I profeti minori



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Michea

Primo incontro del ciclo 2010-2011

martedì 5 ottobre 20101
Il Signore avanza; ha da dirci qualcosa

Quest’anno orienteremo la nostra attenzione verso i “profeti minori” e, più esattamente, verso alcuni scritti tra quelli raccolti nella sequenza dei cosiddetti “profeti posteriori”, i “piccoli profeti”: sono dodici libri di varia grandezza per lo più piuttosto modesti dal punto di vista quantitativo, ma sempre molto interessanti per quanto riguarda il messaggio che se ne può trarre, anche se si tratta dei libri meno considerati, meno letti, meno studiati.

Vorrei lasciare senz’altro da parte i due libri che fanno da atrio di ingresso alla raccolta – i libri di Osea e di Amos – che ci impegnerebbero a lungo, e iniziare questa sera con il Libro di Michea. Accettiamo l’opinione degli studiosi secondo la quale il libro di Michea si compone di due scritti attribuibili a due personaggi diversi, per cui c’è un proto-Michea e un deutero-Michea; la redazione del libro raccoglie la testimonianza dell’applicazione di diversi profeti, ma noi concentriamo l’attenzione su quel personaggio a cui spetta il nome di Michea che cerchiamo di inquadrare con qualche elemento di carattere storico. Si colloca nel Regno di Giuda, seconda metà dell’ottavo secolo a.C., esattamente al tempo del regno di Ezechia, dal 726 in poi, a scendere naturalmente. Questo significa che, sostanzialmente, Michea è un contemporaneo di Isaia. I profeti Osea e Amos risalgono a un’epoca precedente di qualche decennio. Abbiamo a che fare con un personaggio che vive nel contesto di quell’entità statuale che ebbe origine a partire dallo scisma. Regno di Giuda e regno di Israele: due stati diversi, due regni a partire dal 931 a.C., dopo Salomone e il figlio Roboamo, poco adatto a ereditare il piccolo impero come suo padre glielo ha consegnato, per cui le tribù del nord, le grandi tribù con un’identità particolarmente qualificata, continuano a rivendicare motivi di autonomia rispetto alle tribù meridionali, che coincidono con la tribù di Giuda che ha acquisito un ruolo di guida, di spicco a partire da Davide. Le tribù settentrionali, dunque, si separano e Roboamo fonda una dinastia diversa rispetto a quella davidica, a cui succederanno diverse dinastie, anche in modo turbolento. Il regno settentrionale è, infatti, segnato da un dinamismo politico molto vivace e anche feroce.

Il regno di Israele è la porzione più rilevante con la prerogativa di una situazione di particolare benessere, una prosperità più evidente per i terreni più fertili, una produzione più abbondante, grandi strade commerciali. E’ esposto a molti contatti con situazioni di idolatria, trascinato da fenomeni di religiosità pagana imposta dall’alto perché il famoso re Achab sposa una principessa fenicia, Gezabele, per cui viene imposto come culto dovuto l’ossequio da rendere al Baal cananeo: situazioni di particolare depravazione ma, in quel contesto, anche fenomeni carismatici molto vivaci. Pensate che Elia è contemporaneo di Achab: una tensione che raccoglie anche sentimenti popolari molto accesi, una memoria del dono di fede ricevuto che è quanto mai vitale, feconda e dunque la testimonianza di profeti che sono di altissima qualità, ma in un contesto che è istituzionalmente inquinatissimo.

Il regno di Giuda, il regno meridionale, rimane legato alla dinastia di Davide e si raccoglie intorno alla capitale, Gerusalemme, scelta da Davide, punto di riferimento insostituibile. A Gerusalemme Salomone ha costituito il tempio in opposizione al quale Roboamo, quando fonda il regno di Israele, impone ai sudditi di frequentare due santuari che egli ha scelto come riferimenti ufficiali: culti idolatrici che dovrebbero dare forma a quella devozione che, anche per le tribù del nord, continua a restare in continuità con l’identità del popolo impegnato in un rapporto di alleanza con il Signore, ma in una situazione molto controversa, sfilacciata dove l’idolatria serpeggia non solo nei dati di ordine cultuale, rituale, cerimoniale, ma anche per quanto riguarda situazioni di coscienza.

Il regno meridionale è rivolto a Gerusalemme, l’unico tempio monumentale costruito da Salomone che rimane grande sacramento di alleanza fra Dio e il suo popolo. Rimane la dinastia di Davide e questo non significa che i personaggi che siedono sul trono del regno di Giuda siano esemplari, tutt’altro: si moltiplicano le contraddizioni e, come adesso leggeremo nel libro di Michea, la situazione generale è estremamente precaria. Michea è un uomo del popolo. Non è un aristocratico come Isaia e non è nemmeno qualificato perché appartenente alla discendenza sacerdotale; è un uomo comune, ma sincero, acuto, lucido e irrompe dando forma a un groviglio di sentimenti che ribollono nell’anima.

Ottavo secolo a.C.: un grande fenomeno sta sullo sfondo. La scena politica internazionale è caratterizzata in modo drammatico dall’espansione dell’impero assiro, la grande potenza dell’epoca, in fase di crescita: è una potenza stritolante, micidiale. Occupa, provoca dissesti tali nelle popolazioni sconfitte per cui è impossibile la rivincita; usa sistematicamente l’arma della deportazione per impedire alle popolazioni sconfitte di riprendersi e attivarsi in vista di una possibile rivincita a breve termine; ci vogliono generazioni e generazioni perché una popolazione deportata abbia modo di recuperare il filo conduttore della propria storia. L’impero assiro, in fase di espansione, impone nuovi equilibri e tributi onerosissimi alle popolazioni che man mano entrano nel vortice di questa tensione espansiva. Dopo la metà dell’VIII secolo, impone un tributo al regno di Aram (che oggi corrisponde più o meno alla Siria) che non è in grado di pagare per cui questo regno sparisce; il regno di Israele viene privato di tutte le regioni settentrionali, nel 732; nel 721 a.C. il regno di Israele sparisce; Samaria è conquistata e distrutta, la popolazione deportata. È una storia cresciuta e maturata nel corso dei secoli che viene triturata in questa macina infernale che l’impero assiro è in grado di mettere in movimento. Molti profughi rientrano, premono, cercano di trovare accoglienza nelle regioni meridionali portando con sé materiale, documenti, tradizioni e il regno di Giuda sopravvive in un contesto piuttosto ambiguo. Si allea nel 734 a.C. con l’impero assiro, ma questo significa comunque accettare una condizione di vassallaggio, pagare tributi, cosicchè il crollo è rinviato di qualche anno, ma inevitabile. Alla fine del secolo, il regno di Giuda è invaso, rimane soltanto Gerusalemme, 721 a.C. Un episodio che poi segna un’epoca, una tappa fondamentale nella maturazione della coscienza del popolo di Dio perché nell’anno 701 il regno di Giuda è completamente occupato e Gerusalemme assediata, ma non viene conquistata. L’esercito assiro si ritira: un episodio che lasciò una traccia indelebile nella coscienza dei contemporanei e le generazioni successive custodiranno la certezza incrollabile che Gerusalemme, per quanto potrà essere assediata, non sarà mai conquistata.

E’ vero poi che l’impero assiro entra in un processo di decadenza; nel corso del VII secolo, un’altra potenza viene intravista, emerge, si impone – il regno neo-babilonese – e sarà proprio Nabucodonosor, re di Babilonia, che assedierà e distruggerà Gerusalemme; ma bisogna aspettare l’anno 597 e poi il 586 a.C.

Michea vive nell’VIII secolo, tempo del re Ezechia, re di Giuda, 726 a.C a seguire. Dal regno di Giuda lo sguardo è proiettato su tutto quello che sta avvenendo nel contesto che, dal punto di vista istituzionale, fa riferimento a un altro regno – regno di Israele – ma in realtà sono tribù che fan parte di un’unica storia, di un’unica identità, di un’unica alleanza: è il regno di Israele che è venuto meno e il regno di Giuda non si trova in una situazione migliore; i dati storici sono macroscopici: testimonianze di un disastro irreparabile in corso. Ma quello che Michea coglie, come dato decisivo in tutto questo contesto, è la venuta del Signore. Non “viene” il re d’Assiria, non “viene” chissà quale calamità: questa è la ridondanza, il rigurgito anche tempestoso, travolgente, catastrofico, ma è il rigurgito dovuto al fatto che il Signore avanza. Il Signore ha preso l’iniziativa perché Lui, il Signore, ha qualcosa da dire a noi che siamo il popolo dell’alleanza e, attraverso noi, al mondo. A noi, perché in realtà è la nostra storia che è inquinata, è la nostra risposta che è deficitaria, è la nostra relazione con Lui che è già squalificata e non solo perché quelli del nord sono ormai naufragati in un abisso infernale, ma perché questa è la condizione nostra che pure siamo sopravvissuti e potremmo in qualche modo ritenerci meritevoli di chissà quali gratificazioni.

I primi cinque capitoli sono da attribuire a questo profeta di nome Michea, mentre il seguito (cap. 6 e 7) sono invece testimonianza di un altro profeta – anonimo (deutero-Michea) – che è vissuto qualche tempo prima nel regno del nord.




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