I musulmani in Italia



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I musulmani e l’Italia

Il riferimento alle posizioni degli italiani nei confronti dell’islam è necessario per comprendere le posizioni dei musulmani nei confronti dell’Italia: la riuscita del processo di co-inclusione non è infatti solo nelle mani di chi si vuole integrare e desidera co-includersi. Una parte significativa del successo di questo processo sta proprio nelle mani della società detta – e talvolta l’espressione rasenta l’involontaria ironia – di accoglienza.

Già si è detto della inevitabile diversità di situazione e di posizioni delle prime e seconde generazioni. Questa variabile costituirà il principale fattore di mutamento dell’islam italiano, a somiglianza di quanto già accaduto in altri paesi europei21. Naturalmente, con esiti molto diversi. Che saranno contemporaeamente di distacco dalla dimensione religiosa da parte di molti (già visibile, del resto, anche nelle fasce più giovani della prima generazione), e di re-islamizzazione, su basi diverse rispetto a quelle dei genitori, e a partire da un orizzonte che è quello dei paesi di nascita o comunque di socializzazione (dell’Italia, quindi, per i figli degli immigrati nati qui o arrivati qui in giovane età) da parte di altri. Ciò prelude a cambiamenti anche nelle leadership islamiche, nella loro cultura di riferimento, persino nella loro teologia.

La percezione dell’Italia è fortemente marcata dalla generazione di appartenenza anche perché le prime generazioni in parte collocano nel loro orizzonte il rientro nel paese d’origine – anche a dispetto dei processi reali, del fatto, dimostrato da molte ricerche, che solo una minoranza rientrerà effettivamente – disinteressandosi quindi dei processi di integrazione qui (dalla lingua alla conoscenza del paese), e semmai temendo il ‘contagio’ dei valori occidentali (percepiti in termini di libertà eccessiva, di permissività, in particolare relativamente ai figli e soprattutto alle figlie, di non rispetto delle tradizioni e della struttura familiare, in sostanza in termini di critica morale e magari moralistica).

La parte di prima generazione che ha già ‘scelto’ l’Italia, tuttavia, nonché le seconde generazioni, e per definizione i convertiti, proiettano uno sguardo attento sulle evoluzioni della società italiana e sulle sue reazioni alla presenza islamica. Questo vale con particolare attenzione per le sfere più ‘sensibili’ della religione e della politica.

Diffuso è ad esempio il rispetto per il lavoro svolto dalle istituzioni religiose, sia sul piano locale e nazionale (accoglienza agli immigrati) che sul piano globale: dialogo con l’islam, incontri di Assisi, visite di Papa Wojtyla in Marocco prima e soprattutto in Siria poi, quando in un momento già internazionalmente delicato entrò nella moschea di Damasco, riconoscendola implicitamente come un luogo religioso, fino alla politica estera vaticana in Palestina, e alla costante critica all’avventurismo bellico occidentale in Afghanistan, in Iraq ancor più, e all’opera costante contro il prevalere della logica della guerra, pur avendo a cuore i doveri di tutela delle minoranze cristiane nel mondo islamico, in particolare in Medio Oriente e nel Golfo, dove la situazione, in alcuni paesi, si fa sempre più grave.

Il precedente Papa arrivò a gesti simbolici persino clamorosi, e proprio per questo assai poco seguiti: come l’annuncio di un digiuno di solidarietà con i musulmani, durante il ramadan, ad avventura afghana già iniziata, pur dopo quell’infausto 11 settembre 2001 che aveva visto altri musulmani colpire, con un atto terroristico senza precedenti, le Twin Towers di Manhattan, in nome dell’islam. Un fatto, quello del digiuno di solidarietà, che da allora ogni anno si ripete solo per iniziativa dal basso, di diverse chiese e diocesi, ma che non coinvolge i vertici ecclesiali, più tiepidi in proposito22.

Va detto tuttavia che eventi più recenti, legati all’attuale pontificato, hanno messo in ombra e in parte dilapidato il capitale di credito precedentemente acquisito: si pensi al noto discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, che ha creato più di qualche sconcerto in ambito musulmano, suscitando risposte di vario tono, dalla polemica all’apologetica fino al dibattito teologico: solo parzialmente ‘recuperato’ dalla successiva visita in Turchia, con un inaspettato momento di preghiera all’interno della principale moschea di Istanbul. Tuttavia, da allora, passi significativi di confronto, con un contributo alla chiarezza delle posizioni, vengono portati avanti da ambo le sponde, seppure, per così dire, con convinzione intermittente: a partire dalla cosidetta ‘lettera dei 138’ intellettuali musulmani al Papa, e le risposte che vi sono state, anche tramite incontri diretti.

Quanto alla politica, il rapporto è ambivalente. In politica interna è di norma pesante il giudizio sulla Lega Nord, anche perché i musulmani pagano nel quotidiano le conseguenze, talvolta odiose, delle sue campagne antiislamiche, iniziate ormai dal 2000, anno in cui si accese la polemica sul progetto di una moschea a Lodi; alla Lega, sulla stessa lunghezza d’onda, si associano di fatto esponenti di altre forze politiche, intellettuali e giornalisti influenti, che hanno scelto la polemica nei confronti dell’islam come terreno elettivo della loro battaglia politica (il più noto, da queste posizioni, è senza dubbio Magdi Allam, dalle pagine del Corriere della Sera - oggi battezzato con il nome di Cristiano proprio dal Papa, in mondovisione, durante la celebrazione pasquale del 2008, suscitando un’ulteriore polemica con esponenti anche moderati dell’islam - ma ve ne sono molti altri meno noti). Alla politica estera sono invece sensibili soprattutto i quadri più militanti e politicizzati delle prime generazioni, attenti alle affermazioni sulla civiltà superiore e al filoamericanismo esplicito delle forze politiche soprattutto di centro-destra, che ha prodotto scelte conseguenti in politica internazionale, evidentemente poco condivise.

Ma poca attenzione sembra esservi per la politica in generale: più ‘sensibile’ è spesso, per i musulmani, il ruolo della politica locale, che può avere più concrete ricadute, sui luoghi di culto, sulla celebrazione delle festività, sui messaggi veicolati all’opinione pubblica, ecc.

Numerosi sono comunque i timori per una certa islamofobia diffusa nel linguaggio dei media e appunto della politica, ribadita ad esempio in occasione dei dibattiti sul velo, o da quelli indotti da esponenti musulmani, poco amati ma molto visibili, sul crocifisso23. Timori anche per certa demonizzazione indiscriminata, opera di intellettuali magari poco letti nelle comunità musulmane, ma di cui si misurano gli effetti nella pubblica opinione (come nel caso di Oriana Fallaci, ad esempio). E tuttavia non si può ridurre il rapporto con la politica delle minoranze islamiche a una presunta maggiore sensibilità e vicinanza al centro-sinistra. Se è stato così in una prima fase, attraversata anche da altri paesi europei, dove pesava il discorso di una sinistra e di un mondo religioso progressista più attento alle istanze degli immigrati, di fatto più tollerante – spesso a torto – anche nei confronti delle loro eventuali condizioni di irregolarità, non solo burocratiche, questo non si può più dire ora. Le seconde generazioni in particolare, ma anche parte delle prime, sono invece spesso più attente a una politica dei valori di fatto più vicina agli slogan promossi e difesi dai partiti conservatori. Questo spiega da un lato le articolazioni di posizioni presenti nel centro-destra; e, di converso, un maggiore distacco rispetto alle posizioni del centro-sinistra, tanto più oggi che non è al potere a livello nazionale, e che le tematiche e le politiche di stampo securitario diventano vieppiù trasversali, con al massimo differenze di toni ma non di sostanza. Le responsabilità e le incapacità (persino – cominciando dall’abc – linguistiche, di padronanza dell’italiano, di modo di presentarsi) di molti esponenti delle leadership islamiche locali e nazionali, nel loro rapporto con i media e con la politica, hanno fatto il resto. Pesanti poi le ripercussioni interne delle evoluzioni nella politica estera, nei paesi d’origine degli immigrati, e più in generale nel mondo islamico, con il progressivo emergere di un radicalismo islamicamente legittimato e, occasionalmente, di persecuzioni anticristiane assenti in passato.

Un problema molto serio è invece quello posto dalle numerose inchieste giudiziarie che hanno oggettivamente messo nell’angolo le comunità musulmane, costringendole sulla difensiva. Di esse si è già parlato. Ma non si può evidentemente sottovalutare il peso che inevitabilmente hanno avuto nella percezione più complessiva delle comunità islamiche in Italia. In controtendenza sono forse andati alcuni momenti, come l’opposizione alla guerra in Iraq, lo svilupparsi del movimento per la pace, le posizioni del mondo cattolico ma più in generale della popolazione, nella sua maggioranza contraria alla guerra, il visibilizzarsi del movimento delle bandiere. In quella occasione, forse per la prima volta, i musulmani si sono sentiti in sintonia con e parte dell’opinione pubblica autoctona, e hanno partecipato con essa alla mobilitazione per la pace, con gli stessi gesti, le stesse manifestazioni, le stesse bandiere, un comune sentire, e un senso di appartenenza a questo paese. Ma i tempi sembrano irrimediabilmente cambiati.

Un altro momento di sintonia, o di tentativo di sintonizzarsi, con l’Italia di tutti allora in pericolo, si è avuto in occasione della prima crisi degli ostaggi italiani in Iraq, in cui i musulmani, e in particolare proprio quelli che godono di peggior stampa, come l’UCOII, si sono attivati nella mediazione attraverso propri canali in Iraq, stilando un proprio appello ai sequestratori, andando a trovare le famiglie degli ostaggi e portando la propria solidarietà, proponendosi addirittura come ostaggi alternativi: sentendosi, per una volta, italiani e, proprio in quanto musulmani, con un ruolo da giocare. Un caso che si è ripetuto successivamente, in Iraq come in Afghanistan, quando ostaggi italiani sono stati rapiti da milizie islamiche. Ma che, abbiamo la sensazione, è stato più fortemente sentito tra le frange islamiche militanti che nella popolazione autoctona, ed è servito a loro per sentirsi parte del comune sentire del paese più di quanto sia stato percepito dalla pubblica opinione non musulmana, per la quale il fatto è andato sostanzialmente impercepito, ed è stato oggi dimenticato.

Questi fatti non segnano una discontinuità, o un’inversione di rotta, nel rapporto tra l’Italia e i musulmani, e tra i musulmani e l’Italia. Hanno pesato di più, in senso inverso – e molto capitale sociale hanno fatto dilapidare – sciagurate prese di posizione successive, come la già citata pessima iniziativa dell’UCOII di pubblicare degli annunci a pagamento equiparanti Israele ai nazisti, o alcune inchieste, anche tra quelle le cui basi erano più fragili e le conclusioni dubbie o zoppicanti. Ma costituiscono i primi segni dell’irruzione di un nuovo soggetto nel nostro paese, anche se non ancora a pieno titolo e in maniera assai incerta. Quanto tuttavia questi segnali siano deboli e incerti lo mostra, ad esempio, la menzione delle comunità islamiche in Italia nel discorso di insediamento del presidente del consiglio Prodi: un fatto inedito, senza precedenti, che poteva mostrare un’apertura di credito almeno sul piano simbolico, e avrebbe potuto suscitare un dibattito più ampio (analogo a quello suscitato dal rivolgersi dell’allora presidente Mitterrand alle comunità islamiche interne in occasione della prima guerra del Golfo, ad esempio), ma che invece non si è più ripetuto, è rimasto impercepito da parte dell’opinione pubblica autoctona, ed è sprofondato nel silenzio e nell’oblio anche dei musulmani (che non ne avevano probabilmente colto la portata simbolica), e senza il rimpianto di nessuno.

La pubblica opinione autoctona è tuttavia costretta a cominciare ad interrogarsi in maniera più concreta e meno ideologizzata rispetto alla presenza islamica. E lo stesso sono costretti a fare i musulmani, che oltre tutto vivono al proprio interno la frattura prodotta dal proprio stesso pluralizzarsi, e dall’irruzione sul campo di nuovi soggetti, anche laici, o ‘diversamente religiosi’, nonché delle giovani generazioni. Questo, in prospettiva, potrebbe favorire i processi di integrazione delle popolazioni musulmane nel nostro paese. Certo, senza farsi illusioni sui suoi tempi, o sulla sua pervasività ed efficacia. Che dipende anche, e molto, dalle reazioni della popolazione autoctona, non solo dai loro obiettivi e strategie.

Da quanto precede discende la messa in evidenza di un problema cognitivo che ha ampie conseguenze pratiche. Noi spesso – quasi sempre – abbiamo un’immagine dell’islam come realtà statica, ben definita e immodificabile. Ora, ciò già non è vero nemmeno nei paesi d’origine dell’islam, ma è ancora meno vero in Europa. L’islam trapiantato infatti, anche soprattutto per effetto del contesto di inserimento, si modifica, nel bene e nel male, con una velocità che solo un’osservazione attenta e non preconcetta è in grado di mostrarci.

Il mondo islamico europeo, e in esso, seppure con un ciclo di sviluppo più tardivo, quello italiano, sta vivendo pertanto un processo di trasformazione estremamente rapido.

In particolare, risulta di interesse strategico vedere come proseguiranno i processi di strutturazione delle comunità islamiche in questa fase cruciale, in cui non sono più delle comunità etniche provenienti da altrove, dato che con il passaggio generazionale stanno perdendo almeno in parte e progressivamente la caratterizzazione etnica e l’identificazione con i paesi d’origine, ma non sono ancora delle comunità puramente e semplicemente autoctone, per motivi legati tanto alla cultura e ai costumi, quanto alla cittadinanza (né soprattutto sono percepite come tali).

È qui, come si diceva, nei processi lunghi dell’integrazione silenziosa nel mondo del lavoro e della scuola, nelle realtà associative, nella presenza ancora relativamente poco incisiva ma in movimento dell’islam femminile, tra le seconde generazioni, che è visibile e misurabile il terreno reale dell’incontro tra l’islam e il mondo europeo-occidentale, e anche con gli altri soggetti religiosi che questo mondo abitano da più tempo. Sapendo che nel contempo continueranno momenti e terreni di scontro, legati tanto alla politica estera che a quella interna.

Il vantaggio dei processi sociali, se non altro, è appunto che sono reali. E hanno, nonostante tutto, logiche e motori potenti. I soli in grado di opporsi alla mediatizzazione nevrotica e talvolta paranoica dell’islam, che rischia, di diventare una cupa profezia che si autorealizza24.

Uno dei problemi dell’islam italiano, infatti, è che esso è inciampato in un problema comune a tutto l’islam europeo, che in sintesi potremmo riassumere così: un processo di integrazione sostanziale, non diversa da quelle delle altre componenti culturali immigrate in Europa (il che non significa ideale, ottimale o non problematica: significa non sostanzialmente migliore o peggiore, ad esempio, delle componenti hindu o sikh, o di quelle cinesi o dell’Africa subsahariana, anche cristiane), accompagnato tuttavia da una percezione fortemente conflittuale, legata evidentemente in primo luogo alle imprese del terrorismo islamico transnazionale (oggi attivo anche sul suolo occidentale: dall’11 settembre americano, alle bombe di Madrid e Londra), ma anche ad una attenzione rigorosamente selettiva agli aspetti conflittuali della presenza islamica, dimenticando regolarmente la foresta che cresce, e mettendo in evidenza solo l’albero che cade, dato che esso fa come sempre più rumore.

Il primo elemento – quello dell’integrazione sostanziale (o, rispetto ad altri indicatori, della mancata integrazione, ma non troppo diversamente rispetto ad altre presenze immigrate) – pur misurato dalle principali ricerche in materia25, passa rigorosamente inosservato tra coloro, giornalisti e intellettuali, che professionalmente discettano d’islam, il più delle volte, senza passare per i musulmani, ovvero senza osservare empiricamente le comunità islamiche, ma limitandosi a macinare opinioni – legittime, ma sovente un po’ troppo separate dai fatti. Il secondo invece – la percezione conflittuale – è quello che detta l’agenda, mediatica come politica, sul tema: i media ne sono del resto, contemporaneamente, produttore, amplificatore e veicolo.

Il processo di inserimento e di integrazione, per così dire, accade, in un certo senso a prescindere dalle volontà degli attori coinvolti. Perché man mano che la permanenza si protrae il ‘fattore T’ (come tempo) agisce e fa il suo corso: né l’immaginario né la realtà di un immigrato sono le medesime un giorno dopo essere immigrato, dopo tre anni, dopo cinque, o dopo dieci. Figuriamoci quelle dei loro figli. E oggi siamo precisamente allo snodo, cruciale e senza ritorno, del passaggio tra le prime e le seconde generazioni di immigrati (espressione questa priva di senso, dopo tutto, per chi in Italia spesso è nato e non si è mai mosso da qui: questa, più propriamente, è la prima generazione di neo-autoctoni).

Molto poi accade nell’integrazione silenziosa nel mondo del lavoro e nella scuola, dove la presenza di colleghi e compagni musulmani sta progressivamente diventando, da eccezione, abitudine, da patologia, fisiologia, e dove quindi un rapporto personale accompagna senza sostituire – ma talvolta mette in crisi – la reciproca produzione e trasmissione di stereotipi. E, ancora, dove i conflitti, quando ci sono – si pensi a quelli, tanto mediatizzati e dibattuti, sui simboli – sono stati quasi sempre innescati non dagli immigrati musulmani medesimi, ma da altri autoctoni, che decidevano non richiesti di farne le veci, prima ancora di un qualsiasi casus belli (si pensi ad alcuni occasionali conflitti, molto mediatizzati e occasione di rituali prese di posizioni retorico-politiche, su crocefissi, canzoncine e recite natalizie o presepi, nella grande maggioranza dei casi iniziative – infauste – di singoli insegnanti, ignari che la pluralità e l’intercultura non funzionano per sottrazione, ma semmai, eventualmente, per addizione, e ancor più per sintesi)26. E anche i conflitti sulle scuole separate – il caso più noto è stato quello di Milano – pur rilevanti e giustamente stigmatizzati, rappresentano pur sempre un’assoluta minoranza statistica27.

Piaccia o meno agli uni o agli altri, e in particolare a coloro che ne paventano gli effetti – autoctoni sciovinisti perché impauriti o immigrati timorosi anche loro, ma di assimilazione – la realtà quotidiana è una realtà di mixité sociale, relazionale e culturale per i più, senza bisogno di menzionare la mixité fisica, pur presente e testimoniata dal crescere incessante di coppie e convivenze, ma anche solo di amicizie e reti di relazione, per l’appunto, miste28.

La necessità, prima ancora che la volontà di integrazione, è un motore potente. Più potente anche dei timori di occidentalizzazione e di perdita di identità, pure presenti in parte dell’immigrazione islamica di prima generazione e più visibile ancora in certa sua leadership: soprattutto imam e altre figure rappresentative di importanza locale, spesso con scarse conoscenze di italiano e poco integrate – tanto loro vivono lo stesso, o anzi meglio, incapsulati nelle rispettive comunità – completamente figli della logica della separatezza, con in testa il paese d’origine e le sue mentalità, a dispetto di tutto, anche della realtà in cui vivono, si muovono e pensano gli stessi fedeli che seguono le loro prediche il venerdì e i loro insegnamenti.

Ma fin qui siamo ancora all’abc. Altro, a volerlo vedere, si muove, nel panorama associativo, culturale, sportivo, con il primo formarsi di giovani attori sociali indipendenti, di operatori culturali, a poco a poco anche di intellettuali, con i primi e per ora timidi segni anche di una borghesia islamica, in altri paesi – sopra tutti in Gran Bretagna, ma in parte anche in Germania, Francia, Olanda e altrove – già presente e visibile, con un ruolo incisivo all’interno delle rispettive comunità di riferimento.

Poi, certo, c’è l’altra faccia: i marginalizzati, i drop-out, gli esclusi, i falliti, i devianti, i delinquenti. Ma questa non è per lo più riconducibile al loro specifico islamico: piuttosto alla condizione di immigrato, o ad altre variabili sociali che con la religione hanno poco a che fare. Semmai, eventualmente, con la sua mancanza, nonostante ciò che temono coloro che le moschee ritengono più opportuno chiuderle o impedire di aprirle, dimenticando che esse, come qualsiasi altro luogo di culto, svolgono un ruolo primario di controllo sociale interno alle comunità che si rivela utile anche per la società in cui sono inserite. E c’è poi l’area di simpatizzanti, oltre che di individui e gruppi attivi e militanti, che si qualificano come supporter del terrorismo: presenza inquietante e determinante, anche se statisticamente, va pur detto, poco significativa. E tuttavia cruciale, a giusto titolo e comunque inevitabilmente, nel determinare l’immagine dell’islam, ma anche i suoi processi di maturazione interni. Da tempo infatti siamo convinti, a somiglianza di quanto accaduto per il terrorismo interno degli anni ’70 e ’80, che solo quando avverà una esplicita e totale dissociazione dai metodi violenti di alcuni, che il valore e la correttezza degli altri potrà emergere senza ambiguità. Scelte, come noto, che hanno i loro costi, e talvolta i loro martiri, come avvenuto appunto all’epoca delle denunce del terrorismo brigatista.

Al di là dei processi ‘naturali’ di integrazione, ci sono poi gli effetti delle scelte conseguenti, o delle loro mancanze. Alcune tra queste ultime, serie e gravi. Come la quasi inesistenza dell’associazionismo islamico quando si tratta di intervenire, precisamente, nel sociale, sui suoi figli dispersi o in difficoltà (tossicodipendenza e spaccio, devianza minorile e carcere, prostituzione o donne e madri in difficoltà, per citarne alcuni. Ma ci sono anche istanze più normali, di ordinaria socialità o di sua crisi). Per quello viene buono – e per fortuna che c’è – quasi solo il volontariato cattolico; o, semmai, un associazionismo islamico ‘laico’, non legato al mondo delle moschee. Quello islamico, se non si tratta di obiettivi, per l’appunto, religiosi, organizzativi ma talvolta solo di bandiera, quasi non c’è, o non si vede, o non prende posizione. E non vale sempre a giustificarlo il fatto che le priorità, anche di vita, siano altre. Se è così, si tratta pur sempre di una scelta, precisa e come tale giudicabile.

Fin qui per quel che riguarda la realtà in trasformazione dell’islam italiano. L’altra faccia è la sua immagine. Da questo punto di vista, nonostante il problema sia più generale, l’Italia sembra più indietro di altri, e molto più restia a comprendere i significati profondi di cambiamento indotti dalla presenza islamica. Questo anche a causa della semina culturale che è stata fatta in questi anni, con autorevoli sponde politiche, un disinformante ruolo dei media, e anche qualche occasionale benedizione religiosa, da parte sia di altre minoranze religiose, sia da parte di taluni esponenti della confesione religiosa dominante. Semina a cui non riusciamo a dare definizione più sintetica di quella di fallacismo. Non perché Oriana Fallaci sia stata il primo esempio, ma perché è stata l’interprete migliore, premiata come noto da un travolgente successo che ne ha fatto un caso unico in Europa, di questo che è diventato comune sentire: una lettura pretesamente ‘oggettiva’ dei fatti, quella di default di molti media, da cui chi se ne smarchi è costretto quasi a giustificarsi29. Sapendo che il fallacismo è malattia diffusa e trasversale, come dimostrato dalle molte copie dei libri di Fallaci vendute ovunque, ma soprattutto la dalla pervasività della diffusione delle opinioni che veicolano, che non conoscono barriere di classe, di genere, di schieramento politico e nemmeno di cultura: si trovano dappertutto.

Attualmente ci troviamo, oggettivamente, in una fase di conflitto culturale. Questa, almeno, la percezione che si può trarre dal dibattito sull’islam, che solo raramente – e anche questo è un segnale indicativo – è anche un dibattito con l’islam.

Quella attuale potrebbe tuttavia rivelarsi una crisi salutare. Che potrebbe farci riconsiderare la presenza islamica anche per altri suoi aspetti.

Mi riferisco ad esempio all’utilizzo delle presenze musulmane in chiave di politica estera. Per ragionare e trattare con i paesi di provenienza. Per avere preziose informazioni che spesso sfuggono agli osservatori europei; anche su temi delicati di politica interna, ma anche semplici risorse linguistiche e culturali preziose per l’economia e non solo. E per fare lobbying presso i paesi di origine a tutela degli interessi dei paesi di inserimento, cosa che già avviene più spesso di quanto comunemente si sappia: dalla partecipazione a delegazioni diplomatiche e commerciali (alcuni paesi europei, e spiccatamente il Foreign Office, già nominano ambasciatori musulmani nei paesi islamici e fanno accompagnare le delegazioni economiche da esponenti dell’élite islamica britannica). E, forse, si potrebbe pensare anche alla tutela di minoranze cristiane sempre più in difficoltà e talvolta a rischio, in troppi paesi a maggioranza musulmana: la cui situazione viene ‘agitata’ volentieri a fini polemici, ma per le quali troppo poco si fa – al dunque, prevale sempre la realpolitik e concretissimi interessi economici e strategici (si pensi al caso, più clamoroso di altri, dell’Arabia Saudita). Il fatto che alcuni paesi stiano dando ospitalità a quelle che con tutta probabilità saranno le leadership future dei paesi d’origine, magari rifugiate in Europa per sfuggire alla repressione di governi pseudo democratici pure essi ciecamente sostenuti dalla medesima Europa, è anch’esso un segno di attenzione intelligente ai fermenti del mondo islamico, e di loro utilizzo in positivo, in chiave di sfere di influenza30.

Ma c’è una dimensione più ‘popolare’ di questa politica: ed è quella che fanno la gran parte degli immigrati musulmani nella loro vita quotidiana. Comunicando nei fatti non una loro astratta superiorità, ma una concretissima migliore condizione. Non andrebbe dimenticato che un pakistano in Gran Bretagna è mediamente più istruito, più ricco, meglio occupato, più libero e più garantito (dai nostri diritti, a cui giustamente con tanto fervore ci richiamiamo – e lo fanno anche loro) di un pakistano in Pakistan. E lo sa. E con i suoi comportamenti, e non di rado con le sue parole, lo mostra e lo dice. Lo stesso vale per un algerino di Francia rispetto ad uno d’Algeria, per un turco di Germania rispetto ad uno che sta in Turchia, o per un marocchino che vive in Italia rispetto ad uno che è rimasto in Marocco.

Un altro tipo di buon uso delle minoranze islamiche è quello legato al ruolo di pacificatore interno. Un qualcosa che ha dimostrato perfettamente l’esplodere delle banlieues in Francia. Dove i religiosi, gli imam, le associazioni islamiche, le moschee, hanno giocato il ruolo del pompiere, non dell’incendiario. E chi bruciava, incendiava, saccheggiava non era chi andava in moschea, ma precisamente quelli che aspiravano ad essere francesi di fatto e non solo di nome, incluso nella laicità dei propri riferimenti. Quello delle banlieues non è stato nemmeno propriamente un problema di immigrazione – anche se di essa è figlio – ma di soltanto parziale, verbale, declamata ma non praticata cittadinizzazione (non erano i neo-immigrati a protestare, ma i loro figli e i figli dei figli, nella stragrande maggioranza cittadini francesi).

Il dialogo interreligioso che dalla base si fa strada anche verso i vertici è un’altra delle buone pratiche che sta producendo migliore integrazione. Un qualcosa che è nell’interesse in primis dei laici, e di uno stato laico che voglia prevenire i conflitti – come suo dovere di buongoverno, di buona gestione della cosa pubblica, di attenzione al benessere – non di crearne. Ma per definizione, per dialogare, bisogna che gli interlocutori siano considerati su un piano di parità almeno formale – in quanto attori sociali, non a partire da quello che presumiamo essere il contenuto veritativo del loro credo religioso. Nei rapporti con altre realtà religiose in Europa, i musulmani ne vivono la ‘normalità’, l’ordinarietà, ma anche le ricadute positive. E anche questo è un messaggio che può varcare e di fatto varca i confini, in direzione dei paesi d’origine. Stesso percorso che oggi fanno media islamici prodotti in Europa, le associazioni transnazionali che in Europa hanno i loro centri formativi e talvolta anche amministrativi ed economici, e fondi stessi, che cominciano non solo ad essere più importanti dei flussi di denaro in senso contrario, ma che possono influenzare in prospettiva le stesse politiche dei paesi verso cui si dirigono.

Di tutto ciò i predicatori di conflitto di ambo le parti non hanno capito o non vogliono capire nulla – interessatamente. Per uscire dalla loro logica bisogna uscire quindi anche dall’eccezionalismo islamico (l’idea di considerare i musulmani sempre e comunque un caso a parte, da doversi gestire con strumenti specifici) e, in questo senso, cominciare a normalizzare, e anche a normare, la presenza islamica. Il che presuppone un qualcosa di tremendamente assente dal dibattito attuale: il pensare anche sul medio periodo e non solo sull’immediato, il cominciare a capire che le prime generazioni lasciano il posto alle seconde, che occorre dunque pensare all’islam europeo come a una realtà che produce mutamento, certo, ma anche e forse soprattutto in mutamento. Tutto il contrario degli stereotipi essenzialisti che – da ambo le parti – incessantemente vengono spacciati per verità, anche se empiricamente poco dimostrabili.

Sono sia gli italiani sia i musulmani stessi a dover capire che la presenza di musulmani in Europa non è (più) un fatto temporaneo, ma un dato di fatto ormai stabile, di cui è bene comprendere le conseguenze, nell’interesse di tutti: degli europei, ma anche e soprattutto dei musulmani stessi che in Europa ci vivono. Nonostante quanto doveroso e necessario per perseguire una adeguata difesa dal terrorismo islamico transnazionale, non saranno i profeti di sventure e l’eccezionalismo trasformato incautamente in regola a risolverci i problemi che abbiamo. Nemmeno uno. La difesa dal terrorismo, e il contrasto all’opinione o all’apatia che pur senza passare all’azione ideologicamente lo sostengono, restano una doverosa priorità: nel percepire la quale occorrerebbe tuttavia fare ogni sforzo possibile per associare la maggioranza dei musulmani (che ne è vittima tanto quanto gli autoctoni europei, subendone in più sulla propria pelle le conseguenze, incluso l’incattivirsi dei rapporti quotidiani).

Andrebbero spinti e convinti (e spesso di spinta e di convinzione non ci sarebbe nemmeno bisogno) a stare dalla parte del diritto, della legalità, del rispetto della vita umana, della risoluzione pacifica dei conflitti, invece di spingerli tutti nel medesimo angolo e nella medesima definizione estremizzata – tutto, tranne che un incentivo all’integrazione. Semmai questo atteggiamento inutilmente militante e muscolare ce ne crea qualcuno, di problema. Innanzitutto di comprensione di quel che accade. E di conseguenza di intelligenza nell’azione.

D’altra parte, nemmeno il radicalismo antioccidentale o magari antisemita, né le paure che si trasformano in chiusure identitarie, il cui prezzo viene spesso fatto pagare all’anello più debole (le donne, le seconde generazioni, e peggio ancora per le persone portatrici dell’una e dell’altra caratteristica, come drammaticissimi casi di cronaca – il più noto quello dell’uccisione della giovane Hina, a Brescia – hanno spesso mostrato, senza innescare purtroppo dei dibattiti sufficientemente ampi all’interno delle comunità e tra i loro leaders) aiutano i musulmani ad integrarsi: tutto il contrario – li (auto)marginalizzano ulteriormente.

Ed è proprio questo ritardo nell’accettare di aprire un dibattito franco e onesto sui propri problemi interni, che vanno dal paternalismo ottuso di alcuni alla contiguità con certo antioccidentalismo radicale di altri, ad essere il segnale più problematico che le comunità islamiche mandano a se stesse e ai rispettivi paesi di accoglienza. Un segnale che mostra innanzitutto l’impreparazione e l’incapacità di troppa leadership islamica sia organizzativa che religiosa (associazionismo, imam), che si mostra in questo senso assai più indietro delle stesse comunità di cui si considera la guida, oltretutto lasciando il campo del dibattito pubblico ad attori sociali di provenienza islamica che sono spesso più creature mediatiche, talvolta discutibili e il più delle volte assai poco rappresentative, che interlocutori interessati a migliorare davvero le condizioni delle comunità islamiche e lo stato dei rapporti con la società italiana.

Uscire, tutti, da queste trappole31, è la condizione per svelenire il dibattito attuale, e assumere finalmente un atteggiamento costruttivo e propositivo. Un qualcosa che purtroppo è ancora troppo assente dagli obiettivi di coloro che – ancora una volta, da ambo le parti – parlano di islam, dimenticando i musulmani in carne ed ossa.






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