I principi del giusto processo



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CAPITOLO III

I PRINCIPI DEL “GIUSTO PROCESSO”.



SOMMARIO. 1. I principi nel codice di procedura penale: l’articolo preliminare. – 1.1 Considerazioni introduttive.1.2 I lavori parlamentari a proposito dell’articolo preliminare. – 2. Il significato dell’articolo preliminare secondo la dottrina. – 3. L’articolo preliminare e l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo: confronto essenziale. – 3.1 Art. 6.1 Cedu: pubblicità delle udienze; imparzialità e indipendenza del giudice.3.2 Art. 6.3 Cedu: l’effettività del diritto di difesa.3.3 Conclusioni. – 4. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo nell’ordinamento giuridico francese. – 4.1 L’articolo 55 della Costituzione.4.2 Convenzione europea e controllo di costituzionalità: la decisione del 15 gennaio 1975.4.3 Convenzione europea e giudici ordinari.4.4 Le «réexamen d’une décision pénale consécutif au prononcé d’un arrêt de la Cour européenne des droits de l’homme». – 5. I principi del “giusto processo” e la Costituzione francese del 1958. – 5.1 Il Preambolo della Costituzione: nuovo parametro nei giudizi di legittimità costituzionale.5.2 Il Conseil constitutionnel e il controllo “astratto a priori”.
1) I principi nel codice di procedura penale: l’articolo preliminare.
1.1 Considerazioni introduttive. Nel capitolo precedente ho più volte ricordato quale fosse l’obiettivo primario della legge 516/2000, ossia quello di uniformare la procedura penale ai parametri del giusto processo, fra i quali particolare rilievo è stato attribuito alla presunzione di innocenza. La centralità di questo principio, enunciato solennemente nella dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, è stata confermata dal ministro della giustizia Elisabeth Guigou, che in esso ha individuato il valore essenziale attorno a cui deve ruotare il procedimento penale. Per questo motivo, il progetto di legge presentato dal Governo nel settembre del 1998 proponeva di ridefinire la procedura proprio alla luce della presunzione di innocenza: «…principe …trop souvent bafoué (beffeggiato)», così che «la confiance des citoyens envers l'institution judiciaire s'en trouve profondément atteinte. C'est la raison pour laquelle il est apparu indispensable de réaffirmer…, de façon claire et expressive, ce principe fondamental et d'en tirer toutes les conséquences nécessaires afin d'assurer qu'il soit pleinement et entièrement respecté…». Sulla base di una simile premessa, l’esecutivo ha ritenuto doveroso anteporre al codice di rito un articolo preliminare, all’interno del quale esplicitare i valori essenziali e irrinunciabili della procedura (fra i quali appunto la presunzione di innocenza) 1.

La norma si compone di 3 parti principali, la prima delle quali contenente la solenne dichiarazione secondo cui tutti i soggetti coinvolti nel procedimento (escluse ovviamente le parti private!) devono collaborare all’accertamento della verità, nel rispetto dei principi di seguito elencati. Si tratta sostanzialmente di previsioni poste a tutela dell’accusato, completate da un generico riferimento ai diritti della persona offesa dal reato 2 : presunzione di innocenza, durata ragionevole della procedura, applicazione delle misure cautelari solo in caso di effettiva necessità (e comunque imponendo un sacrificio proporzionato alla gravità degli addebiti)…

In larga misura il progetto di legge richiama concetti già espressi dalla commissione Delmas-Marty, la quale, incaricata di formulare proposte per una riforma globale della procedura penale, aveva posto a fondamento dei propri lavori un catalogo di principi 3 desunti dalla giurisprudenza della Corte europea.

1.2 I lavori parlamentari a proposito dell’articolo preliminare. A questo punto può essere interessante analizzare il dibattito parlamentare relativo all’opportunità o meno di introdurre nel codice un articolo preliminare consacrato alla individuazione dei valori essenziali del procedimento.

Per quanto riguarda l’Assemblea nazionale, l’idea governativa non ha incontrato nessuna resistenza di rilievo: pur avendo accertato che molti dei principi contemplati dal progetto di legge erano già desumibili dalla Convenzione europea del 1950, nonché da alcune decisioni emesse dal Consiglio costituzionale 4, la Camera ha tuttavia ribadito l’utilità di anteporre al codice di rito l’articolo preliminare. Al di là di questa generica adesione, però, l’assemblea ha deciso di riscrivere la norma, riformulandola in termini più puntuali 5. Se la versione elaborata dal potere esecutivo risultava sbilanciata a favore dell’imputato, ora si attribuisce pari dignità alle parti: i diritti di cui ciascuna di esse risulta titolare devono essere collocati sullo stesso piano, nel tentativo di conciliare il rispetto delle libertà fondamentali del sospettato con l’esigenza di un tempestivo accertamento della verità. In questo senso, ancor prima di enunciare la presunzione di innocenza, la Camera ha ribadito l’impegno dell’autorità giudiziaria nel garantire il coinvolgimento della vittima nel corso di tutta la procedura, in modo da agevolarla nell’esercizio delle prerogative di sua spettanza.

Oltre a rivalutare il ruolo della persona offesa, il nuovo articolo preliminare puntualizzava i diritti dell’imputato: questi deve essere informato circa la natura delle accuse formulate nei suoi confronti; può avvalersi dell’assistenza di un difensore; in caso di condanna, deve beneficiare di un secondo grado di giudizio.

Maggiori difficoltà si sono invece presentate in Senato, ove si è dubitato dell’opportunità di richiamare nel codice i principi ispiratori della riforma voluta dal Governo6. I parametri individuati dall’articolo preliminare non sono altro che la trasposizione di valori enunciati dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, dalla Convenzione europea del 1950, dalla giurisprudenza del “Conseil constitutionnel”…: che senso avrebbe riproporli 7? Le perplessità iniziali sono state comunque superate nel corso del dibattito, addivenendo ad una soluzione di compromesso. In particolare il Senato, dopo aver contestato alcuni degli emendamenti disposti dall’Assemblea nazionale 8, ha proposto di escludere dall’articolo preliminare gli enunciati destinati al legislatore e finalizzati a guidarlo nella elaborazione di futuri interventi normativi. È inutile, si diceva, che il Parlamento formalizzi un proposito (ad esempio che la procedura penale deve essere equa): il suo compito è quello di fornire risposte concrete, predisponendo meccanismi idonei al soddisfacimento dello scopo. La semplice esplicitazione di un intento è dunque fine a sé stessa, priva di un qualsiasi valore oggettivo 9. Premesso questo, il Senato si mostrava invece disponibile ad accettare l’introduzione di principi direttamente rivolti ai giudici, ossia di indicazioni finalizzate a guidare i magistrati nel delicato compito di interpretare la legge, così da non tradire lo spirito sotteso alla riforma 10. Ed è proprio questa la motivazione esposta nella circolare CRIM 00-16 F1 del 20 dicembre 2000, con la quale il ministro della giustizia illustra le disposizioni definitive della legge 516 relative all’istruttoria, alla detenzione provvisoria e al giudice delle libertà: «…il convient d’indiquer que l’inscription dans la loi des principes fondamentaux du procès pénal n’a en soi aucune conséquence juridique, dans la mesure où ces principes préexistaient à la loi du 15 juin 2000, le nouvel article préliminaire du Code de procédure pénale n’ayant pour objectif que de les rendre plus accessibles… Cet article préliminaire permettra en revanche de guider, si nécessaire, les juridictions dans l’interprétation et l’application de ces différentes règles de procédure et notamment dans celles concernant l’instruction préparatoire et l’audience correctionnelle…».

In sede di commissione mista paritaria è finalmente maturato l’accordo circa la definitiva stesura dell’articolo preliminare 11, in larga misura corrispondente alla formulazione proposta dall’Assemblea nazionale già in prima lettura. L’unico intervento di rilievo, infatti, ha condotto all’eliminazione del disposto di cui al titolo I, secondo cui le persone che concorrono alla procedura devono contribuire all’accertamento della verità. Precisando che nel novero di tali soggetti di non rientrano le parti private, è agevole rilevare l’ovvietà di un simile enunciato e, conseguentemente, la sua superfluità all’interno di una norma dedicata ai principi fondamentali del processo.
2) Il significato dell’articolo preliminare secondo la dottrina.
I commentatori della legge 516/2000 hanno manifestato numerosi dubbi e perplessità in merito all’utilità dell’articolo preliminare 12. In particolare hanno cercato di stabilire quale fosse la funzione di una simile previsione e soprattutto quale valore normativo le dovesse essere attribuito. Sulla base di quanto emerso dai lavori parlamentari, la dottrina ha riconosciuto il carattere programmatico dell’articolo preliminare, anteposto al codice di procedura penale per soddisfare finalità di tipo pedagogico: in questo senso, l’esplicitazione dei principi che hanno ispirato la riforma avrebbe dovuto agevolare l’attività interpretativa dei giudici, guidandoli nella corretta applicazione dei diversi istituti processuali 13.

Al di là di questa specifica funzione, però, la maggior parte dei commentatori ritiene che la norma sia priva di qualsiasi valore giuridico: in particolare, si esclude che essa abbia un carattere immediatamente prescrittivo, componendosi di concetti dal contenuto vago e indefinito. Oltre a ciò, l’articolo preliminare si limita ad enunciare principi già espressi dalla giurisprudenza del Consiglio costituzionale, a richiamare valori fondamentali desumibili dai trattati internazionali ratificati dalla Francia 14. A norma dell’art. 55 della costituzione 15 gli accordi internazionali (dotati di una efficacia maggiore rispetto a quella della legge 16), entrano a far parte del sistema normativo interno e possono essere direttamente applicati ai rapporti giuridici nazionali. E proprio da questa regola costituzionale la dottrina trae argomenti per giustificare le proprie perplessità in merito all’articolo preliminare: la sua funzione sarebbe semplicemente quella di raccogliere in un contesto unitario principi ormai acquisiti dall’ordinamento francese, senza apportare alcuna novità di rilievo. Il discorso sarebbe stato totalmente diverso se le previsioni poste in apertura del codice di procedura penale fossero state inserite in Costituzione! In questo modo, i parametri del giusto processo sarebbero stati consacrati al più alto livello normativo, fungendo da valori di riferimento nell’ambito del giudizio di costituzionalità della legge. Attualmente, invece, se un intervento normativo successivo alla legge 516 contravvenisse ai parametri del giusto processo non potrebbe certo invocarsi la violazione dell’articolo preliminare: quest’ultimo, semplice legge ordinaria, non potrebbe esercitare alcuna forza passiva, costretto a soccombere in virtù del brocardo lex posterior derogat priori.



3) L’articolo preliminare e l’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo: confronto essenziale.
La riproduzione di principi ormai consolidati non implica semplicemente la superfluità dell’articolo preliminare (dal punto di vista strettamente giuridico e non programmatico, come sopra evidenziato!), ma rischia di creare confusione nell’interprete. È vero che i valori esplicitati dalla legge 516/2000 ricalcano concetti della Convenzione europea, ma la loro formulazione presenta tratti caratteristici: il timore è che la diversa redazione possa legittimare condotte abusive, favorendo una lettura non ortodossa dei principi enunciati a Strasburgo.

3.1 Art. 6.1 Cedu: pubblicità delle udienze; imparzialità e indipendenza del giudice. In effetti le differenze esistono, nel senso che l’articolo preliminare non è perfettamente sovrapponibile all’ art. 6 della Convenzione europea, dedicato al “procès équitable”. Innanzitutto, la norma del codice di rito tace sul requisito della pubblicità delle udienze, al quale il testo internazionale dedica invece ampio rilievo17. Eppure la legge 516/2000 si è mostrata sensibile al principio in discorso, cercando di mitigare il rigore originario dell’ articolo 11 cpp relativo alla segretezza della fase istruttoria 18. Inoltre, a richiesta di parte, la procedura davanti al giudice “des libertés et de la détention” (art.145.6 cpp), nonché dinnanzi alla Chambre de l’instruction (art. 199.1 cpp), può svolgersi in pubblica udienza «sauf si la publicité est de nature à entraver les investigations spécifiques nécessitées par l’instruction ou à nuire à la dignité de la personne ou aux intérêts d’un tiers ».

Sempre in base all’art. 6 della Convenzione, il processo deve essere celebrato da un tribunale indipendente e imparziale 19, secondo la definizione che di questi due attributi hanno offerto gli organi di Strasburgo. Numerose decisioni, infatti, si sono soffermate sulla ricostruzione del significato di tali concetti, individuandone gli aspetti più caratteristici. Ecco allora che l’indipendenza, intesa come assenza di vincoli rispetto agli altri poteri costituiti (in particolare nei confronti dell’esecutivo), può essere desunta dalle modalità di nomina dei magistrati, dalla durata del mandato, dalla garanzia della inamovibilità…

Per quanto riguarda l’imparzialità, la Corte europea distingue tra profilo soggettivo e profilo oggettivo: nel primo caso occorre considerare la posizione personale del giudice, così da stabilire se sussistano legami particolari con una delle parti o se il magistrato abbia un qualche interesse inerente alla controversia; nella seconda ipotesi, invece, è necessario valutare se l’organo giudicante abbia potuto maturare un “pregiudizio” in relazione ai fatti sottoposti alla sua attenzione20, rischiando di compromettere il regolare svolgimento della procedura 21.

L’articolo preliminare, al contrario, non contiene alcun riferimento esplicito all’imparzialità e all’indipendenza, attributi comunque desumibili dal paragrafo I 22 della norma. La prescritta equità del procedimento, nonché la necessità di rispettare l’equilibrio fra i diritti delle parti rappresentano corollari del principio di imparzialità. L’equidistanza del giudice nei confronti delle parti, infatti, è il risultato di un atteggiamento super partes, di una acquisita terzietà rispetto ai soggetti coinvolti nel processo. In questo senso l’imparzialità dell’organo giudicante si identifica con il principio di uguaglianza 23, inteso come analoga possibilità per le parti di far valere in giudizio le proprie ragioni, servendosi degli stessi strumenti e avvalendosi delle medesime prerogative 24. La parità delle armi fra “giustiziabili” dovrebbe quindi consentire al giudice una serena valutazione dei fatti, contrastando l’eventuale insorgere di pregiudizi. A questo proposito, la doverosa separazione tra autorità legittimate all’esercizio dell’azione penale ed organi giudicanti (imposta dal già citato paragrafo 1 dell’articolo preliminare) deve essere intesa come garanzia di imparzialità: l’obiettivo è quello di evitare il coinvolgimento del giudice in attività che possano indurlo ad una prematura adesione alle ipotesi di colpevolezza avanzate dagli inquirenti. Ciò significa che l’incompatibilità non sussiste solo tra le “juridictions de jugement”, ossia i giudici competenti a definire il merito della controversia, e i magistrati del Parquet, bensì si estende anche alle “juridictions d’instruction” 25.


3.2 Art. 6.3 Cedu: l’effettività del diritto di difesa. Proseguendo nel confronto, diverso è il rilievo che l’articolo preliminare e la Convenzione europea attribuiscono ai diritti dell’accusato. A fronte dell’essenzialità del codice di rito, secondo cui il sospettato “a le droit d’être informé des charges retenues contre lui et d’être assisté d’un défenseur ”, l’art. 6.3 della Convenzione presenta un contenuto assai più ampio e dettagliato. Innanzitutto, se l’accusato non dispone dei mezzi necessari per retribuire un legale deve poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio 26; nel caso in cui l’imputato non comprenda la lingua utilizzata per il processo è inoltre previsto l’intervento di un interprete 27. Per quanto riguarda la notifica degli addebiti (di cui si devono specificare i motivi e la qualificazione giuridica), questa deve avvenire nel più breve tempo possibile, avvalendosi di una lingua nota all’indagato28. Oltre a ciò, l’accusato deve disporre del tempo necessario per la preparazione della propria difesa, in modo da non vanificare le prerogative che la legge gli riconosce 29! Deve allora essere garantita la ragionevolezza nella previsione dei termini (soprattutto se fissati a pena di decadenza), della cui scadenza le autorità procedenti devono dare adeguata comunicazione all’interessato per evitare di precludergli ingiustificatamente il compimento di attività difensive 30.

Lo stesso art. 6.3 contiene, inoltre, un’interessante disposizione relativa all’assunzione della prova testimoniale 31: la ratio della norma è quella di tutelare l’uguaglianza fra le parti processuali, attraverso il rispetto del contraddittorio nella formazione della prova. Ciò implica che il riferimento alla sola audizione dei testimoni abbia un valore meramente esemplificativo, risponda cioè alla funzione di illustrare un principio di più vasta portata, una regola deontologica da applicare in relazione a qualsiasi tipo di prova 32 . In sostanza, il giudice deve consentire all’imputato di dimostrare la propria innocenza contestando la fondatezza degli addebiti formulati dal pubblico ministero.


3.3 Conclusioni. In base alle osservazioni svolte, sembra possibile affermare che l’articolo preliminare si caratterizza per una formulazione più approssimativa rispetto all’articolo 6 della Convenzione europea del 1950 (così come pure rispetto all’art. 5, relativo alle ipotesi in cui è lecito ricorrere a misure limitative della libertà personale 33). Il rischio è che i giudici possano adottare una interpretazione meno garantistica del testo internazionale, traendo spunto dalla maggiore essenzialità della norma anteposta al codice. A mio avviso, comunque, si tratta di una preoccupazione eccessiva: l’articolo preliminare, infatti, pur avendo esso stesso valore normativo, deve essere inteso semplicemente come sintesi essenziale dei principi del giusto processo, i cui aspetti caratteristici sono stati già ampiamente posti in risalto dalla giurisprudenza degli organi di Strasburgo, nonché dal Consiglio costituzionale. In sostanza, qualora sorgessero dubbi interpretativi circa la portata di una disposizione codicistica, i giudici dovrebbero direttamente attingere dalle decisioni della Corte europea, valido sostegno per l’attività ermeneutica. In questo modo dovrebbe eliminarsi alla radice il rischio di una lettura riduttiva della Convenzione sui diritti. Occorre ancora ricordare, poi, che la superiorità degli accordi internazionali (disposta dall’articolo 55 della Costituzione) rispetto alla legge dello Stato consente la diretta applicazione della Convenzione europea, inibendo l’efficacia delle previsioni normative con essa contrastanti. È questa l’ulteriore conferma del carattere prevalentemente dichiarativo dell’articolo preliminare, sorta di promemoria dei valori fondamentali del processo penale.
4) La Convenzione europea dei diritti dell’uomo nell’ordinamento giuridico francese.
4.1 L’articolo 55 della Costituzione. Il titolo VI della Costituzione francese contiene norme relative ai trattati e agli accordi internazionali 34. Al di là delle previsioni inerenti all’introduzione del diritto internazionale pattizio 35 nell’ambito dell’ordinamento interno, qui interessa considerare la posizione che gli accordi assumono nel sistema nazionale delle fonti una volta che siano stati regolarmente ratificati. A questo proposito è necessario fare riferimento all’articolo 55 della Costituzione, a norma del quale le convenzioni internazionali dovrebbero avere un’autorità superiore rispetto alla legge. La condizione perché ciò avvenga è la reciprocità nell’applicazione del trattato medesimo 36 : se la controparte non rispetta gli impegni assunti, ferma restando la piena validità dell’accordo, quest’ultimo verrebbe a perdere l’efficacia privilegiata che normalmente gli spetta.
4.2 Convenzione europea e controllo di costituzionalità: la decisione del 15 gennaio 1975. Nonostante il primato del diritto internazionale pattizio sia sancito direttamente dalla Costituzione, il Conseil constitutionnel ha dichiarato la propria incompetenza a garantire l’effettività di tale disposto: una legge dello Stato non può essere dichiarata incostituzionale per il semplice fatto di contravvenire ad alcune disposizioni pattizie. Ciò significa che il testo votato dal Parlamento entrerà legittimamente in vigore nei tempi prestabiliti, senza che il Consiglio possa censurarne il contenuto. Saranno i giudici ordinari, chiamati ad applicare la legge alle singole fattispecie concrete, a valutare l’eventuale sussistenza di un conflitto tra norme. In caso affermativo, quest’ultimo sarà risolto a favore della previsione internazionale (con contestuale disapplicazione della fonte interna), sempre che sia riscontrata la condizione della reciprocità.

Le ragioni che hanno indotto il Conseil ad abbracciare un simile convincimento sono illustrate nella decisione del 15 gennaio 1975, relativa all’interruzione volontaria della gravidanza. Nel caso specifico, alcuni parlamentari sostenevano che l’aborto fosse manifestamente contrario all’art. 2 della Convenzione europea del 1950, posto a tutela del diritto alla vita. Il consiglio costituzionale, invece, ha escluso la fondatezza di tali argomentazioni, ritenendo che non si potesse ravvisare alcuna violazione della convenzione di Roma, così come pure delle norme comprese nel cosiddetto “bloc de constitutionnalité 37”. Comunque, anche nel caso in cui si fosse dubitato della conformità della legge rispetto alla norma pattizia, il Conseil non ne avrebbe potuto pronunciare l’incostituzionalità. Il controllo della compatibilità tra disposizioni interne ed internazionali, infatti, non è mai assoluto e definitivo, ma risulta subordinato al requisito della reciprocità 38. Se tale condizione viene meno, l’accordo conserva un’efficacia ridotta (assimilabile a quella della legge ordinaria), con la conseguenza che i rapporti tra fonte nazionale ed internazionale saranno disciplinati secondo la regola tradizionale lex posterior derogat priori. Ciò significa che una norma interna potrà legittimamente contravvenire ad un trattato precedentemente stipulato (ferme restando le conseguenze sul piano della responsabilità internazionale!). Sulla base di tali considerazioni, è agevole dedurre l’impossibilità per il Consiglio costituzionale di decidere in termini assoluti sulla incostituzionalità di una legge: non sussiste nessuna violazione dell’art. 55 fin tanto che non si dimostri la regolare applicazione dell’accordo internazionale da parte dell’altro contraente (ossia la reciprocità).

Se la spiegazione offerta dal Consiglio può essere condivisa a fronte di relazioni biunivoche, nel caso di trattati multilaterali sono state espresse molte riserve. In particolare la dottrina ha focalizzato la propria attenzione sulla Convenzione europea del 1950 e, più in generale, sugli accordi volti a proteggere i diritti umani. Con la ratifica di questi testi lo Stato si impegna a tutelare le libertà fondamentali della persona, difendendole dalle aggressioni poste in essere dalle proprie istituzioni interne: in sostanza assume un’obbligazione diretta nei confronti dei singoli individui (cittadini o stranieri che siano) 39, e non semplicemente verso gli altri Paesi sottoscrittori. Proprio in virtù di questo ragionamento, è inammissibile che lo Stato giustifichi una condotta contraria alla Convenzione sulla base di una precedente violazione imputabile ad una delle controparti 40. In queste ipotesi, pertanto, non ha senso parlare di reciprocità: una legge incompatibile con un accordo internazionale sui diritti dell’uomo è una legge incostituzionale 41.
4.3 Convenzione europea e giudici ordinari. La Francia ha ratificato la Convenzione europea sui diritti dell’uomo solo nel 1974, ben 24 anni dopo la sua stipulazione 42. In origine si trattava di una adesione parziale, nel senso che l’ordinamento francese aveva espresso apposita riserva in merito al ricorso individuale alla Corte europea. Nel 1981, comunque, quest’ultimo ostacolo alla piena operatività della Convenzione venne finalmente rimosso 43, così da consentire al singolo di denunciare la violazione dei diritti fondamentali riconosciutigli dal Consiglio d’Europa, rendendo effettivo il sistema di tutela predisposto dagli organi di Strasburgo.

La convenzione del 1950, nonostante le incertezze iniziali, rappresenta ora un documento normativo di primaria importanza, di cui i cittadini francesi invocano costantemente l’applicazione. Sulla base dell’art. 55 della Costituzione, inoltre, essa beneficia di un’autorità superiore rispetto a quella della legge, così che i giudici ordinari hanno il compito di garantirne il rispetto a fronte di disposizioni nazionali contrastanti. In questo senso, numerose sono le decisioni degli organi giurisdizionali che si richiamano direttamente alla Convenzione, soprattutto in materia di giusto processo penale. È sufficiente sfogliare il “Bulletin criminel” per rendersi conto di quante volte la Corte di cassazione abbia fatto rinvio alle previsioni della Convenzione europea. In molti casi il riferimento avviene per escludere che una norma del diritto interno violi le prescrizioni del Consiglio d’Europa 44 (decisioni su cui peraltro sarebbe lecito esprimere qualche perplessità), in altri, invece, è funzionale al successivo accoglimento del ricorso 45: a prescindere da questo, comunque, ciò che interessa rilevare è che la Convenzione europea è ormai entrata a far parte del bagaglio normativo (e più in generale culturale) dell’ordinamento francese.

Una simile affermazione sembrerebbe smentita dalle numerose condanne che la Corte di Strasburgo ha emesso nei confronti della Francia, ma a ben vedere queste non derivano tanto dal rifiuto della Convenzione in quanto tale, piuttosto da una interpretazione erronea dei suoi principi. I giudici, cioè, cercano di adattarne il contenuto alle esigenze interne, sacrificandone a volte il significato genuino 46, elaborato invece dalla giurisprudenza degli organi del Consiglio d’Europa.
4.4 Le «réexamen d’ une décision pénale consécutif au prononcé d’un arrêt de la Cour européenne des droits de l’homme». La volontà di evitare che gli obiettivi individuati a Strasburgo possano essere vanificati dalle violazioni della Convenzione, comunque, ha spinto il legislatore del 2000 a realizzare un’importante innovazione: il capitolo VII della legge 516 introduce, infatti, l’istituto del riesame di una decisione penale definitiva a fronte di una condanna pronunciata dalla Corte europea 47. Si tratta di un mezzo di impugnazione esperibile quando la colpevolezza dell’imputato è stata accertata mediante un procedimento non perfettamente compatibile con i parametri del giusto processo: se il pregiudizio subito dal condannato non può essere adeguatamente soddisfatto attraverso la concessione dell’equo indennizzo di cui all’art. 41 Cedu 48, allora sarà possibile avvalersi del riesame 49

A questo punto, nonostante l’apparente linearità della nuova disciplina, è necessaria una riflessione: a norma dell’art. 626-1 cpp il riesame della decisione di condanna rappresenta una sorta di extrema ratio, un rimedio utilizzabile solo nel caso in cui l’ “equa soddisfazione” non sia in grado di riparare il danno conseguente alla violazione della Convenzione. L’art. 41, però, dispone che la corresponsione dell’indennizzo avvenga unicamente quando il diritto dello Stato trasgressore non offra adeguate soluzioni per rimediare al pregiudizio di chi indebitamente condannato (presupponendo quindi che l’interessato abbia già attivato, senza successo, gli strumenti messi a sua disposizione dall’ordinamento nazionale!). In questo modo si crea un circolo vizioso 50, capace di compromettere l’effettività della riforma: come uscire dall’ “impasse” ? La soluzione migliore sarebbe quella di riconoscere la superiorità della previsione pattizia, conformemente all’art. 55 della Costituzione. In sostanza, il semplice fatto che la Francia sia stata condannata dagli organi di Strasburgo dovrebbe consentire all’interessato di avvalersi del diritto al riesame, senza necessità di attendere le statuizioni della Corte europea sull’indennizzo. Quest’ultimo, di conseguenza, potrebbe essere accordato solo se l’esito dell’impugnazione di cui agli articoli 626-1 e seguenti non fosse tale da rimuovere completamente le conseguenze dannose derivanti dalla violazione della Convenzione 51. Saranno la pratica e il buon senso ad indicare la via più agevole per superare le contraddizioni testuali ora riferite.

Per quanto riguarda la disciplina del riesame, l’istanza deve essere indirizzata ad una apposita commissione composta da 7 magistrati della Cassazione. La richiesta deve pervenire entro un anno dalla pronuncia di condanna emessa dalla Corte europea. Qualora la Commissione, chiamata sostanzialmente a svolgere una funzione di filtro, ritenga fondata la domanda di riesame dovrà trasmettere gli atti all’autorità competente, a norma dell’art. 626-4 cpp 52.

5) I principi del “giusto processo” e la Costituzione francese del 1958 53.
5.1 Il Preambolo della Costituzione: nuovo parametro nei giudizi di legittimità costituzionale. La Costituzione francese, a differenza di quanto avviene in Italia, non contiene un’elencazione esplicita dei principi fondamentali posti a tutela dell’individuo. In materia processuale, ad esempio, le uniche garanzie sono quelle desumibili dagli articoli 1, 64 e 66, i quali enunciano il principio di uguaglianza davanti alla Legge, l’indipendenza degli organi giudicanti e la tutela della libertà individuale 54. Il fatto che i costituenti del 1958, in linea con la tradizione costituzionale francese, non abbiano elaborato un ampio catalogo di diritti e libertà non significa che questi debbano essere rinnegati: il preambolo 55 della Costituzione, al contrario, proclama il rispetto dei diritti dell’uomo, definiti dalla Dichiarazione del 1789 e successivamente completati dal Preambolo della Costituzione del 1946 56. Quest’ultimo, dopo aver espresso l’ossequio del popolo francese nei confronti del testo rivoluzionario del 1789 e dei principi fondamentali consacrati dalle leggi della Repubblica, enuncia una serie di diritti di natura sociale ed economica, così da offrire ai soggetti più deboli una maggiore protezione tanto nei confronti delle istituzioni, quanto nell’ambito dei rapporti interprivati.

In sostanza, il Preambolo del 1958 attribuisce rilievo costituzionale alle principali libertà della persona, di cui i pubblici poteri, nell’esercizio delle loro rispettive funzioni, devono garantire il pieno rispetto. Il Parlamento, in particolare, dovrà farsi portavoce dei valori espressi dalla Carta fondamentale, astenendosi dall’adottare previsioni normative inconciliabili con i diritti dell’uomo. In caso contrario sarebbe auspicabile l’intervento del Consiglio costituzionale, al fine di impedire l’entrata in vigore della nuova legge 57.



Se il ricorso al controllo di costituzionalità rappresenta oggi un valido strumento a garanzia dei diritti dell’individuo, sino a non molto tempo fa una simile soluzione era addirittura impensabile. L’art. 90 della Costituzione del 1946, ad esempio, stabiliva che la conformità della legge alla costituzione doveva essere valutata in rapporto alle previsioni dei suoi primi dieci titoli, escludendo, pertanto, ogni possibile riferimento al Preambolo. Ciò significava che i principi non esplicitati in Costituzione, ma semplicemente richiamati mediante rinvio alla Dichiarazione rivoluzionaria del 1789 (nonché alle leggi della Repubblica) non potevano essere invocati per pronunciare l’illegittimità di una disposizione normativa. In sostanza, la violazione dei diritti da parte del legislatore non sarebbe stata sanzionata, attribuendo così alla maggioranza parlamentare un potere di considerevoli dimensioni. Fortunatamente la Costituzione della V Repubblica, nonostante le affermazioni avanzate nel corso dei lavori preparatori dal commissario governativo Janot 58, non ribadì l’incompetenza del Consiglio costituzionale a censurare le leggi contrarie alle libertà fondamentali 59. Questa scelta consentiva di estendere le prerogative del nuovo “Conseil”, offrendo garanzie maggiori per i cittadini. In una materia particolarmente delicata come quella del procedimento penale, ad esempio, sarebbe stato possibile concretizzare i principi sanciti dalla Dichiarazione del 1789 60, incentrati sul rispetto della presunzione di innocenza. Il passo decisivo verso questo importante traguardo venne compiuto nel 1971: con la decisione del 16 luglio, il Consiglio pronunciò la parziale incostituzionalità della legge adottata dal Parlamento, ritenendola contraria ai “principi fondamentali riconosciuti dalle leggi della Repubblica” 61. In questo modo il Conseil aveva utilizzato quale parametro del giudizio di costituzionalità il preambolo del 1946, richiamato da quello 1958. Ciò equivaleva ad attribuire rango costituzionale all’intero Preambolo del 1958 62 e dunque ai valori da esso contemplati: un testo normativo contrario ai diritti dell’uomo viola la Costituzione 63 e per tale ragione ne sarà esclusa l’entrata in vigore. Il legislatore, a rischio di veder vanificato il proprio operato, dovrà quindi mostrare maggiore attenzione per la tutela della persona umana.
5.2 Il Conseil constitutionnel e il controllo “astratto a priori”. Occorre, però, precisare che la portata innovativa della decisione del 1971 può essere inibita dalle disfunzioni implicite nel sistema francese di controllo della costituzionalità. Quest’ultimo, infatti, è di tipo “astratto a priori”, nel senso che l’intervento del Conseil deve avvenire anteriormente alla promulgazione della legge, dunque a prescindere dall’esistenza di una controversia tra parti contrapposte. In sintesi, qualora una legge adottata dal Parlamento sia considerata contraria ai principi espressi dalla Costituzione sarà possibile adire il Consiglio entro i 15 giorni che normalmente precedono la promulgazione 64. Inoltre, a differenza di quanto avviene per le leggi organiche, obbligatoriamente sottoposte al vaglio del Conseil constitutionnel, il controllo sulle leggi ordinarie è possibile solo se esiste apposita richiesta 65 . I soggetti legittimati a sollevare l’incidente di costituzionalità sono il Presidente della Repubblica, il I ministro, il presidente del Senato, il presidente dell’Assemblea nazionale, nonché 60 deputati o senatori 66. A ben vedere si tratta di esponenti politici che assai difficilmente invocheranno l’intervento del giudice costituzionale, con la sola eccezione dei parlamentari che militano nelle file dell’opposizione. Anche questi ultimi, comunque, spinti da interessi contingenti, potrebbero tollerare disposizioni normative non perfettamente conciliabili con la tutela dei diritti e delle libertà dell’individuo 67, compromettendo così l’effettività del sistema costituzionale di protezione dei valori fondamentali della persona 68. Un simile lassismo, infatti, finisce per favorire l’entrata in vigore di norme contrarie alla Costituzione, di cui i giudici ordinari dovranno poi necessariamente garantire l’applicazione, trattandosi di disposizioni validamente adottate dalla maggioranza parlamentare69. Per evitare questo pericolo sarebbe opportuna una modifica della Costituzione con la quale disporre un correttivo al sistema del controllo “astratto a priori”, secondo quanto già proposto nel 1990 su iniziativa dell’allora presidente della Repubblica François Mitterand. L’obiettivo era quello di realizzare un modello assimilabile al procedimento in via incidentale tipico dell’ordinamento italiano, descritto dalla legge costituzionale n° 1 del 1948. Il meccanismo previsto consisteva nel permettere ai giudici ordinari ed amministrativi di sospendere il processo, qualora al caso concreto si fosse dovuta applicare una legge ritenuta incostituzionale. Competenti a valutare la rilevanza o meno delle perplessità manifestate dai giudici “a quibus” sarebbero stati la Corte di cassazione e il Consiglio di Stato (a seconda che la controversia fosse di competenza degli organi giurisdizionali ordinari od amministrativi). In caso affermativo era prevista la trasmissione degli atti al Conseil constitutionnel, il quale avrebbe definitivamente risolto la questione circa la conformità della legge alla Costituzione. L’incapacità delle Camere di raggiungere un accordo, tuttavia, costrinse il Governo a ritirare il proprio progetto. L’ostilità originariamente mostrata nei confronti del controllo di costituzionalità, incompatibile con l’impostazione “legicentrica” tipica dell’ordinamento francese, sembrava fare nuovamente capolino in merito ad un possibile ampliamento delle prerogative del Conseil!

1 « …L’article premier du présent projet de loi propose ainsi d'insérer, en tête du code de procédure pénale, un article préliminaire rappelant de façon solennelle, comme cela existe déjà dans d'autres codes, les principes directeurs du procès pénal qui viennent d'être rappelés... ». Sono queste le parole, unitamente a quanto riportato nel testo, con cui il ministro della giustizia ha presentato al Parlamento il progetto di legge del Governo.

2 « II. Toute personne suspectée ou poursuivie est présumée innocente tant que sa culpabilité n'a pas été établie, dans le respect des droits de la défense et du principe du contradictoire.

Les seules mesures de contrainte dont cette personne peut faire l'objet sont prises sur décision ou sous le contrôle effectif de l'autorité judiciaire. Elles doivent être proportionnées à la gravité de l'infraction reprochée et strictement limitées aux nécessités de la procédure.

Il doit être définitivement statué sur l'accusation dont cette personne fait l'objet dans un délai raisonnable.

Les atteintes à la réputation de cette personne résultant de l'accusation dont elle fait l'objet, sont prévenues, limitées, réparées et réprimées selon les dispositions du présent code, du code civil, du code pénal et des lois relatives à la presse écrite ou audiovisuelle.


III. L'autorité judiciaire veille à la garantie des droits des victimes au cours de toute procédure pénale.»

3 « …La commission Justice pénale et Droits de l'homme a défini – à partir du bloc de constitutionnalité, des textes internationaux de protection des droits de l'homme ratifiés par la France et du code de procédure pénale – dix principes fondamentaux qu'elle a proposé d'inscrire en tête de ce code. Elle a en effet estimé qu'une telle inscription présenterait l'avantage  “de rendre plus visibles à tous, aux justiciables comme aux professionnels du droit, les lignes de force d'une procédure pénale dont les règles techniques ne sont que le reflet plus ou moins intelligible, ..., de permettre un allégement des formalités de procédure, une clarification du régime des nullités et d'inciter à une démarche plus déontologique que formaliste en définissant l'esprit de notre procédure pénale .

L'article préliminaire, inséré en tête de code de procédure pénale par l'article premier du projet de loi, reprend cette idée, tout en présentant des différences sensibles avec les propositions formulées par la commission Delmas-Marty, puisque les principes énoncés ne comportent aucune référence à la procédure accusatoire et, pour ceux qui sont repris, sont formulés de manière beaucoup plus synthétique. ». Cfr. il rapporto n° 1468 della commissione  “des lois constitutionnelles, de la législation et de l’administration générale de la République”, presentato all’ Assemblée nationale da Mme Christine Lazerges.



4 «...Le paragraphe II regroupe les garanties dont bénéficie la personne mise en cause. Au premier rang de ces garanties figure la présomption d'innocence, énoncée à l'article IX de la déclaration des droits de l'homme et du citoyen. Le premier alinéa évoque également le respect des droits de la défense, protégés par l'article 6 de la convention européenne des droits de l'homme, et du principe du contradictoire que le Conseil constitutionnel a eu l'occasion d'affirmer à de nombreuses reprises. Le deuxième alinéa rappelle que l'autorité judiciaire doit assurer un contrôle effectif des mesures de contrainte dont font l'objet les personnes suspectées ou poursuivies, conformément à l'article 66 de la Constitution qui dispose que l'autorité judiciaire est gardienne des libertés individuelles. Il inscrit dans la loi le principe de proportionnalité posé par l'article VIII de la déclaration des droits de l'homme et du citoyen, en indiquant que ces mesures de contrainte doivent être proportionnées à la gravité de l'infraction reprochée et strictement limitées aux nécessités de la procédure. Reprenant l'article 6 de la convention européenne des droits de l'homme qui a donné lieu à une abondante jurisprudence, le troisième alinéa rappelle que les personnes poursuivies doivent être jugées dans un délai raisonnable… ». Cfr. Il sopra citato rapporto n° 1468.

5 « I. Les personnes qui concourent à la procédure pénale participent à la recherche de la manifestation de la vérité, dans le respect des principes ci-après, qui sont mis en oeuvre, dans les conditions prévues par la loi.

II. La procédure pénale doit être juste et équitable, respecter le principe du contradictoire et préserver l'équilibre des droits des parties.

Elle doit garantir la séparation des autorités chargées de l'action publique et des autorités de jugement.

Les personnes se trouvant dans des conditions semblables et poursuivies pour les mêmes infractions doivent pouvoir être jugées selon les mêmes règles.

III. L'autorité judiciaire veille à l'information et à la garantie des droits des victimes au cours de toute procédure pénale.

IV. Toute personne suspectée ou poursuivie est présumée innocente tant que sa culpabilité n'a pas été établie.

Elle a le droit d'être informée de la nature des charges retenues contre elle et d'être assistée d'un défenseur.

Les mesures de contrainte prises à son encontre doivent l'être sur décision ou sous le contrôle effectif de l'autorité judiciaire.

Ces mesures doivent être proportionnées à la gravité de l'infraction reprochée et strictement limitées aux nécessités de la procédure. Elles ne doivent en aucun cas porter atteinte à sa dignité.

Il doit être définitivement statué sur l'accusation dont cette personne fait l'objet dans un délai raisonnable et sur le fondement de preuves loyalement obtenues.

Toute personne condamnée a le droit de faire examiner sa condamnation par une autre juridiction. ».




6 Cfr. JOLIBOIS, Le renforcement de la protection de la présomption d’innocence et des droits des victimes: l’apport du Sénat, in Rev.sc.crim., 2001, n° 1, pgg. 65-66.

7 Cfr. il rapporto n° 419 del 1999 con cui Charles Jolibois ha presentato al Senato (chiamato a pronunciarsi in prima lettura) le considerazioni espresse dalla commissione “des lois constitutionnelles, de la législation et de l’administration générale de la République”: «..Il est en premier lieu possible de s'interroger sur l'opportunité d'inscrire en tête du code de procédure pénale des principes qui sont déjà énoncés par ailleurs d'une manière qu'il serait impossible au législateur d'améliorer…». 

8 In particolare i dubbi riguardavano la necessità di fondare l’accusa su “preuves loyalement obtenues”. Lasciando da parte la difficoltà di ricostruire con precisione il significato di una simile espressione (con il rischio di legittimare soluzioni differenti, fondate su una valutazione soggettiva del singolo giudice), le incertezze maggiori concernevano l’opportunità stessa di introdurre nell’ordinamento francese siffatto presupposto: «…si la loyauté des preuves est un principe bien connu dans les pays anglo-saxons, il paraît difficile de mesurer les conséquences que pourrait avoir son introduction, sous une forme aussi générale, dans notre droit … » (così il rapporto n° 419 citato alla nota precedente). Il giudice, in effetti, vanterebbe un potere discrezionale pressoché illimitato: potrebbe escludere l’assunzione di prove determinanti per il semplice fatto di non condividere le modalità attraverso cui gli inquirenti le hanno ottenute, in quanto giudicate lesive dei diritti della persona. In fondo, a norma dell’art. 427 comma 1 cpp, la colpevolezza può essere dimostrata con ogni mezzo di prova, ad eccezione di quelli espressamente vietati dalla legge (« Hors les cas où la loi en dispose autrement, les infractions peuvent être établies par tout mode de preuve et le juge décide d’après son intime conviction. ») : il riferimento ad un generico principio di lealtà della prova, quindi, rischierebbe di ostacolare l’accertamento della verità, introducendo un pericoloso garantismo!

9 Soprattutto se si considera che l’articolo preliminare è pur sempre una disposizione di legge ordinaria, dunque modificabile dal Parlamento senza ricorrere alle procedure complesse previste, invece, per l’adozione delle leggi organiche e costituzionali. Sarebbe stato molto diverso se i principi fondamentali del processo avessero trovato collocazione nella Costituzione, costringendo il legislatore ad uniformarsi ad essi.

10 Cfr. il rapporto n° 283 del 2000 con cui Charles Jolibois riporta al Senato (chiamato a deliberare in seconda lettura) le considerazioni della commissione “des lois constitutionnelles, de la législation et de l’administration générale de la République”: « … En première lecture, le Sénat a, pour sa part, adopté un texte plus proche du projet de loi initial, en considérant que cet article devait s'adresser au juge pour faciliter l'interprétation et l'application du code de procédure pénale. En conséquence, le Sénat a supprimé les principes qui s'adressaient au législateur lui-même. Il serait en effet paradoxal que le législateur inscrive en tête du code de procédure pénale des principes qu'il lui revient de mettre en oeuvre.

Votre commission vous propose de suivre à nouveau ce raisonnement. Il lui paraît en effet singulier que le législateur inscrive, par exemple, en tête du code de procédure pénale que celle-ci " doit être juste et équitable ". Il est de la responsabilité du Parlement de faire en sorte que la procédure pénale soit juste et équitable. Le présent projet de loi doit d'ailleurs contribuer à faire en sorte qu'il en soit ainsi.




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