I gap di informazione e controllo nei crac Cirio e Parmalat e le prospettive di riforma, di Francesco Fimmanò, Professore associato di Diritto Commerciale della Facoltà di economia, dell'Università degli Studi del Molise



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3. La vigilanza sui mercati

La vigilanza sugli intermediari che collocano le obbligazioni presso il pubblico dei risparmiatori e sui collocamenti stessi incombeva, ed incombe alla Consob, che nella fattispecie si è difesa denunciando l’impossibilità di accedere alla centrale rischi, la carenza di poteri, l’impossibilità di conoscere le reali condizioni patrimoniali e finanziarie delle società in quanto falsificate e la difficoltà di penetrare i porti delle nebbie degli stati canaglia off shore.

Quanto alla Centrale dei rischi, questa ha la funzione di produrre informazioni secretate utili agli intermediari per il contenimento dell’alea derivante dal cumulo dei fidi in capo a un medesimo soggetto, per la valutazione del merito creditizio e in generale per la gestione del rischio. Si è rilevato che l’articolo 7 del Testo unico bancario dispone che il divieto alla divulgazione dei dati sui singoli affidati della Centrale non si applica nei confronti delle altre Autorità di vigilanza. Quindi la Consob avrebbe potuto tranquillamente accedervi35.

In realtà il problema è un altro ossia che la Centrale censisce i crediti per cassa e di firma che la clientela riceve da banche e intermediari vigilati dalla Banca d’Italia, in pratica le banche italiane e le filiali di banche estere operanti in Italia. Dunque, la centrale censisce solo i crediti bancari a livello nazionale e non contiene nessuna informazione sui corporate bond emessi e sui debiti commerciali36. Considerato che sistemi di rilevazione analoghi operano in molti altri paesi, occorrerebbe congegnare, in modo transfrontaliero, un sistema di aggregazione delle posizioni debitorie a livello sovranazionale.

Molto rilevante è invece la questione delle società c.d. off shore. Il progetto di legge sulla tutela del risparmio prevede norme sulla trasparenza delle società estere controllate da società italiane o a queste collegate o comunque parti di gruppi con operatività prevalente o rilevante in Italia o che raccolgono risparmio in Italia, che non ci sembrano sufficienti37 (art. 39). Ci pare molto più agevole ed efficace vietare, almeno entro certi limiti, alle società quotate di avere queste appendici in paesi eufemisticamente noti come paradisi fiscali (in black list) e che in realtà sono veri e propri paradisi criminali. Nessuna ragione di concorrenza tra ordinamenti e di competitività può giustificare che soggetti che operano, o sono quotati su mercati regolamentati, abbiano veri e propri buchi neri in luoghi sottratti alle regole di civiltà giuridica dei Paesi moderni e che finiscono col vanificare la cogenza degli ordinamenti di appartenenza delle società madri.

E’ semplicistico ritenere che per le società che sono incorporate in Italia e controllano società estere o che comunque fanno parte di gruppi internazionali, ma con dominante attività in Italia e la partecipazione in controllate o collegate, basterebbe prevedere che devono redigere i bilanci come se fossero italiani e applicare le regole e le responsabilità di corporate governance come se fossero in Italia". Basti pensare che nonostante le pressioni di Londra, la dipendenza inglese delle isole Cayman continua a rifiutarsi di applicare la direttiva europea sul risparmio e contro le frodi fiscali38. E’ vero piuttosto che il problema dei paradisi legali assume centralità nella vicenda globale dei dissesti e quindi va risolto sul piano internazionale ed in modo transfrontaliero, al fine di evitare forme di concorrenza “al ribasso”.

Occorre inoltre rendere più effettivi e significativi i controlli sull’accesso alla quotazione e sul collocamento di strumenti finanziari in mercati regolamentati congegnando un meccanismo diverso dall’attuale, in modo da evitare vicende di ordinario dissesto previste e prevedibili 39. Si è giustamente osservato, che, di regola, quando una società non quotata o strumenti finanziari di partecipazione alla stessa, vengono venduti, chi compra si affida a professionisti per effettuare un’accurata ed onerosa due diligence e pretende garanzie reali in ordine ai pericoli di sopravvenienze passive e di insussistenze di attivo40. Quando una società si quota, invece, anche se la natura del compratore esigerebbe un’attenzione ancora più forte, nessuno effettua una effettiva indagine sulla società e sul suo patrimonio, anzi è il venditore a servirsi di plotoni di consulenti per provvedere al migliore dei lifting possibili. Orbene visto che è difficile ipotizzare che le Autorità di vigilanza possano dotarsi di un apparato di analisti-ispettori in grado di esercitare un controllo pari a quello che esigerebbe un compratore privato, o uguale e contrario all’attività degli advisors dell’Ipo o del collocamento di strumenti partecipativi, la soluzione è quella di rimettere la responsabilità del collocamento a investitori istituzionali che avranno così tutto l’interesse a comportarsi esattamente come il compratore privato.

Riguardo poi alla carenza di poteri e mezzi della Commissione, questa è indiscutibile41. I poteri di vigilanza ispettiva devono essere rafforzati, e la possibilità di avvalersi dell’assistenza della Guardia di finanza (art. 4 comma 4, ddl) con compiti analoghi a quelli contemplati in materia tributaria, è un dato certamente significativo. Si tenga conto tuttavia che l’originario articolo 205 del Testo unico della finanza (d. lgs. n. 58 del 1998), nella versione trasmessa alle camere, attribuiva alla Consob il potere di effettuare ispezioni, perquisizioni e sequestri, venne soppresso in quanto le attribuzioni vennero considerate eccessivamente intrusive. Inoltre fino all’entrata in vigore del Tuf, la Consob aveva il potere di approvare il conferimento e la revoca degli incarichi alle società di revisione, ma la norma fu abrogata in quanto ritenuta eccessivamente dirigista42.

C’è però da rilevare che la Commissione pur con i limitati poteri a disposizione avrebbe potuto fare molto di più. Basti pensare che nella vicenda Cirio ha impugnato il bilancio dell’esercizio 2001 nel corso del 2003, contestando la correttezza della valutazione di alcune poste dell’attivo, tra cui i rilevantissimi crediti vantati, tramite Brombil, nei confronti della controllante Cagnotti e partners, ritenuti di dubbia esigibilità. Eppure va ricordato che si tratta del credito vantato dalla controllata Brombil a titolo di prezzo della vendita infragruppo della Cirio avvenuta nel 1999, quindi quattro anni prima dell’impugnativa e soprattutto prima delle emissioni dei junk bonds. E’ di tutta evidenza l’effetto di una impugnativa tempestiva concernente poste che in quattro anni non erano sostanzialmente mutate se non per gli ulteriori interessi di mora.

Quanto a Parmalat nell’ultimo consuntivo 2002 il gruppo aveva debiti finanziari per quasi sei miliardi di euro, ovvero per un importo superiore al suo valore complessivo di mercato. Il valore della capitalizzazione di mercato della società risultava inferiore a quello della presunta liquidità dichiarata, che era di oltre tre miliardi di euro. Il capitale azionario aveva un valore solo in quanto vi erano disponibilità liquide, il cui valore dichiarato risultava paradossalmente maggiore rispetto alla capitalizzazione di mercato della società. Tanto che, “se questi dati fossero stati veri, agli azionisti sarebbe convenuto distribuire tutta la liquidità esistente come dividendo ricavandone così un valore della partecipazione superiore a quello dato dalla vendita delle azioni sul mercato”43.

Ma l’anomalia ancora più paradossale è che una società con consistenti disponibilità liquide, ben superiori alle esigenze fisiologiche di flessibilità finanziaria di una multinazionale, continuava negli anni a mantenere livelli di debito sempre più elevati, insostenibili dall’attività economica. Ebbene la società non ha mai dato risposte plausibili, né tanto meno era possibile desumerle dalla normale logica economico-finanziaria44. Queste considerazioni, abbastanza banali, potevano essere fatte dagli organi di vigilanza, molti anni prima, visto che il meccanismo si è solo allargato, ma è stato sostanzialmente sempre lo stesso.


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