Identità e appartenenza



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Lettera del Ministro Generale



fra Mauro Jöhri OFMCap

IDENTITÀ E APPARTENENZA


DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI


4 ottobre 2014

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Sommario


INTRODUZIONE: “mosso” da una domanda 4

1. LA NOSTRA IDENTITÀ 6

1.1 Il nostro cammino nella storia 6

1.2 Priorità della vita fraterna 6

1.3 Esperienza e segni: i tratti della nostra identità 7

1.3.1 I luoghi 7

1.3.2 L’essenziale 8

1.3.3 La povertà rigorosa 8

1.3.4 Là dove nessuno vuole andare 9

1.3.5 Una schiera di Santi 9

1.4 All’origine di tutto 10

1.4.1 Interessati a conoscere la propria storia 10

1.4.2 San Francesco d’Assisi 11

1.4.3 Alla scoperta del volto di Cristo 12

2. L’APPARTENENZA 13

2.1 Con Gesù Cristo, nella Chiesa 13

2.2 Una forte vita interiore 13

2.3 Segni di appartenenza 14

2.3.1 Il rapporto con il denaro 14

2.3.2“Io sto bene qui, perché dovrei trasferirmi?” 14

2.3.3 Cammini paralleli e doppia appartenenza 15

2.4 Celebrare 16

2.4.1 Iniziare alla nostra vita 16

2.5 Nell’attesa della sua venuta 17



3. CONCLUSIONE 18

3.1 Confronto e dialogo 18




IDENTITÀ E APPARTENENZA
DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI


Lettera di fr. Mauro Jöhri, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini

Prot. N.00710/14

A tutti i fratelli dell’Ordine

Alle Sorelle Clarisse Cappuccine

Carissimi fratelli,

Il Signore vi dia pace!

INTRODUZIONE: “mosso” da una domanda


Nella lettera programmatica inviata all’inizio del sessennio 2012-2018, vi annunciavo l’intenzione di elaborare una “Ratio Formationis” per il nostro Ordine, così come previsto dalle nostre Costituzioni al numero 25,9. Abbiamo affidato questa “impresa” ai frati che compongono il Segretariato generale per la formazione e subito questi fratelli si sono messi all’opera con zelo e competenza. Inoltre i frati del medesimo Segretariato mi hanno chiesto di proporre un testo sull’identità dei Frati Minori Cappuccini oggi. La prima reazione è stata quella di dire a me stesso: “ma la Regola e le Costituzioni non bastano, tutto vi è descritto in modo chiaro ed esaustivo?”. Qualche giorno dopo ho compreso la necessità di presentare ai frati del nostro Ordine un testo sintetico1 che descrivesse quali sono le fondamenta e i pilastri che sostengono la nostra identità e appartenenza. Eccomi qui a “conversare” con ciascuno di voi per condividere alcune convinzioni che ho maturato negli anni del mio servizio all’Ordine.

Chi siamo noi Frati Minori Cappuccini? La domanda mi rimanda a quanto, in modo perentorio, ha affermato papa Francesco nell’intervista rilasciata a padre Antonio Spadaro della Civiltà Cattolica: “non c’è identità senza appartenenza”2. L’affermazione del Papa è la chiave interpretativa per affrontare la questione dell’identità che, soprattutto negli anni del dopo Concilio Vaticano II ha interpellato, a volte in modo drammatico, la vita religiosa. L’identità senza la coscienza di appartenere corre il rischio di rimanere astratta, così come l’appartenenza senza un’identità precisa rischia di rimanere vuota e senza orientamento. Consapevole dell’interdipendenza sottolineata da Papa Francesco, desidero accogliere la sua affermazione come linea guida di questo scritto. Presenterò alcuni aspetti che riguardano in modo diretto l’identità per poi evidenziare alcune caratteristiche proprie dell’appartenenza.

1. LA NOSTRA IDENTITÀ



1.1 Il nostro cammino nella storia


Riprendo la domanda posta sopra: chi siamo noi frati Minori Cappuccini? Alla semplicità della domanda, non corrisponde l’immediatezza della risposta. Perché? Una delle ragioni potrebbe essere la differenza di opinioni circa le nostre origini: alcuni indicano san Francesco come il nostro Fondatore, altri invece, sottolineano gli eventi della prima metà del ‘500, il secolo che vide nascere la riforma dei Cappuccini. Ritengo che si debba tener conto di entrambe le posizioni. Personalmente preferisco partire dalla situazione storico-ecclesiale del secolo XVI, per poi risalire all’evento carismatico di Francesco d’Assisi. Credo infatti che la nostra chiave ermeneutica per interpretare san Francesco e la sua eredità sia segnata profondamente da quella tradizione particolare sorta nel ‘500.

La storia della Famiglia francescana ha conosciuto molte riforme e divisioni. Noi Cappuccini abbiamo attraversato cinque secoli di storia senza essere stati incorporati in altre aggregazioni. Se con un pizzico di “santa fierezza” possiamo affermare che abbiamo un DNA piuttosto forte, d’altro canto è anche vero che negli anni immediatamente seguenti al Concilio Vaticano II fino ad oggi abbiamo assistito a numerosi e rapidi cambiamenti nel nostro Ordine e alcuni degli aspetti che caratterizzavano la sua unicità sono profondamente mutati, altri sono addirittura scomparsi. Uno dei segni di questa evoluzione è stata la revisione frequente della nostre Costituzioni, avvenuta precisamente nel 1968, 1982 e nell’ultimo Capitolo generale celebrato nel 2012.

1.2 Priorità della vita fraterna


Il cambiamento più evidente, avvenuto dopo il Concilio, è il passaggio da una connotazione fortemente penitenziale della nostra forma di vita a quella dove emerge la priorità della vita fraterna. Il valore della vita fraterna è un dato ormai acquisito, e la formazione che i frati di tutto l’Ordine hanno ricevuto su questo aspetto del nostro carisma, è stata, e continua ad essere significativa e sostanziosa. Allo stesso tempo, siamo consapevoli che la tentazione e la fuga verso l’individualismo si stanno diffondendo in modo preoccupante. Se un tempo eravamo meno coinvolti da quanto accadeva all’esterno del convento, oggi i nuovi mezzi di comunicazione ci propongono in maniera insistente, convincente e raffinata una serie di messaggi e stili di vita che favoriscono una mentalità prettamente individualista, per cui diventa difficile orientarci e discernere. Di fronte a questa situazione abbiamo nella fraternità un valido termine di riferimento: esso scaturisce dal rinnovamento delle nostre Costituzioni iniziate nell’anno 1968, dove la forza e la bellezza della vita fraterna sono evidenziate come elementi prioritari. L’individualità di ogni singolo fratello è un dono prezioso da rispettare e sostenere, ma “l’io” di ciascuno di "noi” diventa ancora più prezioso e fecondo se si relaziona con il “noi” della vita fraterna. Laddove la vita fraterna è vissuta e coltivata con cura, si creano le condizioni perché il singolo frate possa affrontare con serenità le situazioni provocanti e difficili del nostro tempo. Quella del 1968 rappresenta una svolta provvidenziale, ora si tratta di rimanervi fedeli e di cercare di renderla attuale nei rapidi cambiamenti che coinvolgono il mondo intero. Ogni fratello ha il diritto di godere del dono della fraternità e di percepirsi a sua volta chiamato a donare la propria energia perché questo dono possa sviluppare tutta la sua prorompente vitalità.

La svolta di cui scrivevo sopra ha le sue radici in una rilettura delle Fonti Francescane, dove emerge in modo altamente significativo come Francesco d’Assisi abbia valorizzato il dono di ogni singolo fratello, scegliendo volutamente di descrivere il movimento da lui iniziato come una “fraternitas”3. In nome di questa originalità di Francesco possiamo affermare con convinzione che la vita fraterna vissuta con intensità e fedeltà è più esigente anche della stessa scelta della povertà. Mi spiego: se la povertà consiste principalmente nel sottrarre quante più cose alla vita e ridurre le mie e le nostre esigenze all’essenziale, il vivere fraterno esige una continua dinamica di donazione, che ci impegna a rendere più autentica la qualità delle relazioni che accompagnano la nostra quotidianità. A volte si tratta di saper perdonare e di saperlo fare sempre di nuovo, altre volte occorre fare un passo indietro per fare spazio all’altro perché i suoi doni possano fiorire e portare frutto. La vita fraterna, originata dallo Spirito Santo, cresce se la qualità delle nostre relazioni ha il sapore dell’accoglienza, del perdono, della misericordia e della carità che il Signore Gesù ci ha presentato come Beatitudine per la nostra esistenza. La povertà che tanti nostri frati hanno vissuto e vivono con letizia non è relegata in secondo piano, ma nella luce di quel rinnovamento che rende sempre giovani i carismi, assume i connotati della solidarietà, della condivisione dei beni con gli ultimi della terra, della responsabilità nei confronti della salvaguardia del Creato. Fraternità significa pure disponibilità a superare i confini della fraternità locale, della Provincia o Custodia in cui viviamo, per sostenere Circoscrizioni in difficoltà oppure ad essere aggregati a fraternità interculturali dove le necessità di personale sono più urgenti. Con il Consiglio generale stiamo verificando la possibilità di costituire fraternità interculturali in luoghi dove la secolarizzazione sta cancellando progressivamente tutti i segni e le opere generate dalla fede cristiana.

1.3 Esperienza e segni: i tratti della nostra identità



1.3.1 I luoghi


I Frati Minori Cappuccini sono sorti per volontà di un gruppo di Frati Minori Osservanti che desideravano condurre una vita più austera e maggiormente ritirata. I primi Cappuccini scelsero luoghi particolarmente isolati e questa connotazione originale caratterizzò per i secoli seguenti l’ubicazione dei nostri conventi, che sorgevano ad una certa distanza dagli agglomerati urbani. La scelta del luogo conteneva un messaggio preciso, che, debitamente attualizzato, trasmette un valore profondo: i frati volevano vivere ritirati per affermare la priorità del rapporto con Dio nella preghiera e nella contemplazione, ma allo stesso tempo non volevano essere così distanti da non sentire la voce e il grido di chi aveva necessità della nostra presenza, da chi desiderava ascoltare la Parola del Vangelo, o da coloro che, a causa della loro condizione, dovevano beneficiare delle opere di misericordia spirituale e corporale. Pensiamo ai nostri frati che hanno donato la vita per soccorrere e consolare gli appestati e che ancora oggi in tanti paesi sono vicini agli ultimi della terra.

1.3.2 L’essenziale


Un altro elemento significativo e a cui veniva data particolare attenzione era la dimensione delle nostre case. Gli spazi comunitari, quelli destinati al singolo frate, gli oggetti a disposizione delle fraternità avevano la caratteristica dell’essenzialità e della sobrietà. Tutto seguiva una pedagogia precisa: l’essenzialità, l’austerità e la sobrietà erano la memoria quotidiana che il frate doveva ritenersi “pellegrino e forestiero”4. Anche le riserve per il vitto dovevano essere sufficienti per pochi giorni a significare che la fiducia nella Provvidenza non poteva essere ridotta a edificanti discorsi o belle parole. Nelle nostre chiese, non si dovevano usare marmi e dorature, ma unicamente il legno e il cotto. Lo stretto necessario, nulla di più! Era questa l’immagine veritiera e reale che i Frati Cappuccini hanno dato per secoli e, apprendiamo da più di una testimonianza, che tutto era vissuto con francescana letizia. Perché? Quale era la motivazione di tutto questo? I frati attraverso la povertà, l'austerità e la fiducia nella provvidenza desideravano annunciare e testimoniare il Primato di Dio come il bene e la ricchezza più grande della propria esistenza. La testimonianza era eminentemente escatologica, il vissuto e l’agire dei frati parlava di una patria e di un compimento che stanno oltre la vita, nella piena comunione con Dio. La vita, le cose, i beni, i luoghi appartengono a un passaggio, a un pellegrinaggio che avrà un termine5.

1.3.3 La povertà rigorosa


Rimango sempre impressionato quando mi reco a San Giovanni Rotondo, e nel refettorio antico del convento dove visse San Pio da Pietrelcina leggo la scritta: “Si non est satis, memento paupertatis” (Se non è sufficiente, ricordati della povertà!). Nelle nostre fraternità poteva accadere (e accadeva!) che il cibo non fosse abbondante o vario, la scritta ricordava che non era lecito lamentarsi, perché la mensa sobria ed essenziale era in perfetta consonanza con il Consiglio evangelico della povertà e permetteva anche di condividere la situazione di chi povero lo è davvero e non sa come nutrire il proprio stomaco. Di fronte alla povertà crescente che colpisce sempre più persone e al flusso migratorio di tanti uomini e donne che cercano un'esistenza più dignitosa, siamo chiamati a rendere più semplice il nostro stile di vita e a trovare forme di condivisione di spazi e case che non usiamo6.

Anche la modalità della preghiera era ridotta all’essenziale. L’ufficio divino era celebrato con semplicità e raramente cantato, perché ogni frate potesse dedicare più tempo all’orazione mentale, a quel silenzioso stare con il Signore, in qualche angolo oscuro della chiesa o del convento. Il rinnovamento liturgico operato negli anni dopo il Concilio Vaticano II, ha apportato nuove e significative forme celebrative; ma allo stesso tempo constato con amarezza che molti frati hanno abbandonato la pratica dell'orazione mentale.

1.3.4 Là dove nessuno vuole andare


La testimonianza di una vita austera e povera suscitò ammirazione ed edificazione. I frati Cappuccini erano ricercati dai vescovi e dalla gente di ogni ceto e ben presto si meritarono il titolo di “frati del popolo” Anche il Concilio di Trento, che si celebrò nello stesso secolo della nostra nascita, si accorse dell’efficacia delle nostre presenze. Gli organismi gerarchici della Chiesa, cardinali e vescovi ci affidarono il ministero della predicazione per diffondere lo spirito e il rinnovamento del Concilio Tridentino a tutti i battezzati e per confutare le istanze della riforma protestante. Per poter predicare occorreva essere preparati e per questo era necessario accedere ad una serie di manuali di predicazione che illustravano le modalità dell’annuncio del Vangelo, proponendo esempi folgoranti che attingevano alla solida teologia dei padri della Chiesa. Questo fu il motivo che permise di introdurre nelle Costituzioni il permesso di ricavare nei nostri conventi un locale dove venissero conservati i libri necessari per il servizio della predicazione. Da questo possiamo dedurre come eravamo lontani dall'essere condannati all'immobilismo!

Ancora più significativo era il nostro essere “pellegrini e forestieri” che ci abilitava a vivere l’itineranza. Il cambiamento del luogo o del servizio che si era chiamati a compiere che derivavano dall’obbedienza erano una realtà “normale”. Sostenuti da questa consapevolezza i nostri fratelli hanno dato vita a pagine meravigliose di evangelizzazione, colme di eroismo e di santità. I nostri frati partivano e con altri Ordini siamo stati le membra vive che hanno dato vita a Propaganda Fide. San Giuseppe da Leonessa parte per la Turchia, San Fedele da Sigmaringa predica nella Rezia. Quanti fratelli nel 1600 sono partiti per il Congo, l’Angola o hanno indirizzato i propri passi verso la Georgia! Nel secolo successivo siamo arrivati sui monti del Tibet. Si partiva sostenuti dallo zelo di chi si sente chiamato ad una missione. Si partiva e molti morivano lungo il cammino a causa di malattie, assalti di banditi, persecuzioni. Si partiva per andare là dove nessuno voleva andare! Io prego il Signore perché questo desiderio pieno di zelo non tramonti mai nel nostro Ordine7.

1.3.5 Una schiera di Santi


Molti frati provenienti dall’Osservanza seguirono la riforma dei Cappuccini e ad essi si unirono persone di ogni rango e ceto sociale: dall’umile frate Felice da Cantalice, al nobile Ange de Joyeuse8, che comandava le armate del regno di Francia. Nei secoli passati troviamo i Cappuccini in mezzo alla povera gente e nelle regge imperiali. I nostri confratelli ebbero incarichi diplomatici (Lorenzo da Brindisi) oppure stavano con i soldati al fronte in battaglie decisive come quella di Lepanto e di Vienna (Marco d’Aviano). Mi chiedo: perché i nostri frati erano coinvolti nelle situazioni più disparate, sia dal punto di vista sociale, politico e religioso? Mi nasce questa risposta: ci si fidava di noi perché non perseguivamo secondi fini. Penso ai nostri fratelli predicatori che educavano e formavano il Popolo di Dio. Mi è caro ricordare la formazione alla pietà eucaristica, sostenuta dalla pubblicazione di manuali e libri di preghiera. Intensa è sempre stata la nostra animazione spirituale e diverse sono state le pubblicazioni che divulgavano e incentivavano la pratica della meditazione dell’orazione mentale.9 Grazie al cielo questa attenzione si è rinnovata ripetutamente in seno al nostro Ordine. Mi limito a ricordare qui Fr. Ignacio Larrañaga, fondatore dei “Talleres de Oración y Vida”, recentemente scomparso.10

Quanti gesti di carità, di amore, benevolenza hanno seminato i nostri questuanti, che oltre a provvedere il necessario per i frati e per i poveri, svolgevano con semplicità e con la forza dell’attrazione, un’intensa “animazione vocazionale.” Quante vite sono state donate, per confortare gli appestati, consolare i malati negli ospedali, assistere i giovani militari nei vari conflitti! Quante ore trascorse ad amministrare il sacramento della riconciliazione, attività che ci ha meritato la fama di “frati buoni e misericordiosi”! Davvero lo Spirito del Signore accompagna la nostra storia suscitando confratelli in cui è apparsa una luminosa santità; quella che veneriamo pubblicamente, ma sono certo che abbiamo una foltissima schiera di confratelli che hanno donato la vita per il Signore e per i fratelli il cui ricordo è meno noto, ma tutto ciò che essi hanno vissuto è scritto nel Libro della Vita e costituisce una preziosa esemplarità per tutti noi.

Oltre a questi segni di santità, il frate cappuccino era connotato da una serie di segni esteriori: indossava una tonaca confezionata con stoffa ruvida, a cui era attaccato il cappuccio, ai piedi portava i sandali e normalmente la barba era incolta. Ho ricordato sopra la scelta dei luoghi, l'arredo semplice delle chiese, il nostro modo di vivere. Erano segni che comunicavano una storia, un’esperienza e narravano il desiderio di seguire il Signore Gesù accompagnati e sostenuti dalla bellezza del carisma di Francesco d’Assisi. Chi siamo oggi? Da che cosa ci si riconosce?

1.4 All’origine di tutto



1.4.1 Interessati a conoscere la propria storia


Giunti a questo punto più di un confratello dirà: “ Il nostro Ministro generale è un po’ nostalgico!” Vi concedo il pensiero, ma consentitemi di motivare ciò che ho scritto. La nostra identità si è formata nel tempo, i secoli della nostra storia sono stati abitati da uomini che attraverso la loro vita e la loro dedizione a Cristo e alla Chiesa hanno dato un volto al nostro Ordine. La nostra identità la possiamo trovare descritta nei documenti e nei testi di ogni genere prodotti all’interno dell’Ordine, ma essa appare in modo decisamente più evidente dall’esperienza umana e spirituale vissuta dai nostri confratelli che ci hanno preceduto. Ho indugiato su alcuni particolari esteriori, perché rivelavano un modo di essere, di concepire la vita e questo è significativo per dare un volto alla nostra identità. Abbiamo un’eredità spirituale forte e preziosa che ci è stata donata e che attende di essere attualizzata e vissuta anche da noi. Per questo è fondamentale conoscere la nostra storia: chi siamo, da dove veniamo. Mi tornano alla mente alcune dinamiche famigliari: i nipoti vogliono sapere chi erano i bisnonni, oppure desiderano approfondire la storia che aveva fatto incontrare la nonna con il nonno. Nasce il desiderio di ricostruire l’albero genealogico, di visitare i luoghi dove hanno vissuto i nostri antenati. Questa conoscenza rafforza il senso di appartenenza alla nostra famiglia e ne siamo fieri. E’ per me motivo di preoccupazione quando incontro frati o giovani prossimi alla professione perpetua che hanno una conoscenza molto superficiale della nostra storia o della Circoscrizione a cui appartengono e ancor peggio quando si afferma che queste cose non sono importanti! Ritengo che la nostra storia e la nostra tradizione devono essere fonte di ispirazione per le scelte e gli orientamenti futuri.

1.4.2 San Francesco d’Assisi


La nostra riforma ha avuto come riferimento iniziale San Francesco, e fu proprio la sua esperienza e il suo Carisma che ispirarono le prime Costituzioni dell’Ordine. Esse furono scritte in breve tempo perché i frati avevano ben chiaro ciò che desideravano vivere e in quelle poche pagine si evidenziava la volontà di osservare più “spiritualmente” la Regola e il Testamento di san Francesco, e il termine “spiritualmente” può benissimo essere sostituito con integralmente. Oggi per noi, risulta più immediato e facile far risalire tutto a san Francesco, e dimenticarci della nostra storia e degli eventi che hanno generato una nostra tradizione. Sarebbe un grave errore storico scadere in un egualitarismo dove tutto diventa simile, in nome di che cosa non si comprende. Ogni carisma diventa ricchezza se compreso vissuto e testimoniato; questo è vero anche nella grande famiglia francescana dove la sorgente è unica, ma i rivoli di questa sorgente hanno formato, fiumi e torrenti diversi. I Cappuccini originariamente compresero che Francesco aveva vissuto una vita austera, con molte privazioni e lo vollero imitare. Videro in lui il Santo che alternava all’annuncio del Vangelo lunghi periodi in cui se ne stava solo in preghiera in luoghi solitari e anche in questo lo vollero imitare. Riconobbero in lui un uomo ricco di grande libertà interiore, capace di stare con ogni uomo varcando le soglie delle dimore dei ricchi, dei potenti e condividendo in ogni aspetto il dramma dei lebbrosi; rimasero affascinati dal Poverello che andò tra gli infedeli e vollero fare la stessa cosa.

Fratelli carissimi, i valori che costituiscono la nostra identità come ci interpellano oggi? Che cosa vogliamo fare di fronte alle proposte forti proprie della nostra identità?

  • condurre una vita semplice che si limita al minimo necessario e non al massimo consentito.

  • vivere una preghiera prolungata che si alterna con le varie forme di servizio a noi affidate.

  • conservare un cuore aperto ad ogni uomo senza distinzione di ceto, razza e nazionalità.

  • donare la disponibilità ad andare là dove nessuno vuole andare.

Tutto questo vissuto in comunione fraterna, che è il “sapore” che conferisce valore e bellezza al nostro vivere e operare.

Siamo chiamati a vivere la nostra situazione sociale ed ecclesiale, usando di tutto ciò che l’ingegno umano ha prodotto e produrrà, ma dobbiamo anche custodire e vivere la concretezza quotidiana con lo spirito che ha mosso i nostri padri. Il nostro Ordine è sorto nel cuore dell’Italia ed ha avuto per diversi secoli la sua diffusione soprattutto in Europa. Nel “vecchio continente” assistiamo ad un forte decremento vocazionale, mentre constatiamo un confortante sviluppo del nostro Ordine in Asia, Africa e America Latina. Il nostro carisma e la nostra identità entrano in dialogo con culture e società diverse: la bella e santa impresa è quella di favorire che i frati di queste giovani circoscrizioni possano accedere e conoscere i contenuti e i valori che hanno ispirato la nostra vita e hanno generato la nostra identità partendo dal Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo e del suo servo Francesco. Questa trasmissione dei valori propri della nostra vita alle giovani generazioni, ma anche a tutti noi, deve percorrere un lungo cammino. Affinché il vangelo e il carisma raggiungano e penetrino nella concretezza della vita e di una cultura, occorre dialogo continuo unito all'esempio lieto e gioioso di frati che mostrino alle nuove generazioni che si può vivere ciò che si ascolta e si studia.

1.4.3 Alla scoperta del volto di Cristo


Noi Cappuccini, attraverso la nostra riforma abbiamo sviluppato un modo particolare per andare a Francesco; allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli che sono trascorsi quasi 500 anni da quando fr. Matteo da Bascio e compagni iniziarono la storia di cui tutti noi facciamo parte. In questi secoli la conoscenza di san Francesco, il suo carisma e il suo messaggio, che continua a provocare e affascinare, sono stati oggetto di benefico approfondimento e noi godiamo di un patrimonio davvero eccellente. La costituzione di questo prezioso tesoro è stata opera di numerosi studiosi che grazie al loro lavoro ci permettono di avere una visione molto più accurata sia del Serafico Padre che del suo tempo. Oltre alla conoscenza storica delle fonti è essenziale che ogni frate abbia un approccio esistenziale alla figura di san Francesco e questo ci porta immancabilmente ad andare oltre. Dove? Questo oltre ha un nome e un volto: Il Signore nostro Gesù Cristo11. Dalla culla alla croce, dalla nascita alla morte, Francesco ha percorso il cammino di tutti i misteri della vita umana di Gesù.

Il Cappuccino guarda a Francesco in tutta la sua originalità e bellezza, ma Francesco ti conduce ad incontrare Gesù di Nazareth. La sequela di Cristo non avviene in modo astratto, ma piuttosto desiderando con tutto noi stessi di vivere come Cristo. Il desiderio più autentico, che siamo chiamati a mantenere giovane e vigoroso, rimane quello di “vivere secondo la forma del santo Vangelo” accogliendo l’invito a lasciare ogni cosa, rinunciando a noi stessi, accettando di purificare i nostri affetti, perché Lui possa essere il primo. E quando Lui diventa il primo, tutto diventa più autentico e più vero, anche la nostra capacità di amare e di stare con la gente. In Gesù di Nazareth, il Figlio della Vergine Maria, il Padre ci ha rivelato il suo grande Amore, ha fatto scendere su di noi la sua misericordia, ci ha rivelato la sua volontà di donarsi tutto a tutti (lettera al Capitolo generale e a tutti i frati). Francesco contemplava queste cose e in lui nasceva una commossa e stupita devozione al mistero dell’Incarnazione e dell’Eucaristia.

2. L’APPARTENENZA



2.1 Con Gesù Cristo, nella Chiesa


Papa Francesco ha ribadito che la categoria esistenziale della fraternità richiama immediatamente quella dell’appartenenza. Prima di continuare la mia riflessione sui segni che contraddistinguono l’appartenenza del singolo frate all’Ordine, desidero ricordare la “madre” di ogni appartenenza: apparteniamo a Cristo e alla sua Chiesa. La Grazia del nostro battesimo ci dona di appartenere al Popolo di Dio e con esso condividiamo la gioia e la gratitudine per la salvezza che l’amore fedele di Dio ci ha offerto attraverso il Signore Gesù. La nostra vita, lo svolgersi delle nostre vicende personali e comunitarie avviene nella Chiesa. Sia san Francesco che i primi Cappuccini vollero sottoporre il carisma e la conseguente forma di vita all’autorità della Chiesa. Il VII CPO sintetizza in maniera efficace la qualità della nostra appartenenza alla Chiesa e ci sollecita a: mantenerci sinceramente disponibili a servire la Chiesa locale e universale, agendo in concordia con i pastori. Privilegiamo quegli impegni che sono più consoni alla nostra vocazione di minori e assumiamo gli incarichi pastorali di frontiera, i ministeri meno ricercati nella Chiesa e nelle periferie, ossia là dove meglio possiamo manifestare la compassione e la prossimità: siano essi parrocchie di periferia, cappellanie in ospedali, assistenza ai malati e al mondo delle emarginazioni tra le vecchie e nuove povertà."12. Il Pontificato di Papa Francesco, la sua insistenza sull’annuncio di salvezza nelle periferie del mondo ci conferma e ci offre un’occasione di conversione circa il nostro ministero nella Chiesa.

2.2 Una forte vita interiore


La nostra appartenenza ha bisogno di essere vissuta nella concretezza quotidiana altrimenti rischia di essere qualcosa di ideologico e formale. Il frate cappuccino che appartiene ad una fraternità e quindi all’Ordine, prega, mangia, lavora, condivide il proprio vissuto con i confratelli; con essi vive momenti di letizia, di gioia e accetta i momenti di fatica e di conflitto che immancabilmente vengono a visitarci. Come un bambino nei primi anni della sua vita impara una serie di norme di comportamento dal padre e dalla madre, le interiorizza e le fa proprie, così chi è accolto alla nostra vita dovrebbe essere iniziato ad amare ed interiorizzare i valori essenziali del nostro carisma. Desidero a questo punto ricordare un tratto della spiritualità benedettina dove si afferma che se un monaco si trova nei campi, lontano dal monastero e sente la campana che chiama alla preghiera comune alla quale lui non può partecipare a motivo della distanza, quel monaco sospenderà il suo lavoro e si unirà spiritualmente alla preghiera della sua comunità. Il sentimento dell’appartenenza si rivela soprattutto quando non sono visto da nessuno e sono chiamato a compiere scelte coerenti a quello che pubblicamente ho professato con i Consigli evangelici. Santifico la mia giornata con la preghiera oppure mi “auto-dispenso” perché per ragioni varie non sono con i confratelli? Oppure, ancor peggio, teorizzo che la preghiera è un fatto personale, di cui non debbo render conto a nessuno? Questo tipo di atteggiamento, se non è corretto fraternamente, a lungo andare genera una mentalità individualista e opportunista. Il senso di appartenenza coltivato e alimentato dal rapporto con Dio e con i fratelli, ci aiuta a vivere la bellezza di una esistenza donata a Dio e all’umanità e ci sostiene nel momento della prova.

2.3 Segni di appartenenza


Ci sono alcuni segnali che possono indicarci se il senso di appartenenza si è radicato nella nostra esistenza, li elenco di seguito, mettendo in evidenza i “nemici” di questo processo di radicamento. Nessuno si senta giudicato, anzi se fosse necessario, con onestà e verità, ne faccia oggetto di revisione per avviarsi verso una salutare conversione.

2.3.1 Il rapporto con il denaro


Oltre alla partecipazione agli atti comuni, un segno della nostra appartenenza è dato dal rapporto con il denaro. Ricordo quanto è scritto nelle nostre Costituzioni: “A motivo della nostra professione religiosa siamo tenuti a consegnare alla fraternità tutti i beni, compresi stipendi, pensioni, sovvenzioni, assicurazioni che in qualunque modo ci pervengono”.13 Mi rivolgo ora al fratello che possiede conti bancari, o gestisce denaro all’insaputa del proprio Ministro e guardiano, a colui che non consegna alla fraternità le offerte o i compensi derivanti dal ministero o dal lavoro, perché afflitto dalla preoccupazione di “come sarà il domani”, quando sarò anziano, ammalato ecc. Così pure scrivo al frate che decide di usare il denaro per aumentare il proprio tenore di vita, per concedersi privilegi che non hanno nulla a che spartire con la minorità – povertà. A questi fratelli dico: convertitevi e ritrovate la fiducia nella Provvidenza, vivete ciò che avete liberamente scelto e professato; fidatevi della vostra fraternità! Vi offro le parole che Papa Francesco ha rivolto ai religiosi il giorno 16 agosto 2014 durante il suo viaggio apostolico nella Corea del sud: “L’ipocrisia di quegli uomini e donne consacrati che professano il voto di povertà e tuttavia vivono da ricchi, ferisce le anime dei fedeli e danneggia la Chiesa. Pensate anche a quanto è pericolosa la tentazione di adottare una mentalità puramente funzionale e mondana, che induce a riporre la nostra speranza soltanto nei mezzi umani e distrugge la testimonianza della povertà che Nostro Signore Gesù Cristo ha vissuto e ci ha insegnato”. Il rapporto sereno e responsabile con il denaro si manifesta pure nella partecipazione attenta e costruttiva ai capitoli locali dove si elabora un preventivo annuale oppure si prende conoscenza del bilancio consuntivo14.

2.3.2“Io sto bene qui, perché dovrei trasferirmi?”


Un altro appello lo rivolgo al fratello che rifiuta ostinatamente ogni genere di trasferimento: questo atteggiamento non è solamente una mancanza contro l’obbedienza, ma denuncia l’assenza di collaborazione e di disponibilità nei confronti dei programmi e degli obiettivi che la fraternità vuole raggiungere. A titolo di esempio: poniamo che un Capitolo provinciale decida di costituire una nuova fraternità o attività, perché più rispondente ai valori del nostro Carisma o alle esigenze della Chiesa locale e un frate che è ritenuto qualificato e idoneo per questa nuova presenza si rifiuta di andarvi perché si ritiene indispensabile e insostituibile o perché afferma: “Sto bene dove mi trovo ora”. La conclusione traetela voi. Io chiedo a me e voi: “cosa significa per noi stare bene?”

2.3.3 Cammini paralleli e doppia appartenenza


Argomento delicato e controverso, ma parliamone senza esasperare i toni come spesso accade. Attingo dalla mia esperienza: mi tornano alla mente situazioni, racconti, condivisioni raccolte negli otto anni di servizio all’Ordine come Ministro generale. Ho incontrato fratelli che per ministero o proposte ricevute sono entrati in contatto con la spiritualità e l’esperienza di altre realtà ecclesiali, mi riferisco in modo particolare alle Associazioni ai Movimenti ai Gruppi di preghiera. In alcuni di loro si è realizzata quella benefica dinamica conosciuta come “dialogo tra i carismi” che genera ricchezza e sostegno reciproco alle rispettive vocazioni. Questi fratelli vivono la loro presenza con libertà, testimoniando il nostro carisma. In altri è scattata una dinamica di identificazione nella realtà con cui si è venuti a contatto a tal punto da far insorgere la pretesa che la fraternità debba accogliere tutto ciò che proviene dal movimento o dal gruppo incontrato. Psicologicamente ed emotivamente questi fratelli vivono staccati dalle dinamiche della fraternità locale e provinciale; tutto è assorbito dalla realtà ecclesiale che dicono di “seguire” e all’interno della quale hanno sviluppato un forte senso di appartenenza. Il dialogo tra i carismi genera ricchezza, accoglienza e non è raro vedere come questa sinergia ha generato cammini di fede, opere caritative e di promozione umana. La doppia appartenenza genera conflittualità, tensione e fa perdere di vista l’originalità della propria vocazione. A chi chiede di diventare Cappuccino e proviene da un movimento, non impongo di rinnegare il suo passato (come posso chiedere a una persona di rinnegare la realtà che gli ha permesso di incontrare il Signore?), chiedo invece di immedesimarsi nella proposta bella e santa generata dal carisma di Francesco d’Assisi, e dalla tradizione del nostro Ordine, accogliendo tutte le modalità e le dinamiche che permettono una concreta e reale appartenenza alla fraternità. In tutte le varie questioni che ruotano attorno al tema della doppia appartenenza, non nascondo che, a volte mi pongo, una domanda che condivido con voi: “perché i nostri frati vanno a cercare altrove qualcosa che li aiuti a dare senso alla loro vita?”

Esistono poi, altre situazioni che creano scissione e divisione nella singola persona e nei rapporti con i fratelli; mi riferisco alle relazioni affettive vissute di nascosto, per le quali non si vuole chiedere nessun aiuto e che portano inevitabilmente testa e cuore fuori dalla fraternità. Può anche accadere che un frate s'identifichi nel suo ministero o incarico, riducendo al minimo la sua presenza e il suo impegno nella fraternità. In questi casi, l'umile ricerca di un aiuto che ci sostenga in un benefico cammino di verifica della nostra appartenenza, può diventare l'occasione di un rinnovamento interiore che permetterà di vivere la propria vocazione con rinnovata consapevolezza. Fratelli, quando la "crisi" viene a visitare la nostra vita, non esitiamo mai a chiedere aiuto!

2.4 Celebrare


Abbiamo bisogno di fare memoria della vocazione alla vita fraterna che contraddistingue la nostra vita: questo ci aiuta a rafforzare il nostro senso di appartenenza. I Ministri provinciali, i Custodi e i guardiani, hanno il compito d’informare e di condividere gli orientamenti e le proposte che nascono dall’Ordine, le scelte compiute dal Capitolo provinciale e come si è giunti a formularle. Il senso di appartenenza è coltivato dai momenti di festa per gli anniversari importanti nella vita delle comunità e dei singoli. Normalmente, nelle Province e nelle fraternità, si fa molta critica, un po’ di benefica autocratica, troppe recriminazioni e lamenti. Proviamo a benedire il Signore, grati per ciò che di buono e di bello ha realizzato in noi e fra noi; sarebbe davvero triste e preoccupante se non lo vedessimo più! Non aspettiamo che uno sia morto per raccontare il bene che ha compiuto, ma siamo grati al Signore perché quel ”sant’uomo” appartiene al mio stesso Ordine: è uno di noi!

2.4.1 Iniziare alla nostra vita


L’iniziazione alla nostra vita comporta una serie di tappe che devono essere vissute nella gradualità e i formatori con la fraternità sono chiamati a discernere e a verificare l’idoneità del candidato. Introdurre i giovani in formazione alla nostra vita comporta anche la formazione a quella dimensione profonda e nascosta che chiamiamo interiorità alla quale ho già accennato nel paragrafo 2.2 di questa sezione. I giovani e adulti che intendono abbracciare la vita religiosa nella nostra forma di vita devono sperimentare la dinamica Pasquale di morte e risurrezione, conformandosi al cammino del Signore Gesù e avvertendo tutta la bellezza di una esistenza donata per amore. Mediante la conformazione a Gesù Cristo, meditando la sua vita, morte e risurrezione, veniamo progressivamente introdotti nel mistero di salvezza. Cari fratelli questo cammino non è riservato solo ai giovani in formazione iniziale, ma rappresenta il modello esistenziale a cui ci dobbiamo continuamente ispirare. Contemplare il mistero pasquale che viene ad abitare la nostra esistenza, mantiene il cuore giovane e desideroso di bene, ci rende capaci di osare, ci fa audaci e ci impedisce di scadere nella logica del compromesso, della compensazione e dello scoraggiamento. E’ necessario che amiamo e difendiamo una vita sacramentale intensa, dove eucaristia e riconciliazione trovino un posto di onore nel programma di vita del singolo e della fraternità. Leggete ancora ciò che papa Francesco ha detto ai religiosi Coreani: Solo se la nostra testimonianza è gioiosa potremo attrarre uomini e donne a Cristo; e tale gioia è un dono che si nutre di una vita di preghiera, di meditazione della Parola di Dio, della celebrazione dei Sacramenti e della vita comunitaria. Quando queste mancano, emergeranno le debolezze e le difficoltà che oscureranno la gioia conosciuta così intimamente all’inizio del nostro cammino.”

E’ necessario che i nostri formandi siano incoraggiati a lasciare l’uomo vecchio con tutte le sue abitudini e a vivere la nuova appartenenza a Cristo che si realizza nella vita consacrata. Il distacco dalla propria famiglia, dalle abitudini e dai luoghi da cui proveniamo vogliono essere il segno di questa nuova appartenenza. I tempi prolungati di preghiera e di silenzio, contatti esterni limitati allo stretto necessario, sono gli elementi che aiuteranno coloro che abbracciano la nostra vita a radicarsi nell’amicizia con il Signore che dona il centuplo a coloro che lo amano come il Primo di tutto. In questa opera formativa l'esempio dei formatori e della fraternità sono indispensabili.

2.5 Nell’attesa della sua venuta


La nostra appartenenza a Cristo, alla Chiesa e all’Ordine richiama la dimensione escatologica della vita religiosa. La vita sobria, essenziale e gioiosamente semplice, ci pone nella condizione di attendere fiduciosi e lieti la pienezza che non appartiene a questo mondo ma a quel compimento che Dio ha preparato per i suoi figli quando godremo della piena comunione con Lui. Com’è vera e profonda la dimensione di attesa che rende più veri ed essenziali i nostri giorni! Alimentiamo il desiderio di vedere il volto del Signore con tempi prolungati di veglia e di preghiera. La vita fraterna, anche con tutte le sue fatiche e lentezze è davvero testimonianza della comunione senza fine del Mondo che verrà.

3. CONCLUSIONE


Cari fratelli grazie per avermi letto. All’inizio della lettera ho usato la parola “conversare” e ora che sono giunto al termine, mi rendo conto di non essere stato né esaustivo né sistematico. Ho voluto comunicarvi ciò che ritengo essenziale sulla nostra identità – appartenenza. In questo essenziale spero che ciascuno di voi possa trovare uno spazio in cui entrare per confrontare la propria vita con la bellezza e l’attualità della totalità del nostro carisma. Penso alle stesse dinamiche che governano l’incontro con il Vangelo: non è necessario conoscerlo immediatamente tutto, il lettore rimane toccato da un brano, da una parola e vuole cominciare ad approfondirla e a viverla, ed è partendo da questo inizio che in seguito potrà accedere alla totalità e alla compiutezza della Buona Novella. Per questo oso insistere sulla vita fraterna: sono consapevole che prima o poi, sorretti dalla Grazia di Dio, la fraternità potrà essere il segno di rapporti umani più autentici che respirano l’aria pulita e vivificante del Vangelo. Il frate che vive la sua appartenenza all’Ordine con letizia e riconosce nella vita fraterna la sua identità, diventa affascinante e capace di una grande fecondità spirituale.


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