Identità ibride e identità chiuse



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Identità ibride e identità chiuse

La letteratura sociologica sul tema dell’identità, sin dall’opera di Mead, ha da sempre insistito

sull’impossibilità di considerarla come un’entità immobile o indivisibile (Melucci, 1991; Elster,

1991 ; Remotti, 1996; Crespi, 2004). Come è noto questa letteratura tende a fare una distinzione tra

identità personale e identità sociale, tra identità auto-diretta ed etero-diretta; nel primo caso

l’identità punta su ciò che ci fa sentire unici, mentre nel secondo caso si riferisce a ciò che ci fa

sentire simili ad un gruppo di riferimento, relativo al proprio contesto di appartenenza. Questa

ambivalenza è quindi legata al fatto che l’identità può essere riferita, da un lato, al medesimo,

all’identico, all’esistenza stabile di confini e strutture, in ciò che rimane nel tempo; dall’altro lato

invece può dipendere dalle nostre scelte e decisioni e non avere confini stabili, perché la

responsabilità della scelta di questi stessi confini dipende dall’individuo.

Da questo fragile equilibrio si possono quindi produrre due tendenze contrapposte: se prevale

eccessivamente la ricerca del medesimo e dell’identico, i processi di identificazione cercheranno la

purezza (Fabietti, 1995) e produrranno un’identità chiusa, auto-referenziale e intollerante verso

l’alterità; l’identità si percepisce, in questo caso come separata e diversa da tutti coloro che non

condividono gli stessi codici culturali o religiosi, la scelta nei processi di identificazione si basa

quindi su dicotomie del tipo o A… o B (Beck, 2003). Se viceversa prevale l’apertura soggettiva

verso l’esterno emerge una nozione di identità – e di cultura – che riconosce l’esistenza di elementi

di alterità all’interno della stessa identità che non fa riferimento a un medesimo, ma rimane aperta a

processi di revisione e negoziazione (Clifford, 1993). In questo caso siamo sul polo opposto

dell’identità chiusa, ovvero siamo nell’ambito dell’identità multipla, capace di gestirsi in una

pluralità di identificazioni senza scivolare verso forme di reificazione; la scelta nei processi di

identificazione si basa quindi sulla logica del sia A… sia B.

In sociologia vari autori hanno sottolineato che nelle società complesse l’identità diventa sempre

meno univoca e sempre più riferita ad appartenenze molteplici, una pluralità che si sviluppa non

solo nel tempo attraverso il cambiamento, ma anche nel presente perché nel Sé coesistono parti

diverse e in nessun momento ci si può identificare con una sola di queste parti. In questa prospettiva

l’identità viene quindi considerata come un processo continuo di identificazione, dove le definizioni

sono variabili: l’identità non è più qualcosa che proviene dalle appartenenze, o non solo, ma anche

un processo legato alle autonome capacità di individuazione, sempre più richieste dalla società

complessa che esige individui autonomi, che funzionino come terminali culturali (Melucci, 1991).

Altri autori invece hanno invece criticato le posizioni costruttiviste che definiscono l’identità come

un continuo processo, caratterizzato dalla fluidità e dalla molteplicità. Secondo Brubecker e Cooper

(2000) ad esempio, queste definizioni appaiono troppo ottimiste e non sono in grado di spiegare

l’esistenza di identità chiuse e cristallizzate in forme aggressive di difesa, alla base di nazionalismi e

fondamentalismi: il senso di identità è irrinunciabile per ogni individuo e, soprattutto davanti a

rischi e minacce, questo spinge inevitabilmente al rifiuto della molteplicità.

L’apertura o la chiusura dell’identità si giocano inoltre sul campo del riconoscimento, in quanto

ogni forma di identificazione è legata al riconoscimento degli altri: qualunque forma di identità o di

differenza per essere affermata presuppone un pubblico che la riconosca. In questo senso Taylor

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(1998) ritiene che l’individuo auto-interpreta continuamente sé stesso a partire dall’universo



culturale nel quale si trova inserito, la comprensione del “chi siamo” e gli strumenti che abbiamo

per definire la nostra identità dipendono dunque dal contesto di appartenenza: l’identità è un flusso

che si concretizza volta a volta nel risultato della relazione con l’altro, all’interno di uno specifico

contesto culturale (Remotti, 1996).

Ora, se facciamo riferimento alle ricerche disponibili riguardo alla costruzione dell’identità dei

giovani figli di migranti incontriamo solitamente due tipi di valutazioni: in alcuni casi emerge la

tendenza a focalizzare i processi di identificazione su un solo riferimento sociale, quello della

società di accoglienza (per chi cerca sicurezza in un’assimilazione il più possibile completa) o

viceversa quello della comunità culturale d’origine, che viene ricostruita come identità collettiva

mitica, unica e separata da tutte le altre. In altri casi invece emerge la capacità, da parte di questi

giovani, di giocare costantemente tra identificazioni diverse, in un continuo processo narrativo di

costruzione identitaria5.

Come si è visto prima, la sociologia francese ha approfondito soprattutto lo studio dei processi di

assimilazione culturale dei giovani così come l’osservazione dei processi di rifiuto della richiesta di

assimilazione attraverso la formazione di identità chiuse soprattutto tra i giovani delle banlieues.

Viceversa il tema dell’identità culturale plurale è emerso soprattutto all’interno della letteratura

sociologica anglo-americana, influenzata oltre che dai cultural studies e dall’antropologia

interpretativa, anche dalle politiche della differenza (che si sviluppano prima negli Stati Uniti, poi in

Gran Bretagna) così come dai movimenti culturali per la rivendicazione delle identità che si

verificano negli stessi anni. La sensibilità verso il tema della differenza e della produzione culturale

ha portato infatti ad una maggiore attenzione verso i processi di ibridazione in una società sempre

più globalizzata dai mezzi di comunicazione, bilanciando così l’altrettanto importante filone

britannico di ricerche dedicato al tema del razzismo e delle discriminazioni.

La maggiore attenzione al tema della differenza ha dato origine a una vasta letteratura dedicata

all’analisi delle identità ibride, dove la nozione di ibridità si contrappone idealmente a quella di

essenza e si richiama all’idea dell’identità non come una permanenza, ma come un insieme

variabile di significati attribuiti al proprio essere e al proprio comportamento: un’identità inbetween.

La letteratura sulle identità ibride o multiple non costituisce però un corpus unico ed è possibile

distinguere tra, da un lato, visioni che sottolineano maggiormente l’autonomia cognitiva

dell’individuo, la sua capacità di distaccarsi dalle identificazioni e di utilizzale in modo ironico e

pragmatico e, dall’altro lato, posizioni che ricordano che la costituzione dell’identità non è solo il

risultato di scelte autonome da parte del soggetto, in quanto avviene all’interno di uno spazio di

potere: non esiste solo il potere personale di definirsi in un certo modo, di affermare la propria

differenza rispetto ad altri, ma anche il potere di essere definiti dagli altri (Hall, 1996; Bhabha

1996).

In ogni caso, in questo tipo di letteratura, l’identità ibrida - riferita soprattutto ai figli dei migranti,



ma in alcuni casi anche agli stessi primo-migranti - viene considerata come il risultato delle

diaspore delle persone e delle culture che caratterizzano la società globalizzata: Hannerz,

Appadurai, Hall, Bhabha, Gilroy sono gli autori che hanno contribuito a dare vita a questo dibattito,

studiosi che tra l’altro sono stati investiti in prima persona da questo stesso processo diasporico6.

Secondo questi autori l’identità ibrida ha evidenti anticorpi contro l’essenzialismo e la reificazione

delle culture in quanto favorisce uno sguardo esterno, più libero dal senso comune e dal dato per

5 Bisogna poi considerare che le definizioni di identità che vengono raccolte durante lavori di ricerca sono solo



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