I musulmani in Italia


III. Il ministero episcopale in questo contesto



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III. Il ministero episcopale in questo contesto

1. Il vescovo, un cristiano in esilio

Poco dopo l’inizio del mio minsitero in Iraq, mi sono accorto che ero tre volte straniero.

Essendo libanese ma, culturalmente e spiritualmente, figlio dell’Europa grazie all’Ordine Carmelitano, alla Chiesa di Roma e ai soggiorni di studio che ebbi il privilegio di fare sia in Italia che in Francia, mi sono sentito veramente straniero in mezzo ad un popolo buono, accogliente e in cerca del nuovo, di quello che viene da fuori, di una cultura che giudica migliore. Ma purtroppo era già, scusatemi la parola, “deculturato”. Privo di apertura all’universale, di libri, di mezzi di comunicazione, nutrito solo ai discorsi del capo e ad una litteratura partigiana arabo-islamica povera. Il popolo cristiano è stato doppiamente alienato. Il linguaggio cristiano in aramaico è una cosa e in arabo un’altra: per dire matrimonio, in aramaico, si utilizzano parole come Benedizione, Incoronamento; in arabo, si dice accoppiamento. L’aramaico conserva l’anima del popolo cristiano in questa terra.

Il linguaggio teologico in genere va pure rivisto e “ribattezzato”. Le riflessioni dei cristiani davanti alla morte, alla sorte, al destino, alle ricchezze, ecc. sono intessute di “islamismi”.

La partecipazione agli avvenimenti della Chiesa nel mondo sembrava interessarmi solo: l’incontro delle famiglie, dei movimenti ecc. Non avevo con chi condividere. Ma grazie alle satellitari, tante cose stanno cambiando. Oggi molti seguono la messa pasquale o natalizia del Papa, una cosa impensabile prima.

Ma ho vissuto un altro esilio, quello di scoprirmi vescovo senza un vero presbiterio e senza un reale popolo. I quattordici religiosi, che avevano rinunciato ad essere “missionari”, influenzati dal 68 parigino ma anche dalle mutazioni canoniche del loro statuto, erano esausti. Non parlavamo lo stesso linguaggio.

Anche il fatto di essere vescovo latino nella conferenza episcopale interrituale mi diede lo stesso sentimento. La Santa Sede ci ha spinto a rifondare questa conferenza con statuti nuovi. Questo esercizio mi ha messo in evidenza l’importanza della vicinanza del Papa con il suo magistero, della Curia in ragione dell’aiuto per governare ed amministrare, della Comunione con la Chiesa universale, non dispiaccia ai non cattolici, perché sta continuamente “supplendo” nelle nostre chiese locali periferiche. Che sarebbero senza Roma?

2. Speranza, Verità e Amore

Certo, l’Iraq che ho incontrato nel 2001 giaceva sotto il peso dell’embargo. Una nazione al bando delle nazioni. Molti problemi socio-economici e culturali. Mi colpì soprattutto la melanconia dei giovani.

Nelle mie ricerche sul Medio Oriente, mi ero soffermato molti anni fa sul “complesso di Abramo” che pensava fare bene sacrificando suo figlio Isacco. Il complesso di Abramo è stato applicato alle società arabo-islamiche. Nella cultura dominante, la gioventù non esiste per sé. I giovani, specie i maschi, passano direttamente ad una certa età dal seno della mamma al ceto degli adulti, gravi, immobili, pieni di desideri. Non c’era uno spazio e un tempo per i giovani, eccetto nelle chiese.

I giovani ci erano dati in mano perché altrimenti sarebbero dovuti vivere chiusi in famiglia o arruolarsi nella specie di “Balilla” del regime. L’assenza di speranza nei giovani, se non nel sogno di andare altrove, mi ha molto colpito. Predicare la speranza, vivere la speranza, farla vivere ai giovani cristiani, ecco una testimonianza e un regalo alla società irachena maggioritariamente musulmana. Questa speranza si radicava anche nella riscoperta della persona, della sua libertà e dell’amore di cui era capace, essendo libera.

È qui che l’importanza assoluta della verità si fa presente. La paura del regime mandava in esilio la verità. Le violenze dei poteri di fatto attuali uccidono la verità. Ora l’assenza di verità intacca l’integralità della fede cristiana. Un cristiano che non sia vero o che non cerchi la verità, come può relazionarsi con il Signore che via, verità e vita? La verità, ecco un problema cristiano in una società musulmana che permette la simulazione e il doppio linguaggio, che ha interpretazioni molteplici dello stesso testo in funzione delle situazioni e degli opportunismi, come nelle fatwas.

Se non c’è verità, l’amore stesso non è più perfetto. Così mentre si esaltava dappertutto l’eccellenza della coesistenza islamo-cristiana in Iraq, lo si fa tuttora accusando gli stranieri di averla danneggiata, io ne sperimentavo i limiti. Non era vera fino in fondo. È stata spazzata via laddove i fondamentalisti hanno instaurato di nuovo la sharia.

Ora, come un vescovo può insegnare se non può cercare e annunciare la verità? Come si può dialogare senza verità?

La dimensione teologale del cristianesimo che si concretizza nella speranza, nella verità, cioè la fede, nell’amore, è la ricchezza elargita dal Signore alla chiesa in Iraq e all’Iraq attraverso la chiesa. È la testimonianza di cui ha bisogno, in modo particolare oggi. È la responsabilità di un vescovo anche in “terra d’esilio”.



3.Abbandono e Kenosi

La vita del cristiano in genere nelle società arabo-islamiche, è una vita di abbandono nelle mani del Signore. Non è una fuga dalla realtà. Non è una spiritualizzazione gratuita.

Lo dimostra l’analisi delle dichiarazioni di presuli e di fedeli: il Rais ci voleva bene. Vivevamo bene. Senza dubbio, il Rais non fece la guerra ai Cristiani che gli erano molto leali. Ma la precarietà dove vivevano anche di suo tempo si trova ad un altro livello. Così il capo, perché capo e solo detentore di tutti i poteri, può fare dei gesti eclatanti. Ma tutto ciò rimane personale. Partito lui o cambiando idea lui, non rimane nessun diritto. L’importanza della base giuridica dei diritti e dei doveri è essenziale. Il Rais non ha voluto fornire una base giuridica di diritti uguali accontentandosi dei doveri uguali.

La situazione giuridica di oggi e di ieri non è molto giusta. Consacra una vecchia discriminazione tra il musulmano e il non musulmano. Come negli statuti personali. Per esempio, il coniuge che si fa musulmano ha tutti i diritti sui figli e sui beni.

Non bisogna pure sminuire il pericolo dell’arbitrario anche nelle applicazioni delle leggi. Nel 1967/8, i gesuiti hanno avuto 24 ore per lasciare il paese. Accusati di spionaggio, complice anche qualche ecclesiastico geloso, non c’è stata nessuna verifica, nessun processo. Senza colpa, una famiglia della chiesa in Iraq è stata eliminata a scapito di tutta la società.

Sotto il regime come nella situazione di insicurezza di oggi, l’abbandono, ritroviamo la speranza, nelle mani del Signore, è l’esperienza normale in questo paese dove bisogna adottare sempre un low profile. Bisogna amare senza essere visto, fare senza mostrarsi. Perciò mi sembra che la spiritualità della presenza nelle società arabo-islamiche sia la kenosi. Una presenza d’amore, di speranza, di verità ma nell’abbandono e nella kenosi.






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