Ii. Una filosofia che parla della vita



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II. UNA FILOSOFIA CHE PARLA DELLA VITA

1. Introduzione
In questo capitolo intendo prendere in considerazione la filosofia di Nietzsche partendo dai suoi aspetti più strettamente legati alla vita e, oserei dire, alla quotidianità; cercherò soprattutto di mettere in risalto quelle parti del pensiero nietzscheano che scaturiscono, appunto, dalla vita di tutti i giorni, a tal punto che forse qualcuno potrà pensare che ciò di cui parlerò non è “filosofia” nel significato comune del termine, ossia che si tratta di riflessioni troppo legate alla vita reale, quella che quotidianamente viviamo tutti noi.

Al contrario, ritengo che la grandezza di Nietzsche risieda anche, per non dire soprattutto, nella sua capacità di osservazione, nel suo riuscire a cogliere gli aspetti del mondo che lo circonda (che è anche il nostro mondo), anche quelli più sottili e impercettibili; Nietzsche, possiamo dire, è un “genio della quotidianità”.

Nella vita di tutti i giorni, in tutto quello che facciamo, noi abbiamo soprattutto “intenzioni”; ed ecco che il filosofo, forse in maniera eccessivamente generalizzante, osserva:
Tutto ciò che avviene per un’intenzione si può ridurre all’intenzione di aumentare la potenza.1
Nietzsche sembra riferirsi in queste righe agli esseri umani e agli animali; tuttavia, secondo il pensatore la volontà di potenza, ossia un tendere costantemente a un aumento della potenza, è una legge alla quale non sfuggono neppure le piante e addirittura nemmeno le cose che compongono il mondo inorganico. Per quanto riguarda le piante, osserva:
L’uomo tende alla felicità”, ad esempio: che c’è di vero in questo? Per comprendere che cosa è vivere, quale specie di sforzo e di tensione sia la vita, la formula deve valere tanto per l’albero e la pianta quanto per l’animale. […] … ogni espandersi, incorporare, crescere, è tendere a una resistenza: il movimento è essenzialmente congiunto a stati di dispiacere; ciò che qui dà l’impulso deve in ogni caso volere qualcosa d’altro, giacché vuole così il dispiacere e lo cerca continuamente. Perché combattono fra loro gli alberi di una foresta vergine? Per la “felicità”? Per la potenza!2
Ma anche il mondo inorganico, dicevamo, è, secondo Nietzsche, governato dalla volontà di potenza; il mondo stesso è “volontà di potenza”, tesi, questa, che trapela con la massima chiarezza dall’aforisma che la sorella del filosofo e il discepolo Heinrich Köselitz hanno scelto per concludere La volontà di potenza; tale aforisma, piuttosto lungo, termina così:
… per questo mondo volete un nome? Una soluzione per tutti i suoi enigmi? E una luce anche per voi, i più nascosti, i più forti, i più impavidi, o uomini della mezzanotte? Questo mondo è la volontà di potenzae nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza – e nient’altro!3
Il filosofo tedesco ritiene che anche la forza di gravità sia una manifestazione della volontà di potenza; ed ecco allora che anche fra i pianeti (e quindi in tutto l’universo) è sempre la volontà di potenza, sotto forma di gravità, a stabilire i rapporti di forza; si potrebbe dire, ad esempio, che siccome la Luna ruota intorno alla Terra, ed è quindi assoggettata alla gravità terrestre, la Terra ha un grado di potenza maggiore rispetto alla Luna; la Terra, a sua volta, essendo come tutti i pianeti del sistema solare “prigioniera” della gravità del Sole, ha un grado di potenza minore rispetto al Sole stesso. In un certo senso, quindi, sembra che per Nietzsche anche la materia possa avere “intenzioni”. Il pensatore intende proprio questo quando parla di “volontà di potenza”, ossia una legge inquietante e ineluttabile che determina tutti gli accadimenti, e che guida le intenzioni di tutto ciò che esiste, dalle più minuscole particelle ai pianeti.

Osserva:
La volontà di accumulare energia è specifica del fenomeno della vita, per la nutrizione, la generazione, l’ereditarietà – per la società, lo Stato, i costumi, l’autorità. Non potremmo ammettere che questa volontà sia la causa motrice anche nella chimica? E nell’ordine cosmico?4

Anche ogni essere vivente, ovviamente, sia esso uomo, animale o pianta, è, secondo il filosofo, spinto all’agire da una volontà che ha come unico scopo un aumento della potenza; una definizione precisa di “potenza” non può essere data; degli alberi abbiamo parlato, mentre per quanto riguarda gli animali, osserva Nietzsche, l’aumento della potenza viene ricercato già nell’atto di alimentarsi; per gli uomini la potenza può essere intesa nel suo significato più classico, ossia come potere politico, oppure come ricchezza, oppure ancora come generazione di figli per ottenere una sorta di immortalità; il voler crescere, in ogni senso, equivale a voler aumentare la potenza.

Nella filosofia nietzscheana c’è molta “quotidianità”, e l’ammirazione del pensatore per Schopenhauer è comprensibile se si considera che, come osserva Paolo Scolari, Schopenhauer elabora prima di Nietzsche una filosofia che scaturisce dalla vita reale; dice Scolari:


Schopenhauer viene assunto da Nietzsche quale pensatore tipo e figura esemplare di intellettuale della società della sua epoca. La sua è l’unica filosofia moderna “vissuta” prima che “pensata”, che esprime una scelta di vita. In effetti, Schopenhauer non fu un “intellettuale di professione”: non fece mai della filosofia una mera occupazione intellettuale, né tantomeno un lavoro da svolgere al servizio dello Stato, in vista del successo e del guadagno.5
La filosofia di Nietzsche è quindi una “filosofia della vita”, che talvolta diventa anche una “filosofia di vita”, ossia una filosofia che scaturisce dalle reali esperienze di chi l’ha concepita e che indica come si debba agire in determinate situazioni, senza però assumere mai i toni della predica;

osserva Eugen Fink:


Nietzsche ha dato, come disse una volta Scheler, alla parola «vita» la risonanza dell’oro; egli ha fondato la «filosofia della vita».6
E ancora:
La filosofia sembra a Nietzsche più «una prassi di vita» che una verità teoretica.7
Anche Giorgio Penzo, riferendo degli studi di Hans Weichelt, parla della notevole “passione pedagogica” che caratterizza la filosofia del pensatore di cui stiamo parlando; osserva:
In particolare, Weichelt mette in rilievo la passione pedagogica di Nietzsche, che sarebbe presente in tutti i suoi scritti. Una simile passione traspare nella predilezione di Nietzsche per i termini erziehen, lehren (educare, insegnare). Nietzsche vuole istruire i suoi discepoli, i suoi colleghi, i suoi amici, la sorella, il lettore, il popolo tedesco e l’intera umanità. In fondo, questo sarebbe il pathos presente in tutti gli scritti di Nietzsche.8
Insomma, parleremo di un Nietzsche attento osservatore del quotidiano, un Nietzsche che, lo vedremo, tradisce una grande sensibilità, un Nietzsche, lo abbiamo visto nel capitolo precedente, che a volte tenta con tutti i mezzi di persuadere ad azioni francamente sconcertanti, ma le cui riflessioni sono allo stesso tempo semplici e profonde, e ci parlano di tanti aspetti della vita che solo un geniale osservatore come lui poteva cogliere, e che per nostra fortuna egli ha deciso di raccontarci.

2. Vita e filosofia
Mi sembra corretto intitolare questo paragrafo “Vita e filosofia” proprio perché, come vedremo, parleremo di alcuni aspetti della filosofia di Nietzsche che, come dicevamo, sono strettamente connessi alla vita reale, a tal punto che possiamo dire che qui la vita diventa filosofia e la filosofia diventa vita.

L’importanza che Nietzsche attribuisce alla quotidianità emerge già dai suoi scritti giovanili, quelli relativi alla sua permanenza alla scuola di Pforta, dove nel suo diario annota perfino le pietanze che vengono servite giornalmente per cena; scrive:


Poi è l’ora della cena, che assomiglia in tutto al pranzo.

Lunedì. Venerdì. Minestra, pane e burro, formaggio.

Martedì. Sabato. Minestra, patate, burro.

Mercoledì. Minestra, salsiccia, purea di patate o cetrioli sottaceto.

Giovedì. Minestra, omelette, salsa di prugne, pane e burro.

Domenica. Minestra, crema di riso, pane e burro – aringhe, insalata, pane e burro – uova, insalata, pane e burro o altro.9


Per rendersi conto bene di quanto per Nietzsche siano importanti le questioni giornaliere, quelle che di solito non ricevono grandi attenzioni da parte dei filosofi, mi sembra opportuno riportare una serie di riflessioni che il filosofo fa in Ecce homo, dove appunto dichiara di ritenere tali questioni non solo importanti, ma addirittura fondamentali. Afferma:
Ben altrimenti mi interessa un problema dal quale dipende la «salvezza dell’umanità» molto più che da qualche curiosità da teologi: il problema della alimentazione. Grosso modo lo si può formulare così: «Tu, come devi nutrirti, per raggiungere il tuo massimo di forza, di Virtù in senso rinascimentale, di virtù senza moralina?».10

Continua:


Ancora un paio di cenni della mia morale. È più facile digerire un grosso pasto che un pasto troppo piccolo. Il presupposto di una buona digestione è che tutto lo stomaco vi partecipi. Bisogna conoscere la capacità del proprio stomaco. Per la stessa ragione sono sconsigliabili quei pasti noiosi che io chiamo banchetti sacrificali interrotti, i pasti alla table d’hote. – Niente fra i pasti, niente caffè: il caffè incupisce. Il fa bene solo di mattina. Poco, ma forte: è molto dannoso e ammorba tutta la giornata se è troppo debole, anche di poco. In queste cose ognuno ha la sua misura, spesso entro limiti strettissimi e delicatissimi. In un clima molto eccitante è sconsigliabile cominciare la giornata con il tè: bisogna cominciare un’ora prima con una tazza di cacao spesso e sgrassato. – Star seduti il meno possibile; non fidarsi dei pensieri che non sono nati all’aria aperta e in movimento – che non sono una festa anche per i muscoli. Tutti i pregiudizi vengono dagli intestini. Il sedere di pietra – l’ho già detto una volta – è il vero peccato contro lo spirito santo. Al problema dell’alimentazione è strettamente apparentato il problema del luogo e del clima. Nessuno è padrone di vivere dappertutto; e in questo caso chi ha da realizzare grossi compiti, che mettono alla prova tutta la sua forza, non ha molto da scegliere. L’influsso climatico sul metabolismo, che ne viene ostacolato o accelerato, è così grande che uno sbaglio nella scelta del luogo e del clima può non solo estraniare un uomo dal suo compito, ma anche sottrarglielo del tutto: non riuscirà mai a incontrarlo. Quell’uomo non avrà mai tanto vigor animale da poter raggiungere quella libertà che trabocca fino alla punta estrema dello spirito, quella per cui egli riconosce: questo è cosa per me e per me solo… Un’inerzia anche lieve dell’intestino, diventata cattiva abitudine, è più che sufficiente a trasformare un genio in qualcosa di mediocre, di «tedesco»; basta il clima tedesco per scoraggiare intestini forti e anche eroici. Il ritmo del metabolismo è in preciso rapporto con la mobilità o fiacchezza dei piedi dello spirito; lo «spirito» è solo una specie particolare di questo metabolismo. Vediamo un po’ in quali luoghi si trovano o si sono trovati uomini di grande spirito, dove l’arguzia, la raffinatezza, la cattiveria facevano parte della felicità, dove il genio si trovava quasi necessariamente a casa: tutti sono contraddistinti da un’aria particolarmente asciutta. Parigi, la Provenza, Firenze, Gerusalemme, Atene – questi nomi stanno a provare qualcosa: che il genio è condizionato dall’aria asciutta, dal cielo puro – e questo vuol dire metabolismo rapido, possibilità di attirarsi continuamente grandi, e anche enormi, quantità di forza.11

E ancora:


Mi si domanderà qual è la vera ragione per cui ho raccontato tutte queste piccole cose, indifferenti secondo il giudizio comune: danneggio me stesso, tanto più, poi, se veramente sono destinato a rappresentare grandi compiti. Risposta: queste piccole cose – alimentazione, luogo, clima, svaghi, tutta la casistica dell’egoismo – sono inconcepibilmente più importanti di tutto ciò che finora è stato considerato importante. Proprio da qui bisogna cominciare a cambiare tutte le proprie nozioni. Quelle che finora l’umanità ha considerato cose serie, non sono neppure delle realtà, sono semplici prodotti della immaginazione, o più esattamente menzogne che derivano dai cattivi istinti di nature malate, dannose nel senso più profondo – tutti i concetti di «Dio», «anima», «virtù», «peccato», «al di là», «verità», «vita eterna»… Ma in essi si è cercata la grandezza della natura umana, la sua «divinità»… Tutti i problemi della politica, dell’ordine sociale, dell’educazione sono stati falsati alla radice per il fatto che si sono presi per grandi uomini gli uomini più dannosi – e che si è imparato a disprezzare le «piccole» cose, che sono poi le faccende fondamentali della vita…12
Infine:
Il concetto di «Dio» inventato in opposizione alla vita – tutto ciò che è dannoso, venefico, calunnioso, mortalmente ostile alla vita vi è raccolto in una terrificante unità! Il concetto di «al di là», di «mondo vero» inventati per svalutare l’unico mondo che esista – per non lasciare alla nostra realtà sulla terra alcun fine, alcuna ragione, alcun compito! Il concetto di «anima», di «spirito» e infine anche di «anima immortale», inventati per spregiare il corpo, per renderlo malato - «santo» -, per opporre una orribile incuria a tutte le cose che meritano di essere trattate con serietà nella vita, i problemi della alimentazione, dell’abitare, della dieta spirituale, della cura dei malati, della pulizia, del tempo che fa! Invece della salute la «salvezza dell’anima».13
Come si può vedere, dunque, l’ultimo Nietzsche è molto chiaro nell’attribuire alle faccende quotidiane un’importanza notevolissima; anzi, per lui l’alimentazione, la pulizia e il clima sono le uniche cose importanti, e queste cose sono state messe in secondo piano, se non disprezzate, a causa dell’illusoria credenza in un “altro mondo”. Naturalmente l’attendibilità delle affermazioni appena riportate non può essere verificata in questa sede; l’unica affermazione che mi sembra il caso di evidenziare è quella in cui il filosofo, direi erroneamente, attribuisce a Firenze un’aria asciutta.

Altrove afferma:


Quello che ci fa onore. Se c’è qualcosa che ci fa onore, è questo: abbiamo collocato altrove la serietà; diamo peso alle cose basse, disprezzate da tutte le epoche e lasciate in disparte […] C’è forse un errore più pericoloso che il disprezzo del corpo? Come se con quel disprezzo tutta la spiritualità non fosse condannata a diventare malaticcia […] Tutto ciò che fu pensato dai cristiani e dagli idealisti non ha capo né coda: noi siamo più radicali […] Vogliamo strade lastricate, aria buona in camera, che i cibi siano compresi nel loro giusto valore; abbiamo messo serietà in tutte le necessità dell’esistenza […] Ciò che finora fu più disprezzato, lo portiamo in prima linea.14
Anacleto Verrecchia, nel suo La tragedia di Nietzsche a Torino, sembra quasi scandalizzarsi del fatto che Nietzsche, parlando del suo soggiorno in Italia, dia più importanza ai prezzi della frutta e della verdura che non ai quadri e alle chiese; osserva Verrecchia:
Invano ci si aspetterebbe da lui un ritratto sociale e culturale dell’Italia alla Stendhal, o almeno la descrizione di una città, di un museo, di un monumento. Si direbbe che l’Italia, per lui che pure era stato professore di filologia classica a Basilea e aveva frequentato nientemeno che Burckhardt, fosse solo clima, aria, temperatura. […] Trascorre sei o sette mesi a Sorrento e ci si aspetta che egli, con o senza mal di testa, corra di qua e di là per ammirare gli inestimabili monumenti della Campania, così come aveva fatto, mezzo secolo prima, Schopenhauer: «Ho visitato anche Napoli; poi, dopo aver ammirato Pompei, Ercolano, Pozzuoli, Baia e Cuma, mi sono spinto fino a Paestum, dove ho contemplato gli antichissimi, splendidi templi della città di Poseidonia, intatti dopo venticinque secoli, e mi dicevo, preso da sacro rispetto, che stavo camminando sullo stesso pavimento che forse era stato calpestato anche da Platone» (così si legge nel curriculum vitae, redatto in latino, che Schopenhauer inviò all’università di Berlino il 31 dicembre 1819). Niente di tutto questo da parte del professore di filologia classica Friedrich Nietzsche, che preferisce parlare del tempo e dei reumatismi di Malwida von Meysenbug. Quando arriva a Venezia per la prima volta, scioglie forse inni di meraviglia? Niente affatto: dice che non ha interesse né per i quadri né per le chiese. Chi si aspetta da lui una descrizione di piazza San Marco o dei Frari deve accontentarsi di un banalissimo elenco dei prezzi della frutta e della verdura. Eppure egli si riempiva continuamente la bocca di «arte»!15
Lo stupore di Verrecchia appare fuori luogo, dal momento che è lo stesso Nietzsche, come abbiamo visto, ad ammettere di dare notevole importanza anche alle cose apparentemente più insignificanti. Verrecchia sottolinea anche il fatto che il filosofo tedesco, costituzionalmente malaticcio e cagionevole, propugnando un modello di uomo dalla salute di ferro e dalla corporeità fiorente, fa un qualcosa di “illogico”. A mio giudizio, invece, questo è un segno di onestà intellettuale, nel senso che è troppo facile, per un pensatore, “propagandare” come buoni e giusti quei valori che sono più confacenti alla sua natura. Nietzsche, piaccia o meno la sua filosofia, scriveva mosso dal desiderio di contribuire all’elevazione dell’uomo, e dedica tutte le sue energie al conseguimento di questo scopo.

Leggendo Nietzsche, per un motivo che non è facile spiegare, si ha la sensazione che in questa filosofia, nonostante sia caratterizzata da un materialismo sfrenato, ci sia qualcosa di spirituale, una sorta di “materialismo raffinato”.

Chi può negare, ad esempio, l’enorme raffinatezza, l’altruismo e, oserei dire, la moralità, di un intento come quello che trapela dal seguente aforisma:
Un educatore non dice mai quello che pensa, ma solo ciò che pensa di una cosa in rapporto all’utilità di chi viene educato. Questa dissimulazione non deve essere tradita: il fatto che si creda alla sua sincerità fa parte della sua maestria. Deve padroneggiare tutti i mezzi della disciplina e dell’addestramento: molte nature le spinge innanzi solo frustandole con lo scherno, altre forse – nature pigre, indecise, paurose, vane – con una lode esagerata. Un simile educatore è al di là del bene e del male: ma nessuno lo deve sapere.16
Così scopriamo che Nietzsche, il filosofo della durezza e dell’egoismo, nonché il propugnatore dell’annientamento dei deboli, non manca di aiutare a migliorarsi degli individui che, proprio perché “pigri”, “indecisi”, “paurosi” e “vani”, possono essere considerati deboli. Questo, naturalmente, partendo dal presupposto che Nietzsche in questo aforisma parli di qualcosa che riguarda anche lui, il che mi sembra abbastanza chiaro. Egli, infatti, per sua stessa ammissione parla solo di cose che ha vissuto in prima persona, e del resto non è difficile scorgere nell’aforisma appena riportato un tono autobiografico.

Il filosofo, in queste righe, anche se la parola “amore” non compare, non descrive altro che un atto di amore, ma un amore ben diverso da quello di cui si parla in alcuni degli aforismi che abbiamo riportato nella prima parte di questo lavoro; come si ricorderà, lì si parlava di “sacrifici umani” e di “annientamento dei malriusciti”, mentre ora scopriamo che si deve agire amorevolmente, attraverso “una lode esagerata”, nei confronti delle “nature” indecise e fragili.

Come abbiamo visto, il filosofo afferma:
Il vero amore degli uomini esige il sacrificio per il bene del loro genere – è duro, è pervaso di autosuperamento, perché ha bisogno del sacrificio umano. E questa pseudoumanità che si chiama cristianesimo vuole precisamente ottenere che nessuno venga sacrificato...17

E ancora:


L’amore frainteso. C’è un amore da schiavi, che si assoggetta e si svende, che idealizza e si inganna – e c’è un amore divino, che disprezza e ama e trasforma, eleva ciò che ama. Si deve acquistare quella enorme energia della grandezza per foggiare l’uomo futuro allevandolo, da un lato, e, dall’altro, annientando milioni di malriusciti: e non si deve venir meno per il dolore che si crea – un dolore quale non fu mai visto finora.18
Non è ben chiaro, quindi, ciò che Nietzsche intende con la parola “amore”; da un lato, lo abbiamo visto, propugna un amore basato sulla durezza e sulla mancanza di pietà, auspicandosi che i rapporti fra gli uomini siano sempre più caratterizzati dalla mancanza di compassione; dall’altro sembra esaltare una forma di amore che, seppure non ben definita, non sembra rimandare, dai termini e dal tono con cui ne parla, a un amore che preveda (nell’ottica di un’elevazione dell’umanità) il “sacrificio umano”; anzi, il filosofo, sempre con tono autobiografico, sembra talora riferirsi a un amore di stampo oserei dire quasi “cristiano”, che scaturisce dalla sofferenza e dalla pura gioia di amare; scrive:
Un’anima piena e potente non soltanto viene a capo di perdite, privazioni, rapine, insulti dolorosi e magari terribili, ma esce da simili inferni con una pienezza e potenza maggiore e – cosa più essenziale – avendo rinnovato e accresciuto la gioia di amare. Io credo che colui che abbia intuito nell’amore una delle più basilari condizioni di crescita comprenderà Dante, che sulla porta del suo Inferno scrisse: “Anche me creò l’eterno Amore”.19
Anche altrove il pensatore sembra parlare di un amore dal “sapore” quasi romantico; osserva:
Si vuole la prova più sorprendente della distanza a cui giunge la forza trasfiguratrice dell’ebbrezza? L’“amore” è questa prova: ciò che si chiama amore in tutte le lingue e in tutti i silenzi del mondo. Qui l’ebbrezza si disfa della realtà a tal punto che nella coscienza dell’amante la sua causa si cancella e sembra che al suo posto debba trovarsi qualche altra cosa – il tremolare e brillare di tutti gli specchi incantati di Circe. Qui non c’è alcuna differenza tra uomo e animale, e non c’entrano lo spirito, la bontà, la probità. Si è burlati delicatamente, se si è delicati; si è burlati grossolanamente, se si è grossolani: ma l’amore, e persino l’amore per Dio, l’amore santo delle “anime redente”, alla sua radice resta sempre una sola cosa: una febbre che ha buoni motivi per trasfigurarsi, un’ebbrezza che fa bene a mentire sul proprio conto… E in ogni caso si mente bene, quando si ama, si mente bene davanti a sé e a proposito di sé: ci sembriamo trasfigurati, più forti, più ricchi, più perfetti, si è più perfetti... […] chi ama vale di più, è più forte. […] La sua economia generale è più ricca che mai, più potente, più completa di quella dell’uomo che non ama. Chi ama diventa prodigo: è abbastanza ricco per esserlo. Adesso osa, diventa avventuriero, diventa un asino per coraggio e innocenza; torna a credere in Dio, nella virtù, perché crede nell’amore; […] Se dal lirismo del tono e del vocabolario sottraiamo la suggestione che esercita quella febbre intestinale, cosa resta di quella poesia e di quella musica?... Forse l’art pour art: il virtuoso gracidare di frigide rane che si disperano nel loro pantano… Tutto il resto l’aveva creato l’amore…20
L’amore di cui si parla in questo aforisma, e soprattutto la frase “chi ama vale di più, è più forte”, sembra davvero non avere niente a che fare con una forma di amore che preveda “sacrifici umani” e l’annientamento sistematico di determinate categorie di persone che Nietzsche, come abbiamo evidenziato, si auspica; resta il fatto che tali inquietanti auspici saranno messi in pratica in modo metodico e rigoroso dal regime nazionalsocialista, seppure in forme non del tutto uguali rispetto a quanto suggerisce il filosofo.

Del resto, sia detto di passaggio, è difficile pensare che chi dice “chi ama vale di più, è più forte” possa essere pazzo!

Se dovessimo giudicare Nietzsche come persona in base a una lettura superficiale dei suoi libri, potremmo pensare che era un uomo violento e spietato, ma, come abbiamo visto, ci sono alcune affermazioni che ci fanno capire che aveva un’indole gentile e sensibile, caratterizzata da un “altruismo” discreto e raffinato. Anche altrove il filosofo dimostra di avere molto tatto nei rapporti con gli altri, individuando nell’odio contro la mediocrità un atteggiamento non consono alla condotta di vita di un filosofo, facendo capire ancora una volta che anche lui si attiene a tale modo di rapportarsi con gli altri; dice infatti:
Con quale diritto far perdere ai mediocri il gusto per la loro mediocrità? Io, lo si vede, faccio l’opposto.21
E poi:
L’odio contro la mediocrità è indegno di un filosofo: fa quasi dubitare del suo diritto alla “filosofia”. Appunto perché è l’eccezione deve tutelare la regola, deve far sì che ogni mediocre rimanga contento di se stesso.22
Si potrebbe dire che in Nietzsche albergano due anime distinte che, parlando in termini che forse egli non approverebbe, sono l’una votata al bene e l’altra al male, anche se, obbiettivamente, prevale quella votata al “male”.

Il filosofo, lo abbiamo visto, si auspica a più riprese che l’uomo assecondi i propri istinti, anche quelli più feroci, e che agisca guidato da essi, prendendo coscienza della propria natura animalesca e consacrando ad essa la propria esistenza. L’uomo, che per Nietzsche non è altro che un animale più evoluto, deve, per realizzarsi pienamente, liberarsi dal timore di diventare in tutto e per tutto “bestia”. Allo stesso tempo tuttavia, egli, in forma quasi poetica, esalta dei comportamenti che rendono l’uomo molto diverso dagli animali, i quali non sono in grado di “mentire a fin di bene”, come invece deve fare, lo abbiamo visto, un educatore. In questo Nietzsche rimane profondamente e inequivocabilmente umano. Afferma ancora:


Noi apprezziamo poco gli uomini buoni, li consideriamo animali da armento: sappiamo come fra gli uomini peggiori, più maligni, più duri si nasconda spesso un’inestimabile particella d’oro che pesa più di tutta la semplice bonarietà delle paste d’uomo.23
Un esempio a mio avviso chiarificatore di questa “particella d’oro”, di questa bontà dal grande peso specifico che, come sottolinea Nietzsche, alberga nel cuore degli uomini più duri, può essere trovato nel film di Clint Eastwood Gran Torino. In questo film, infatti, Clint Eastwood fa la parte di un “duro” che mostra disprezzo nei confronti dei suoi vicini di casa asiatici, definendoli “musi gialli”. Ebbene, nonostante questo disprezzo, alla fine del film egli sacrifica la propria vita per far sì che i responsabili di un pestaggio operato ai danni di uno dei suoi vicini asiatici vadano in prigione. Clint Eastwood, infatti, si reca a casa dei responsabili del pestaggio, e provocandoli li induce ad ucciderlo, in modo tale che, appunto, finiscano in prigione. Questa storia, a mio avviso, spiega bene quello che intende dire Nietzsche, il quale disprezza la bontà pietistica, senza pudore e sempre pronta a prestare soccorso che viene incentivata dal cristianesimo. Sarebbero pochi, infatti, i cristiani pronti a dare la vita per qualcuno, eppure nessun vero cristiano definirebbe con disprezzo “musi gialli” delle persone asiatiche.

Mi sembra interessante riportare quattro lettere nelle quali troviamo un Nietzsche, ancora una volta, molto “umano”, un Nietzsche, si potrebbe dire, davvero immerso nella quotidianità: nella prima il filosofo, dalla scuola di Pforta e quindi ancora molto giovane, racconta alla madre di essersi ubriacato; nella seconda racconta di un litigio avuto con un dipendente di un sarto al quale aveva commissionato un abito, casualmente pronto in occasione del suo primo incontro con Wagner; nella terza fa una goffa e improbabile proposta di matrimonio, mentre nella quarta, dopo aver ricevuto una lettera di risposta dalla signorina Mathilde Trampedach e accortosi della brutta figura, le scrive ancora scusandosi della strampalata proposta; ecco la prima lettera, datata 16 aprile 1863:


Cara mamma,

oggi scriverti rappresenta per me una delle cose più spiacevoli e dolorose che mi sia mai toccato di fare. Ho commesso infatti una grave mancanza e non so se tu vorrai e potrai perdonarmela. È con animo oppresso, e profondamente irritato con me stesso, che mi accingo a scriverti, specialmente se ripenso a come siamo stati bene insieme, senza un’ombra di disaccordo, durante le vacanze di Pasqua. Domenica scorsa, dunque, mi sono ubriacato e non ho altra giustificazione se non quella che io non so quanto riesco a sopportare e che, proprio quel pomeriggio, ero un po’ agitato. Quando rientrai fui colto in quello stato dal professor Kern: questo martedì mi ha fatto comparire davanti al sinodo, che mi ha retrocesso al terzo posto della mia gerarchia e mi ha privato di un’ora di passeggiata domenicale. Puoi ben immaginare come io sia avvilito e di cattivo umore, soprattutto perché ti procuro un tale dispiacere con una storia così sconveniente, quale non mi era mai capitata in vita mia. E come mi dispiace poi anche per il pastore Kletschke, che mi aveva appena dimostrato tanta inattesa fiducia! Ora, con questo solo errore, rovino irrimediabilmente una discreta posizione che mi ero guadagnato durante il trimestre scorso. Sono anche talmente furibondo con me stesso, che non riesco assolutamente ad andare avanti con i miei studi e non so affatto darmi pace. Scrivimi dunque al più presto e con molta severità, giacché me lo merito, e nessuno meglio di me sa quanto me lo merito. Non è necessario che ti assicuri ulteriormente che mi conterrò al massimo, perché ora molto dipenderà da questo. Ero ridiventato anche troppo sicuro di me, e ora eccomi strappato a questa mia sicurezza, in un modo, invero, terribilmente spiacevole. Oggi andrò dal pastore Kletschke e gli parlerò. – Per favore, non raccontare in giro tutta questa storia, a meno che non la si sappia già.24


Ecco la seconda lettera, scritta da Lipsia a Erwin Rohde e datata 9 novembre 1868:
Giunto a casa, trovai un biglietto a me indirizzato, con queste poche parole: «Se vuoi conoscere Richard Wagner, vieni alle quattro meno un quarto al Café théâtre. Windisch». […] Pensando che si sarebbe trattato di un ricevimento in grande, decisi di mettermi in gran tenuta, ed ero contento che il mio sarto mi avesse promesso di terminarmi proprio per quella domenica un vestito da ballo. Era una giornata terribile, pioggia e neve, venivano i brividi all’idea di uscire; perciò fui ben felice quando, nel pomeriggio, venne a trovarmi Roscher, che mi parlò un po’ degli Eleati e del concetto di Dio nella filosofia. […] Cominciava a fare buio, il sarto non arrivava e Roscher se ne andò. Lo accompagnai, mi recai personalmente dal sarto e trovai i suoi schiavi tutti indaffarati attorno al mio vestito: mi promisero di consegnarmelo entro tre quarti d’ora. Me ne andai tutto soddisfatto, passai da Kintschy, lessi il Kladderadatsch, ove mi divertì il trafiletto secondo cui Wagner si trovava in Svizzera, mentre a Monaco si stava costruendo per lui una bella casa. Invece io sapevo che lo avrei visto quella sera stessa […] A casa però non v’era traccia del sarto. Mi lessi ancora con tutta calma la dissertazione su Eudocia, e solo di tanto in tanto giungeva a disturbarmi un suono acuto ma lontano di campanello. Alla fine mi resi conto con certezza, che doveva esserci qualcuno fuori dell’antiquato cancello di ferro, e che questo era sbarrato così come la porta di casa. Gridai all’uomo, al di là del giardino, di entrare dal Naundörfchen, ma era impossibile farsi capire con quel frastuono della pioggia. Tutta la casa entrò in agitazione, finalmente venne aperto e un vecchietto con un pacco venne da me. Erano le sei e mezzo, l’ora di vestirmi e far toilette, dato che abito molto distante. Tutto bene: l’uomo ha portato la mia roba, me la provo, mi sta bene. Dannazione: questi mi presenta il conto. Lo accetto educatamente. L’uomo vuole essere pagato, subito alla consegna. Sono meravigliato, gli spiego che non sono obbligato a trattare con lui, lavorante del mio sarto, ma soltanto con il sarto in persona, al quale ho fatto l’ordinazione. L’uomo si fa più insistente, il tempo più incalzante: afferro la mia roba e comincio a indossarla, ma l’uomo l’afferra a sua volta e me lo impedisce. Io faccio violenza e lui pure! Una scenata. Lotto in camicia, perché voglio indossare i calzoni nuovi. Infine sfoggio la mia dignità, passo alle minacce solenni, impreco contro il sarto e il suo tirapiedi, giuro vendetta, e intanto l’ometto sparisce con la mia roba. Fine del secondo atto: seduto in maniche di camicia sul sofà, esamino un vestito nero, chiedendomi se sia bello abbastanza per Richard. Fuori piove a dirotto.25
Ecco la terza lettera, scritta da Ginevra a Mathilde Trampedach, in data 11 aprile 1876:
Gentile signorina,

stasera Lei scrive qualcosa per me, anch’io voglio scrivere qualcosa per Lei. Raccolga tutto il suo coraggio e non si spaventi per la domanda che adesso Le rivolgo: vuole diventare mia moglie? Io La amo, e mi sembra che Lei già mi appartenga. Non una parola circa il carattere repentino della mia simpatia! Quanto meno, non v’è in ciò colpa alcuna, e perciò nulla di cui discolparsi. Ma quel che vorrei sapere è se Lei sente, come sento io – che noi non siamo stati estranei l’uno all’altra nemmeno per un istante! Non crede anche Lei che in un legame ciascuno di noi potrebbe diventare più libero e migliore, dunque excelsior, più di quanto non vi riuscirebbe da solo? Vuole ardire di accompagnarsi a me, a uno che aspira con tutto il cuore a diventare più libero e migliore? Per tutti i sentieri della vita e del pensiero? E ora sia schietta e non nasconda nulla. Nessuno, tranne il nostro comune amico Senger, sa di questa lettera e della mia domanda. Domattina alle 11 ritorno col diretto a Basilea, debbo ritornare; Le unisco il mio indirizzo di Basilea. Se Lei vorrà rispondere di sì alla mia domanda, scriverò subito alla Sua signora madre, di cui in tal caso Le chiederei l’indirizzo. Se troverà il coraggio di decidersi in fretta, per un si o per un no – una Sua lettera potrà raggiungermi fino alle 10 di domani all’Hôtel garni de la Poste. AugurandoLe per sempre ogni bene e ogni felicità.

Friedrich Nietzsche26
Infine, ecco la quarta lettera, scritta sempre a Mathilde Trampedach da Basilea, in data 15 aprile 1876:
Gentilissima signorina,

Lei è abbastanza magnanima da perdonarmi, lo avverto dalla benevolenza davvero immeritata della Sua lettera. Ho sofferto talmente al ricordo del mio comportamento orribile e violento, che non Le sarò mai abbastanza grato per questa benevolenza. Non voglio dare spiegazioni e non sono in grado di giustificarmi. Avrei soltanto un ultimo desiderio da esprimere: che Lei, qualora dovesse leggere il mio nome o rivedermi, non pensasse unicamente allo spavento che Le ho causato. La prego in ogni caso di credere che desidererei riparare al male che ho fatto.

La riverisce il Suo

Friedrich Nietzsche27


Come abbiamo visto, dunque, in queste lettere troviamo un Nietzsche che si ubriaca, come può succedere a tutti i comuni mortali, un Nietzsche che, nell’episodio del sarto, si dimostra tutt’altro che dimesso e che anzi manifesta una certa litigiosità, mentre nella proposta di matrimonio emerge un Nietzsche impacciato e insicuro; in queste lettere, insomma, scopriamo un Nietzsche “quotidiano”.

Vorrei ora riportare l’inizio di una lettera immaginaria che Giorgio Penzo scrive a Nietzsche, e che forse può aiutare a capire cosa intendo quando dico che nella filosofia di questo pensatore, nonostante il feroce materialismo, c’è qualcosa di estremamente spirituale; scrive Penzo:


Caro Nietzsche,

quando per la prima volta ho sentito parlare di te, avevo circa dieci anni. Vivevo ancora nella mia città natale di Chioggia. La finestra della mia camera si apriva in una calle che portava al ponte sulla laguna che unisce Chioggia al mare. Subito dopo l’ora di pranzo mi affacciavo alla finestra per raccogliere con gioia il saluto di un padre cappuccino che camminava modestamente con un giovane prete: era il vescovo di Chioggia con il suo segretario. Diverse volte ero invitato ad accompagnarli per un breve tratto. Nelle sue conversazioni, il vescovo, usando espressioni molto semplici, riusciva a parlare con me del senso della vita, che per lui doveva essere vissuta proprio come un gioco. E nelle sue conversazioni egli citava con ammirazione i nomi di Agostino e Nietzsche. Erano due pensatori che doveva amare molto, dato che li descriveva come aperti alla forza del divino.28


Forse l’unico punto in tutta la filosofia di Nietzsche in cui il filosofo parla di qualcosa di invisibile, è quando evidenzia il fatto che fra gli individui c’è un fluido che scorre continuamente, e che in conseguenza di ciò un individuo non è mai isolato. Ovviamente anche l’aria e le onde radio sono invisibili, ma sono pur sempre materia, non “spirito”, e lo stesso vale evidentemente per questo “fluido”; ma resta il fatto che l’ammissione, da parte del pensatore, dell’esistenza di un qualcosa che non può essere né visto né toccato, è un fatto quantomeno singolare. Afferma:
Ecco la più profonda concezione del soffrire: le forze formatrici si urtano. L’isolamento dell’individuo non deve ingannare: in verità, fra gli individui c’è un fluido che scorre continuamente.29
La singolarità di tale affermazione risiede anche nel fatto che questo fluido, oltre a non poter essere né visto né toccato, non può essere neppure “rilevato”. Infatti, anche se l’aria è invisibile può tuttavia essere percepita e “toccata”, come ad esempio avviene quando tira vento e i nostri indumenti si muovono; anche le onde radio sono invisibili e, a differenza di quanto accade con l’aria, non possono essere percepite dall’uomo, ma possono essere rilevate con appositi strumenti. Il fluido di cui parla Nietzsche, invece, non può essere “dimostrato”, anche se, come immagino capiti a tutti, accade a volte di incontrare persone alle quali si stava pensando pochi giorni, poche ore o addirittura pochi attimi prima. Ovviamente mi riferisco a persone alle quali pensiamo molto raramente, l’incontro con le quali, se di poco successivo all’averle pensate, può in effetti far pensare a un fluido che, come afferma Nietzsche, scorre continuamente fra gli individui.

C’è un’altra affermazione del pensatore tedesco che mi ha fatto molto riflettere, e che forse può essere collegata al fluido di cui abbiamo appena parlato; essa recita così:


Io riconobbi la forza attiva, ciò che crea, nel mezzo dell’accidentale: il caso stesso è soltanto l’urto reciproco degli impulsi creativi.30
Sembrerebbe, dunque, che secondo il filosofo il caso non esista, e che esso sia il risultato dello scontro fra i vari “impulsi creativi” degli individui. Tale affermazione è a mio avviso collegabile a quella in cui Nietzsche parla, come abbiamo visto, di un fluido che scorrerebbe continuamente fra gli individui, nel senso che proprio partendo dal presupposto che gli individui sono solo apparentemente isolati, ne consegue che anche tutti gli accadimenti, che sembrano governati dal caso, sono in realtà il frutto di uno “scontro” fra i vari impulsi creativi, i quali si scontrano mediante il suddetto fluido.

Infatti, anche nell’aforisma in cui Nietzsche parla del fluido in questione, egli, proprio prima di parlare di tale fluido, dice che “le forze formatrici si urtano”, il che è un modo per dire con parole diverse quello che afferma nell’altro aforisma, dove, come abbiamo visto, asserisce che “il caso stesso è soltanto l’urto reciproco degli impulsi creativi”.

Per capire meglio questa teoria, che difficilmente potrà essere dimostrata, vorrei raccontare un episodio che mi è capitato di apprendere leggendo un libro scritto da una suora; questa, ad un certo punto, racconta dei lavori di manutenzione di cui necessitava il monastero in cui viveva, e che erano stati intrapresi senza la necessaria copertura economica. Ebbene, la suora racconta che una benefattrice, senza sapere niente di questo fatto, firmò spontaneamente un assegno per un importo esattamente uguale a quanto era necessario per saldare il debito con l’idraulico e l’elettricista, scorgendo in questo avvenimento la mano della Provvidenza.

Ora, in effetti si tratta di una coincidenza piuttosto strana, e non ho motivo di credere che la suora abbia inventato questo fatto, ma volendo fare l’avvocato del diavolo non potrebbe essere questo proprio un caso di “urto reciproco degli impulsi creativi”, ossia un avvenimento in cui ha agito quel fluido che scorre fra gli individui di cui parla Nietzsche? Naturalmente non intendo dire che la benefattrice ha sentito una vocina che le ha detto di fare una donazione per un importo uguale al debito contratto dalle suore, ma forse in maniera inconscia il fluido ha messo in qualche modo in contatto la suora e la benefattrice, spingendo quest’ultima a donare esattamente la cifra necessaria per pagare i lavori.

Ed è lo stesso Nietzsche, in una lettera, a raccontare un episodio che fra gli altri potrebbe averlo indotto a credere nell’esistenza del fluido in questione; come ho già detto, infatti, anche a me capita a volte di incontrare persone alle quali pensavo letteralmente pochi attimi prima, e il filosofo racconta di un qualcosa di analogo; scrive:
Mia cara sorella,

giovedì pomeriggio, proprio mentre, passeggiando, pensavo al Lama [“Lama” è il nomignolo con cui Nietzsche chiamava la sorella], che vive da signora in terra straniera, e decidevo di scriverle una lettera, è venuto da me un signore sconosciuto e mi ha detto: «Madame Gazzola a des lettres pour Monsieur». Dopodiché Monsieur se n’è andato subito da Madame Gazzola – ah, una gazza ladra di cui serbavo un cattivo ricordo dallo scorso inverno - , ed ecco che c’era una lettera con l’inconfondibile scrittura di un Lama sudamericano.31


Naturalmente le mie sono solo ipotesi, ma credo che sia interessante cercare di capire la filosofia di questo straordinario pensatore anche nei suoi aspetti apparentemente meno importanti e meno “filosofici”.

Bibliografia fonti primarie



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