I nuovi folgietti della scienza



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17.11.2017
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I nuovi Foglietti della scienza



Della morte e del linguaggio

Il linguaggio umano è l'espressione con cui la morte accede al simbolico e, così operando, enuncia l'inesistenza di coloro che hanno parlato. linguaggio umano è la formula con cui si dice che il vivente è finalmente - e fatalmente - morto.

Colui che parla è il morto che annuncia il suo non-essere.

Il linguaggio umano è rappresentativo di uno degli stadi della morte che, abitando l'umano, s'è fatta dell'umana natura e, così operando, è uscita dall'anfratto in cui era rinchiusa e se n'è andata per il mondo, a cercare un'altra vita in cui abitare. La morte è continuamente alla ricerca di qualcuno che la raccolga, la ospiti e possibilmente la trasformi.



Tre domande ametafisiche

1. C'è necessità d'un reale come rappresentazione, oppure esso è unicamente il retaggio - la traccia residuale - d'un pensiero incompiuto?

2. E' necessaria alla civiltà dell'uomo una realtà come rappresentazione, oppure è più interessante accedere al tópos in cui la realtà come rappresentazione è già cessata?

3. La realtà come necessità di rappresentazione è forse un fossile mai estinto, ostacolo a un sentimento che accolga l'alterità?



Dell'accoppiamento morte-vita e linguaggio

In quanto esseri - nell'esser morto - parliamo: il linguaggio è espressione d'una morte avvenuta passo a passo nell'evoluzione del vivente. S'ode tuttavia fortemente nel linguaggio umano la traccia residua d'un'estinzione che non ancora ha avuto luogo entro il vivente: così il vivente e il già morto convivono, e a causa di tale convivenza non sufficientemente adempiuta - priva della necessaria presa di coscienza - nel loro imperfetto accoppiamento espongono nell'immagine d'un mondo esistente e rappresentativo, la speranza d'una vita e d'un'idea cariche d'angoscia e d'irresoluzione.



Cenni di storia presente

Che l'attuale crisi che si manifesta con la violenza in Israele, preceduta dalla caduta delle torri gemelle, sia l'espressione più immediata d'una morte - autistica e negativa - che vuole trovare altra collocazione? Espulsa dalla civiltà Occidentale e trasfigurata - e fatta vuota d'ingombro in-Assenza - è possibile che forse cerchi disperatamente una nuova espressività - intermedia - a cui l'abitudine umana - la sua tendenza a figurare e simboleggiare - non è ancora disposta?




La via acustica come accesso al morire astratto

La via più interessante d'accesso ai nuclei d'estinzione della mente - alla morte astratta o simbolica - è quella acustica. L'udito aperto e consapevole conduce a quei suoni che hanno dismesso da loro il lamento (sonoro) d'essere costretti a una vita sensoriale e percettiva, priva d'una sufficiente inclinazione alla cessazione e transizione ad-altro.



Il tempo lungo della cessazione

Difficilmente il pensiero - espressione d'un corpo-cervello - accetterà di cessare. Occorreranno ancora moltissimi anni, se non secoli ed ere. La materia è lenta nella sua evoluzione e lascia continuamente tracce fossili nel suo ritirarsi.

Ciò forse sarà accellerato da un'improvvisa deviazione della linea del cammino principale della civiltà.

Pensare e l'esser morti

Pensare equivale all'essere già morti. Pensare e dire di questo pensiero tramite il linguaggio astratto raccontano della morte avvenuta nell'iter evoluzionistico: il linguaggio e il pensiero in modo coercitivo e ripetitivo rappresentano un mondo che già s'è estinto nella sua rappresentazione, ma che permane a difesa d'un'organizzazione mentale che tuttora non s'arrende all'evidenza d'una cessazione definitiva.



I generi della morte

Esistono almeno due generi di morte: uno è quello conosciuto solitamente come cessazione della vita in un sistema in cui esistono le due polarità - vita e morte - in opposizione. L'altro - di cui avevamo detto la morte astratta - è abbassamento della soglia al di là della quale la vita (-morte) si manifesta.

Perdere la vita, perdere la morte ... il cessare del rumore della vita, il terminare del chiasso della morte ... un altrove aperto al pensare, dismesso quel corpo là disteso per terra e già morto, con tutte le sue credenze ed evidenze.

Morte del pensiero umano

La morte del pensiero (umano) è equivalente alla morte di Dio. Il morire del pensiero e il morire di Dio aprono ad-altro: altro equivale al mancare del pensare il mondo e del pensare al proprio pensiero che pensa il mondo e pensa se medesimo - l'autoconsapevolezza. Il cessare dell'autoconsapevolezza apre ad-altro. Altro manca di qualsiasi cosa - che il pensiero pensi. Ciò apre alla possibilità che nulla sia la cosa. La cosa cessa d'esistere quale cosa pensata: ad essa nulla si sostituisce. A-differenza della grave patologia schizofrenica: all'interno di questa l'oggetto, spinto dalla concretezza ed evidenza massimali si sostituisce alla sparizione coatta d'una realtà che esiste unicamente grazie all'inclinazione simbolica che il cervello-pensiero continuamente proietta - a sua conservazione, a mo' di ripetizione - su un mondo mai dissimile.



Il principio di ragione - o di altra-ragione

La realtà può non non-essere, come scrive Agamben circa il principio di ragione, per cui qualcosa è piuttosto che non essere.

Ma la realtà può non-essere, nel senso che può ricevere lo statuto della mancanza di essere, essendosi svincolata da quello e da ogni controllo che ne rispecchi l'esistenza. La realtà può ricevere la facoltà di oscillare tra essere e non essere, e in questa oscillazione scegliere di realizzarsi, accogliendo uno stadio equivalente al poter non non-essere. La realtà - mancante di sé - diviene realtà non-essere, capace di linguaggio che ottempera alle richieste d'una morte vacante.

Il pensiero di mezzo e la morte

Il pensiero-pensare s'è fatto indiretto: esso in mezzo porta la perdita di sé - e di me quale testimone privilegiato. Da me sta discosto, in tal guisa il pensiero-pensare in-assenza designa - e disegna - la sua perdita - la sua medesima sostanza di morte: con ciò mi lascia continuamente spoglio d'una vita ormai trascorsa - in ogni attimo già vissuta e più e più volte già morta d'una morte con chiarezza e delicatezza a mio servigio.

A tal disegno ho offerto il mio progetto ...

La fine dell'evoluzione

Il paradosso più eclatante del nostro sapere è con ogni probabilità il fatto che l'uomo non è altro che una tappa intermedia - gettata lì in mezzo -, adatta ad interpretare il fatto che egli stesso, con la sua volontà di sapere, è segnale della sua fine e del lungo tragitto dell'evoluzione che ha portato un cervello tanto complesso e ampio a dire che nulla è e che il fine - a posteriori - è il poter dire che "già tutto è finito".

Il "poter essere già tutto finito" è ciò che dà luogo al gesto pensante, per il cui tramite - in accoppiamento con quella perdita definitiva - le cose hanno un tempo dell'iniziare e un tempo del finire.

Ogni istante umano è disseminato da un numero infinito di "assenze". La discontinuità è dunque il suo fondamento: perché dunque non la coglie e umanamente non si fa tempo dell'assente?

Ad una continua-costante-perdita è destinato l'umano. A uno stato di morte mai finito paga il contributo continuo: ma al suo definitivo inverarsi deve il suo corpo-risorto.

L'aver esperienza della morte - della propria inacessibile morte - è esperienza cruciale per il cui tramite la vita mostra la libertà - ad essa fino allora estranea - di poter non-essere, nel modo non-parziale - né così poco altro, com'è il solito - e non non-affettivo. L'affetto è delicata scoperta mai assodata ...

Quale morte in-coscienza dell'uomo, della specie sapiens? La morte che conosce di sé e del suo mancare ... un vuoto mortale, ma non mortifero. Un cenno di saluto dalla terra che di là con ritrosia s'assenta, mentre di qua un nuovo corpo, per il-dopo senza affanno, si confeziona addosso.

Ascoltare il dileguarsi perfetto - e dolcissimo - in-anticipo dei suoni equivale all'ascolto d'un morire - più e più volte - che ogni giorno si fa più umano, lasciando di là il corpo a decantare.

L'abbandono definitivo della propria natura d'un animale-uomo il cervello-pensiero già l'ha attuato da sempre; tuttavia ancora attende che il fatto propriamente si compia, timoroso del nulla che ha preso luogo invece della cosiddetta triste-realtà che tutto ingombra, che pienamente colma nel modo massimamente insano.

Lasciar essere il non non-insano ... Campo intermedio ... gradevole via di uomo non-lamentevole.

Abbandonare i vivi e i morti: tralasciare i cadaveri trascorsi. Disperdere i corpi e le loro stratificazioni ... mutare. Che cosa rimane? "Ciò che è il mancante".

Alla base della vita sta il pregiudizio che essa a qualcosa serva.

A nulla serve, se non al suo mancamento (iniziale, intermedio e finale).

Da parte di Homo s.

Il pensare dell'umano scaturisce attenendosi a quello stretto, vincolante spazio che sta tra la cosa e il suo mancare assoluto: nel suo annunciarsi spontanea sorge la domanda che sempre accompagna codesto gesto parziale: "Chi è colui che tuttora è in procinto di parlare, sfidando con la sua parola il connaturato, irrinunciabile, risolutivo assentarsi?".



Umana immaturità

Umana immaturità della mente e del corpo umani! Narcisismo della ripetizione coatta che tutto fissa in-cosa e costì abbandona poveramente il morto, lasciandolo in balía di se stesso, privato dell'adeguata sepoltura.



Il suicidio-omicidio in umana perdita

Il suicidio-omicidio, che s'è manifestato con la caduta delle Torri Gemelle e con la seconda Intifada in Palestina, dicono al mondo d'una condensazione spazio temporale di grande potenza e violenza. In essa la separazione è venuta meno, il mancante manca, qualsiasi fine è impossibile da interporre poiché s'è prodotto un inestricabile nodo, ben difficilmente scioglibile. La morte dell'altro è accoppiata alla morte di colui che la provoca; il suicida uccide l'altro, che è inerme, essendo egli stesso inerme, perché armato della rinuncia alla vita; essendo armato della propria morte egli è vuoto d'oggetto che impone la cosa.



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