico. L’ingiustizia avrebbe “rotto” l’unità primigenia, dando origine ai contrari (caldo e freddo, innanzitutto), i quali tendono a sopraffarsi reciprocamente. Ci rimangono anche alcuni frammenti geografici in cui A. sembra collocare la Terra, di dimensione cilindrica, al centro dell’universo, tenuta in tale posizione da un equilibrio di forze.
Aporie di Anassimandro: 1) il principio apeiron è astratto e non è ben comprensibile rispetto agli elementi della tradizione; 2) egli sembra frantumare il principio in tre momenti (principio apeiron, ingiustizia, ordine del tempo).
Anassimene individua così il principio nell’aria, perché: 1) il respiro è caratteristico della vita; 2) l’aria (l’atmosfera) sembra infinita; 3) l’aria è impalpabile, quindi più vicina all’infinito. Il criterio di generazione e corruzione di tutte le cose è la condensazione e la rarefazione dell’aria. Quindi, Anassimene riconduce la differenza qualitativa a una quantitativa. Non viene spiegata la causa di tale processo.

Eraclito

Eraclito parte dalla constatazione dell’incessante fluire di tutte le cose («tutto scorre», come le acque di un fiume), del loro perenne mutare, del loro eterno divenire. Ogni cosa, per essere ciò che è in un dato momento, deve necessariamente non essere più ciò che era fino a un istante prima e deve necessariamente non essere ancora ciò che sarà un istante dopo. Eraclito intende dunque il divenire come un incessante passaggio dal non-essere all’essere (= generazione) e dall’essere al non-essere (= corruzione). Non solo, ma «noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo», ossia: ogni cosa, per essere ciò che è in un dato momento, deve necessariamente non essere ciò che – in quello stesso momento – sono tutte le altre cose a cui la prima cosa si contrappone. Pertanto:




  1. constatazione dell’incessante fluire e divenire delle cose;

  2. ciò implica che una cosa passi dalla condizione di “non-essere (ancora)” a una condizione di “essere” a una condizione di “non-essere (più)”, in senso cronologico; si passa da “non ancora X” a “X” a “non più X”;

  3. inoltre, in uno stesso momento, per essere ciò che è, una cosa deve non-essere tutte le altre, in senso ontologico, sostanziale (cioè dal punto di vista della sua natura più profonda); X, per poter essere tale, deve essere non-k, non-w, non-y, non-z, ecc.

Ogni cosa, per poter essere tale deve implicare sia il suo essere (la sua esistenza e il suo essere in un dato modo), sia il non-essere (inteso sia come “non-essere ancora” e come “non-esser più”, sia come “non-essere altro da sé” in uno stesso momento). Pertanto, l’essere e il non essere si implicano necessariamente e vicenda, come due facce della stessa medaglia: non si darebbe l’uno senza l’altro. Inoltre, ogni ente (= ogni cosa) vive grazie alla contrapposizione a tutte le altre cose; Eraclito può dunque affermare che “la guerra è madre di tutte le cose”, poiché l’opposizione alimenta l’essere della realtà (= della physis) e il suo eterno divenire.

Questa opposizione non è però insanabile, ma è “dialettica”, perché è l’autentica ragione dell’essere della realtà e di tutte le cose, perché ne alimenta il divenire e perché ne garantisce l’equilibrio. La dialettica è, potremmo dire, la legge di sviluppo dell’intera realtà, in termini di contraddizione (o contrapposizione) e di superamento di tale contraddizione. Ciò che consente di superare dialetticamente la contrapposizione è il logos, cioè la Ragione, che Eraclito identificava con il fuoco, per la sua forma perennemente cangiante. Nel momento in cui gli opposti passano da uno stato all’altro, finiscono per identificarsi (dialetticamente): la malattia spiega la salute (cioè ne rende ragione), la vita spiega la morte, la giustizia spiega l’ingiustizia, ecc. «Comune nel cerchio è il principio e la fine»; identificazione dei opposti.

Partendo dalle due sfere semantiche di logos (quella del dire o parlare e quella del raccogliere, legare, connettere), potremmo attribuire al logos di Eraclito i seguenti valori: 1) relazione di opposizione fra le cose (= guerra); 2) rapporto dialettico come regola del divenire (= fonte di dinamica generazione e corruzione); 3) armonia di contrari (= principio razionale di unità); 4) la facoltà sintetica dell’intelletto umano che coglie la relazione fra le cose; 5) norma di comportamento etico (universalità dell’azione morale).

Il logos è dunque una norma razionale o una ragione normativa, ovvero quella parola cui bisogna dare ascolto.

Si ricordi la bipartizione eraclitea fra gli uomini sapienti, che sanno ascoltare il logos comune e attuarlo nella loro vita, e la massa degli stolti, che sono privi della ragione sintetica.



Eraclito abbraccia la dottrina orfica dell’anima, secondo la quale ogni anima – incarnata nel corpo a causa di una colpa originaria – è costretta ad espiare la propria ingiustizia attraverso purificazioni e astinenze, cioè attraverso la vera vita orfica, allo scopo di interrompere il ciclo delle reincarnazioni (la metempsicosi).


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