I gap di informazione e controllo nei crac Cirio e Parmalat e le prospettive di riforma, di Francesco Fimmanò, Professore associato di Diritto Commerciale della Facoltà di economia, dell'Università degli Studi del Molise



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I gap di informazione e controllo nei crac Cirio e Parmalat e le prospettive di riforma, di Francesco Fimmanò, Professore associato di Diritto Commerciale della Facoltà di economia, dell'Università degli Studi del Molise**

1. Il mercato finanziario e la ricchezza invisibile

I gravissimi casi Cirio e Parmalat, preceduti da numerosi episodi di collocamento di strumenti finanziari junk presso i risparmiatori, aprono uno squarcio di forte discredito sul mercato finanziario italiano e sul sistema dei controlli. Queste vicende infatti se da un lato non sono in grado in sè di generare squilibri all’assetto industriale del Paese né tanto meno a quello bancario, dall’altro lato minano irreversibilmente quella fiducia degli investitori e dei finanziatori che, in un mercato asimmetrico come quello finanziario basato su una ricchezza invisibile, rappresenta la pietra angolare del sistema.

Il crollo della fiducia, arretrata in poche settimane a livelli della fine degli anni ’80, allontana i risparmiatori dalle imprese, producendo di conseguenza una minore capacità di sviluppo e di investimento con inevitabili effetti sistemici. Il premio al rischio su strumenti finanziari legati alle società quotate italiane è inevitabilmente salito, in controtendenza rispetto agli altri paesi dell’Unione, con un effetto negativo in termini di capitalizzazione di borsa per oltre 100 miliardi di euro. L’impatto non riguarda solo le società quotate, in quanto l’effetto si ripercuote anche sulle piccole e medie imprese in termini di credit crunch ossia di razionamento del credito da parte delle banche. Non a caso il progetto di legge sulla c.d. Superconsob, nelle diverse versioni circolate in queste settimane1 esordisce individuando tra le finalità dell’Autorità indipendente innanzitutto quella di assicurare la tutela del risparmio e degli investitori e la fiducia del mercato.

Epifanica del grave pregiudizio provocato al credito di tutte le imprese italiane sul piano internazionale è stata la rappresentazione offerta dell’affaire Parmalat dal Financial Times che ha titolato, all’indomani del clamoroso tracollo, high-risk companies in high-risk countries are junk. Indipendentemente dalle responsabilità e dalle sanzioni, occorre quindi un intervento serio e forte diretto a ristabilire, almeno prospetticamente, un clima di fiducia nel sistema-paese.

La caratteristica fondamentale del mercato finanziario è, infatti, quella di avere ad oggetto ricchezza virtuale: quando si offre al pubblico un prodotto finanziario si offre sostanzialmente l’informazione di una ricchezza2 . Sul contenuto, sulla qualità e sul tempo di questa informazione e sulla efficienza e sulla efficacia del sistema dei controlli devono fondarsi le scelte di un legislatore che voglia effettivamente garantire l’allocazione ottimale delle risorse nel mercato favorendo l’attrazione delle stesse. Tali scelte devono tener conto delle specificità dell’ordinamento che è fortemente caratterizzato da un sistema di capitalismo familiare fatto di piccole e medie imprese, ove la regolamentazione deve rimanere prevalentemente pubblica, a differenza di altre realtà ove l’accentuazione del ruolo dell’autonomia e dell’autoregolamentazione trova la sua ratio nella centralità dei mercati, che in Italia hanno purtroppo ancora un ruolo marginale.

Anche la riforma del diritto delle società, pervasa dall’esigenza di costruire le norme secondo un metodo economico sulla scorta delle esperienze e delle influenze di paesi dominanti, è per alcuni versi sganciata dal contesto di riferimento. Introdurre vantaggi competitivi e comparativi, in relazione al finanziamento delle imprese in funzione della loro maggiore competitività nel mercato globale, in un quadro di concorrenza tra ordinamenti, vuol dire non solo introdurre istituti innovativi in astratto, ma garantirne la funzionalità in concreto.

I fatti di questi mesi, prima americani e poi europei, hanno dimostrato che la vera partita non si gioca solo sul piano degli strumenti, ma sulla capacità dell’armamentario pluralista3 di attrarre risorse nel tempo; considerato che le risorse si sono allontanate dalle imprese sotto i colpi della sfiducia4 . Otto anni fa, nel commentare su questa stessa rivista la sentenza dichiarativa del disastroso dissesto della Sim napoletana “Professione e finanza” registravamo che i risparmiatori avevano subito, impotenti, le inefficienze non tanto delle leggi, spesso anche eccessivamente dettagliate, quanto dei soggetti istituzionalmente delegati al controllo del rispetto delle stesse5 ; inefficienze che costituivano un grave esempio della superficialità con la quale erano stati gestiti i primi cinque anni di vigenza della legge sull’intermediazione mobiliare. Sembrano purtroppo frasi scritte ieri.

Le forme di limitazione normativa e di controllo del c.d. moral hazard dell’imprenditore devono, dunque, essere adeguate al nostro contesto finanziario, caratterizzato da una larga prevalenza del finanziamento bancario, dallo scarso sviluppo di un sistema di regole di mercato e dalla circostanza che la borsa non svolge un ruolo evoluto per il controllo societario6 . Anche se i clamorosi limiti che ha dimostrato il sistema statunitense7 , seguito a ruota dai gap francesi, olandesi, inglesi8 evidenziano che si tratta di una patologia globale9 . Ed in quest’ottica certe impostazioni ispirate a visioni radicali del c.d. Shareholder value, sono in fase di revisione10 anche oltre oceano, per effetto di una serie di interventi normativi a cominciare dal Sarbanes-Oxley Act.

Tuttavia seppure si tratta di un problema planetario e seppure la gran parte dei casi di insolvenza su corporate bond riguardino gli Stati uniti e in Europa la Gran Bretagna (la metà rispetto al numero di operazioni e i due terzi dal punto di vista del loro valore), la questione è che questi paesi hanno mercati finanziari maturi e imprese con strutture finanziarie mediamente solide e quindi possono incassare i colpi dei fallimenti, il nostro paese viceversa non può permettersi vicende del tipo Cirio e Parmalat.


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