Il 18 brumaio di luigi bonaparte karl Marx (1852) Prefazione dell'autore alla seconda edizione



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IL 18 BRUMAIO DI LUIGI BONAPARTE
Karl Marx

(1852)
Prefazione dell'autore alla seconda edizione

L'amico, Joseph Weydemeyer1, morto prematuramente, aveva l'intenzione di pubblicare a New York, a partire dal I gennaio 1852, una rassegna politica settimanale, per la quale mi chiese di scrivere la storia del Coup d'Etat2. A tale scopo gli inviai settimanalmente sino alla metà di febbraio, degli articoli col titolo: Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte. Nel frattempo il piano originario di Weydemeyer era andato a monte. Nella primavera del 1852 egli pubblicò invece una rivista mensile: Die Revolution, il cui secondo fascicolo contiene il mio 18 brumaio3. Alcune centinaia di copie trovarono allora la via della Germania, senza però esser poste in vendita. Un libraio tedesco che si faceva passare per estremamente radicale e a cui ne proposi lo smercio, mi rispose manifestando un vero orrore morale per una "pretesa così contraria allo spirito dei tempi". Da questi dati risulta che il presente scritto è nato sotto l'impressione diretta degli avvenimenti e che il suo materiale storico non va più in là del mese di febbraio (1852)4. La sua presente ristampa è dovuta in parte alle richieste del commercio librario, in parte alla pressione dei miei amici in Germania. Degli scritti che, quasi contemporaneamente al mio, si occuparono dello stessa argomento5, solo due sono, degni di nota: Napoléon le Petit di Victor Hugo e il Coup d'Etat di Proudhon6. Victor Hugò si limita a un'invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l'autore responsabile del colpo di stato. L'avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l'atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo. Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell'eroe del colpo di stato. Egli cade nell'errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell'eroe. Un rimaneggiamento di questo scritto gli avrebbe tolto il suo colore particolare. Perciò mi sono limitato alla pura e semplice correzione degli errori di stampa e a sopprimere le allusioni oggi non più comprensibili. Victor Hugò si limita a un'invettiva amara e piena di sarcasmo, contro l'autore responsabile del colpo di stato. L'avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l'atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo. Proudhon, dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica dei colpo di stato si trasforma in lui in una apologia storica dell'eroe del colpo di stato. Egli cade nell'errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell'eroe. Un rimaneggiamento di questo scritto gli avrebbe tolto il suo colore particolare. Perciò mi sono limitato alla pura e semplice correzione degli errori di stampa e a sopprimere le allusioni oggi non più comprensibili. Ciò che dicevo nella frase finale del mio scritto: "Ma quando il mantello imperiale, cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall'alto della colonna Vendôme", si e già avverato7. L'attacco al culto di Napoleone venne iniziato dal colonnello Charras, nella sua opera sulla campagna del 18158. In seguito, e particolarmente in questi ultimi anni, la letteratura francese, con le armi dell'indagine storica, della critica, della satira e del motto di spirito, ha dato il colpo di grazia alla leggenda Napoleonica. Fuori della Francia, questa rottura violenta con le credenze popolari tradizionali, questa immensa rivoluzione spirituale, è stata poco osservata e ancor meno compresa. Io spero, infine, che il mio scritto contribuirà a liberarci della frase scolastica, ora così corrente specie in Germania, circa il cosiddetto cesarismo9. Con questa superficiale analogia storica si viene a dimenticare il fatto essenziale che, specialmente nell'antica Roma, la lotta di classe si svolgeva soltanto all'interno di una minoranza privilegiata, tra i ricchi e i poveri che erano liberi cittadini, mentre la grande massa produttiva della popolazione, gli schiavi, costituiva soltanto il piedistallo passivo dei combattenti. Si dimentica la profonda espressione di Sismondi:"il proletariato romano viveva a spese della società, mentre, la società moderna vive a spese del proletariato"10. Data una differenza così completa tra le condizioni materiali ed economiche della lotta di classe nel mondo antico e nel mondo moderno, anche i prodotti politici di essa non possono avere in comune niente più di quello che l'arcivescovo di Canterbury non abbia in comune con il gran sacerdote Samuele11.

Karl Marx,

Londra, 23 giugno 1869

Prefazione di Engels alla terza edizione tedesca12


Il fatto che una nuova edizione del 18 brumaio sia diventata necessaria, trentatré anni dopo il suo primo apparire, prova che questo breve scritto non ha perduto nulla del suo valore, nemmeno oggi.

Si tratta, in realtà, di un'opera geniale. Immediatamente dopo l'avvenimento che sorprese tutto il mondo politico come un fulmine a ciel sereno, maledetto dagli uni con alte strida di indignazione morale, accolto dagli altri come scampo dalla rivoluzione e castigo per i suoi traviamenti13, per tutti, però, oggetto soltanto di meraviglia, e non compreso da nessuno, immediatamente dopo questo avvenimento, Marx ne fece una esposizione breve, epigrammatica, che dava un quadro di tutto il corso della storia di Francia a partire dalle giornate di febbraio14, e ne metteva in luce la logica interiore; che riduceva il miracolo del 2 dicembre al risultato naturale, necessario, di quello sviluppo logico, e nel far ciò non aveva bisogno di trattare l'eroe del colpo di stato se non col disprezzo da lui giustamente meritato. E il quadro fu disegnato con tanta maestria, che ogni nuova rivelazione fatta in seguito non ha fatto che apportate nuove prove della fedeltà con cui esso riproduce la realtà. Questa mirabile comprensione della storia quotidiana nel suo sviluppo, questa chiara penetrazione degli avvenimenti nel momento stesso in cui si compiono, è difatti senza esempio. Ma, a questo scopo, era anche necessaria la esatta conoscenza che Marx aveva della storia di Francia. La Francia è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli forme politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro risultati15, prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese classico a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri limitati16, la Francia ha, con la sua Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è sconosciuta17. Questo è il motivo per cui Marx non aveva soltanto studiato con speciale predilezione la storia passata della Francia, ma aveva anche seguito in tutti i particolari la sua storia attuale, aveva raccolto il materiale da utilizzare in seguito, e perciò non fu mai sorpreso dagli avvenimenti. A ciò si aggiunge però anche un'altra circostanza. Fu proprio Marx ad aver scoperto per primo la grande legge dell'evoluzione storica, la legge secondo la quale tutte le lotte della storia, si svolgano sul terreno politico, religioso, filosofico, o su un altro terreno ideologico, in realtà non sono altro che l'espressione più o meno chiara di lotte fra classi sociali; secondo la quale l'esistenza, e quindi anche le collisioni, di queste classi sono a loro volta condizionate dal grado di sviluppo della loro situazione economica, dal modo della loro produzione e dal modo di scambio che ne deriva18. Questa legge, che ha per la storia la stessa importanza che per le scienze naturali la legge della trasformazione dell'energia, gli fornì anche la chiave per comprendere la storia della seconda repubblica francese. In questa storia egli ha messo alla prova la sua legge, e ancora oggi, dopo trentatré anni, dobbiamo riconoscere che questa prova è stata superata in modo brillante.

Friedrich Engels


CAPITOLO I

Hegel19 nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière 20 invece di Danton21, Louis Blanc 22 invece di Robespierre23, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795, il nipote invece dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda edizione del 18 brumaio 24. Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia. Così Lutero si travestì da apostolo Paolo25; la rivoluzione del 1789-1814 indossò successivamente i panni della Repubblica romana e dell’Impero romano26; e la rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della tradizione. rivoluzionaria del 1793-1795. Così il principiante che ha imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna ma non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando si muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando in essa la propria lingua d’origine.

Al solo considerare queste evocazioni storiche di morti, si palesa tosto una spiccata differenza. Camille Desmoulins27, Danton, Robespierre, Saint-Just28, Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la massa della vecchia Rivoluzione francese adempirono, in costume romano e con frasi romane, il compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la moderna società borghese. Gli uni spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali cresciute sopra di esse. L’altro creò nell’interno della Francia le condizioni per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere sfruttata la proprietà fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza produttiva industriale, della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei confini della Francia spazzò dappertutto le istituzioni feudali, nella misura in cui ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un ambiente corrispondente sul continente europeo29. Una volta instaurata la nuova formazione sociale disparvero i mostri antidiluviani; e con essi disparve la romanità risuscitata: i Bruti, i Gracchi, i Publicola, i tribuni, i senatori e lo stesso Cesare30.

La società borghese, nella sua fredda realtà, si era creati i suoi veri interpreti e portavoce nei Say, nei Cousin, nei Royer-Collard, nei Benjamin Constant e nei Guizot31. I suoi veri generali sedevano al banco del commerciante, e la testa di lardo di Luigi XVIII 32 era la sua testa politica. Completamente assorbita nella produzione della ricchezza nella lotta pacifica della concorrenza, essa finì col dimenticare che i fantasmi dell’epoca romana avevano vegliato attorno alla sua culla. Ma per quanto poco eroica sia la società borghese, per metterla al mondo erano però stati necessari l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all’altezza della grande tragedia storica. Così, in un’altra tappa dell’evoluzione, un secolo prima, Cromwell e il popolo inglese avevano preso a prestito dal Vecchio Testamento le parole, le passioni e le illusioni per la loro rivoluzione borghese33. Raggiunto lo scopo reale, condotta a termine la trasformazione borghese della società inglese, Locke dette lo sfratto ad Abacuc 34.

La resurrezione dei morti servì, dunque, in quelle rivoluzioni a magnificare le nuove lotte, non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito della rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma.

Dal 1848 al 1851, della vecchia rivoluzione non circolò altro che lo spettro, a partire da Marrast, il républicain en gants jaunes, che si camuffò con la maschera del vecchio Bailly35, sino all’avventuriero che nasconde le sue fattezze ripugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di Napoleone. Un popolo intiero, il quale credeva di aver dato a se stesso, con la rivoluzione, la capacità di un progresso più rapido, si vede bruscamente ricacciato in un’epoca scomparsa, e affinché non sia possibile nessuna illusione circa il ritorno passato, ricompaiono le vecchie date, il vecchio calendario, i vecchi nomi, i vecchi editti, caduti da tempo nel regno degli eruditi di antiquaria, e i vecchi sbirri, che da tempo sembravano andati in decomposizione. La nazione sente di trovarsi nella situazione di quell’inglese pazzo a Bedlam36, che crede di vivere al tempo degli antichi Faraoni, e ogni giorno si lagna delle improbe fatiche cui deve sobbarcarsi come minatore nelle miniere d’oro dell’Etiopia, sepolto vivo in quelle prigioni sotterranee, con una fioca lanterna fissata sul capo, il guardiano di schiavi alle calcagne con una lunga frusta, e all’uscita della galleria un’accozzaglia di schiavi barbari, i quali né comprendono i forzati. che lavorano nelle miniere, né si comprendono tra di loro, perché non parlano una lingua comune. "E tutto questo - geme l’inglese maniaco - viene fatto a me, libero cittadino della Gran Bretagna, per estrarre oro per gli antichi Faraoni." "Per pagare i debiti della famiglia Bonaparte” - geme la nazione francese 37. L’inglese, fino a che ebbe l’uso della ragione, non poté liberarsi dall’idea fissa della estrazione dell’oro. I francesi, fino a che furono in rivoluzione, non poterono sbarazzarsi dei ricordi napoleonici, come ha provato l’elezione del 10 dicembre38. Essi volevano sfuggire ai pericoli della rivoluzione e ritornare alle “pignatte delle carni” egiziane39, e la risposta fu il 2 dicembre 1851. Non hanno soltanto la caricatura del vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del secolo decimonono.

La rivoluzione sociale del secolo decimonono 40 non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire. Non può cominciare a essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le precedenti rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione del secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa sulla frase.

La rivoluzione del febbraio fu per la vecchia società un colpo di sorpresa, e il popolo fece di questo colpo di mano riuscito un avvenimento di importanza storica mondiale, che apriva un’epoca nuova41. Il 2 dicembre la rivoluzione di febbraio viene fatta sparire col trucco d’un baro, e ciò che appare rovesciato non è più la monarchia, ma le concessioni liberali che le erano state strappate con un secolo di lotte. Invece della conquista di un nuovo contenuto da parte della società stessa, sembra soltanto che lo Stato sia tornato alla sua forma più antica, al dominio puro e insolente della spada e della tonaca42. E’ così che al coup de main del febbraio 1848 risponde il coup de téte 43 del dicembre 1851. La farina del diavolo va in crusca. Ma frattanto il tempo non è passato invano. Negli anni dal 1848 al 1851 la società francese ha ricuperato - e con un metodo più rapido, perché rivoluzionario - gli studi e le esperienze che, se la rivoluzione si fosse compiuta in modo regolare e, per così dire, scolastico, avrebbero dovuto precedere la rivoluzione di febbraio, affinché essa fosse qualcosa di più di un sommovimento superficiale. La società sembra ora esser tornata più indietro del suo punto di partenza; in realtà è soltanto ora ch’essa deve crearsi il punto di partenza rivoluzionario, la situazione, i rapporti, le condizioni nelle quali soltanto la rivoluzione moderna diventa una cosa seria.

Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro, gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala l’estasi è lo stato d’animo d’ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta44. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo, si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hie Rhodus, hic salta! Qui è la rosa, qui devi ballare!45.

Del resto, pur senza aver seguito a passo a passo il corso degli avvenimenti in Francia, anche un osservatore mediocre doveva avere, il presentimento che la rivoluzione andava incontro a un fallimento inaudito. Era sufficiente ascoltare i presuntuosi latrati di trionfo coi quali i signori democratici si felicitavano reciprocamente per gli effetti miracolosi della seconda [domenica] di maggio del 185246. La seconda [domenica] di maggio era diventata per loro un’idea fissa, un dogma, come pei chiliasti il giorno in cui Cristo avrebbe dovuto risorgere un’altra volta e dar principio al regno millenario47. La debolezza aveva trovato un rifugio, come sempre, nella fede nei miracoli; credeva di aver battuto il nemico perché lo aveva esorcizzato nella propria fantasia; perdeva ogni comprensione del presente, rapita nell’inerte esaltazione dell’avvenire e delle azioni ch’essa aveva in animo di compiere e non voleva ancora tradurre in atto. Gli eroi, che si sforzavano di smentire la propria manifesta incapacità inviandosi in .vicenda le loro condoglianze e accozzandosi in un sol mucchio, avevano già fatto le loro valigie, si erano cinte in anticipo corone d’alloro ed erano occupati a scontare in Borsa le repubbliche in partibus 48 per le quali, nel silenzio delle loro anime modeste, avevano già avuto la previdenza di organizzare il personale governativo. Il 2 dicembre li colpì come un fulmine a ciel sereno; e i popoli, che nei periodi di depressione e di scoraggiamento lasciano volentieri stordire la loro paura segreta da coloro che gridano più forte, si saranno forse convinti che sono passati i tempi in cui lo schiamazzo delle oche poteva salvare il Campidoglio49. La Costituzione, l’Assemblea nazionale, i partiti dinastici, i repubblicani azzurri e rossi, gli eroi dell’Africa, i fulmini della. tribuna, i lampi della stampa quotidiana; tutta la letteratura, le celebrità politiche e le nomee intellettuali, il diritto civile e quello penale, la liberté, l’égalité, fraternité 50 e la seconda [domenica] di maggio del 1852, tutto è svanito come una fantasmagoria davanti alla formula magica lanciata da un uomo che i suoi avversari stessi riconoscono essere tutt’altro che un mago51. Il suffragio universale sembra sopravvissuto un momento soltanto per fare in faccia a tutto il mondo il proprio testamento olografo e dichiarare in nome del popolo stesso: “Tutto ciò che esiste merita di andare alla malora”52.

Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una azione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza. Ricapitoliamo a grandi tratti le fasi percorse dalla rivoluzione francese dal 24 febbraio 1848 sino al dicembre 1851. Tre sono i periodi principali che è impossibile confondere: periodo di febbraio; dal 4 maggio 1848 sino al 29 maggio 1849; il periodo della costituzione della repubblica o dell’Assemblea nazionale costituente; dal 29 maggio 1849 sino al 21 dicembre 1851; il periodo della repubblica costituzionale o dell’Assemblea nazionale legislativa.

Il primo periodo, dal 24 febbraio o dalla caduta di Luigi Filippo 53 sino al 4 maggio 1848, quando si riunì l’Assemblea costituente, cioè il periodo di febbraio propriamente detto, può essere considerato come il prologo della rivoluzione54. Il suo carattere si espresse ufficialmente nel fatto che il governo da essa improvvisato si dichiarò da sé provvisorio, e al pari del governo tutto ciò che in questo periodo venne proposto, tentato, dichiarato, non lo fu che provvisoriamente. Nessuno e nulla osò reclamate per sé il diritto all’esistenza e all’azione reale55.



Tutti gli elementi che avevano preparato o determinato la rivoluzione, l’opposizione dinastica, la borghesia repubblicana, la piccola borghesia repubblicana democratica, i lavoratori socialdemocratici, trovarono posto provvisoriamente nel governo di febbraio56. Né poteva essere altrimenti. Le giornate di febbraio miravano in origine a una riforma elettorale, per cui la cerchia dei privilegiati politici in seno alla classe abbiente stessa doveva essere allargata, e il dominio esclusivo dell’aristocrazia finanziaria doveva essere rovesciato57. Ma quando il conflitto scoppiò per davvero, quando il popolo salì sulle barricate, quando la Guardia nazionale rimase passiva58, l’esercito non oppose nessuna resistenza seria e la monarchia prese la fuga, allora la repubblica sembrò imporsi da sé; ogni partito la interpretò a modo suo. Poiché essa era stata conquistata dal proletariato con le armi in pugno, questi le impresse il suo suggello e la proclamò repubblica sociale. Così venne additato il contenuto generale della rivoluzione moderna, contrastante nel modo più singolare con tutto ciò che, dato il grado di educazione raggiunto dalla massa, date le circostanze e le condizioni del tempo, poteva essere messo in opera lì per lì col materiale esistente. D’altro lato, le pretese di tutti gli altri elementi che avevano cooperato alla rivoluzione di febbraio trovarono un riconoscimento nella parte leonina ch’essi ricevettero nel governo. In nessun periodo troviamo quindi una miscela più eterogenea di frasi alate e di indecisione e goffaggine reali, delle più entusiastiche aspirazioni di rinnovamento e del dominio più solido del vecchio trantran, della più apparente armonia di tutta la società e dell’antagonismo più profondo fra i suoi elementi. Mentre il proletariato di Parigi si inebriava ancora nella visione della grande prospettiva che gli si apriva dinanzi e si abbandonava a gravi discussioni sui problemi sociali, le vecchie potenze della società si erano raggruppate, riunite e messe d’accordo, e trovarono un appoggio inatteso nella massa della nazione, nei contadini e nei piccoli borghesi, i quali, cadute le barriere della monarchia di luglio, si precipitavano tutti ad un tempo sulla scena politica59.

Il secondo periodo, che va dal 4 maggio 1848 sino alla fine del maggio 1849, è il periodo della costituzione, della fondazione della repubblica borghese. Immediatamente dopo le giornate di febbraio non soltanto l’opposizione dinastica era stata presa alla sprovvista dai repubblicani, e questi dai socialisti, ma tutta la Francia era stata presa alla sprovvista da Parigi60. L’Assemblea nazionale, che si riunì il 4 maggio 1848, essendo uscita dal suffragio della nazione, rappresentava la nazione. Era una protesta vivente contro le pretese delle giornate di febbraio e doveva ridurre i risultati della rivoluzione a misura borghese61. Invano il proletariato parigino, il quale comprese immediatamente il carattere di quest’Assemblea nazionale, tentò alcuni giorni dopo la sua riunione, il 15 maggio, di negarne con la violenza l’esistenza, di scioglierla, di scomporre di nuovo nei suoi singoli elementi costitutivi l’organismo attraverso il quale lo spirito reazionario della nazione lo minacciava62. Com’è noto, il 15 maggio non ebbe nessun altro risultato all’infuori di quello di allontanare dalla pubblica scena, per tutta la durata del periodo che stiamo considerando, Blanqui e i suoi compagni, cioè i veri capi del partito proletario63. Alla monarchia borghese di Luigi Filippo può succedere soltanto la repubblica borghese, il che vuol dire che se prima una parte limitata della borghesia regnava in nome dei re, ora deve dominare in nome del popolo la totalità della borghesia. Le rivendicazioni del proletariato parigino sono fandonie utopistiche, con le quali si deve farla finita. A questa dichiarazione dell’Assemblea nazionale costituente, il proletariato parigino rispose con l’insurrezione di giugno, l’avvenimento più grandioso nella storia delle guerre civili europee. La repubblica borghese trionfò64. Essa aveva per sé l’aristocrazia finanziaria, la borghesia industriale, il ceto medio, i piccoli borghesi, l’esercito, la canaglia organizzata in Guardia mobile65, gli intellettuali, i preti e la popolazione rurale. Il proletariato non aveva al suo fianco altro che se stesso. Più di 3.000 insorti vennero massacrati dopo la vittoria; 15.000 deportati senza processo. Con questa disfatta il proletariato si ritira tra le quinte della scena rivoluzionaria. Esso cerca di farsi nuovamente avanti ogni volta che il movimento sembra prendere un nuovo slancio, ma con un’energia sempre più ridotta e con un risultato sempre più piccolo. Non appena uno degli strati sociali a lui sovrastanti entra in fermento rivoluzionario, il proletariato stabilisce con esso un collegamento, e in questo modo condivide tutte le sconfitte che i vari partiti subiscono l’uno dopo l’altro66. Ma questi colpi successivi diventano via via tanto più deboli quanto più si ripartiscono su tutta la superficie della società. I rappresentanti più cospicui del proletariato nell’Assemblea e nella stampa sono vittime, l’uno dopo l’altro, dei tribunali67, e figure sempre più equivoche prendono il loro posto. In parte, esso sì abbandona a esperimenti dottrinari, banche di scambio e associazioni operaie, cioè a un movimento in cui rinuncia a trasformare il vecchio mondo coi grandi mezzi collettivi che gli sono propri, e cerca piuttosto di conseguire la propria emancipazione alle spalle della società, in via privata, entro i limiti delle sue meschine condizioni d’esistenza, e in questo modo va necessariamente al fallimento68. Sembra ch’esso non possa più ritrovare in se stesso la grandezza rivoluzionaria né attingere nuova energia dalle alleanze nuovamente contratte, sino a che tutte le classi contro le quali ha lottato in giugno non giacciono al suolo al suo fianco. Ma, per lo meno, esso soccombe con gli onori di una grande battaglia storica. Non soltanto la Francia, ma tutta l’Europa trema davanti al terremoto di giugno69, mentre le successive disfatte delle classi più elevate vengono ottenute cosi a buon mercato, che è necessaria l’insolente esagerazione del partito vittorioso per poterle far passare come avvenimenti di importanza, ed esse diventano tanto più vergognose quanto più il partito che soccombe è lontano dal partito proletario70.

Certo, la disfatta degli insorti di giugno aveva preparato, spianato, il terreno su cui poteva essere fondata, stabilita, la repubblica borghese71; però, aveva allo stesso tempo mostrato che si ponevano in Europa ben altri problemi che di “repubblica o monarchia"; aveva rivelato che repubblica borghese significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi; aveva provato che in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica non è altro, in generale, che la forma politica del rovesciamento della società borghese, ma non la forma della sua conservazione, come avviene, per esempio, negli Stati Uniti d’America, dove classi sociali esistono già, senza dubbio, ma non si sono ancora fissate, e in un flusso continuo modificano continuamente le loro parti costitutive e se le cedono; dove i moderni mezzi di produzione, invece di coincidere con un eccesso di popolazione stagnante, compensano piuttosto la relativa scarsezza di teste e di braccia; e dove infine lo slancio giovanilmente febbrile della produzione materiale, che deve conquistarsi un mondo nuovo, non ha ancora lasciato né il tempo né l’opportunità di far piazza pulita del vecchio mondo spirituale.

Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le giornate di giugno nel partito dell’ordine per fronteggiare la classe proletaria, considerata come il partito dell’anarchia, del socialismo, del comunismo. Essi avevano “salvato” la società dai “nemici della società". Essi avevano dato alle loro truppe le parole d’ordine della vecchia società: “Proprietà, famiglia, religione, ordine", e gridato alla crociata controrivoluzionaria: “In questo segno vincerai!”72. A partire da questo momento, non appena uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano schierati contro gli insorti di giugno cerca, nel suo proprio interesse di classe, di tenere il campo della rivoluzione, viene schiacciato al grido di “proprietà, famiglia, religione, ordine”73. La società viene salvata tanto più spesso, quanto più si restringe la cerchia dei suoi dominatori, quanto più un interesse più ristretto prevale sugli interessi più larghi74. Ogni rivendicazione della più semplice riforma finanziaria borghese, del liberalismo più ordinario, del repubblicanesimo più formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo colpita come "attentato contro la società” e bollata come “socialismo”75. E alla fine gli stessi grandi sacerdoti della "religione e dell’ordine” vengono cacciati a pedate dai loro tripodi pitici76, strappati in piena notte dai loro letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere o spediti in esilio. Il loro tempio 77 viene raso al suolo, la loro bocca suggellata, la loro penna spezzata, la loro legge infranta, in nome della religione, della proprietà, della famiglia, dell’ordine. Borghesi fanatici dell’ordine vengono fucilati ai loro balconi da bande di soldati ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene profanato, le loro case vengono bombardate per passatempo in nome della proprietà, della famiglia, della religione e dell’ordine78. La feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell’ordine e Crapülinski, l’eroe79, fa il suo ingresso alle Tuileries80 come “salvatore della società".




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