I musulmani in Italia


L’articolazione organizzativa



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L’articolazione organizzativa

L’articolazione interna, in termini associativi, è frammentata e divisa, talvolta attraversata da contrapposizione anche personalistiche profonde12.

L’organizzazione principale è l’UCOII (Unione delle Comunità e delle Organizzazioni islamiche in Italia), costituita ufficialmente nel 1990, promossa dall’USMI (Unione degli Studenti Musulmani in Italia, una delle più ‘antiche’ presenze islamiche nel nostro paese, risalente già al 1971), da alcuni centri islamici tra cui quello di Milano, e da alcune personalità a titolo individuale. L’USMI, oggi di peso modesto, è a sua volta la sezione italiana dell’IIFSO, la federazione internazionale delle organizzazioni studentesche legata ai Fratelli Musulmani13. La leadership dell’UCOII è rappresentata al vertice soprattutto da un’élite siro-giordano-palestinese, ben integrata (si tratta di medici, commercianti, professionisti), politicizzata, legata al suo interno da una conoscenza trentennale, ma soffre di evidenti difficoltà se non di incapacità (o di non volontà) di ricambio (un problema che ritroviamo, per la verità, in tutte le organizzazioni islamiche, incluse quelle composte da soli convertiti – e non solo tra le organizzazioni islamiche, del resto…).

I rappresentanti sono fondamentalmente gli stessi dalle origini, ciò che rappresenta un problema evidente; inoltre, per motivi comprensibili, ma nondimeno con conseguenze non positive in termini di proiezione sul futuro, i paesi d’origine, e la Palestina in particolare, più che l’Italia, sono talvolta il loro orizzonte di riferimento, pur trattandosi, paradossalmente, di persone ben integrate nel nostro paese. C’è dunque una evidente ‘invadenza’ sul resto dell’islam, e una netta sottorappresentazione, al suo interno, delle anime principali – in termini numerici – dell’islam italiano, a cominciare dai marocchini e altri maghrebini, ma anche africani e asiatici: una reciproca diffidenza (che in termini ideologico-politici, non religiosi, potremmo chiamare settaria) separa questa leadership da altre anime dell’islam. Resta il fatto che si tratta di una leadership che ha giocato un ruolo storico nella costruzione dell’islam italiano, e come tale è riconosciuta in parti significative dell’associazionismo islamico.

L’UCOII dichiara di rappresentare la maggioranza delle moschee in Italia, ciò che non risponde alla realtà, soprattutto se intendiamo la rappresentanza in senso proprio, come legame organico, rappresentatività, delega. È tuttavia il principale organismo islamico del paese, e molte moschee fanno capo ai suoi rappresentanti, spesso attraverso legami personali più che istituzionali in senso proprio. E’ inoltre l’organizzazione che con più continuità ha svolto lavoro organizzativo sul piano nazionale. Importanti sono stati, anche se vedono adesso un significativo calo di partecipazione, il congresso annuale nel periodo natalizio e il campeggio estivo organizzato ininterrottamente da trentacinque anni (dal 1992 dalla sola UCOII): si tratta di momenti di incontro della fascia attiva, potremmo dire militante, di certo islam italiano, e dai temi e dai relatori invitati, come dalle attività organizzate, si possono comprendere i legami internazionali di questo islam, i suoi slittamenti e le sue evoluzioni.

L’UCOII è anche il soggetto che per primo ha posto sul tavolo la questione dell’intesa con lo stato italiano, e anzi è nata principalmente proprio a questo scopo, anche se ha successivamente dovuto mettere questo obiettivo in secondo piano. All’inizio non ha nascosto la sua ambizione di rappresentare l’islam nel suo complesso, ciò che si è rivelato un obiettivo irraggiungibile e impossibile: molte anime dell’islam non si riconoscono né nella sua leadership né nei suoi obiettivi politici né nella sua ideologia di riferimento, e provengono inoltre da aree geografiche differenti. Suo attuale presidente è il medico Nour Dachan, che ne è stato anche il primo presidente, a conferma della mancata capacità di ricambio cui si accennava. La sua influenza appare tuttavia in calo, anche a seguito di una efficace campagna di isolamento condotta a livello mediatico, politico e intellettuale, oltre che da parte di altre componenti islamiche, in particolare quelle autodefinitesi ‘moderate’, della Consulta (su cui si veda in seguito).

Secondo attore organizzativo di rilievo è il Centro Islamico Culturale d’Italia, ovvero la moschea di Roma. Che, per il solo fatto di rappresentare il principale luogo islamico del paese, è di fatto un elemento fondamentale di aggregazione, anche simbolica, oltre che di visibilità dell’islam. Ma in realtà è anche più di questo, e il suo ruolo più incisivo. A somiglianza di quanto avvenuto in altre capitali europee, la costruzione della moschea è stata promossa, con ampio dispiegamento di mezzi, dalla Lega del mondo islamico (la Rabita al-alam al-islami saudita). Non casualmente la gestazione del progetto inizia nel 1974, dopo lo shock petrolifero; la sua costruzione è tuttavia iniziata nel 1984, ed è stata ufficialmente inaugurata nel 1995. Avendo sede nella capitale della cattolicità, la sua costruzione ha goduto ovviamente di un silenzioso avallo vaticano, oltre che di un esplicito appoggio governativo (e, incidentalmente, di una grande visibilità mediatica nel mondo islamico, testimoniata dalla copertura giornalistica della sua inaugurazione: la sua valenza simbolica, in questo senso, è evidente).

È la prima e per ora unica organizzazione islamica ad aver ottenuto il riconoscimento di ente morale, e il suo consiglio d’amministrazione è composto dagli ambasciatori dei paesi musulmani, ciò che, da molti punti di vista, non favorisce un legame organico con gli immigrati, che non gradiscono affatto il controllo talvolta invasivo e non sempre benevolo di talune ambasciate. Rappresenta tuttavia un islam ‘istituzionale’, che come tale parla lo stesso linguaggio delle istituzioni italiane. Al suo interno opera anche una Sezione Italiana, organizzata da convertiti, animata dall’ex-ambasciatore Mario Scialoja, che si occupa del rapporto con la realtà italiana, dalla presenza culturale all’attività di lobbying politica. Vi sono tuttavia divisioni e diversità di interessi in gioco, tra chi ha il potere – anche economico – ovvero i sauditi, e gli italiani che lavorano nel Centro. È anche un polo organizzativo per alcune altre moschee, ad essa collegate, anche se non si può parlare, almeno per ora, di un vero e proprio polo aggregativi alternativo all’UCOII.

Altro organismo di buona visibilità, anche se di ridotte dimensioni, è la COREIS (Comunità Religiosa Islamica, che nel nome gioca con l’assonanza con la tribù dei Quraishiti, cui apparteneva il profeta Muhammad), espressione di un gruppo di convertiti guidati da Abdal Wahid Pallavicini, il cui figlio è imam nella sede milanese dell’organizzazione. La COREIS, molto attiva sul piano culturale (convegni, corsi, seminari), ha proposto anch’essa un testo di intesa con lo stato, e ha in corso una richiesta di riconoscimento come ente morale (finora, come si è visto, concesso alla sola moschea di Roma). Si rappresenta come l’islam italiano – è composta da soli convertiti, dunque tutti cittadini – e moderato, in contrapposizione all’UCOII, con cui lo scontro è frontale. Non ha rapporti sostanziali con il mondo dell’immigrazione, maggioritario in Italia: il che rende ovviamente problematica la sua pretesa di essere interlocutore esclusivo dello stato italiano. Gioca tuttavia un ruolo di interfaccia con la società italiana, più culturale che politico, a cui presenta e per la quale rappresenta un volto dell’islam più ‘comprensibile’ e meno estraneo. Non ha però un seguito nel mondo delle moschee, con il quale mancano legami organizzativi e, in definitiva, anche di interesse.

Di assai minor rilievo, in termini di consistenza numerica, ma nota per la visibilità del suo leader, è l’UMI (Unione Musulmani d’Italia), che vorrebbe configurarsi come vero e proprio partito islamico, guidato dal discusso Adel Smith, del quale sono note le polemiche sul crocefisso, che ne hanno fatto un ospite gradito di diverse trasmissioni, a cominciare da Porta a porta, che l’hanno proiettato sulla scena nazionale. Di fatto rappresenta per molti mass media l’ospite ideale per poter parlar male dell’islam o creare timore tra i telespettatori. Dispone di poco seguito nel mondo dell’immigrazione, ed è visto spesso con fastidio dalle altre organizzazione islamiche, e da molti musulmani, che paventano precisamente le conseguenze della sua intensa attività polemica e apologetica, che trova anche una declinazione giudiziaria nella promozione di querele e diffide14.

Di fatto scomparsa dalla scena è invece l’AMI, Associazione Musulmani Italiani, guidata in passato da un convertito romano molto attivo, Abdul Hadi Palazzi, anch’essa promotrice di un testo di intesa, e anch’essa autopromossasi a interlocutore dello stato, nonché molto critica nei confronti degli altri attori sociali dell’islam italiano. Oggi tuttavia, come si è detto, gioca un ruolo assai più defilato, non più di respiro nazionale.

Naturalmente vi sono altri organismi e associazioni che, soprattutto sul piano locale, giocano o possono giocare un ruolo di rappresentanza e di organizzazione. Dai gruppi sufi principalmente composti da convertiti (tra le più note e mediatizzate la confraternita guidata da Gabriel Mandel15) e dalle confraternite a carattere etnico (si pensi ai muridi senegalesi16), a organismi religiosi su base etno-nazionale (le moschee somale, turche, pakistane, bengalesi, ecc.), fino ad operatori culturali e a singoli intellettuali o battitori liberi, anche di grande visibilità.

Sono presenti ovviamente anche sezioni e articolazioni italiane di movimenti islamisti dei rispettivi paesi d’origine (da Hamas, alla Jama'at-i-Islami, al Milli Görüs turco), o a movimenti religiosi transnazionali (si pensi ai gruppi, oggi più attivi che in passato, legati alle varie tendenze della salafiyya, ma anche alla Jama’a-at-Tabligh, movimento pietista e fondamentalmente apolitico, pure molto attivo nello zelo missionario in ambienti islamici).

Infine, come hanno mostrato anche numerose inchieste, sono presenti gruppi di simpatizzanti e militanti di organizzazioni transnazionali, anche con legami dimostrati con la galassia terroristica: ovviamente, in questo caso, non organizzati in maniera aperta, ma presenti o protetti anche da alcuni leader di moschea, oggi per lo più sotto inchiesta, anche se molti sono già stati processati e, molto spesso, alla fine assolti – il che sembra essere rivelatore di alcune modalità di costruzione delle inchieste medesime, peraltro mediaticamente molto attese e ‘spinte’. Va evidenziato, tuttavia, che le risultanze delle inchieste giudiziarie sono spesso divergenti, tra il primo grado e i successivi: segno di un’enfatizzazione del fenomeno talvolta immaginifica, nonostante la serietà e la drammaticità dell’argomento. Si tratta del resto di un settore in cui, essendo il pericolo effettivamente esistente e l’allarme doverosamente elevato, l’esagerazione può pagare, garantendo facili rendite in termini di visibilità e, anche, rapide carriere: che si tratti del mondo politico, giornalistico e intellettuale, di quello dei servizi di intelligence e repressione, e magari anche di quello giudiziario17.

Un’evoluzione interessante del mondo associativo islamico è costituita dall’affacciarsi sulla scena organizzativa delle seconde generazioni, attraverso i GMI (Giovani Musulmani in Italia18): all’inizio spesso figli, in senso proprio, di dirigenti dell’UCOII, ma oggi sempre più spesso provenienti da altri settori dell’immigrazione (più presenti sono ad esempio i maghrebini, molto più sottorappresentati, come abbiamo visto, nell’associazionismo dei padri). I giovani musulmani si propongono con una significativa autonomia di proposta politica e culturale, una buona capacità organizzativa e un’ottima visibilità, favorita sia dalle aspettative mediatiche e sociali relativamente a un islam ‘buono’ e integrato, che dal buon livello culturale e di conoscenza della lingua oltre che della società italiana, nettamente superiore a quello dei padri, essendo essi nati qui ed essendo il paese di inserimento – e per loro anche di nascita – il loro orizzonte di riferimento. Altro interlocutore nuovo, in termini organizzativi, è rappresentato dalle donne dell’ADMI (Associazione Donne Musulmane in Italia) e di altre associazioni femminili.

Tutte insieme queste organizzazioni rappresentano tuttavia solo una parte minoritaria dell’islam presente in Italia: che, se credente, si accontenta spesso di ritrovarsi nelle moschee, senza interessi di rappresentanza più ‘larga’. E va tenuto conto che vi è una vasta maggioranza silenziosa di musulmani (o meglio, di provenienti da paesi musulmani) che, per impossibilità logistica (le moschee sono ancora poche e spesso distanti, e il venerdì è comunque giorno lavorativo), ma ancora di più per scelta, non frequentano il mondo delle moschee e dell’associazionismo, e non si sentono da esso rappresentati. Essi costituiscono una realtà importante ma evidentemente non omogenea, e che di fatto sta fuori dai giochi dell’islam organizzato. Si tratta di un fatto sociale fondamentale, perché i processi dell’integrazione passano evidentemente, in maniera significativa, attraverso di essi: che tuttavia non può, per ovvi motivi, costituire la base di una qualche forma di rappresentanza o di interlocuzione con lo stato, che ne farebbe dei pseudo-rappresentanti di un’area per definizione non rappresentabile, e spesso non disponibili o ininteressati alla rappresentanza su base religiosa.

Tale prassi d’altronde sarebbe considerata risibile e insostenibile a proposito di altre confessioni religiose (diverso sarebbe naturalmente il caso di eventuali consulte e consulenti ad personam, a cui non vengano attribuiti, né si attribuiscano, compiti anche indiretti di rappresentanza e di rappresentatività, ma solo di riflessione). Il ruolo di intellettuali, rappresentanti delle professioni ed altri liberi battitori è ovviamente fondamentale. Ma un’interlocuzione reale con il mondo islamico non può che passare innanzitutto attraverso i suoi canali organizzativi e i suoi rappresentanti più significativi, per quanto minoritari: a somiglianza di quanto avviene rispetto ad altre componenti religiose, del resto. Il rischio, a contrario, è quello dell’ininfluenza: ovvero, creare un’islam a immagine e somiglianza delle istituzioni che lo ‘producono’, ma poco rappresentativo e quindi per nulla incisivo rispetto alle comunità islamiche medesime. E oltre tutto aprirebbe questioni di principio, relativamente all’ingerenza dello stato negli affari interni delle comunità religiose, di notevole portata e gravità.




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