I musulmani in Italia


La chiesa in questo contesto



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La chiesa in questo contesto

La Chiesa è un insieme impressionante di chiese: cinque cattoliche, cinque ortodosse e parecchie protestanti. Il panorama è ben conosciuto anche in altre società del Medio Oriente. La storia del cristianesimo da ragione di questa presenza varia. Quella dell’area mediorientale spiega, almeno in parte, il flusso e il riflusso delle comunità ecclesiali, etnico-nazionali all’origine, verso un paese o l’altro, in funzione di guerre, persecuzioni o emarginazioni. Una rapida analisi plurale mette in rilievo l’influsso della cultura maggioritaria arabo-islamica su tutte. Quello della dhimmitudine è il più globale, più profondo e più permanente. I riflessi dhimmi proiettano una certa luce sulle difficoltà ecumeniche ancora tra le chiese.

1.La dhimmitudine

La dhimmitudine non è semplicemente un termine che ritorna di moda. Le analisi storico-antropologiche ne rivelano la specificità e una certa perennità. Esso nasce della prima geopolitica religiosa islamica che divide il mondo in tre parti: dar al-harb (casa della guerra), dar al-islam (casa dell’islam) e dar al-‘ahd (casa del patto), cioè i paesi con i quali è stato stipulato un patto.

Quanto ai paesi appartenenti alla “casa della guerra”, la legge canonica islamica non riconosce altre relazioni con essi se non quelle proprie della “guerra santa” (jihad), che significa “sforzo” nella via di Allah e che ha due significati, i quali sono ugualmente essenziali. Il primo significa la guerra santa. E stato ed è tutt’ora molto invocato per mobilitare masse e popoli, giustificare movimenti e partiti, dichiarare guerre e accendere conflitti. Il secondo, derivato, indica lo “sforzo” che il musulmano deve compiere per essere fedele ai precetti del Corano e in tal modo migliorare la propria “sottomissione” (islam) ad Allah.

Il problema nasce specie da questa equazione: lo “sforzo” che il musulmano deve compiere per “combattere sulla via di Allah” si concretizza nella lotta contro gli infedeli o per diffondere l’islam in tutto il mondo.

Il jihad è un precetto della massima importanza, tanto da essere talvolta annoverato come sesto “pilastro” – dell’islam.

L’obbedienza al precetto della “guerra santa” spiega il fatto che quella dell’islàm sia una storia di guerre senza fine per la conquista dei territori dell’Europa cristiana e dell’impero romano d’Oriente. Non è bastata la disfatta del Lepanto per fermare lo spirito di conquista, nemmeno quella davanti alle mura di Vienna per arginarla definitivamente. Anzi, la storia occidentale odierna che domina ancora il Medio Oriente risveglia il desiderio, oggi ben incarnato dai movimenti fondamentalisti come lo fu ieri dai nazionalisti progressisti e dai combattenti palestinesi, di riconquistare (l’Andalusia, per esempio) o di conquistare non solo l’Europa ma il mondo intero. I confronti bellici non sono più i soli mezzi: la demografia in crescita incontrollata, l’emigrazione ad ogni costo, il proselitismo ad ogni prezzo, le pubblicazioni e i siti su internet che ricorrono al linguaggio occidentale, essenzialmente cristiano, per propagare l’islàm, sono risorse consacrate alla islamizzazione del mondo.

Invece la dhimmitudine, in vigore nel passato nei paesi islamici, oggi rivendicata di nuovo dai fondamentalisti allorché gli stati moderni l’avevano abrogata letteralmente ma non culturalmente, continua ad agire sui non musulmani.

Essa nasce con il profeta stesso che la fonda sulla rivelazione (s. 9, 29) e la pratica nei patti con ebrei e cristiani o altri, si sviluppa con i califfi, si arricchisce di dettagli con gli “ulema”, è applicata a seconda dei bisogni e degli umori dei responsabili. Essa consiste nel pagamento, da parte dei cristiani, degli ebrei e dei sabei, gente del Libro, che risiedono in società islamiche anche se sono indigeni, della “jizia” (imposta per salvarsi la vita) e di un tributo sulla proprietà (haram). I dhimmi sono allora protetti. Possono praticare il loro culto ma intra muros. Le manifestazioni esterne sono proibite: il suono delle campane, le processioni con croci, i funerali solenni, la vendita pubblica di oggetti di culto o di altri articoli proibiti per i musulmani. I matrimoni con musulmani non sono loro permessi. Possono conservare o riparare le chiese o sinagoghe che già posseggono ma, se non c’è stato un patto che permetta ad essi il possesso di terre proprie, non possono costruire nuovi luoghi di culto: la proprietà della terra è ormai musulmana e i non-musulmani non possono possederla. L’Arabia saudita rimane un esempio molto emblematico a questo riguardo.

Non entriamo nel merito di tutti i dettagli ma sottolineiamo lo stato d’animo creato da questo regime di tolleranza: esso è fatto di paura, di simulazione, di tradizionalismo per sopravvivere. Rassomiglia al sindrome di Stoccolma. I dhimmi erano dalla parte del potere contro i loro propri correligionari. Lo sono ancora. La maniera con cui certe chiese in Irak si sono dissociate dalla chiesa cattolico dopo Ratisbona, schierandosi chiaramente contro “il Papa del Vaticano”, è molto rivelatrice. Questo spiega in buona parte le difficoltà ecumeniche tutt’ora vigenti tra le chiese o tra i cristiani orientali e gli ebrei. L’inconscio non ha mai conosciuto una vera catarsi. L’immaginario collettivo non è stato mai rinnovato.

Nell’Irak moderno, gli statuti della dhimma sono stati aboliti. Tuttavia rimangono indirettamente nei nuovi testi legislativi che proibiscono ancora oggi le conversioni, i matrimoni misti, il proselitismo. L’eredità ubbidisce alla shari’a. Gli effetti dei matrimoni ecc. La nuova Costituzione irachena che riconosce per la prima volta le libertà fondamentali come la libertà di coscienza ipoteca tutto sottomettendo ogni legislazione alla shari’a.

La dhimmitudine è pure responsabile dell’ “erosione” delle comunità cristiane e il passaggio di molti cristiani all’islàm per motivi economici, sociali e politici o per semplice stanchezza e fatica: per trovare un lavoro migliore, per godere di maggiore considerazione sociale, per partecipare alla vita amministrativa, politica e militare, e non vivere in una condizione di perpetua discriminazione. Sotto Saddam, perfino il fondatore cristiano del partito baُ ath si è convertito all’Islam. Ossia non si può comprendere le problematiche dei cristiani in Medio Oriente, specie l’emigrazione verso l’Occidente, se si ignora questo sfondo.





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