I musulmani in Italia


I. La società irachena: il Contesto antropologico-religioso



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I. La società irachena: il Contesto antropologico-religioso

L’Iraq, non l’avrei mai scelto. Quando l’allora prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, il Cardinal Silvestrini, mi comunicò la mia nomina dal Santo Padre ad arcivescovo di Bagdad dei Latini, una angoscia indicibile s’impossessò di me: sapevo di andare in un paese sotto dittatura “arabo-islamica” moderna. Ma riflettendo sul mio nuovo ministero nella Chiesa, specie dopo avere letto il Direttorio pastorale dei Vescovi, mi domandavo spesso: come potrei assumere le tria munera in un paese come l’Irak? Come rimanere libero in un paese di tirannia? Come pensare dove il capo riflette per tutti? Come annunciare la Buona Novella in un paese dove solo l’Islam, anche sotto Saddam, detiene e monopolizza ufficialmente la verità?

Tante domande simili mi assillavano nei mesi che hanno preceduto la presa di possesso del mio incarico il 29 marzo 2001. Entrai allora in una società ed in una chiesa nonché in una cultura di cui non potevo, malgrado una certa conoscenza e una vicinanza certa, immaginare l’arcaismo.

In effetti, il contesto iracheno partecipa antropologicamente del contesto generale mediorientale arabo-musulmano. Trascendendo le inevitabili specificità e particolarità, vorrei sottolineare telegraficamente quanto segue :



a. La permanenza, direi la dominazione, dei legami parentali in un sistema profondamente patriarcale, anzi tribale. Il risveglio del tribalismo in Iraq oggigiorno era iscritto nelle strutture profonde di quella società.

b. La religiosità costituisce una atmosfera generale che coinvolge tutto e tutti. L’Islam, con le sue varianti, domina il panorama religioso, anzi è il fondamento legislativo e il riferimento culturale maggiore. Comunque l’alleanza tra relgione, etnia, famiglia, politica e attività economica, costituitasi al sorgere dell’Islam, permane e sembra promessa ad una lunghissima vita.

c. La modernità occidentale è pure presente ma è tecnicamente strumentalizzata e ideologicamente neutralizzata. La tecnologia, certi ideali politici e socio-culturali, l’emigrazione preferenziale verso i paesi occidentali, l’urbanizzazione, ne significano la presenza effettiva e attiva. Tuttavia non provoca l’emergenza di una nuova cultura o di un cambio in profondità delle mentalità. Anzi è la tradizione a strumentalizzare la modernità e svuotarla dalla sua più belle riconquista: la persona, la sua libertà, la sua dignità e l’orizzonte senza tramonto della sua creatività. E la tradizione che trova nella modernità occidentale una forza, una tecnica e un aiuto per affermarsi.

Il regime era moderno nei suoi strumenti ma arcaico nella sua ideologia. La democrazia che si è sostituita al regime del capo padre padrone e del suo partito unico è stata dominata, al suo sorgere, dal confessionalismo e dal tribalismo tuttora regnanti. La nuova Costituzione irachena è diventata subito prigioniera dei gruppi etno-confessionali dominanti. Un dittatore è caduto. Tanti altri dittatori hanno occupato il vuoto lasciato alla sua sparizione.



Infatti le forza e la debolezza di questa società risiedono nella sua capacità di accoglienza e simultaneamente di neutralizzazione della novità. Tutto viene ridotto ad un elemento nuovo che non si integra ma si giustappone, si aggiunge ad altri elementi preesistenti. L’integrazione avrebbe certo prodotto cambiamenti radicali. La giustapposizione per la sua estraneità, agendo dal di fuori e sulle frontiere delle entità, può sconvolgere una gerarchia esterna ma non intaccare la dinamica interna delle comunità in presenza. La democrazia, subentrata al regime del partito unico, o meglio del capo unico, non ha cambiato le mentalità ma, spostando le posizioni anteriori, ha creato una nuova gerarchia tra i protagonisti.

d. I flussi migratori interni, sia per ragioni politiche, sia per ragioni economiche o socio-culturali, hanno urbanizzato l’Iraq ma facendo delle città un conglomerato di villaggi o di tribù. In altri termini,le mutazioni maggiori soci-economiche hanno poco trasformato le mentalità. Era molto interessante sentire le varie opinioni sulla mini-guerra divampata tra una milizia e le forze governative, composte tra di noi di altre milizie avversarie, mettere in rilievo l’importanza del ruolo delle tribù di Baghdad, la grande capitale, di Bassora, di Mossul ecc. nel conflitto come nella tregua. Le tribù, struttura arcaica, sembrano i veri partiti politici iracheni oggi. Ora chi dice partito, dice modernità politica. Per me, ecco un esempio di come la società irachena trasforma a suo vantaggio, senza trasformarsi, gli apporti della modernità occidentale,

e. I rapporti sociali dimorano rapporti verticali, segmentari. Coesistono con rapporti moderni che rimangono malgrado tutto superficiali. Se nei primi tempi dell’occupazione, l’Irak sembrava diviso tra resistenti e alleati, oggi le linee di separazione passano attraverso le stesse componenti religiose e etniche in una dinamica di scissione segmentaria inarrestabile.

f. La religione appare come ispiratrice della società. Anche il regime si è inclinato e ha concesso molto all’Islam che gestisce ancora la società civile e ne regola tutto. Tuttavia la religione è politicizzata ed assumeva, sotto il regime, un ruolo di legittimazione anche a scapito della sua integrità. Oggi la religione è potere. Le milizie islamiche sono degli staterelli che impediscono la nascita di un vero stato. Gli scontri di questi ultimi giorni lo illustrano a meraviglia: il governo decide di applicare le leggi e di neutralizzare una milizia molto radicata nel popolo sciita. Tuttavia le sue forze governative sono costituite da gruppi appartenenti, apertamente o meno, ad altre milizie. E non si tratta di semplici infiltrazioni ma di vere lottizzazioni etnico-religiose.

g. La struttura fondamentale di tutti questi insiemi è caratterizzata da una dinamica di giustapposizione, di sottomissione, di gerarchizzazione esterna degli elementi e non di integrazione. La forza e la capacità di violenza segnano la sua dinamica. Ne segue che le relazioni tra gli elementi si svolgono ai limiti, alle frontiere. L’unità della società è una somma di elementi che coesistono per necessità o per la volontà del più potente. Il rischio della violenza è quindi inerente alla struttura stessa. Il pensiero si sottomette a questa stessa logica.

h. Dio è il Signore trascendente e separato : è, di fatti, l’onnipotente, giudica il mondo dal di fuori e lo orienta con un suo volontarismo assoluto. Non si è mai incarnato. Ripugna a tutta immanenza che sarebbe una diminuzione della sua trascendenza e l’eliminazione della sua unicità. Dalla disuguaglianza fondamentale, ontologica, tra Dio e uomo, nascono altre fondamentali disuguaglianze, quella tra uomo e donna e quella tra musulmani e non musulmani.

i. L’uomo in questo contesto accede difficilmente e raramente alla sua dignità di persona. Da una parte, è diluito nei suoi gruppi di appartenenza. Dall’altra, non può affermarsi senza ricorrere alla violenza. La libertà è facilmente negata per non dire è sconosciuta. L’autodeterminazione è percepita come pericolosa per il gruppo e quindi rifiutata. La violenza sorge come uno strumento privilegiato per rimettere ordine o per rovesciarlo a suo proprio interesse. Ieri, in Irak, il regime monopolizzava la violenza. Oggi, la religione tramite i suoi gruppi confessionalizzati, fondamentalizzati, messianicamente terroristi, la monopolizza a sua turno. La religione giustifica la violenza anche se trova delle parole “rivelate” per condannarla, specie tra i credenti; la violenza manifesta, scusate-mi la gravità e la pericolosità di questa affermazione, la verità della religione. E il ragionamento più estremo, quello dei radicali.

Certo, non bisogna cadere nella tentazione di portare giudizi massicci e temerari. Non si può applicare tutto a tutti e sospettare tutto da tutti. È la problematica più critica specie in occidente quando si deve valutare atti terroristici islamici, reazioni violenti, minacce, rivendicazioni oltranziste ecc.

Si tratta, infatti, di una vaga di fondo, in movimento continuo, che sfocia qua o là a seconda degli avvenimenti o delle mutazioni. Il che rende imprevedibile il comportamento di singoli e di gruppi. Sarebbe molto istruttivo analizzare le prime reazioni al meraviglioso ma purtroppo incompreso, per non dire non letto né sentito direttamente, discorso di Ratisbona. È raro trovare reazioni così critiche che affermano la veracità del proposito criticato! Quanta violenza contro una condanna della violenza anche a nome della regione!

Possiamo analizzare le reazioni al battesimo di Magdi Allam. Quanta violenza e odio “religiosi”!



j. La fede e la ragione cristiane sono frustrate in questa cultura dove la creatività e l’apertura si avverano estranee alla sua dinamica profonda, segnata da imitazionismo, ripetizionismo, apologetismo ecc. Ma dove non sono capite per quello che sono. Anzi spesso, nell’amicizia come nello scontro, nel dialogo come nella critica, c’è un discorso musulmano, anche se lo si può pure trovare da altri, che ti dice quello che sei, in una chiusura ermetica a quello che pari o dici di essere o che sei realmente. Come l’appellativo di “nazarei” applicato ai cristiani e che sarebbe propria ad un gruppo giudeo-cristiano contemporaneo del tempo del profeta. O il termine “crociati” imposto ai cristiani indistintamente, senza nessuna considerazione per il contesto che ha visto sorgere le crociate, l’alienazione del proposito, il superamento del metodo crociato come nell’esempio di Francesco d’Assisi. L’applicazione del termine sionista agli ebrei cade nella stessa logica: anche l’ebreo nemico del sionismo perché lo giudica contrario alla stessa fede giudaica è tacciato senza ricorso di sionista.

k. L’attività politica si esaurisce in questo ambiente in legittimazione e difesa del potere. Le altre attività umane ne sono pure alienate. Le questioni di pace, di giustizia, di libertà ecc. ne diventano spinose. Il dialogo interreligioso, nel senso stretto, come il dialogo in generale, se ne trova inibito, anche se la gente di buona volontà non manca mai e i “semi del Verbo” sono una realtà che lascia aperta una porticina per la speranza.




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