Idealismo



Scaricare 87.18 Kb.
Pagina1/5
02.06.2018
Dimensione del file87.18 Kb.
  1   2   3   4   5

Idealismo


Nel linguaggio comune è idealista colui che persegue valori ideali (etici, religiosi, politici, etc.), ed è disposto a sacrificare la propria vita per essi.

In filosofia si parla di idealismo a proposito di quelle visioni del mondo che privilegiano la dimensione ideale su quella materiale e che affermano il carattere spirituale della realtà. Nell’ambito filosofico si usa la parola idealismo per alludere:1) alle varie forme di idealismo gnoseologico ( = che riguarda la conoscenza); 2) all’idealismo assoluto.



Idealismo gnoseologico: dottrine per le quali il mondo non è altro che una mia rappresentazione (come dirà Schopenhauer).

Idealismo assoluto: corrente filosofica post-kantiana, che si originò in Germania nel periodo romantico, i cui maggiori esponenti sono Fichte, Schelling e Hegel. Questo idealismo fu detto trascendentale (per collegarlo all’Io penso kantiano, seppur con significative differenze), soggettivo (per contrapporlo alla filosofia di Spinoza, che aveva ridotto la realtà ad un principio unico, la Sostanza, identificata però con la natura, quindi con l’oggetto e non con il soggetto come volevano gli idealisti), assoluto (l’Io o lo Spirito è il principio unico di tutto e fuori di esso non c’è nulla).

Dal Kant a Fichte


Per Kant l’io è finito, in quanto non crea la realtà, ma si limita ad ordinarla attraverso le forme a priori (che sono Spazio e Tempo per la sensibilità, Categorie per l’intelletto). Kant aveva ammesso la presenza di una cosa in sé (una X incognita) ovvero di un dato di fronte all’io (la conoscenza è spiegata in termini di recettività, ossia come l’incontro tra questo dato e la mente).

Per Fichte invece abolisce l’idea che possa esistere una “cosa in sé”, ovvero una realtà estranea ed esterna all’Io. L’Io quindi, a differenza di Kant, diviene entità creatrice (fonte di tutto ciò che esiste) ed infinita (priva di limiti esterni). Da ciò deriva la tesi tipica dell’idealismo che “tutto è spirito”.


Problemi aperti:


  1. Fichte usa il termine Spirito come sinonimo di Io, Assoluto, Infinito. L’Io di Fichte crea la realtà dunque non è l’io empirico e finito (dei singoli uomini), ma un principio infinito (dio). Qual è il rapporto tra questo Io infinito e gli io finiti? Si può dire in qualche modo che anche l’io finito è libertà creatrice, per esempio in quanto attività conoscitiva e morale (incontra continuamente il limite, ma continuamente lo supera)?

  2. Lo Spirito è fonte creatrice di tutto ciò che esiste. In che modo ciò avviene? Come può lo Spirito ( = Io infinito) creare la materia ( = natura)? La risposta di Fichte risiede nella dialettica del principio: non essendoci mai un positivo senza un negativo, lo Spirito (tesi) ha bisogno della Natura (antitesi) per realizzarsi pienamente. Lo Spirito è causa della Natura (e non viceversa), perché quest’ultima esiste solo per l’io e in funzione dell’io (la Natura è un momento dialettico della vita dello Spirito).

  3. Con l’idealismo ci troviamo di fronte ad una forma di panteismo spiritualistico (tutto è Dio, nel senso che tutto è Spirito), che si distingue sia da un panteismo naturalistico (tutto è Dio, nel senso che tutto è Natura), sia dal trascendentismo di tipo ebraico e cristiano (Dio ò una Persona esistente fuori dell’Universo).

  4. L’idealismo può essere inteso infine come una forma di monismo dialettico (esiste un’unica sostanza: lo Spirito, inteso come realtà positiva che realizza se stesso attraverso il suo negativo, ovvero la Natura).



Fichte (1762-1814)


Opera fondamentale: Fondamenti di tutta la dottrina della scienza (1794-1797)

L’infinità dell’Io


Per Kant l’io penso è il principio supremo di tutta la conoscenza, ma suppone la presenza di un dato già esistente, quindi l’attività (conoscitiva) dell’io è limitata, nel senso che deve partire da un materiale sensibile esterno all’io (non creato dall’io stesso).

Per Fichte invece l’Io è infinito: non è solo principio formale, ma anche materiale, cioè non solo pensa la realtà, ma la crea anche.

La deduzione per Kant è trascendentale: giustifica la validità delle condizioni soggettive della conoscenza (mostra come tutta la realtà è conosciuta a partire dalle forme a priori).

La deduzione per Fichte è assoluta o metafisica: fa derivare dall’Io sia il soggetto che l’oggetto, cioè l’Io crea attraverso una intuizione intellettuale (conoscere e allo stesso tempo creare) sia il soggetto che l’oggetto.



La Dottrina della scienza e i suoi principi


Fichte vuole costruire un sistema grazie al quale la filosofia divenga sapere assoluto e perfetto. Chiama questo sistema Dottrina della scienza, e la intende come una scienza della scienza, sapere che mette in luce il principio su cui si fonda la validità di ogni scienza. Tale principio è l’Io o Autocoscienza, dal quale Fichte vuole far derivare ogni cosa (sia i soggetti empirici e finiti, sia gli oggetti) attraverso una dialettica costituita da tre principi (momenti).

  1. l’Io pone se stesso.
    Questa porre se stesso da parte dell’Io infinito è all’origine di ogni rapporto di identità, anche quello della logica (per cui A=A) e dunque è il fondamento di ogni conoscenza. Il porre è un agire, quindi l’Io è principio agente e la sua specifica azione è quella di porre se stesso (esse sequitur operari: “in principio era l’azione”: l’essere dell’Io è il frutto della sua azione), cioè creare se stesso (è causa sui = causa di sé). Fichte introduce la nozione di Tathandlung: l’Io è, nello stesso tempo, attività agente (Tat) e prodotto (handlung) della sua stessa azione. L’Io quindi è libera attività auto-creatrice ed infinita.

  2. L’Io pone il non-io.
    L’Io non solo pone se stesso, ma oppone anche a sé qualcosa che, in quanto gli è opposto, è un non-io (oggetto, natura, mondo). Tale non-io è tuttavia posto dall’io e nell’io. Questo secondo principio non è a rigore deducibile dal primo “poiché la forma dell’opporre [forma dell’opporre: opporre a sé qualcosa di diverso da sé, un non-io] è così poco compresa nella forma del porre [forma del porre: l’Io pone se stesso] che le è anzi piuttosto opposta [l’Io, essendo assoluto e infinito, a rigore, non può porre null’altro oltre se stesso, dunque come può porre il non-io?]… Ciò non toglie che questo fatto deve accadere, affinché una coscienza reale sia possibile [comunque perché ci sia un mondo (di soggetti finiti e di oggetti finiti) questa opposizione deve, in qualche maniera (?), avvenire].

  3. L’Io oppone nell’Io all’io divisibile ( = limitato) un non-io divisibile ( = limitato).
    L’Io avendo posto il non-io si trova ad essere limitato da esso, esattamente come quest’ultimo risulta limitato dall’io [L’Io infinito avendo posto il non-io si “trasforma” in io finito, si dà nella forma di io finito]. Questo principio esprime la situazione concreta del mondo: una molteplicità di io finiti che hanno di fronte a sé una molteplicità di oggetti finiti.


Chiarificazioni

  1. Questi 3 principi stabiliscono: a) l’esistenza di un Io infinito, attività assolutamente libera e creatrice; b) l’esistenza di un io finito (limitato dal non-io), cioè di un soggetto empirico (l’uomo come intelligenza e ragione); c) la realtà di un non-io, cioè di un oggetto (mondo, natura) che si oppone all’io finito, ma è ricompresso nell’Io infinito dal quale è pure posto.

  2. I 3 principi sono il nerbo della deduzione idealistica del mondo: spiegazione di tutta la realtà alla luce dell’Io (metafisica del soggetto o spirito).

  3. I 3 principi non vanno interpretati in modo cronologico, bensì logico: non c’è prima l’Io poi il non-io ed infine la reciproca limitazione, ma tutto accade simultaneamente: esiste un Io che per poter essere tale deve presupporre di fronte a sé il non-io, trovandosi in tal modo ad esistere concretamente sotto forma di io finito.

  4. L’Io di Fichte risulta quindi finito e infinito allo stesso tempo: finito perché limitato dal non-io, infinito perché il non-io (la natura) esiste solo dentro l’Io (come suo polo dialettico, indispensabile per la sua attività).

  5. l’Io infinito, più che la sostanza degli io finiti, è la loro meta ideale. Gli io finiti sono l’Io infinito proprio in quanto tendono ad esso. L’infinito per l’uomo anziché essere una essenza già data è un dover-essere, una missione. L’uomo è uno sforzo infinito verso la libertà, lotta inesauribile contro il limite e quindi contro la natura esterne (le cose) ed interna (gli istinti irrazionali, l’egoismo).

  6. Questo compito (di avvicinarsi all’infinto alla meta ideale) è una missione mai chiusa, altrimenti l’io stesso, la cui essenza è sforzo, cesserebbe di esistere. Al posto del concetto statico di perfezione, subentra un concetto dinamico, che pone la perfezione nello sforzo indefinito di auto-perfezionamente.



La dottrina della conoscenza


Dall’azione reciproca dell’io e del non-io nasce sia la conoscenza (rappresentazione) sia l’azione morale.

Fichte si proclama realista e idealista al tempo stesso (real-idealismo): realista perché alla base della conoscenza ammette un’azione del non-io sull’io, idealista perché ritiene che il non-io sia a sua volta un prodotto dell’io.

Fichte chiama immaginazione produttiva l’atto attraverso cui l’Io pone, crea, il non-io (è un’immaginazione che crea il materiale stesso, gli oggetti).

Il non-io pur essendo prodotto dall’Io non è una parvenza ingannatrice, ma una realtà di fronte a cui si trova ogni io empirico (soggetto umano). La ri-appropriazione umana del non-io avviene attraverso una serie di gradi conoscitivi (progressiva interiorizzazione dell’oggetto che alla fine si rivela prodotto dell’Io).



La dottrina morale e il primato della ragion pratica


La conoscenza presuppone l’esistenza di un io (finito) che ha dinanzi a sé un non-io (finito), ma l’io finito e il non-io finito sono posti entrambi dall’Io infinito. Ma perché l’Io infinito pone il non-io finito? Secondo Fichte la ragione è di natura pratica: l’Io pone il non-io e “diventa” io finito solo per poter agire. Agire significa imporre al non-io la legge dell’Io, ossia foggiare noi stessi e il mondo alla luce di liberi progetti razionali. Il carattere morale dell’agire consiste nel fatto che esso assume forma di dovere (agire ha senso in quanto orientato ad un dover essere). Per realizzare se stesso l’Io che è costituzionalmente libertà deve agire moralmente (l’Io infinito deve “farsi” io finito e ri-appropriarsi del non-io). Non c’è attività morale senza sforzo e non c’è sforzo senza ostacolo da vincere. Tale ostacolo è la materia, l’impulso sensibile, il non-io. La posizione del non-io (e dell’io finito) è quindi la condizione indispensabile affinché l’Io si realizzi come attività morale (tramite un processo di autoliberazione dai propri ostacoli).

La missione del dotto


La missione del dotto consiste nel farsi liberi e rendere liberi gli altri in vista della completa unificazione del genere umano: ecco il senso dello streben (sforzo) sociale dell’Io: “l’uomo ha la missione di vivere in società, deve vivere in società … altrimenti contraddice se stesso”. Gli intellettuali non devono essere individui isolati e chiusi nella torre della loro scienza. Il dotto deve farsi maestro ed educatore del genere umano. Il fine supremo di ogni uomo, come della società tutta è il perfezionamento morale di tutto l’uomo.



Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale