Il basso Medioevo è un giovane esuberante che vuole staccarsi dai valori antichi dei suoi antenati per aprire gli occhi e la mente al moderno, al mondo ancora sconosciuto



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09.12.2017
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Traccia n°3

Il basso Medioevo è un giovane esuberante che vuole staccarsi dai valori antichi dei suoi antenati per aprire gli occhi e la mente al moderno, al mondo ancora sconosciuto; vuole ampliare le proprie conoscenze, essere un intellettuale a tutto tondo, possedere un sapere enciclopedico che lo renda diverso dagli altri; vuole diventare indipendente, riconoscersi in una propria identità nazionale o comunale, nonostante questa sete di potere scateni una lotta tra Impero e Chiesa che giustificano con la volontà divina un proprio potere, almeno qui sulla Terra.

Ed è proprio in questo giovane esuberante che noi riconosciamo quell’ uomo che nel mezzo del cammin della sua vita si ritrova in una selva oscura e intraprende con noi e per noi un viaggio unico tra passato presente e futuro nell’ infinito che rende lui, Dante Alighieri, un poeta assoluto. Il volto del Medioevo appare già nel I canto, in cui Dante si ritrova solo davanti atre belve: la lonza, il leone e la lupa, simboli di quei tre peccati, lussuria, superbia e avarizia di cui si è macchiata l’ umanità ma anche, cosa ancor peggiore, la Chiesa. La Chiesa in cui Dante, guelfo bianco, crede profondamente, per sete di ricchezza si abbandona alla sfrenatezza nei costumi, alla rabbia nel non riuscire sempre a prevaricare sugli altri, e alla fame insaziabile di potere e beni materiali. Simile è il comportamento dell’Impero, che non accetta scomuniche e cerca superiorità senza sosta nella continua lotta per le investiture. Dante espone perciò chiaramente nel “De Monarchia” quale dovrebbe essere invece il fine ultimo dei “due Soli”, ovvero il garantire la felicità umana terrena da parte dell’ Impero e ultraterrena da parte della Chiesa; l’ Impero dovrebbe comportarsi nei confronti della Chiesa come un figlio nei confronti del padre. Affermando ciò Dante lascia intendere tra le righe una certa superiorità del potere spirituale che è dovuta alla grande fede del Poeta e che trova conferma nel suo schieramento guelfo. Grande è però il terrore di fronte alle tre belve, dalle quali Dante riesce a sfuggire grazie alla ragione umana, all’intervento di Virgilio, “Duca, segnore e maestro”. Dante ha infatti una grande consapevolezza di essere un animale razionale, di essersi cibato delle briciole del banchetto dalla conoscenza che già ci aveva anticipato nel Convivio. Dante ama il sapere, ciò che eleva l’ uomo a Dio, ma la grandezza della sua cultura, che da intellettuale del 1300 comprende l’ ambito scientifico, teologico e filosofico, non viene riconosciuta dai Fiorentini che lo esiliano.

Proprio l’ esilio, da parte della città per cui tanto aveva lottato, esilio che verrà anche profetizzato da Ciacco nel canto VI dell’ Inferno, porterà il Poeta a pronunciare invettive contro Firenze e a non riconoscersi nei suoi costumi; elementi questi che ritroviamo non solo nei canti politici, ma anche nei vari incontri con i personaggi della scena politica fiorentina. La descrizione dell’ aspetto culturale dell’epoca, ovvero di un sapere in mano quasi unicamente ai monasteri, sfocia nell’ ambito morale; è proprio contro la mancata considerazione dell’ importanza della conoscenza che Dante punta il dito. Il suo è un atteggiamento didascalico, si rivolge al lettore come un maestro, cerca di riprodurre la maieutica di Platone: è evidente ad esempio nel VI canto in cui Dante pone a Ciacco molte domande senza offrire le risposte che il lettore deve trarre da sé. Questo atteggiamento didascalico è in realtà una costante della produzione dantesca e nel caso della Commedia è finalizzato a dare un insegnamento morale attuale allora come oggi, ed è lo scopo dell’intera opera come scrive nella lettera a Cangrande della Scala: Dante vuole sottolineare la possibilità dell’errare umano ma al tempo stesso la possibilità del pentimento, del riscatto grazie alla grazia divina. Il Poeta vuole mostrare attraverso vite esemplari i peccati che l’ uomo deve sfuggire e le beatitudini a cui deve tendere, ribadendo che il fine ultimo della vita umana è l’ avvicinarsi il più possibile a Dio.



Non deve perciò stupirci che il Poeta ricerchi l’elevazione a Dio anche nell’ amore, abbracciando quella nuova concezione del sentimento amoroso che è inteso come un astratto, assoluto avvicinamento a Dio, mediante la figura di una donna che perde ogni aspetto di fisicità, diventando angelicata. Proprio nella Commedia si trova infatti il termine “Dolce Stilnovo”, pronunciato nel XXIV canto del Purgatorio nell’ incontro con Bonagiunta Orbicciani. Dante ancora una volta si dimostra specchio del Medioevo, evidenziando il passaggio da amor cortese ad amore stilnovista che coinvolge l’elegia amorosa del tempo. Lui stesso nell’ incontro con Paolo e Francesca nel canto V dell’ Inferno sarà costretto a mettere in esame la sua concezione di amore che in alcuni aspetti, legati alla sua giovinezza, rispecchia quella di Francesca, pur restando un esponente dello Stilnovo. Del resto si può sottintendere una certa continuità tra la “Vita Nova” e la Commedia, ed è proprio sancita dalla consapevolezza di iniziare una nuova vita; a seguito della morte di Beatrice infatti Dante, che in lei vedeva secondo l’ottica stilnovista l’ unica causa di salvezza, entra in una fase di perdizione e sarà proprio la stessa Beatrice a salvarlo chiedendo l’ intervento di Virgilio e addirittura ad accompagnarlo al cospetto della grazia divina. E proprio nel rendere eterna la figura d Beatrice, la sua donna amata, Dante rende eterno anche se stesso; a dispetto del Medioevo, non tramonterà mai.



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