I musulmani in Italia


Islam europeo: bilanci e dinamiche



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Islam europeo: bilanci e dinamiche
Felice Dassetto
Université catholique de Louvain

Direttore del Centre for Interdisciplinary Research on Islam in Contemporary World/ Centre Interdisciplinaire d’Etudes de l’Islam dans le Monde Contemporain (CISCOW/ CISMOC)

Académie Royale de Belgique.


  1. Immigrazioni e islam: osservazioni preliminari

Da più di mezzo secolo, dagli anni Sessanta, i Paesi nordeuropei hanno fatto ricorso all’immigrazione originaria da Paesi musulmani per rispondere ai bisogni di mano d’opera dell’economia “surriscaldata” o di settori economici in fin di vita. Da quasi trent’anni, sotto varie forme e per varie ragioni, anche i Paesi sudeuropei hanno fatto ricorso, tra le altre, a queste popolazioni. Si tratta, nell’insieme, di 12-15 milioni di persone immigrate, il cui numero cresce sia per ragioni demografiche che per l’arrivo di nuove popolazioni. Nell’attuale contesto europeo del mercato del lavoro, questi nuovi arrivi sono dovuti a ricongiungimenti familiari, a matrimoni, a nuove immigrazioni più o meno legali, al rifugio politico, agli studi.


Alcune osservazioni preliminari
a) Il processo di inserimento nello spazio europeo di queste popolazioni è un fenomeno differenziato: dai « pionieri » - arrivati ormai alla terza generazione avanzata, cittadini europei a pieno titolo (legale, culturale) - a coloro che continuano ad arrivare e che cominciano a stabilirsi nel territorio europeo. Di conseguenza, i musulmani stessi dovranno porsi la questione dell’integrazione dei nuovi venuti.
b) Dagli anni Settanta in poi, ed in particolare nei Paesi nordeuropei (Francia, Belgio, Olanda, Regno Unito e Germania), l’immigrazione da Paesi musulmani è stata segnata dal contesto di crisi economica, di ristrutturazioni industriali, di nuovo assetto degli equilibri sociali e dei processi di mondializzazione in corso negli ultimi trent’anni. Insomma, spesso l’immigrazione originaria da Paesi musulmani è stata associata, nell’immaginario e nella realtà, a «problemi» sociali. Ciò si ripercuote con effetti nefasti, in una specie di spirale negativa, sulle generazioni successive, ed in particolar modo quelle maschili.
c) E’ evidente che per tutti, musulmani e non musulmani, questo incontro all’interno dello spazio europeo sia stato una novità considerevole. Tutti si era, ed in parte si è, impreparati. Di qui il sorgere di conflitti, dovuti spesso alla novità, ai modi maldestri, alla difficoltà di capire se stessi (ciò vale certamente per i musulmani), e se stessi in relazione agli altri ed al contesto di riferimento (ciò vale per tutti).
d) Benché la presenza di persone provenienti da Algeria, Marocco, Turchia, penisola indiana sia considerevole ed, in taluni Paesi, maggioritaria rispetto ad altri gruppi musulmani, altre origini possono essere notate: dall’Africa subsahariana e, da dieci anni in qua, dai Balcani, dall’Asia centrale, dall’Iran, dal Medio Oriente. Insomma, in Europa si fa l’esperienza - ciò vale anche tra le popolazioni musulmane - delle variazioni culturali, oltre che spirituali e dottrinarie, delle società musulmane.
e) In seguito alle immigrazioni, la presenza d’origine musulmana in Europa occidentale ha oggi una consistenza demografica simile a quella raggiunta nell’Europa balcanica in seguito all’espansione Ottomana dal sedicesimo secolo in poi.
Una parte consistente, certo, ma una parte soltanto di queste popolazioni - forse il 30-40% -, a partire dagli anni Settanta ha esplicitato, reso pubblica, visibile, l’espressione religiosa. Accanto a un processo di secolarizzazione, presso le giovani generazioni emerge anche un processo di reislamizzazione, cosicché, a partire dalla metà degli anni Settanta, emerge in modo eclatante la dimensione religiosa, spesso ignorata negli anni Sessanta. L’espressione religiosa musulmana prende forme diverse. Quella che esplicita la fede (il terzo circa di cui si è parlato) si esprime attraverso organizzazioni diverse, di origine analoga alle congregazioni religiose cattoliche, ma con una grande, duplice differenza: la distinzione tra speciale consacrazione (clero, monaci…) e laici è quasi inesistente o, ad ogni modo, minima e opinabile. Inoltre, non esistendo un’autorità centrale regolatrice, questi gruppi possono moltiplicarsi, scindersi secondo logiche sociali di potere e di competizione non disciplinate.
Da un lato troviamo i gruppi sufi provenienti dalla lunga tradizione musulmana. Sono centinaia, nati per differenziazioni tra due ceppi originari apparsi nel nono-decimo secolo. Vanno dai Naqshebendi (Balcani - area turcofona) ai Tidjani africani ed ai più contemporanei Muridi senegalesi, passando per altre, numerosissime forme. Riconducibili a giusto titolo al misticismo, occorre tuttavia segnalare che molti di questi gruppi sono nel contempo anche forze politiche e sociali molto attive ed efficaci.
Vi sono poi gruppi nati nel ventesimo secolo dall’angoscia dei musulmani a fronte del degrado della loro civiltà, quasi interamente dominata dalla colonizzazione europea e successivamente dal crollo, nel 1922, dell’Impero Ottomano, ultimo simbolo dell’unità musulmana. Mentre alcuni movimenti cercano una forma di riscatto in una modernizzazione laica simile all’Occidente, altri scelgono la via di un ritorno all’islam. Comincia cosi la grande trasformazione dell’islam moderno. Molti sono gli artefici di questa trasformazione presenti oggi nel territorio europeo. I mistici stessi, come i Tidjani o i Muridi africani, si sono attivati in questo senso. Vi sono poi gruppi nati in quegli stessi anni, spesso fondati da persone che avevano ricevuto un’iniziazione all’interno di gruppi mistici.
Si possono individuare gruppi che potremmo chiamare «missionari», perché intenti alla reislamizzazione delle popolazioni musulmane. Tra questi si può ricordare la Jaaat at Tabligh (letteralmente, Associazione per il messaggio), nata in India negli anni 1930, molto attiva nella predicazione, nel porta a porta (un po’ come i Testimoni di Geova). Insegna soprattutto un islam pratico, devozionale, fondato sull’imitazione (quasi letterale) dei fatti e dei gesti del Profeta nella vita quotidiana. Per questo motivo appaiono conservatori (e conservatori, in particolare, dello status quo familiare e dei rapporti tra sessi). Questo movimento pratico ha avuto un grande successo nei Paesi musulmani, soprattutto presso popolazioni povere e analfabete o, oggi in Europa, presso giovani «sbandati» che trovano in questo islam semplice e rigoroso un appiglio normativo forte.
Negli stessi anni sono sorti gruppi di «coscientizzazione socio-politica», come la Jamaat i islam in India o i Fratelli musulmani in Egitto. L’idea che ne è alla base è che per rigenerare le società musulmane occorre senz’altro una rigenerazione spirituale (il fondatore dei Fratelli musulmani, al Banna, è una bella figura religiosa), ma anche passare attraverso un’azione sociale e politica. E’ un islam socio-politico, nato dal coalizzarsi di alcune frange durante la Seconda Guerra mondiale e all’indomani della guerra, nello scontro con Israele da un lato, e, dall’altro lato, in reazione alle persecuzioni nasseriane negli anni Sessanta e a quelle siriane negli anni Ottanta. Oggi i fratelli musulmani oscillano tra la presenza di frange radicali e la ricerca di una «via media» (1).
Vi sono altri gruppi più espicitamente politicizzati, come i Milli Gorüs  turchi, i vari gruppi marocchini (come al Adl wal Islan, “giustizia e beneficienza”) e numerosi altri ben impiantati in Europa. Dagli anni Ottanta, sotto l’impulso saudita è nata una corrente “moralista ortodossa”, detta salafista (più esattamente neo-salafoista), in favore di un islam rigorista, proccupato soprattutto dell’osservanza rituale e di prescrizioni morali. Le università islamiche di Medina e Jeddah sono vettori importanti di questo islam rigorista e moralista, potendo contare su eminenti figure di leader intellettuali (come, ad esempio, il defunto al-Albani). Talvolta questi insegnamenti sfociano in orientamenti più radicali.
Infine vi sono i piccoli gruppi radicali di cui tanto si parla, collegati alle realtà algerina, marocchina, pakistana, indonesiana (è il caso del Gruppo salafista per la predicazione e il combattimento), o nati nella sfera d’influenza di al-Qaeda. Sono gruppi - chiamati gruppi giadisti o salafisti-giadisti a sottolinearne le matrici idéologiche - che possono anche sfociare in azioni armate.
Ma nel quadro descritto fin qui non bisogna ignorare l’emergere in Europa, a partire dagli anni 1990-95, di gruppi più specificamente europei, nati dalle attese tra i giovani - uomini e donne - di un islam rinnovato. Gruppi che certo non si allontanano totalmente dalle grandi questioni che attraversano l’islam, e che tuttavia sono intenti a rispondere soprattutto alle attese di giovani immigrati di seconda e terza generazione. Anzitutto vi è, tra questi gruppi, l’esigenza di comprendere come essere musulmani in Europa, in un contesto, cioè, che non è totalmente e massicciamente musulmano; ma è anche di rispondere alla ricerca di spiritualità, di senso, di norme di vita; infine, di conciliare islam e modernità, pluralismo, laicità dello Stato. Sono vie nuove, che molti giovani cercano autonomamente o, spesso, guidati da taluni intellettuali (di cui Tarik Ramadan è una delle figure importanti, ma ormai non più la sola).
Gli altri gruppi e movimenti fanno in qualche modo parte del passato, pur essendo ancora molto presenti ed attivi. Il futuro dell’islam europeo dipenderà dalla capacità di queste giovani generazioni a formulare un pensiero, a dare il tono, ad organizzarsi, a riuscire ad avere un ruolo nelle moschee. E’ la sfida maggiore dei prossimi quindici-vent’anni. Una sfida che queste giovani generazioni europee saranno sole a rilevare, perché poco aiuto utile verrà dalle leadership più anziane - a parte alcune figure vicine ai fratelli musulmani o alcuni gruppi mistici - e ben poco aiuto intellettuale, morale, spirituale potrà venire dai Paesi musulmani (università islamiche, predicatori ecc.), il cui pensiero è fortemente inadeguato a dare una risposta alle attese delle giovani generazioni.
L’emergenza di questa coscienza islamica è dovuta alla convergenza di vari fattori. Alcuni interni alle realtà migratorie (l’islam “rifugio”), o ai rapporti di genere (l’islam “paterno”, strumento dei padri e degli uomini per riaffermare la propria autorità; ma anche islam “femminile”, che si appoggia alla religione alla ricerca di un’emancipazione contro la cultura tradizionale), o interni alle dinamiche sociali (islam “identitario” contro l’emarginazione) , ma soprattutto dovuti al grande processo di riscoperta dell’identità religiosa nell’intero mondo musulmano e all’accresciuta legittimità di istanze ed istituzioni islamiche di vario tipo.

Insomma, mutuando una metafora dalle leggi di mercato, si puo’ dire che, dagli anni Settanta in poi, la domanda di beni religiosi e l’offerta di questi beni da istanze diverse convergono e fanno crescere la vitalità intorno alla realtà religiosa musulmana.

La sua attrattività cresce anche per le popolazioni europee che, per varie ragioni poste in evidenza da analisi sociologiche, si convertono all’islam (2).
Detto questo, constatato che parte dell’islam europeo vive oggi un entusiasmo religioso considerevole (una parte, e non tutta la popolazione di origine musulmana abitante in Europa), non si può trascurare un possibile processo di disaffezione presso le generazioni successive, anche se si può osservare presso i giovani un forte interesse per l’islam e una crescente adesione.






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