I musulmani in Italia



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Gli italiani e l’islam

Quale il rapporto con la società in cui i musulmani si stanno faticosamente inserendo?

La strutturazione interna è influenzata anche dai rapporti con la realtà esterna, che toccano le modalità di legittimazione dell’islam, e il suo processo di istituzionalizzazione. In questo processo, un ruolo importante gioca la percezione mediatica dell’islam, per ovvi motivi spesso schiacciata su eventi geopolitici di grande impatto (dai conflitti locali in cui l’islam è attore primario – Palestina, Afghanistan, Cecenia, Pakistan, Iraq – all’emergere del terrorismo islamico transnazionale, con le imprese di al-Qaeda e l’allarme terrorismo interno all’occidente: dall’attacco alle torri gemelle agli attentati di Madrid e Londra), ma anche su eventi conflittuali che inevitabilmente influenzano, per evidenti e comprensibili ragioni, il dibattito pubblico: dall’assassinio di Theo van Gogh alla vicenda delle vignette danesi.

La politica ha mostrato attenzione al problema islam nella sua complessità, nei suoi vertici istituzionali: si pensi al ruolo cauto e moderato giocato a suo tempo dal ministro dell’Interno del precedente governo Berlusconi, Pisanu, che, anche contro il volere della (su questo tema) ben più radicale coalizione cui apparteneva, ha evitato di soffiare sul fuoco della polemica, anche quando ha preso decisioni dure e discutibili, in termini di repressione, come le espulsioni di alcuni imam, e ha nel contempo moltiplicato le occasioni di incontro con responsabili musulmani, fino alla creazione della Consulta per l’Islam italiano, organismo confermato nei suoi rappresentanti e nelle sue funzioni dal suo successore di opposta coalizione, il ministro Amato.

Della consulta islamica, iniziativa annunciata per un paio d’anni come imminente prima di essere realizzata, va detto che è giunta a compimento nonostante le opposte polemiche: di chi, come la Lega, non la voleva proprio, e di chi, come esponenti musulmani di associazioni minori, la voleva priva del soggetto principale della rappresentanza islamica, l’Unione delle comunità e delle organizazioni islamiche in Italia. I nominativi scelti (scelti, non eletti, come accaduto, talvolta con qualche problema, in altre realtà europee) hanno mostrato elementi di problematicità per più versi: in quanto individui isolati o talvolta, più che esponenti della società civile islamica, attori sociali ‘privati’, legati ad associazioni di discutibile rappresentatività o addirittura, indirettamente, a società private di money transfer. Varie poi le assenze di componenti significative del variegato mondo islamico: dagli sciiti alle correnti sufi.

Va dato atto tuttavia all’allora ministro Pisanu di avere superato lo scoglio della demonizzazione di parti significative della realtà islamica in Italia. Risulta tuttavia problematico constatare come la Consulta sia stata convocata la prima volta quando interessava non ai musulmani, ma al governo: per farle prendere posizione sulla vicenda delle vignette danesi. Che nella seconda riunione sia stata teatro di un mediaticamente riuscito tentativo di autolegittimazione mirante a dividere gli autoproclamati ‘moderati’ e ‘buoni’ dagli altri (l’Ucoii), con la proposta di documenti che servivano più a regolamenti di conti interni che a cercare di risolvere i numerosi problemi della realtà islamica in Italia. E che in seguito – dopo un micidiale autogol comunicativo innescato dall’UCOII, attraverso la pubblicazione di annunci a pagamento sulla stampa relativi alla questione palestinese, con incauti riferimenti storici equiparanti le stragi naziste a quelle israeliane – si sia arenata nella discussione di una “Carta dei valori”, di per sé condivisibile in termini di contenuti, ma resa in realtà pletorica, secondo molti, dall’esistenza di una ben più impegnativa Carta in cui tutti i soggetti dovrebbero essere chiamati a riconoscersi, quella costituzionale.

Una scelta, questa, che conferma una certa tendenza all’eccezionalismo islamico, ovvero a considerare i musulmani sempre diversi dagli altri, sempre caso eccezionale (si provi a immaginare se fosse stato chiesto di firmarla, in prima istanza, ai membri di qualsiasi altra confessione religiosa): il che può avere senso in alcuni contesti, in termini di realpolitik, ma è molto più problematico quando si tratta di principi e riferimenti che dovrebbero essere comuni, o addirittura universali.

Tutto ciò, se non ci sarà una svolta, rischia di sancire l’inutilità della Consulta, esaurendola in continue petizioni di principio previe alla discussione di qualsiasi problema reale e concreto che riguardi le relazioni tra musulmani residenti in Italia e il loro paese d’elezione. La Consulta appare oggi un organismo superato dagli eventi anche per altri motivi, proprio perché legata alla volontà politica che ieri l’ha voluta, e che oggi sembra venire a mancare: prima attraverso il tentativo del ministro Amato, appena prima che si interrompesse la legislatura incui era in carica, di promuovere dall’alto la creazione di una Federazione islamica ‘moderata’ limitata ad alcuni interlocutori ‘di fiducia’ (ad esclusione dell’UCOII), e successivamente con l’apparente disinteresse del ministro di opposta coalizione Maroni che, al momento in cui scriviamo (ottobre 2008) non pare interessato ad avviare una propria ‘politica islamica’, lasciando cadere la Consulta nel dimenticatoio degli enti inutili.

La via dell’intesa alla pari di altre importanti minoranze religiose del nostro paese, che sancirebbe il riconoscimento simbolico e l’avvenuta istituzionalizzazione dell’islam italiano, appare invece ancora lontana. Per ragioni inerenti al rifiuto del quadro politico e più in generale della pubblica opinione, ma anche per dinamiche proprie, interne al mondo islamico, ancora diviso, non preparato e non pronto a giocare questa partita.

Per il resto abbiamo assistito a dinamiche ambivalenti. Da un lato si sono decise espulsioni non sempre ben mirate di esponenti musulmani, a seguito delle posizioni da loro espresse: con l’introduzione nell’ordinamento italiano di una prassi discutibile e anche pericolosa, decisa nella sorprendente assenza di una qualsiasi reale discussione democratica (a differenza per esempio del dibattito sull’introduzione di leggi speciali all’epoca dell’emergenza legata al terrorismo interno), e valida di fatto per i soli musulmani, fino ad ora. Dall’altro abbiamo visto il formarsi per iniziativa dall’alto di tavoli prefettizi incaricati, abbastanza incongruamente, del dialogo interreligioso: che, in diversi casi, hanno lavorato bene, cogliendo l’occasione per coinvolgere i rappresentanti religiosi nelle dinamiche locali, favorendo utili momenti di contatto e di scambio, e in definitiva di integrazione e di co-inclusione.

Molta meno moderazione e cautela si è vista nel mondo politico non istituzionale, la cui agenda è stata di fatto dominata, e lo è ancora oggi, dalla polemica antiislamica leghista, configurabile come una vera e propria campagna (che sul piano locale ha prodotto anche la chiusura di diversi centri islamici, soprattutto nel Nord-Est), anche se essa non è ovviamente rappresentativa delle posizioni dell’intero quadro politico, e nemmeno dell’intero centro-destra, in cui sono presenti posizioni assai più articolate e diversificate, ma quasi sempre meno visibili. Va anche detto che il linguaggio della polemica politica italiana sull’islam ha pochi paralleli, per durezza, in Europa, almeno per quanto riguarda partiti di governo: un dato sul quale andrebbe spesa qualche seria considerazione anche comparativa19.

Non contraddice questa dinamica la relativa corsa al musulmano che ha colto i partiti dell’uno e dell’altro fronte spingendoli a garantirsi la presenza di qualche esponente islamico ‘laico’, con scelte anche effimere e prive di continuità: si pensi alla elezione dell’intellettuale Khaled Fouad Allam nella Margherita, poi non ripresentato, nella precedente legislatura (ggi migrato verso altri lidi politici), e a quella di Souad Sbai, attivista femminile di origine marocchina, per il Popolo delle Libertà, in quella attuale, mentre altre fugaci presenze in liste elettorali sono state meramente decorative. Di concreto, tuttavia, si è fatto davvero poco, e anche queste presenze si sono, per ora, sentite poco. Insomma, non vi è stata una politica degna di questo nome, di decente respiro, sufficiente a uscire dalle polemiche e dalle rendite di posizione del quotidiano, e da un dibattito più urlato e agitato che davvero discusso nelle sue implicazioni.

Di più si è fatto in molte realtà locali, dove la posta dell’integrazione si declina nel concreto: nella scuola e doposcuola, nel sociale (welfare, salute, consultori), nell’allocazione di aree per attività religiose o per i cimiteri islamici, nella gestione di problemi legati alla macellazione rituale o alla celebrazione delle festività religiose. Ma anche qui, dove molte amministrazioni hanno fatto – silenziosamente – molto, hanno brillato per visibilità mediatica gli esempi peggiori, specie nel Nord Italia, dove giunte soprattutto leghiste hanno variamente deciso di chiudere moschee per motivi talvolta formalmente corretti (per esempio quelli di sicurezza o di rispetto delle norme antincendio) ma platealmente applicati in maniera selettiva ai soli musulmani); di boicottare e impedire la realizzazione di luoghi di culto; di multare donne velate; di negare spazi cimiteriali; di impedire l’uso di locali pubblici per le festività islamiche; di cavalcare furibonde polemiche anti-islamiche, spesso legate a temi che nulla hanno a che fare in maniera seria con la presenza islamica in Italia – tutte cose che molto hanno fatto per rendere difficile l’integrazione, e concretamente più penosa la vita di decine di migliaia di lavoratori, delle loro mogli, dei loro bimbi, che poi nel concreto, per strada a scuola o sul lavoro, hanno subìto le conseguenze di un veleno xenofobo ampiamente diffuso nella realtà italiana.

Sul lato autoctono della questione, dunque, si è mosso, in funzione integrativa, quasi solo il sociale, attivo nell’accoglienza agli immigrati e anche, specificamente, ai musulmani, incluso rispetto ai loro bisogni religiosi. Molto è stato fatto anche, silenziosamente, dall’economia: di per sé, quando legale, un elemento di integrazione e una potente forza di cittadinizzazione. Quest’ultima opera infatti da un pezzo nel senso dell’integrazione: anche delle specificità religiose. Sono state le imprese, quando ancora molte amministrazioni, nelle stesse regioni, nicchiavano, ad accettare e dare per acquisiti il riconoscimento di specificità alimentari, ma anche la predisposizione di luoghi e il riconoscimento di tempi legati allo specifico religioso (sale di preghiera, soste più lunghe alla pausa pranzo del venerdì, vacanze durante il mese di ramadan anziché in agosto, congedi per lo hajj, il pellegrinaggio alla Mecca). In cambio di qualcosa, naturalmente: il rispetto, e anzi in molti casi, a poco prezzo, l’adesione e persino la lealtà agli obiettivi dell’azienda (magari accompagnata da scarsa sindacalizzazione, o comunque da scarsa propensione al conflitto: come testimonia la storia di tante minoranze credenti, dai testimoni di Geova ai pentecostali agli hindu e ai sikh – buona gente e buoni acquisti, spesso, per i datori di lavoro). Forse dovremmo imparare qualcosa, da lì, che riguarda anche la società nel suo complesso20.

Il sociale, si diceva, ha già alle spalle una grande attività, che continua. In particolare il mondo cattolico, con le sue concrete opere di assistenza e sostegno – non solo l’eventuale sostegno verbale ma povero di fatti di certo mondo laico progressista, militante all’occasione ma spesso meno propenso alla fatica quotidiana –, sorrette anche da una visione politica di più ampio raggio e di maggiore respiro, che inquadra la presenza dell’islam in Europa in processi più ampi e più lunghi, sia di tipo economico e demografico, che di cambiamento sociale e culturale. Per questa attività, di cui molti immigrati musulmani hanno potuto personalmente beneficiare, la chiesa cattolica si è guadagnata, nei suoi vari organismi, un ruolo e un rispetto significativi; in parte oggi controbilanciati dall’odierna visibilizzazione mediatica dei suoi esponenti più proni alla logica dello scontro, pure essi esistenti. Come in politica, infatti, la visibilità è data agli esponenti e alle dichiarazioni conflittuali.

Ma nella realtà di molte diocesi locali e del grosso dell’associazionismo (Caritas, Acli, Focolari, Sant’Egidio, ecc.) mostra un volto assai più attento e sfumato nei suoi giudizi e, quel che più conta, nella sua attività e nella sua pastorale, tanto da spendersi invece, in maniera impegnativa e impegnata (talvolta sfidando l’impopolarità rispetto alla propria opinione pubblica interna, ma anche alla politica), nell’accoglienza e in un dialogo cauto e accorto ma esplicito e dichiarato, in base a una matura opzione di principio. Se da un lato l’Italia, paese religiosamente monopolistico, si trova più in difficoltà di altri nel dover imparare la diversità e la pluralità religiosa nel confronto con un ‘diverso più diverso’, quale è l’islam, che in più è anche storico nemico, dall’altro, grazie proprio alla presenza di una diffusa cultura cattolica, dispone di una ‘grammatica religiosa’ in grado di comprendere le esigenze religiose poste dai musulmani, dal problema dei luoghi di culto a quello delle prescrizioni alimentari, dalle norme legate al pudore al bisogno di educazione religiosa, fino alle scelte in materia di bioetica.






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